La ferita aperta

La questione palestinese e il dolore come linguaggio del potere.

La ferita aperta

Di Cinzia DM per ComeDonChisciotte.org

Dico spesso che, paradossalmente, bisogna essere “fortunati” persino nel subire una guerra: se a bombardarti è l’Arabia Saudita nello Yemen - con decine di migliaia di vittime dirette e un disastro umanitario di proporzioni immani - nessuno si mobilita, nessuna piazza si riempie, nessun editoriale invoca giustizia. Se invece sei palestinese e a colpirti è Israele, allora l’attenzione globale si accende all’istante: le piazze si muovono, i governi prendono posizione, i media raccontano ogni dettaglio. Non perché la tua sofferenza sia più grande o più ingiusta, ma perché è più funzionale: la questione palestinese non interessa davvero per la sua realtà storica o umana, ma per la sua utilità simbolica e politica.

Se ci fosse una volontà autentica di risolverla, qualcuno si chiederebbe come mai la Giordania abbia concesso la cittadinanza solo a una parte dei palestinesi fuggiti nel 1948, lasciando molti altri in una condizione di apolidia, oppure perché, a oltre settant’anni di distanza, esistano ancora campi profughi che avrebbero potuto essere smantellati da decenni. La verità è che quei campi servono: servono a mantenere aperta la ferita, a perpetuare il simbolo, a fare della Palestina non un problema da risolvere, ma un eterno strumento di mobilitazione e controllo.

Il conflitto israelo-palestinese è diventato così uno specchio delle ipocrisie globali: un dramma reale trasformato in scenografia politica, uno strumento per alimentare identità contrapposte e consolidare poteri, più che per tutelare diritti o costruire pace. E mentre lo sguardo del mondo resta fisso su Gaza, le guerre dimenticate, le dittature alleate, le crisi sistemiche continuano indisturbate, invisibili, perché non servono a nessuno.

La centralità della questione palestinese nel discorso pubblico globale va compresa non solo come il riflesso di un dramma storico reale, ma come il sintomo di un meccanismo più profondo che intreccia geopolitica, ideologia e psicologia collettiva. Da decenni quel conflitto rappresenta un terreno privilegiato su cui potenze, media e opinioni pubbliche proiettano le proprie categorie morali: oppressore e oppresso, vittima e carnefice, giustizia e violenza. È un teatro simbolico in cui l’Occidente cerca di riaffermare la propria narrazione storica e morale e il cosiddetto Sud globale vi proietta nuove forme di identità e di legittimazione, mentre gli attori regionali lo impiegano come strumento per ridefinire i propri equilibri di potere. Ma è anche, e forse soprattutto, una valvola di sfogo: un tema moralmente chiaro e politicamente sicuro su cui convogliare indignazione, appartenenze e illusioni di partecipazione, mentre le questioni strutturali ¬ la concentrazione del potere, la crisi del modello economico, la trasformazione antropologica ¬ restano ai margini del dibattito pubblico, escluse dal campo effettivo della discussione collettiva.

Questa dinamica rivela un tratto tipico delle società spettacolari di cui parlava Guy Debord¹: la tendenza a sostituire la complessità con simboli facilmente manipolabili, a costruire consenso attraverso rappresentazioni semplificate. L’uomo contemporaneo, descritto da Byung-Chul Han², è immerso in un orizzonte di trasparenza e saturazione che anestetizza l’esperienza e la priva della sua profondità. Allo stesso tempo, come ammonisce Noam Chomsky³, la selezione e la ripetizione ossessiva di determinati temi orienta l’agenda, disciplina l’opinione pubblica e distoglie lo sguardo dai veri centri del potere. Così, mentre il conflitto israelo-palestinese continua a produrre tragedie reali, la sua sovraesposizione opera anche come strumento di distrazione e di controllo simbolico.

In questa ambiguità – tra verità storica e uso politico, tra compassione autentica e manipolazione mediatica – si misura forse una delle più grandi ipocrisie del nostro tempo: quella di un mondo che grida per la giustizia in Palestina, ma tace di fronte ai meccanismi sistemici che alimentano ogni forma di oppressione.

