La gerarchia e un vasetto di yogurt

La gerarchia e un vasetto di yogurt

Di Stefano Vespo per ComeDonChisciotte.org

Christian Raimo, in un editoriale apparso su Domani, critica il fatto che nelle aule scolastiche gli allievi debbano alzarsi in piedi non appena entra un insegnante. È un obbligo barbarico che inculca nei ragazzi il senso della gerarchia, questo è il nocciolo della sua argomentazione. In venticinque anni di insegnamento mi sarà capitato forse due volte che i miei alunni si siano messi in piedi per salutarmi: in quelle occasioni ho immediatamente chiesto di non ripetere il gesto. Ne provavo imbarazzo: creava una distanza, marcava una differenza che non sentivo di poter sostenere. In genere il mio ingresso in classe al suono della campanella avviene in un modo totalmente diverso: trovo soltanto qualche pendolare, che mi guarda accigliato per essere costretto ad arrivare sempre in anticipo; poi è un pigro susseguirsi di volti stralunati che quasi non notano la mia presenza; una esibizione del sonno insoddisfatto che continua sui banchi, dove gli zaini fanno da provvisorio cuscino. Qualcuno mi chiede anche di poter fare colazione, allestendo sulla tovaglietta tirata fuori da una tasca un vasetto di yogurt con i cereali, un gesto che vuole ricreare a scuola un pezzetto del desco familiare appena abbandonato. Ma la cosa non mi offende minimamente: avverto il loro bisogno di stabilire una continuità tra la casa in cui vivono e la scuola, una familiarità. È un bisogno di vicinanza, di prossimità, in cui siano annullati completamente i rapporti formali: altro che gerarchia! Il problema che mi trovo ad affrontare oggi non riguarda affatto la gerarchia, ma al contrario la necessità di recuperare la giusta distanza tra me e i miei allievi. Questo bisogno di avvicinarsi, di cancellare le differenze, di mettersi sullo stesso piano coinvolge entrambe le parti, non soltanto i ragazzi: noi adulti sentiamo sempre di più un segreto imbarazzo a ricoprire il ruolo di maestri, di guide. Sono i tempi: si sa! L’unica forma di sapere socialmente accettata oggi è quella dell’innovazione tecnologica: un sapere che si rinnova continuamente e che si identifica con una mente giovane e agile, una tabula rasa, una superficie liscia e immacolata adatta ad accogliere perpetuamente ogni novità. Non c’è spazio oggi per un concetto come quello di saggezza, o come quello di profondità. Questa realtà delle cose ci impedisce di assumerci il ruolo che ci spetterebbe. Ci inibisce. Eppure, da sempre i giovani desiderano una guida, un maestro; e da sempre il sapere e la saggezza accumulata dagli adulti trova compimento nella trasmissione alle nuove generazioni: è il ciclo naturale. Ma questo ciclo si è interrotto. Tuttavia, non si è perduto il bisogno. Sopravvive, come un fantasma. Aleggia un suo pallido surrogato, in quella ricerca di vicinanza, di affetto, in quel vasetto di yogurt con i cereali consumato per colazione con sguardo trasognato su un banco di scuola.

Di Stefano Vespo per ComeDonChisciotte.org

28.02.02026

Stefano Vespo. Poeta e scrittore. Laureato in Filosofia, attualmente insegna lettere al Liceo di Nicosia. Sposato, vive a Sperlinga. Scrive su temi di politica e società su ComeDonChisciotte.

Commenti (14)

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Mostra commenti 14 caricati
    1. omega 4 marzo 2026

      L'articolo parla di gerarchia ma non di rispetto e di forma, o di semplice buona educazione.
      L'espressione NOBLESSE OBLIGE, almeno nei rapporti tra pari, è oggi totalmente misconosciuta.
      La volgarizzazione delle relazioni sociali investe soprattutto la Scuola.
      Comunque, volevo ricordare all'articolista che, quando ad entrare in classe è il preside, normalmente gli studenti scattano tutti in piedi, a significare che il potere e la conseguente considerazione sociale lui ce l'ha e il semplice professore no.

    1. Scalca 4 marzo 2026

      Ma non riuscite ad evitare la futilitá di certi articoli?

      Si prendono le minchiate di un prof di sx per dire minchiate di dx.

      La gerarchia, come funzione intima, informatrice e creatrice di basilari e profonde forme antropologiche, è cosa seria per il suo enorme portato di problemi passati e futuri dell'umanitá.

