Di Alberto Conti per ComeDonChisciotte.org
In una società utopica, ideale, ogni membro sviluppa una propria coscienza vigile e positiva, autonoma ma condivisa nei contenuti con quella di tutti gli altri. Così non può che agire di conseguenza, senza bisogno di leggi e autorità che le facciano rispettare. Non è anarchia, ma armonia di equilibri tra i propri e gli altrui interessi, dove domina l'amore ed il rispetto universale, ambiente compreso. Il potere non è più necessario, ed il governo sulle questioni generali è interpretato ed applicato dai più esperti ed autorevoli del campo, che garantiscono l'unità d'intenti necessaria a fronteggiare qualsivoglia problematica nel modo più efficace.
Nelle società reali invece esiste il crimine e la disparità d'intenti e d'interessi, coi relativi principi fondanti, o ideologie, che lasciati a loro stessi produrrebbero una conflittualità incontrollata e deleteria per tutti. Da qui la necessità di una guida autorevole o di un potere coercitivo comunque riconosciuti e unificanti, accettati giocoforza da tutti.
La formazione del potere di pochi sull'intera società si è dispiegata nei più svariati modi nel tempo e tra le varie popolazioni. Solo l'analisi di come si determina il potere oggi richiederebbe studi e letteratura da riempire biblioteche intere.
Nel breve spazio di un articolo si può comunque provare a riflettere su alcune dinamiche di primaria importanza, a cominciare dagli interessi economici che stanno alla base del benessere.
I beni e servizi necessari e quelli voluttuari hanno un valore d'uso che viene interpretato da una quotazione in denaro, che è il bene convenzionale col massimo di valore di scambio e con valore d'uso nullo, nell'accezione moderna di una moneta transitata dall'equivalenza in oro alla pura convenzione sociale, strumento di emancipazione completa dal baratto.
La prima fase di tale evoluzione è interpretata dalla moneta fiat, generata dalle banche commerciali sotto controllo della banca centrale, che decretando il tasso d'interesse di riferimento sui prestiti interferisce nella legge di domanda e offerta di moneta nell'economia reale, gestita dalle banche, cosa che in se contiene già un principio di autoregolazione inflattiva, per quanto viziata anche dalla presenza invasiva di una finanza speculativa ipertrofica sostanzialmente incontrollata e da forzature nei cambi con valute predominanti per dimensione e geopolitiche imperialiste.
Ora si prospetta la fase successiva, dove le banche commerciali diventeranno semplici amministratori contabili di moneta emessa e governata in esclusiva dalla sola banca centrale, la cui sventolata indipendenza dall'economia politica, a suo tempo giustificata da precedenti eccessi inflattivi, risulta così ancora più inquietante. Infatti ad ogni crisi ricorrente del sistema finanziario speculativo si assiste ad un ulteriore accelerazione del trasferimento di ricchezza dalla base impoverita ai vertici arricchiti, con tutte le conseguenze sul malessere delle maggioranze e relativa instabilità sociale e politica. Tutto ciò produce motivazioni per la guerra, non trovando altre soluzioni razionali. In altre parole, semplificando al massimo, la storia descrive il passaggio da un potere nobiliare, ereditario, che avrebbe dovuto fare anche gli interessi del popolo, alle moderne plutocrazie, dove il potere stesso si basa sulla concentrazione della ricchezza finanziariamente ottenuta a danno del popolo. Paradossalmente questo fenomeno si evidenzia maggiormente nelle nazioni sedicenti democratiche rispetto ad altre forme di governo più arcaiche. Ma la cosa non stupisce più di tanto se si pensa al controllo mediatico dell'opinione pubblica interamente detenuto dai padroni della finanza e il conseguente consenso popolare autolesionista che viene prodotto, in questo e in altri modi.
Ma a tutto c'è un limite, ed il problema è come invertire la rotta verso la società ideale nel modo meno cruento possibile, soprattutto evitando l'autodistruzione dell'umanità in una guerra mondiale disperata e senza regole, combattuta con armi tecnologiche strapotenti.