Tutto questo accade in un tempo in cui l’uomo, svuotato della sua profondità spirituale e privato di appartenenze autentiche, è divenuto più esposto e vulnerabile al potere come non lo era mai stato. La modernità lo ha reso manipolabile: incapace di pensare fuori dal perimetro del consentito, docile nell’accettare narrazioni prefabbricate, disposto a chiamare libertà ciò che è soltanto scelta tra opzioni già decise. In questo orizzonte, il conformismo non è più una patologia sociale: è la condizione normale dell’esistenza politica. La logica che regge questo ordine è antica: divide et impera. Ma oggi essa assume forme più sottili. Non si divide più soltanto per governare, ma per neutralizzare ogni potenziale di cambiamento. Identità artificiali e contrapposizioni ideologiche vengono coltivate per impedire la nascita di un linguaggio comune del dissenso, per spezzare in frammenti ciò che potrebbe diventare forza collettiva. Così, il conflitto orizzontale ¬ tra poveri e poveri, tra oppressi e oppressi ¬ diventa lo strumento più efficace per mantenere intatto l’ordine verticale. In questo contesto, il vero dissenso, quello che mette in discussione le fondamenta, che interroga le premesse stesse del potere, non viene più represso con la forza. È silenziato, marginalizzato, deriso, delegittimato. Chi osa porre domande radicali viene spinto ai margini del discorso pubblico, confinato nella caricatura dell’estremismo o del complottismo, finché la sua voce perde peso prima ancora di essere ascoltata. È così che si spegne il pensiero critico: non con la censura esplicita, ma con l’isolamento sistematico.

Ciò che muove le coscienze è la sofferenza in sé, nella sua nuda evidenza, nel suo potere di scuotere e smuovere. Ed è proprio per questo che il potere la utilizza non per risolverla, ma per incanalare la reazione che essa suscita: la trasforma in un’emozione collettiva immediata, spesso superficiale, che non scava né mette in discussione l’ordine esistente. Così la sofferenza, invece di aprire varchi di consapevolezza e cambiamento, diventa il catalizzatore di una risposta epidermica, controllabile e sterile.

Il paradosso più sottile e inquietante del nostro tempo è che il dolore è ovunque, ma non entra quasi mai dentro le persone. Resta sulla pelle: lo si indossa per un giorno, lo si grida in piazza, lo si trasforma in slogan o in bandiera, ma raramente diventa conoscenza interiore, coscienza profonda, principio di trasformazione. È un dolore che non scava, che non scardina, che non cambia nulla, un dolore epidermico, reattivo, destinato a dissolversi non appena l’attenzione collettiva si sposta altrove. Questa superficialità dell’esperienza non è casuale: è l’emblema di un sistema che privilegia l’emozione al pensiero, la reazione al giudizio, l’immediatezza alla profondità. Il dolore autentico, quando si radica, è pericoloso: interroga le cause, mette in discussione l’ordine, apre fratture nella continuità del potere. Ma un dolore superficiale è innocuo: canalizzato, prevedibile, temporaneo. Può persino essere utile, perché dà l’illusione della partecipazione senza produrre cambiamento reale. Eppure proprio il dolore, quando non è ridotto a segnale o pretesto, può diventare porta: porta verso la conoscenza di sé e del mondo, verso la consapevolezza che la sofferenza non è soltanto qualcosa da evitare ma da comprendere e attraversare⁴.

Il dolore che ci attraversa ci mette in relazione con l’altro, ci obbliga a interrogarci sulle nostre responsabilità, ci restituisce alla dimensione profonda dell’umano. Solo se lo lasciamo entrare, esso può diventare il principio di una trasformazione reale.

Il dolore, quando viene catturato e organizzato, perde la sua natura originaria e diventa linguaggio del potere. Non è più esperienza che interroga, ma strumento che orienta. E così, ciò che dovrebbe spezzare le strutture del dominio finisce per esserne inglobato, diventando parte della loro grammatica.

Nel tempo, le società hanno imparato che nulla è più utile di una ferita permanente: non solo mantiene viva la memoria, ma fornisce una fonte inesauribile di legittimazione, consenso e disciplina. La sofferenza collettiva diventa allora una sorta di infrastruttura politica: non qualcosa da curare, ma da amministrare; non una realtà da trasformare, ma da gestire.

Questa logica, portata alle sue estreme conseguenze, mostra il volto più inquietante del potere contemporaneo: la capacità di trasformare persino l’ingiustizia in ordine, la tragedia in sistema, la protesta in stabilità. È qui che la questione palestinese ¬ come altre ferite irrisolte della storia ¬ rivela il suo significato più profondo: non è soltanto il simbolo di una violenza non sanata, ma la prova di quanto la violenza possa essere resa funzionale al suo stesso perpetuarsi.

Una ferita chiusa non mobilita più passioni, non alimenta identità, non giustifica strategie. Una ferita guarita costringerebbe a ripensare l’ordine, a redistribuire responsabilità, a ridefinire equilibri consolidati. Per questo è necessario mantenerla aperta: abbastanza sanguinante da suscitare empatia, abbastanza irrisolta da restare utile.

I campi profughi, che avrebbero potuto scomparire da decenni, ne sono il simbolo più eloquente: monumenti viventi a una condizione che non deve cambiare, pena la perdita della sua potenza politica.