      Ridurre la sua atroce e ontologica problematica intorno a un fatterello rituale è una cagata pazzesca: chissenefrega se ci alziamo o meno a scuola se poi tutta la vita siamo dei servi verso chiunque abbia una minima condizione di esercizio di ricatto su di noi?

      Come individui e ancor più come gruppi sociali.

      Ci si lamenta delle elite degenerate e non le si riconosce come prodotto della gerarchia sociale.

      Si ignora cosa sia un rapporto gerarchico funzionale, temporaneo, cosviente, volontario e revocabile e si confonde e si mistifica sui rapporti gerarchici atroci, quotidiani, subito, eterni, non desiderati nè voluti, immanenti e trascendenti.

      Ma se siamo dei servi dei dservi dei servi e voi giochetellate con i luoghi comuni senza andare a indagare nel profondo, perchè poi vi lagnate ogni giorno senza riconoscere la vostra ignavia, essa si, fautrice delle più degenerate e inumane gerarchie?

      I ragazzi possono anche fare i pigri a scuola, tanto strisceranno cone vermi al lavoro, lo sanno bene perchè vedono strisciare i loro padri strisciare ed elemosinare e preegare come vermi, prostituirsi a capi e politici e fottere per opportunismo chi gli è di fianco. E di fronte al tale futuro, che percepiscono bene, quel poco di vitalitá giovanile se la sprecano cosí: sareste voi sudditi a dargli il virtuoso esempio? Quale anarchico, degno e orgoglioso esempio?

      Ma va lá.

    2. omega 4 marzo 2026

      Una Scuola in decomposizione, in un Paese in decomposizione, da carrozzone e parcheggio, si sta rapidamente trasformando in un gigantesco centro sociale di intrattenimento, indottrinamento e controllo a beneficio dei Trenta tiranni.
      Chi la frequenta sa che il pezzo di carta, che è ormai quasi dovuto, rappresenta il necessario pass per poter aspirare ad un impiego o professione non di manovalanza.
      Il contenuto, cioè il sapere critico o acritico, le competenze, le abilità,
      l'educazione sono passate da tanto in secondo piano e non suscitano né l'interesse, né la considerazione della stragrande maggioranza di loro e dei loro genitori.
      Tutti sanno che il successo sociale e professionale dipende da altre variabili.
      Di persone esperte e competenti ne servono poche e sempre di meno;
      quelle in soprannumero danno solo fastidio al manovratore.

    3. ric 4 marzo 2026

      .Di persone esperte e competenti ne servono poche e sempre di meno;

      eco uno che l' ha capito e ha fatto carriera

      https://images2.corriereobjects.it/methode_image/2017/05/03/Politica/Foto%20Gallery/18301069_1876493555937563_556402768243295626_n.jpg

    4. sarah 5 marzo 2026

      @Scalca. E quale "anarchico, degno e orgoglioso esempio" potrà mai dare un cinquantenne (non mi riferisco per forza all'autore dell'articolo) che fatica a riconoscersi come tale? E non ha mai ritenuto conclusa la sua stessa fase giovanile? Lei fa un'ottima analisi profonda ma non sottolinea abbastanza che certe "rivoluzioni" richiedono coraggio, il che non corrisponde a prodursi in banali sortite da condividere sui social o sulle testate dedicate alla scuola. E poi: la stessa classe dei docenti (di cui ahimè faccio parte da anni) rientra essa stessa a pieno titolo nella categoria di coloro che strisciano, elemosinano e pregano come vermi, citando le sue parole. Oggi più di ieri. Aggiunga che spesso questa categoria è indifendibile e troppe volte ha dato esempi pubblici di lampante sottomissione, ridimensionamento culturale e comoda e rassegnata rinuncia alle proprie prerogative intellettuali. Non c'entrano le "minchi@te" di destra o di sinistra, è un dualismo superato. Drammaticamente superato. Purtroppo questo genere di articoli rasenta la nullità cosmica sul piano dei contenuti e ci dà un messaggio preciso sullo stato comatoso del dibattito educativo e intellettuale di questo paese. Altro che emancipazione dalla subalternità strisciante della massa, qui resta ben poco da pretendere. Forse potremmo accontentarci momentaneamente di insegnanti con la patente da adulti, onde non dover poi produrre salvacondotti per i pargoletti che sputano in faccia a chicchessia. Ma mi sa che è troppo tardi, ci siamo persi nei massimi sistemi.

