Di Graciela Beattiz Oubiña
Nacquero in un'epoca in cui quasi tutto era già stato risolto prima ancora del loro arrivo. L'acqua sgorgava pulita dai rubinetti, il cibo riempiva gli scaffali dei supermercati, l'elettricità era una presenza silenziosa e lo Stato appariva come una mano invisibile capace di attutire ogni caduta. I loro genitori avevano conosciuto la scarsità, le crisi e il sacrificio; loro, invece, avevano ereditato il riposo.
Non erano forti. E nemmeno indipendenti. Faticavano a prendere decisioni senza consultare uno schermo o rivolgersi a uno specialista. Uno sforzo prolungato sembrava loro un'ingiustizia e ogni frustrazione un'aggressione. Non perché fossero cattive persone, ma perché erano cresciuti in un mondo che aveva trasformato la comodità in un diritto e il disagio in un fallimento.
Quando ebbe inizio la grande crisi, nessuno la riconobbe subito. Non ci furono bombe né invasioni. Soltanto brevi interruzioni di corrente, ospedali senza forniture, strade prive di manutenzione, raccolti perduti e uffici pubblici che chiudevano per una settimana, poi per un mese e, infine, per sempre.
La società dei consumi morì lentamente.
Prima scomparvero i marchi preferiti. Poi le applicazioni smisero di funzionare. In seguito il denaro perse valore. Alla fine, la gente comprese che nessun algoritmo poteva seminare un campo, riparare un ponte o rimettere in funzione una centrale elettrica.
Quella generazione si ritrovò nuda davanti a una realtà per la quale non era mai stata preparata. Sapeva esprimere opinioni su tutto, ma sapeva fare ben poco. Aveva imparato a consumare, non a produrre; a pretendere, non a costruire.
Tra loro c'era Giuliano. Era un uomo fragile e impressionabile. Il lavoro duro gli provocava una stanchezza che sembrava appartenere più all'anima che al corpo. La prima volta che cercò di tagliare la legna si ritrovò con le mani coperte di vesciche e una vergogna silenziosa.
Gli anziani del paese, gli ultimi a ricordare un altro modo di vivere, non li disprezzarono. Insegnarono loro a coltivare la terra, a riparare gli attrezzi, a conservare gli alimenti e a costruire un tetto prima dell'arrivo di una tempesta. Ogni nuova abilità richiedeva settimane di errori, fatica e frustrazione.
Molti rinunciarono. Aspettavano che il vecchio Stato ritornasse, come un padre che avesse semplicemente tardato a rientrare.
Non tornò mai.
Quelli che resistettero scoprirono qualcosa di inatteso: il carattere non era un dono ricevuto alla nascita, ma il risultato dell'aver affrontato le difficoltà, una volta dopo l'altra. Neppure l'indipendenza consisteva nel non avere bisogno di nessuno, ma nell'essere capaci di offrire qualcosa agli altri.
Passarono gli anni. I figli di quella generazione crebbero vedendo i propri genitori lavorare con le mani indurite e le schiene affaticate. Non ereditarono più l'abbondanza, ma lo sforzo.
Quando veniva chiesto loro come fosse cominciato tutto, nessuno parlava del collasso economico né della caduta dello Stato. Dicevano semplicemente:
-Il giorno in cui abbiamo smesso di credere che qualcun altro avrebbe vissuto la vita al posto nostro.
Perché compresero troppo tardi che una società può trasmettere ricchezza per molte generazioni, ma, se smette di trasmettere forza, responsabilità e mestiere, prima o poi anche la ricchezza scompare.
Di Graciela Beattiz Oubiña
24.07.2026
maghi 26 luglio 2026
la tecnica per creare degli schiavi è sempre la stessa: fare il bello bellino, mieleggiare, poi, dopo aver fatto abbassare la guardia, annullate le virtù cardinali, ecco trasformati i giovani in schiavi "usi obbedir tacendo".