Questa logica si riflette anche nelle vite individuali. Ricordo le parole di un amico che, ai tempi dell’università, mi raccontava di una ragazza a Gaza: non le era stato permesso lasciare la Striscia, come accade a moltissimi abitanti, soggetti a restrizioni arbitrarie e a permessi difficili o impossibili da ottenere. E anche se un giorno l’autorizzazione fosse arrivata, che senso avrebbe avuto? Quando la tua vita è ormai radicata in un luogo, quando hai figli, legami, responsabilità, dove dovresti andare? In molti casi non esiste più un “fuori” a cui tornare: l’immobilità si è già trasformata in destino.

Sì, questo è accaduto e accade ancora oggi. Vivere a Gaza significa, per la maggior parte della popolazione, non poter uscire liberamente. Dal 2007, quando Hamas ha preso il controllo della Striscia, la chiusura è divenuta pressoché totale. Israele controlla i confini, lo spazio aereo e le acque; l’Egitto sigilla il valico di Rafah. Chi desidera partire ha bisogno di permessi quasi impossibili da ottenere. La maggioranza resta intrappolata in un territorio minuscolo e sovraffollato, uno spazio che la stessa ONU ha definito “prigione a cielo aperto”. E qui nessuno è innocente. Israele giustifica il blocco come misura di sicurezza; l’Egitto coopera per ragioni strategiche; Hamas scoraggia spesso l’uscita dei giovani perché l’emigrazione indebolirebbe la narrativa della resistenza e svuoterebbe Gaza della sua forza simbolica.

A questa dinamica si aggiunge, più indirettamente ma non meno emblematicamente, anche la Giordania. Pur non confinando con Gaza, controlla ¬ insieme a Israele ¬ l’unico valico terrestre della Cisgiordania verso l’esterno, il Ponte Allenby, sottoponendo i palestinesi a procedure complesse, permessi difficili e restrizioni severe. Al tempo stesso, ha scelto di concedere la cittadinanza solo a una parte dei profughi, lasciando molti in una condizione di precarietà giuridica e sociale. Dietro questa politica ambivalente pesano tanto i timori interni ¬ oltre metà della popolazione giordana è di origine palestinese ¬ quanto le alleanze strategiche con Israele e Stati Uniti. Anche così, in modo meno visibile ma non meno efficace, si perpetua la condizione di sospensione e di immobilità di un popolo che sembra destinato a non avere mai davvero un “fuori” a cui tornare.

Questa immobilità non è un effetto collaterale: è parte integrante della strategia. Il popolo di Gaza resta intrappolato perché la sua presenza ¬ confinata, sofferente, senza via di fuga ¬ serve alla narrativa e al potere di tutti gli attori coinvolti. In questa gabbia collettiva si intrecciano anche dinamiche sociali: matrimoni precoci, vincoli familiari, povertà diffusa. A un certo punto molti sono già legati a una vita da cui non possono più fuggire. Oggi, poi, nel pieno di una guerra feroce e di bombardamenti incessanti, la chiusura è pressoché totale: lasciare Gaza è di fatto impossibile.

E tuttavia, accanto a quella sofferenza concreta e devastante, si staglia un’altra realtà, amara e sottile, ma non meno rivelatrice: la nostra incapacità di lasciarci toccare davvero. Quel dolore ci attraversa lo sguardo ma non ci entra dentro, lo trasformiamo in gesto, in parola, in piazza, ma raramente in coscienza. Rimane esterno, resta reazione, non diventa mai principio di comprensione o di cambiamento. È in questa distanza, tra chi soffre e chi osserva, che si manifesta il limite più profondo della nostra epoca.

E tuttavia, proprio in questa perversione si apre la possibilità di un pensiero critico autentico. Riconoscere che il dolore può essere strumentalizzato significa anche sottrarlo a questa logica: non celebrarlo, non idolatrarlo, ma restituirgli il suo statuto di interrogazione radicale, che non cerca consolazione, ma pretende cambiamento, che trasforma la ferita in domanda politica.

Perché finché il dolore rimarrà solo rappresentazione, non cambierà nulla. Solo quando tornerà ad essere realtà inammissibile, scandalo irriducibile, potrà di nuovo incrinare ciò che oggi appare immutabile. In quella incrinatura, sottile ma decisiva, si misura la possibilità stessa di una storia diversa.

Ed è qui che nasce un’amarezza profonda, che non è rassegnazione ma consapevolezza: la sensazione che ciò che dovrebbe accadere ¬ un risveglio, una rigenerazione, una metamorfosi dell’umano ¬ difficilmente accadrà. Eppure questa consapevolezza non può far rinunciare al dovere di continuare a ‘pensare’, denunciare, resistere. È un pensiero che sa che il mondo non cambierà, ma non smette di desiderare che accada. E in questa tensione sospesa — tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere — si cela forse la forma più alta della verità.