    1. absitiniuriaverbis 4 marzo 2026

      L'estensore dell'articolo dimentica almeno una considerazione essenziale: il rispetto consta di due parti: quello di base, ovviamente reciproco, che e' dovuto in quanto siamo tutti esseri umani e quello da guadagnare in termini di stima e considerazione.

      Il primo rispetto e' dato gratuitamente, il secondo va meritato con le azioni.

      Rispetto da guadagnare non significa infondere paura o sottomissione, quanto essere in grado di vedere l'altro, l'ambente, un'idea, se stessi, le regole...come qualcosa degna almeno di considerazione.

      Quindi, alzarsi quando entra l'insegnante o il bidello o ... e' un atto dovuto non nel senso di una sottomissione cieca ma come un rituale sociale che riconosce il valore dell'educazione e prepara a vivere al meglio il tempo della lezione.
      Non ci si alza perche' gli insegnanti o gli inservienti sono simpatici, lo si fa in segno di rispetto per l'educazione scolastica e per quello che rappresenta.

      E qui cade il ragionamento: l' eduzazione scolastica attuale merita il rispetto?

    2. sarah 4 marzo 2026

      La scuola come tutte le istituzioni dello stato meritano rispetto? Le ffaa meritano il rispetto? Le alte cariche della repubblica e il parlamento, essenza democratica dell'ordinamento dello stato? E la magistratura merita rispetto? Lascio la risposta aperta non avendo nemmeno usato le dovute lettere maiuscole. Credo però che l'atteggiamento "amico" e lo sforzo goffo di stabilire un patto generazionale in questa realtà problematica mediante stratagemmi scontati e già triti e ritriti nei dibattiti educativi non sia il messaggio esatto per favorire nessuna ricerca critica nel giovane, piuttosto manifestano una crisi di identità dell'adulto che si inserisce anch'essa nella complessità di questi tempi che... vorrei sapere come definirli...

    3. absitiniuriaverbis 4 marzo 2026

      Tra tutti i miei insegnanti ricordo uno in particolare perché, parlo degli anni dal '64 al 68' ovvero i miei 14/18 anni, ci ripeteva che bisognava imparare a come pensare, come farsi idee, piuttosto che spostare il peso sul cosa pensare.
      All'inizio ne avevo fatto un elemento di mera curiosità da topo di biblioteca ma con l'andare del tempo ne ho capito il valore intrinseco.

      A metà del primo anno delle superiori, fu lui a mandarmi dal preside perché non mi ero alzato in piedi al suo ingresso in aula. E fu lui a spiegarmi la differenza tra le due parti che ho ricordato.
      Lui era per le 'rivoluzioni' dall'interno del sistema. Rivoluzioni lente fatte di azioni quotidiane tese a modificare i comportamenti nel tempo.

      Oggi la forza è l'unico elemento che conta ergo, non c'è spazio per il rispetto.

      L'educazione, perché l'articolo tratta questo argomento, ha quindi in buona misura mancato il bersaglio: tendere a formare individui dotati di senso critico in grado di confrontarsi con rispetto.

      A meno che 'mancare il bersaglio' fosse proprio il bersaglio designato.
      Oggi, a 76 anni, ritengo di poter eliminare la "a meno che " e confermare l'obiettivo: mancare il bersaglio.
      Ovvero il gregge allo sbando e legge della giungla.

    1. sarah 3 marzo 2026

      Questo collega può evitare tanti giri di parole: il ruolo di guida che egli invoca non si recupera con il vasetto di yogurt o le patatine. E nemmeno incolpando, questa volta, la tecnologia e la sofferenza dei saperi umanistici. Purtroppo non stupisce: è l'adulto stesso che oggi fatica a identificarsi nel proprio ruolo a scuola come altrove. Si affanna il professore, dopo venticinque anni di insegnamento e l'età che posso immaginare, per essere "uguale" ai propri alunni di quanto, quindici, diciotto, diciannove anni? E come potrebbe mai essere come loro? Quell'età e quel ruolo per lui sono trascorsi e hanno avuto il loro significato. Dopo i ruoli cambiano, si mettono le proprie esperienze al servizio dei giovani che ci sono affidati. Questo è ciò che più di tutto costruisce quel ruolo di "guida". Nel loro e nel nostro interesse con autorevolezza. Essere un loro "amico" e atteggiarsi a coetanei è patetico e danneggia i ragazzi che non troveranno nell'insegnante nulla di sicuro se non le loro stesse paure e incertezze riflesse. Non si incolpi il solito "fascismo", il patriarcato e quant'altro blatera la tv. La differenza la possono ancora fare le persone. Altrimenti non ci si stupisca di quel che già vediamo: diplomati in stato di analfabetismo, crescita esponenziale dei disturbi psichiatrici, coltellate tra presunti "liceali" e insegnanti malmenati dai genitori.

