Di Stefano Vespo per ComeDonChisciotte.org
Andare, via terra o via mare; per raggiungere le mura di Gaza; e tentare l'inaudito, l'impossibile; e aprire quelle mura; e finalmente entrare nel recinto del genocidio e fare cessare il massacro ostinato e bestiale; sono stati un' idea, un sentimento, comuni a molta gente.
Realizzato nel progetto di marce via terra, che attraversassero la penisola del Sinai, e poi nelle flotte salpate dai porti di paesi di tutto il mondo.
Da dove sono nate quest' idea, quest'emozione profonda? Dall'aver provato sul proprio corpo tutto quel male; dall'averlo sentito come una piaga aperta nel nostro stomaco.
Ci sentivamo i testimoni impotenti di un rituale di sangue celebrato dai governi di tutti gli stati del mondo.
Non volevamo precipitare nel buio verso cui ci spinge ancora questo atto privo di qualunque luce umana; non volevamo accettare un mondo in cui governasse la forza, cieca e brutale, essere suoi complici: il nostro sacrificio sarebbe stato un modo per salvarci da quel buio.
E tutto questo è avvenuto prima che la vergogna dello sterminio trascinasse folle per le strade di molte capitali europee; prima che la propaganda dell’informazione occidentale, ormai scoperta nel suo intento negazionista, virasse verso la timida concessione della realtà di un genocidio che procede già da due anni e che ormai si avvia verso la sua orrenda conclusione; prima che sindacati e partiti di sinistra cogliessero l’occasione per avere un seguito consistente alle loro manifestazioni, ai loro scioperi, ormai fuori dal pericolo di conseguire un risultato concreto.
Ma le carovane di automobili che hanno attraversato il Nord Africa si sono concluse nelle prigioni egiziane; e le flotte navali che dal 2010 tentano di forzare il blocco di Gaza imposto da Israele, assaltate illegalmente in acque internazionali, hanno terminato anch’esse il loro viaggio con arresti ed espulsioni; e l’ultima flotta ha avuto l’inquietante sapore di un’operazione di distrazione mediatica.
Arresti e denunce paradossali, perpetrati da uno stato che sottomette la legge e il diritto alla forza; ma anche strumentalizzazione e sfruttamento dell’impatto mediatico sono state e continuano ad essere la conclusione banale di questo anelito al bene, alla giustizia.
Viviamo in un mondo in cui non sono possibili neanche i gesti di disperata generosità.
Indifferenza, opportunismo, oppure l’aperta complicità, nonostante le piazza piene, continuano ad essere le reazioni più diffuse nella società italiana.
Ma di cosa sono piene realmente le piazza delle nostre città? Di quale rivendicazione? Le piazze sono piene soprattutto di malessere, di sfiducia, di un senso di fallimento. Un malessere economico che nasce dallo smantellamento dello stato sociale frutto delle politiche neoliberiste; una sfiducia che ha origine nella distanza sempre più marcata tra il popolo e una una classe politica immobilizzata, impotente, legata agli interessi di un ristrettissima oligarchia finanziaria e industriale globale; il fallimento delle promesse di libertà pace e benessere delle società liberali.
Cercare qui la purezza è da illusi. E la rotta delle flotte umanitarie ha semplicemente descritto questa nostra condizione.
Affondiamo in un grigio torpore, nell'insensibilita' al male, nel cinismo; e il breve visionario moto di riscatto si è già trasformato in polemica da salotto televisivo, in futile scontro verbale, in distrazione.
Ormai la vicenda dell’ultima flotta ha saturato l’interesse dell’opinione pubblica, ha fornito lo spettacolo che ha saziato le coscienze con un evento collettivo e catartico. Adesso, nel silenzio appagato che segue, potrà proseguire e concludersi il genocidio: i Palestinesi superstiti verranno spinti verso l’Egitto, verso i paesi del nord Africa, verso le rotte dell’immigrazione clandestina.
La flotta, lanciata nel luminoso mare Mediterraneo, carica della nostra spontanea fiducia nel bene, si è già arenata nella palude delle nostre anime.
Ormai siamo a un passo dalla cancellazione della Palestina. Il moto di protesta è arrivato tardi, troppo tardi.
La domanda che dobbiamo porci adesso è cosa avverrà di noi, dopo il genocidio che si sta concludendo. Non possiamo sperare di chiuderci nelle nostre coscienze individuali: ci siamo dentro, intrisi ed attraversati: dentro una coscienza collettiva che ci rende tutti colpevoli.
Dopo che avverrà, tutti noi ci ritroveremo veramente nel buio che ormai intuiamo nella nostra profondità: tutto sarà possibile, dopo!
Questo sentire non è etico: è empatico. Ormai lo sentiamo, il buio. Ne avvertiamo l’angoscia.
Non so come spiegarlo meglio: è un buio interiore. La certezza indubitabile della realtà del buio. Non ha niente a che fare con la depressione o simili stati psicologici: è una certezza che non provoca lutto, ma consapevolezza.
Sarà il tempo della forza nella sua nudità, in cui perderemo la pietà anche per noi stessi. Il tempo in cui sarà difficile mantenere il senso della nostra umanità, dal momento che avremo coscienza di essere noi stessi i carnefici. Sarà come ingoiare tutto il buio in cui precipiteremo.
Cosa accadrà? Lo digeriremo o ci soffocherà?
Il genocidio andrà avanti e si compirà. Dopo, ripeto, tutte le nostre anime cadranno nel buio. Allora bisognerà camminare con una piccola luce nel labirinto, senza sapere se si troverà l'uscita.
I migliori tra noi dovranno sopportare anche il peso di una colpa collettiva, perché sarà la colpa che alimenterà quella luce, che ci spingerà a superare il nostro tempo.
Questo, ripeto, nel migliore dei casi: gli indifferenti, i collusi, i complici lo nutriranno, questo buio, ne faranno parte, vi si smarriranno.
Ecco il nuovo, profondo malessere che ci attende, privo di qualunque suono.
Quella parte nascosta di noi, vasta come l' universo e piccola come un granello di sabbia, ha compreso ciò che ci aspetta.
Di Stefano Vespo per ComeDonChisciotte.org
08.10.2025
Stefano Vespo. Poeta e scrittore. Laureato in Filosofia, attualmente insegna lettere al Liceo di Nicosia. Sposato, vive a Sperlinga. Scrive su temi di politica e società su ComeDonChisciotte.
natascia 10 ottobre 2025
Superare e riparare. Chiederete perdono e ripagare. Solo cosi’ la colpa viene superata. Con la colpa si imprigiona e si opprime: attività preferita di chi veramente colpa ha.