Ricordando che ogni trasformazione parte dall’uomo, da noi, da ciascuno.

Di Cinzia DM per ComeDonChisciotte.org

10.10.2025

NOTE

  1. G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini+Castoldi, Milano, 1997 (ed. orig. 1967).
  2. B.-C. Han, La società della trasparenza, Nottetempo, Roma, 2014.
  3. B.-C. Han, Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere, Nottetempo, Roma, 2016.
  4. Eschilo, Agamennone, vv. 177: πάθει μάθος (pathei mathos, “attraverso la sofferenza, la conoscenza”). Il celebre verso, che riassume uno dei principi fondamentali della tragedia greca, esprime l’idea che la conoscenza autentica - quella che trasforma l’uomo e lo conduce a una consapevolezza più profonda di sé e del mondo - non nasce dall’astrazione o dall’esperienza felice, ma dal dolore e dalla prova. È solo attraversando la sofferenza, infatti, che l’essere umano rompe l’illusione, conosce il limite e si apre alla verità.
  5. N. Chomsky – E. S. Herman, La fabbrica del consenso. L’economia politica dei mass media, Il Saggiatore, Milano, 2002 (ed. orig. Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media, Pantheon Books, New York, 1988).

Commenti (32)

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Mostra commenti 32 caricati
    1. Sic 13 ottobre 2025

      E il coltello di san Tommaso.

    1. sim 11 ottobre 2025

      Direi piuttosto che "[...] un risveglio, una rigenerazione, una metamorfosi dell’umano [...]" senza alcun dubbio accadrà, ed è imminente:
      https://sfero.me/article/apocalisse-punto-siamo-cosa-sta-accadere-1749645515994
      Ma in verità ogni vera e buona 'trasformazione' parte da Dio solo; starà poi a ciascuno la scelta: se assecondarla oppure opporvisi.

    1. Jocondor 11 ottobre 2025

      Che due maroni, non va mai bene niente.
      Soprattutto a quelli che scrivono, parlano, e non fanno niente altro: criticano e basta. Che noia.

    2. CptHook 11 ottobre 2025

      Anche per lei vale quanto risposto a Teopratico.

    3. ric 12 ottobre 2025

      scrivere , parlare , criticare e' gia' molto rispetto a quelli che riempiono le piazze per i concerti , oltre a quelli che riempiono lo stadio... Ma sempre migliori di quel " Mattarellum " che chiama eroi quelli che sanno tirare una palla oltre una rete..Ricevesse il " tizio " almeno una volta chi ha perso il lavoro....farebbe un figurone !

    1. Teopratico 11 ottobre 2025

      La Palestina affaccia sul Mediterraneo e il nostro paese ha sempre avuto stretti legami con essa (tranne negli ultimi anni in cui abbiamo perso la posizione e il prestigio che avevamo), ed è normale che qui si manifesti a favore, fin da piccolo le immagini dei ragazzini che combattevano coi sassi i carri armati sono state per me un simbolo. L' autrice (evidentemente destrorsa come molti qui) sta rosicando, e anche questo è normale visto che la destra è dai tempi di sua eccellenza che non è in grado di portare milioni ( o comunque centinaia di migliaia) di persone per le strade. La cosa anormale è che si sfoghi qui l' autrice, d'accordo che il sito ha preso una brutta piega ma così si scava nella fossa, eh?

    2. ric 11 ottobre 2025

      la Palestina ha vissuto momenti positivi sotto il protettorato della TURCHIA , esattamente come la LIBIA . poi sono arrivati gli inglesi in Palestina e quella porcheria degli itaglioti in Libia...ed e' stata la fine per entrambi.

    3. CptHook 11 ottobre 2025

      Mi permetto di dissentire e ricavo l'impressione che lei non abbia colto il senso vero dell'articolo, cioè che forse abbia guardato il dito ma non abbia visto la luna cui quel dito punta..., sintomatico quel suo voler etichettare l'autrice (destrorsa, sinistrorsa, ancora perdiamo tempo con queste etichette ammuffite?) e anche CDC, se i lettori o i collaboratori o entrambi non saprei.
      Sì, direi che questo suo commento dimostri una notevolissima superficialità e, per certo, se abbondassero simili commenti allora sicuramente vorrebbe dire che ci stiamo scavando la fossa.
      Termino invitandola, se tanto le preme che quanto sopra non avvenga, a scriverci indicandoci dettagliatamente i nostri peccati in opere e/o omissioni; oppure si cimenti lei in un articolo a confutazione che potrà inviarci e che saremo ben lieti di pubblicare.
      Cordialmente Suo.