    1. Spartan 3 marzo 2026

      Mah! Poi, non lamentarsi se gli alunni, quel vasetto di yogurt, te lo tirano sul muso.

    1. lysmata 3 marzo 2026

      Pensa peró che frustrazione quando vorranno fare colazione al lavoro. O pensa che sofferenza quando dovranno portare rispetto al loro datore di lavoro per semplice posizione di subalternità gerarchica.

      Caro professore, sicuro di fare un favore ai tuoi studenti con tanto laissez faire?

      Lo yogurt, e perché no, magari una svapazzata, no? O un birrino! Va! Non fare il matusa, profeee!

      Sai bene che non tutti saranno freelancer in una startup.
      Molti si troveranno a fare lavori del menga, e non sapranno nemmeno dire buongiorno al loro superiore. Un pó di malattia, 18 mesi a casa per ansia, e la notte sogneranno di essere youtubers o di aprire un canale su onlyfans. Cáspita che bell'insegnamento.

      A quel punto a te importerà una fava del loro futuro, con un pó di fortuna ti starai godendo la tua pensione.

      Ho 50 anni. Sono stato un 16enne "difficile" all'epoca del mio liceo. M'importava una sega di tutto. Sai chi veramente mi insegnó qualcosa? Quel profe che, ogni volta, mi stava un pó piú addosso e che esigeva da me un pó di studio in piú, un pó di attenzione in piú, un pó di partecipazione in piú. Autorevolezza e non autorità. Ti alzavi in piedi perché dovevi, all'inizio, ma poi ti alzavi perché lui ogni volta che entrada nell'aula ci dava il buongiorno. A persona educata si responde con educazione. Non lo si insegna piú, al Liceo?

      E ho avuto, pure io, all'epoca, un professore di Filosofía moderno. É passato nella mia vita come un estraneo qualsiasi. Non ricordo nemmeno il suo nome. Ricordo solo le sue classi moderne. Capito nulla di Filosofía, eh? Ma nulla nulla. Peró quando arrivava lui era come l'ora di religione. Pacchia.

      Sicuro di voler essere ricordato pure tu dai tuoi studenti come "pacchia"?

      Non ti conosco e il mio non vuole essere un attacco personale. Ci mancherebbe. Peró credo che, con i ragazzi che vediamo per strada tutti i giorni, l'ultimo baluardo di Educazione crolla se un professore di 50 anni non é capace di esigere un mínimo di buone maniere ai suoi studenti. E sta a te darti da fare. Come? Non lo so, il mio mestiere é un altro.
      Peró pensa, devo tanto di quel che ho ( e di quel che sono, ma siccome a molti potrei non piacere mi fermo alla parte piú superficiale). proprio a quel prof di biología e chimica tanto str0nzo del liceo. Se non fosse stato per lui non so dove sarei.

    1. Arian Van Heisen 3 marzo 2026

      Alzarsi in piedi all arrivo del Prof. è un segno di rispetto verso ,' insegnante che deve rappresentarne anche l' autorità ed educare gli educandi.

    2. ric 4 marzo 2026

      tempo fa , sentii in TV una psicologa che di fronte ad un bambino che aveva sputato in faccia alla maestra , la quale aveva convocato i genitori per considerazioni piu' approfondite " ne difendeva saldamente il nobile gesto, adducento che era sintomo di positiva crescita del proprio IO:....
      Poi siamo passati al voto " collettivo " nelle universita ' ., dove uno preparato occasionalmente per il caso rispondeva per tutti ...
      Il risultato di tali e premiate accademiche valutazioni scolastiche trova piena applicazione fra la maggior parte dei nostri politici....

    1. GioCo 3 marzo 2026

      L'unico bisogno oggi è di recuperare la possibilità di conscere se stessi e la sfida non è la tecnologia, ma sapere come rimanere centrati sulla gioia e sull'amore del prossimo, dove tutto, ma proprio tutto e in particolare proprio la tecnologia, appare esattamente antitetico a questo semplice atto ormai di estrema rivoluzione e "antisistema" per definizione.
      Perché se si capisce che è l'unico argine reale alla deriva, poi tutto il resto viene da sé ... Se invece persisterà la giustifica nel negare l'evidenza, cioè che viene prima altro, allora ... Avremo quello che ne consegue.

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