La prima considerazione è che non bisogna sempre demonizzare le realtà attuali quando si dimostrano malevole. Ad esempio la moneta, oggi indispensabile, può avere una gestione buona, creatrice di ricchezza vera distribuita, e una cattiva, speculativa in mano a biscazieri e strozzini arricchiti tramite "trasferimento" di ricchezze nei giochi finanziari. Così il potere e le forme di governo, oggi dominate dalla ricchezza concentrata da una malagestione privatista della moneta, potrebbero invece dominare fiscalmente le ricchezze esistenti per gestirle tramite istituti pubblici e redistribuirle, ristabilendo una più equa economia e una più giusta e premiante gerarchia dei valori umani. E soprattutto la proprietà privata, tanto necessaria nelle piccole cose a misura d'uomo quanto abominevole nelle sue forme più smodate, che non dovrebbero essere tollerate oltre certi limiti, sia per l'immoralità che per la pericolosità politico sociale che comportano, come ben possiamo osservare.
Certo non possiamo fare molto individualmente e da un piccolo Paese subdolamente colonizzato da almeno 80 anni. Tuttavia possiamo cercare di capire, di distinguere la verità dalla propaganda, di cogliere l'evoluzione dello spirito del tempo, che pur nelle disgrazie a cui assistiamo esprime anche una volontà di cambiamento, più pronunciata in alcune nazioni europee pur vessate come e più di noi da governi indegni della volontà popolare che dovrebbero rappresentare.
Un potere finanziario privato così pervasivo e dominante sulle stesse istituzioni pubbliche non si forma però in breve tempo, così come non si sarebbe potuto generare e consolidare senza solide basi radicate nella vita quotidiana della popolazione, che lo esprime e ne diventa vittima allo stesso tempo. L'ottimizzazione dei processi produttivi richiede gigantismo industriale, che va gestito con proporzionali capitali, al di fuori della portata di un normale cittadino. La tipica struttura gerarchica dell'azienda fa poi il resto, cioè comporta necessariamente l'esistenza di un vertice piramidale che gestisca questi enormi capitali, per lo più monetizzati a credito dei nuovi padroni universali, che possiedono le stesse banche che prestano denaro alle loro aziende e ne nominano gli amministratori delegati. L'azienda è così sempre indebitata e costretta a produrre utili, sotto controllo ideologico, pena il fallimento, in una continua competizione a scopo di profitto come galli sacrificabili in combattimento. Così nasce il vero potere moderno, e qualcuno lo deve necessariamente incarnare e strumentalizzare, conquistandolo con speculazioni finanziarie al limite del furto legalizzato ed oltre. Per questo si chiama plutocrazia, anche se verniciata da democrazia necessariamente fasulla e corrotta.
Un sistema che premia i peggiori, i privi di scrupoli, i carrieristi rettiliani. E questo sistema coinvolge tutti, siamo noi stessi a sostenerlo e promuoverlo, costretti a comprare col denaro qualunque cosa ci occorra per vivere. Noi siamo i consumatori, la domanda che produce questo tipo di offerta tecnologicamente prodotta e finanziariamente assistita da una moneta-debito. E' pertanto vano scaricare tutta la responsabilità dei mali del mondo sui cattivi plutocrati, mentre è necessario comprendere la struttura del sistema che produce questa realtà se vogliamo trovare le soluzioni per superare i suoi vizi intrinseci.
Come sempre una analisi corretta dei problemi ne contiene già la le potenziali soluzioni.
E infatti in queste sia pur brevi, incomplete e rozze considerazioni si è già accennato ad alcuni fattori potenzialmente correttivi, che una volta compresi da tutti sarebbero automaticamente applicabili alla realtà.
Un noto e discusso politico italiano del secolo scorso disse: "il potere logora chi non ce l'ha", frase divenuta famosa per la sua cruda rappresentazione di una realtà storica che segna la fine progressiva della autorevolezza politica nella formazione del potere pubblico, cosa che diventa sempre più evidente elezione dopo elezione. Ma se il potere non ce l'hanno quelle nuove forze genuine, ma divise e spezzettate al punto di non riuscire ad emergere da un sarcastico zero virgola percento, non significa che non possano rappresentare gli interessi del popolo, in opposizione vera al sistema costituito. E se il popolo maturasse questa comprensione nonostante la propaganda contraria, unendo le proprie forze potrebbe tranquillamente riconquistare il potere pubblico scippato dalla finanza, fortunatamente non in tutto il mondo, ma certamente nell'occidente collettivo a cui apparteniamo.
La ricetta di questo nuovo rinascimento politico è semplice, è una riconquistata razionalità a favore del potere pubblico, che dice banalmente di riprendersi le chiavi dell'economia di cui siamo protagonisti passivi. In uno slogan: "più pubblico e meno privato", e prima ancora più cultura e coscienza e meno corruzione e ignoranza, per non fornire scuse e pretesti alle vuote ideologie per soli ricchi.