    4. Teopratico 11 ottobre 2025

      Eh no, io sono un lettore e ho tutto il diritto di rimanere tale e criticare un articolo, o bisogna scrivere dei contenuti per il sito per poter criticare? Ammetto che il mio commento era superficiale (niente in confronto a certi beceri commenti che spesso si leggono qui a cui nessun moderatore pone alcun freno, mah?) in quanto non ho letto l' articolo oltre i primi due paragrafi, posso essere irritato se si sminuiscono le recenti manifestazioni a mio avviso assai spontanee? Certo che PD e CGL ci abbiano subito messo il cappello sopra, stando all' opposizione gli è risultato facile, ciò non può togliere però alcuna legittimità a un sano rigurgito di massa. Non è il primo articolo che tende a sminuire, a definire eterodirette quelle manifestazioni e pur avendo abbandonato da decenni anch'io la dialettica dx/sx non posso non notare un certo fastidio in alcuni autori. Leggerò per intero l' articolo e sono pronto a fare marcia indietro e chiedere venia dovesse stupirmi. Saluti.

    5. Teopratico 11 ottobre 2025

      Proprio ieri sera ho visto un film curioso "Il grido della Terra" di Duilio Coletti 1942, il tema era degli ebrei che dai campi profughi europei emigravano clandestinamente in Palestina ( non viene ancora nominato Israele nel film), qui molti di loro divenivano terroristi ma non contro gli arabi bensì contro l'esercito inglese, non conosco affatto la storia di Israele ed è stato strano vedere questa opposizione,mah?

    6. ric 12 ottobre 2025

      La \"Fuga in Egitto\" è un episodio biblico narrato nel Vangelo di Matteo, in cui Maria, Giuseppe e il bambino Gesù si rifugiano in Egitto per sfuggire all'intento di re Erode di uccidere Gesù (la strage degli innocenti). Questo viaggio, in cui la Sacra Famiglia affronta difficoltà e pericoli, è diventato un tema molto comune nell'arte, che spesso raffigura il loro viaggio e il "Riposo durante la fuga".

      mi sa che una posizione di rilievo , sta nel fatto che il cristianesimo con sede a Roma affermava che Gesu ' Cristo sia nato in PALESTINA .
      Poi tutto e' cambiato . i soliti noti scappellati , antenati del LETAMIAU ,tracciavano il percorso da seguire , ed ora la fuga la deve fare un popolo intero.

    7. ric 12 ottobre 2025

      e non solo...anche contro l'italia..

      L'attentato all'ambasciata del Regno Unito in Italia avvenne nei pressi di Porta Pia a Roma il 31 ottobre 1946 e fu rivendicato dall'organizzazione paramilitare sionista Irgun Zvai Leumi.[1] L'esplosione di due bombe temporizzate, inserite in valigie e lasciate all'ingresso dell'ambasciata, ferì due persone e danneggiò irreparabilmente l'edificio. L'Irgun colpì l'ambasciata perché la riteneva un ostacolo all'immigrazione illegale di ebrei nella Palestina mandataria.[2] Uno degli obiettivi previsti dall'Irgun, l'ambasciatore Noel Charles, era in licenza durante l'attacco.
      Fu subito stabilito che i militanti stranieri dell'Irgun erano dietro l'attacco e, sotto la pressione del Regno Unito, la Polizia di Stato, i Carabinieri e le Forze di Polizia Alleate perquisirono e radunarono numerosi membri dell'organizzazione Betar, che aveva reclutato militanti tra i profughi sfollati.[3] A conferma dei timori per l'espansione del terrorismo ebraico oltre la Palestina mandataria, quello all'ambasciata fu il primo attacco contro personale britannico da parte dell'Irgun sul suolo europeo.
      I governi britannico e italiano avviarono un'indagine approfondita e conclusero che l'attacco era stato organizzato dagli agenti dell'Irgun della Palestina mandataria. L'attentato fu condannato dai leader delle agenzie ebraiche che sovrintendevano ai loro rifugiati. L'Italia promulgò successivamente una rigida riforma sull'immigrazione, mentre nel Regno Unito aumentò il sentimento antisemita. Durante i primi anni cinquanta, Israele fece pressione sui Britannici per spingere il governo italiano a non perseguire i militanti. Nel 1952 otto sospetti, tra cui il capobanda Moishe Deitel, furono processati in contumacia e ricevettero condanne lievi che andavano da 8 a 16 mesi.

