Di Nicola Bielli
Il reportage di Shane Smith , Vice News del 28 Maggio 2026, racconta una trasformazione profonda della guerra contemporanea, osservata durante l'esercitazione militare African Lion 2026 in Marocco, la più grande esercitazione multinazionale condotta dagli Stati Uniti in Africa. Il filo conduttore dell'intero documentario è una domanda: stiamo assistendo alla nascita di una nuova era militare dominata da droni, robot autonomi e intelligenza artificiale?
Shine Smith si trova a Camp America, nel deserto marocchino, dove osserva una simulazione di combattimento che sembra uscita da un film di fantascienza. Sul terreno operano elicotteri Apache, carri armati Abrams, caccia di quinta generazione, bombardieri B-52, droni e, soprattutto, veicoli terrestri autonomi guidati dall'intelligenza artificiale. La sensazione che emerge è che qualcosa sia cambiato radicalmente: due anni prima sarebbe stato impensabile vedere l'AI integrata ovunque; ora essa è presente in ogni fase dell'operazione militare, dall'analisi dei dati alla gestione dei sistemi robotici.
Uno dei protagonisti dell'inchiesta è un giovane tenente americano, 1st Lt. Vincent Gasparri Innovation Team Lead 173rd Airborne Brigade, laureato in ingegneria nucleare a West Point, che rappresenta la nuova generazione di militari cresciuti nell'era digitale. Secondo lui, la guerra in Ucraina ha prodotto una rivoluzione concettuale in quanto per decenni il potere militare è stato associato alla concentrazione di grandi quantità di risorse costose e sofisticate, mentre oggi piccoli strumenti a basso costo possono produrre effetti strategici enormi. Un drone FPV da poche migliaia di dollari può distruggere un mezzo blindato o addirittura colpire infrastrutture strategiche. È una trasformazione che rompe il rapporto tradizionale tra costo e impatto sul campo di battaglia.
Nel campo militare marocchino, il giovane ufficiale mostra una serie di droni costruiti e modificati da una brigata americana di stanza a Vicenza, in Italia. I militari acquistano componenti commerciali, li modificano con stampanti 3D e sviluppano autonomamente nuove soluzioni operative. Alcuni droni vengono utilizzati come bersagli per addestrare le difese anti-drone; altri sono equipaggiati per trasportare esplosivi e colpire obiettivi con precisione.
L'elemento più interessante è forse il metodo di lavoro. Non si tratta più di attendere che le grandi industrie della difesa producano sistemi completi poiché sono i giovani soldati a sperimentare, adattare e innovare direttamente sul campo. L'esercito americano sta diventando una sorta di laboratorio tecnologico permanente, dove il ciclo innovazione-test-impiego viene compresso da anni a settimane.
La parte relativa all'Italia è particolarmente clamorosa perché mostra come una delle innovazioni più significative dell'esercito statunitense nel campo dei droni non stia avvenendo in California, in Texas o in qualche grande centro tecnologico americano, ma proprio presso la base americana di Vicenza, in Veneto.
Durante l'intervista, il tenente Gaspari spiega che il suo reparto opera all'interno della comunità militare americana stanziata in Italia e che da oltre un anno e mezzo sta sviluppando un programma dedicato alla costruzione, modifica e impiego di droni FPV (First Person View), cioè quei droni economici che hanno rivoluzionato il conflitto in Ucraina. Il tenente mostra un drone chiamato "SkyRider", progettato e assemblato proprio a Vicenza; il sistema era stato inizialmente portato in Marocco come bersaglio per addestrare le unità anti-drone, ma rappresenta anche un esempio concreto della nuova filosofia americana: costruire rapidamente sistemi economici e adattabili senza attendere i lunghi cicli di sviluppo dell'industria militare tradizionale.