Destre e sinistre ci hanno già provato in passato, ma con pessimi risultati per una evidente diffusa immaturità coscienziale, non al passo coi tempi, che le ha fatte rapidamente degenerare. La contrapposizione fascismo-comunismo è storicamente e culturalmente superata, o almeno dovrebbe esserlo, per restituire al pensiero libero e creativo la capacità di imparare dai rispettivi errori, soprattutto nei confronti dell'incontenibilità dell'animo umano, libero per natura.
Così come il liberismo sfrenato dovrebbe aver prodotto abbastanza guasti e tragedie da essere parimenti ripudiato, come aberrazione dell'anelito ad una società libera ma giusta.
Quindi torniamo sempre lì, al nocciolo della questione, che è l'emancipazione del proprio spirito dai residui degli istinti primordiali di una natura così perfetta da ospitare anche l'umanità, come eccezione alle sue regole generali. Un emancipazione che va cercata e meritata, nell'anima e coi fatti, nel rispetto universale che vede pur sempre al centro una natura madre che ci ha generato così come siamo veramente, ma che ci può parimenti distruggere se ne miniamo oltremisura gli equilibri originali, frutto di milioni di anni di evoluzione della vita sul pianeta.
Questo è a mio avviso quanto di meglio possiamo fare individualmente per contrastare i problemi e le sofferenze di oggi a tutti i livelli, senza pretendere risultati eclatanti più grandi di noi, ma neppure ponendo limiti alla Provvidenza. Così facendo come minimo lasceremo un segno, una traccia o una semplice testimonianza, che si spera qualcun altro potrà raccogliere fruttuosamente.
Il rispetto reciproco tra di noi esseri umani diventa in tal senso una pre-condizione ovviamente necessaria, fuori discussione. Il che, pensando alla realtà del presente, ci da la misura di quanta strada dobbiamo ancora faticosamente percorrere per raggiungere almeno quel "minimo sindacale" di convivenza pacifica e benessere sociale planetario che consenta di proseguire la nostra esperienza esistenziale in questo mondo delle meraviglie, sempre più a portata di mano per tutti ma sempre più negato dall'ingiustizia sociale e dalla stupidità che l'accompagna.
Di Alberto Conti per ComeDonChisciotte.org
16/01/2026
BrunoWald 18 gennaio 2026
Sono sempre esistite persone, dotate di particolare moralità e sensibilità, che si sono interrogate sul modo di pervenire a una società più giusta. Ma il mondo continua a girare indifferente, e l'umanità contnua ad essere quello che è sempre stata: una mandria di bestiame, dominata quasi sempre dai più intraprendenti e privi di scrupoli.
Soltanto il progresso materiale e tecnologico crea l'illusione che ci sia stato un progresso anche morale, culturale e spirituale, che noi si sia migliori o più evoluti dei "selvaggi": ma nella sostanza non è cambiato nulla, come la pandemenza ha dimostrato a sazietà, ed è solo un esempio tra i tanti. Le menti più lucide ci avevano avvertito al riguardo, e perciò furono bollate come malvagi reazionari.
La grande illusione dell'Illuminismo, che l'uomo sia naturalmente buono ma corrotto da leggi ingiuste, e che le storture della società fossero emendabili attraverso l'educazione, è stata smentita dall'implacabile realtà: in tutta la nostra storia, non siamo mai stati così istruiti, liberi, uguali di fronte alla legge e pieni di opportunità come negli ultimi cent'anni o poco più, e non solo abbiamo commesso orrori e disastri di ogni tipo, non solo continuiamo a inciampare sempre nelle stesse pietre, ma alla prova dei fatti dimostriamo di essere degli scimmioni altrettanto ignoranti e superstiziosi di quei popoli che abbiamo bollato come "primitivi".
È mio sommesso parere che l'unico possibile miglioramento, peraltro modesto e graduale, potrà venire solo dalla serena accettazione delle cose così come sono, e dal proporsi obiettivi realistici a partire da ciò, per il bene delle generazioni future.
Se invece insisteremo ad ubriacarci di concetti illusori o puramente soggettivi, tipo "uguaglianza", "democrazia", "giustizia", "la società ideale", o "utopica", ecc., continueremo a sbattere la testa contro il muro della realtà, rompendocela ad ogni generazione.