    8. Teopratico 12 ottobre 2025

      Tolta la foto e i riferimenti alle manifestazioni l' autrice sa scrivere e ragionare bene, certamente ha una preparazione filosofica che riuscirebbe anche a trasferire in maniera ficcante, ma non si può arrogare alcun diritto sul dolore se fa riferimento ai fatti, ché forse lei sa esperire il dolore in maniera migliore, che fugga dalle strategie del potere? Si può insegnare la maniera di sentire ed esprimere il dolore? E a quali dosi? Se così fosse ci dica cosa dovremmo fare con questo nostro dolore, nei fatti, se vuol parlare di fatti, altrimenti rimanga nell' ambito della saggistica, a mio parere naturalmente.

    9. Moderatore 12 ottobre 2025

      Il suo commento era finito in attesa in via automatica, per via dell'impiego dei collegamenti ipertestuali ai relativi link. Ricordiamo che non si può inserire più di un link per commento e che ne va fatta sempre la descrizione. La invitiamo a rispettare tale regola, onde evitare che il commento finisca in attesa di approvazione. La ringraziamo della collaborazione.

    10. Fantine 12 ottobre 2025

      La foto è una scelta redazionale, di cui non si fatica a cogliere l'intento. Peraltro condivido che c'entri poco con il testo. Apprezzo l'onestà intellettuale di questo suo commento dopo la lettura del pezzo. Mi permetto di indicarle un passaggio per rispondere alla sua legittima domanda:

      E tuttavia, proprio in questa perversione si apre la possibilità di un pensiero critico autentico. Riconoscere che il dolore può essere strumentalizzato significa anche sottrarlo a questa logica: non celebrarlo, non idolatrarlo, ma restituirgli il suo statuto di interrogazione radicale, che non cerca consolazione, ma pretende cambiamento, che trasforma la ferita in domanda politica.
      Perché finché il dolore rimarrà solo rappresentazione, non cambierà nulla. Solo quando tornerà ad essere realtà inammissibile, scandalo irriducibile, potrà di nuovo incrinare ciò che oggi appare immutabile. In quella incrinatura, sottile ma decisiva, si misura la possibilità stessa di una storia diversa.

      Anche nel finale c'è qualche spunto di riflessione lasciata aperta, senza indicazioni specifiche, perchè in fondo ciascuno è misura di se stesso.

    11. ric 12 ottobre 2025

      ok...sono un po' smemorato...

    12. Teopratico 12 ottobre 2025

      La ringrazio per questo commento, ché l' attenzione verso un lettore, che critica poi, è un valore. Penso che qualsiasi passione sia strumentalizzata dal potere, o meglio: nella strumentalizzazione delle passioni sta il potere. Forse il dolore viene sfruttato per reiterare cicli depressivi utili allo status quo, è la rabbia però la passione più pericolosa, facile da innescare ( magari a seguito di tanti cicli depressivi?) e da reindirizzare dove si vuole. Mi chiedo perché abbia parlato di dolore e non di rabbia.

    13. Fantine 13 ottobre 2025

      Certo, qualunque passione può essere orientata e utilizzata dal potere: non solo il dolore, ma anche la rabbia, la paura, l’entusiasmo. In questo caso si è parlato del dolore perché è proprio il dolore - nel contesto della Palestina - ad essere continuamente esposto, spettacolarizzato e reso linguaggio politico.
      Ciò non significa che altre emozioni non siano ugualmente manipolabili. Semplicemente, qui è il dolore a costituire la materia prima di una narrazione che si rinnova nel tempo.
      Proseguendo nella direzione data dalla sua riflessione, ritengo che la rabbia e il dolore appartengano a registri emotivi diversi: la rabbia esplode, il dolore permane. Ed è proprio in questa differenza che il potere trova forme differenti per indirizzarli.
      Ma è altrettanto vero, come osserva, che spesso comunicano, si contaminano, scorrono l’uno nell’altro. La rabbia può nascere dal dolore e il dolore riaccendersi in rabbia ed è in questa osmosi che si giocano molte delle dinamiche più profonde. Del resto, l’essere umano non è fatto in compartimenti stagni.
      A mio avviso, però, la rabbia è lampo, il dolore brace. È per questo che il potere lo teme e al tempo stesso lo sfrutta.
      Grazie a lei di questo scambio.

    14. omega 15 ottobre 2025

      Ma non le sembra strano che la destra manifesti una certa simpatia per Israele e la sinistra per i palestinesi?
      Dovrebbe essere il contrario, essendo che gli ebrei sono stati perseguitati dai nazifascisti, mentre tanti ebrei sono stati capi del comunismo, compreso il suo fondatore.

    15. Teopratico 15 ottobre 2025

      Si, a uno sguardo che voglia semplificare è così e l' ho sempre pensato. Poi la realtà è complessa ché manco riesco a capirla, per esempio l' estrema dx è dalla parte dei palestinesi, da sempre che io ricordi. La cosa strana che vorrei ribadire è anche che la sx è sempre scesa in piazza, è presente (adesso meno) sul territorio, centri sociali, concerti, feste e festival, ciclofficine, laboratori. La dx, oltre alle connivenze più spregiudicate (servizi segreti, polizia, criminalità) e a qualche manifestazione ( non certo oceaniche), ultimamente sporadiche presenze sul territorio nelle periferie, la dx che cavolo fa? Ma non si annoiano a lucidare spranghe e manganelli? Sarà per questo che, pur rifiutando da vent'anni di definirmi comunista/ di sx, ho sempre frequentato gente di sx e i loro luoghi.

    16. omega 15 ottobre 2025

      Risposta sbagliata.
      La destra non ama le manifestazioni chiassose perchè è legalitaria e per l'ordine, fatta di persone che lavorano, si occupano delle famiglie e che vivono la vita e che quindi non hanno tanto tempo da perdere in chiacchere, manifestazioni e scioperi; ma soprattutto perchè a destra si rispetta il principio che bisogna dar fastidio al prossimo il meno possibile.
      La sinistra invece, per antica tradizione, tende ad essere facinorosa e sabotratrice, giocando a distruggere e non a costruire, soprattutto quando è perdente o all'opposizione, mentre quando governa diventa oppressiva alla 1984 maniera.
      Anche sugli ebrei risposta sbagliata.
      E' vero che l'estrema destra è tendenzialmente antisemita, ma anche questa è più antisemita che antisionista, mentre la sinistra è più antisionista che antisemita.
      Dovrebbe invece riflettere sul fatto che gli ebrei non sono tutti uguali come orientamento politico.

    17. Teopratico 15 ottobre 2025

      Ma che fa interloquisce a trabocchetto? E ha le idee più confuse di me, se ne stia a casa col Dio, col padre e familias, e chiuda la porta a quattro mandate la sera che le potrebbero rubare l'argenteria guadagnata col sudore.

    18. Moderatore 20 ottobre 2025

      La invitiamo a moderare i toni nei confronti del suo interlocutore e a non andare sul personale. La ringraziamo della collaborazione.

    19. omega 21 ottobre 2025

      Beato lei che non ce l'ha l'argenteria; o mi sbaglio?

    20. Teopratico 22 ottobre 2025

      Non posseggo nulla, nemmeno un mattone, e se lo avessi non lo scaglierei contro nessuno. E non ho nemmeno piacere a interloquire con lei.

    21. omega 24 ottobre 2025

      Il dispiacere è tutto mio.
      Fine delle trasmissioni.

    1. omega 11 ottobre 2025

      Nessuno manifesta per certi massacri, che non vengono nemmeno fatti vedere.
      L'articolo mi piace molto.

    1. Martin 11 ottobre 2025

      Mah... quanto segue cercando di allargare il tiro o di inquadrare in un'ottica più ampia......

      La cifra dei civili iracheni uccisi nella seconda, illegale invasione dell' Iraq (2003-2006) secondo alcuni studi USA (The Lancet, etc) oscilla tra i 600.000 ed i 700.000. La cifra dei civili, in gran parte bambini e infermi, uccisi dall'embargo Clinton/ONU degli annni 90 scilla tra i 300.000 ed i 400.000.

      Quanto ai metodi, nel primo caso sono stati utilizzate massicciamente le bombe a grappolo (cluster bombs, i dettagli sono da horror puro) ed in alcuni casi anche il fosforo (Falluyah); per il secondo, l'embargo aveva compreso perfino antibiotici di base, formule per lattanti, aghi e antidolorifici (niente anestesie!).

      George Bush - per inciso, un credente evangelico protestante - si è ritirato a vita privata ed almeno evita di parlare.

      Tony Blair - protestante anglicano - (diventato plurimilionario durante e dopo Downing Hill- poi si attacca Berlusconi come corrotto, LOL) invece ora ha un grosso business di consulenze internazionali e continua non solo a parlare, ma anche a anche a reclamare nuovi incarichi, anche a Gaza (un classico stile Esopo, la volpe messa a far la guardia al pollaio).
      Nel 2007 si è perfino convertito al cattolicesimo, per accreditarsi - roba da teatro dei pupi siciliano.

      Andando al punto, i due non sono stati puniti - figuret - e l'intera guerra all' Iraq è stata trattata dai mass media occidentali come se fosse stata un innocente incidente di percorso, con danni relativi.

      Relativi?

      Eh si, ma soprattutto si continua pervicacemente a far finta che le vittime innocenti siano tutte uguali, quando c'e' una evidente gerarchia delle vittime (non aprite quella porta!!!), alcune sono più innocenti di altre - o lavate con Dixan.

      Se Putin - qualunque opinione si abbia della guerra russo-ucraina - avesse adottato gli stessi standards (ed avrebbe potuto e potrebbe, via bombardamenti) i morti civili in Ucraina sarebbero diversi milioni....

      Si campa a suon di favole e balle, che tocca fare?

      Ma resta fermo che la sollevazione dell'opinione pubblica internazionale nei confronti del massacro a Gaza è un fatto molto positivo.

      E' positiva sembra anche la pace, anche se arrivata dopo la distruzione di Gaza, circa 70.000 morti (80% bambini e donne), e decine di migliaia di mutilati a vita. Oltre un anno con Blinken che "negoziava" e copriva gli Israeliani.

      Ora si tratta di vedere se Israele rispetterà gli accordi e sopratutto se ha accantonato (non abbandonato, figuret) la fantasia porno - biblica della Eretz Israel, fatto del quale tutte le persone appena normali non possono che dubitare.

    1. alduccio 11 ottobre 2025

      ..nessuno si mobilita, nessuna piazza si riempie, nessun editoriale invoca giustizia. Quanto ha ragione signora mia!
      prendiamo per esempio la ormai dimenticata doppia guerra del golfo, sobillata dalla solita élite sacerdotale, somigliante anche quella ad un enorme sacrificio rituale di civili a memoria di eventi passati.
      Il governo degli Stati Uniti sostiene che l'esercito statunitense abbia ucciso circa 160.000 civili innocenti. Il governo iracheno sostiene che il conto del macellaio sia stato tra uno e due milioni. Le ONG in genere indicano cifre comprese tra 500.000 e due milioni. La cifra effettiva delle persone uccise direttamente dal personale militare americano è probabilmente più vicina ai due milioni; e questo senza contare le persone che sono morte perché il loro Paese è stato distrutto senza motivo (sete, fame, malattie, violenza secondaria).MK Kerrigan
      ma ci ritorneremo, signora mia!

    2. ric 11 ottobre 2025

      non e' che nessuno si mobiliti per questo o per quello ....

      la truffa mediatica sta' nel fatto che il potere economico/politico ha tutti i mezzi a sua disposizione per imbonire , aizzare , ed imporre lavaggi dei cervelli sottostanti...
      il popolo ha nulla disposizione se non la piazza. Che poi deve essere autorizzata , incanalate , deviata , e caricata a comando . La piazza ha anche la debolezza di subire infiltrazioni impossibili a fermare , ma a quanto pare mai nessuno viene arrestato e identificato ,( chissa' chi li manda e a cosa servono ) !!

      il popolino ha nessuna voce in capitolo ,tantomeno il sostegno della attuale sinistra , deve scendere in piazza per farsi sentire, e se fanno una manifestazione le tv tutte di stato , quando non private ne manipolano sempre gli intenti. Ma il potere ha a sua disposizione tutti i sistemi divulgativi per affermare le sue istanze comperando pezzi di mer..a di giornalisti che per 4 denari venderebbero la propria madre al diavolo. Mai visto il settore imprenditoriale chiedere il permesso e autorizzazione per fare un corteo nelle strade o bloccare una strada .

      poi se tocchi un poliziotto ti ricevi una manganellata in testa nelle migliori delle ipotesi .e passi per terrorista.
      Date spazio televisivo alle istanze del popolo dal momento che la televisione e' di tutti, ma non tutti possono esprimersi nel cubo magico...,sui giornali, date visibilita' alle richieste della gente , senza dover essere insultati dal solito Debbio. che si arroga di essere il Verbo Unico , e si gli va storta la manovra alza la mano interrompendo bruscamente l' interlocutore con un :ma ora voglio sentire il parere di...tizio o di caio, oppure con la PUBBLICITA' da mandare in onda per fare fatturato ....

      chi ha coraggio si veda questo ipocrita.....

    1. gabedo 11 ottobre 2025

      Ottimo. Aspetto con ansia che si parli degli immigrati in Francia e Italia che vivono di sussidi....

    2. Martin 11 ottobre 2025

      In Francia sono tra i 6 ed i 7 milioni, in Italia mi sembra siamo sui 2 milioni, ma il livello dei sussidi è incomparabilmente più alto in Francia (fatto che si nasconde costantemente). Inoltre, sia in Francia che in Belgio ci sono già ampie fasce delle terze e quarte generazioni non integrate, un falimento epocale.
      La Francia di oggi è quello che il PD voleva per l'Italia, e sta letteralmente fallendo.

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