Il giornalista rimane colpito da questo fatto e sottolinea come sia insolito vedere soldati americani costruire droni d'attacco e contromisure anti-drone direttamente in una base italiana. La risposta del tenente è significativa:
Egli spiega che il percorso non è stato semplice. Per anni l'apparato burocratico e normativo dell'esercito americano rendeva estremamente difficile acquistare, modificare e armare droni commerciali. Servivano numerose autorizzazioni, approvazioni e passaggi amministrativi. Secondo il suo racconto, quando il progetto iniziò erano necessarie fino a quindici diverse autorizzazioni per poter acquistare un drone, modificarlo, equipaggiarlo e impiegarlo in addestramento. Solo recentemente cambiamenti nelle politiche federali statunitensi hanno permesso di accelerare enormemente il processo. Vicenza diventa così una sorta di laboratorio avanzato dove i giovani ufficiali possono sperimentare rapidamente nuove soluzioni senza attendere programmi centralizzati provenienti da Washington.
Ma il ruolo dell'Italia nel reportage non si limita alla base americana
Un altro passaggio riguarda infatti la collaborazione con aziende italiane. Gaspari cita esplicitamente una società altoatesina di Bolzano chiamata FlyingBasket, specializzata in droni cargo pesanti destinati originariamente al trasporto di materiali nelle Alpi. Secondo il racconto, alcuni militari americani notarono che questi droni civili possedevano caratteristiche potenzialmente molto utili anche in ambito militare e da qui nacque una collaborazione diretta con l'azienda italiana. Il risultato è stato lo sviluppo di sistemi capaci di trasportare fino a circa 200 libbre (oltre 90 chilogrammi) di carico utile. Si tratta di una capacità enorme per un drone multirotore.
Nella visione americana, questi mezzi potrebbero avere diverse applicazioni:
- rifornimento di unità isolate;
- trasporto di munizioni;
- supporto logistico in aree montuose;
- consegna di equipaggiamenti senza esporre personale al fuoco nemico;
- potenziale impiego offensivo tramite sgancio di carichi.
È significativo che un prodotto nato per portare materiali nelle vallate alpine venga considerato dagli americani come una piattaforma militare promettente. In controluce emerge un aspetto più ampio per l 'Italia, pur non essendo percepita come una superpotenza tecnologica nel settore della difesa, occupa una posizione strategica nella nuova architettura militare americana. Vicenza ospita infatti il quartier generale della 173rd Airborne Brigade, una delle principali unità americane schierate in Europa. La guerra in Ucraina ha reso questa brigata una delle più esposte ai cambiamenti del campo di battaglia europeo. La vicinanza geografica al conflitto e il continuo scambio di informazioni con gli alleati NATO hanno trasformato la base veneta in un osservatorio privilegiato dell'evoluzione della guerra dei droni. Lo stesso tenente afferma che la sua unità seguiva con estrema attenzione gli sviluppi del conflitto ucraino già molto prima che l'opinione pubblica occidentale comprendesse l'importanza strategica dei droni FPV.
Per questo motivo, quando nel documentario si parla della "rivoluzione militare" in corso, una parte importante di tale rivoluzione viene presentata come sviluppata proprio in Italia. Non nel senso che sia italiana, ma nel senso che uno dei laboratori più avanzati dell'esercito americano per sperimentare droni, robotica, reti di comunicazione e sistemi autonomi si trova oggi a Vicenza.
In altre parole, il reportage suggerisce implicitamente che il Veneto sta svolgendo, per la nuova guerra tecnologica americana, un ruolo non troppo diverso da quello che durante la Guerra Fredda avevano alcune basi avanzate in Germania Ovest: un luogo di frontiera dove vengono testate sul campo le innovazioni destinate a influenzare il modo di combattere del futuro.
Il tema del controllo etico e della sicurezza delle nuove tecnologie militari attraversa tutto il reportage come una sorta di sottofondo costante. È evidente che sia il giornalista sia gli ufficiali intervistati sono consapevoli di trovarsi davanti a strumenti che, nell'immaginario collettivo, evocano scenari da Terminator: veicoli autonomi armati, droni suicidi, intelligenza artificiale applicata al combattimento, reti di sensori capaci di prendere decisioni in tempi sempre più rapidi.
La risposta degli ufficiali americani si articola sostanzialmente su tre livelli :
Nel primo il giovane tenente insiste più volte sul fatto che esiste una distanza enorme tra l'immagine pubblica dell'AI militare e la realtà operativa. Quando gli viene chiesto se si stiano costruendo i "robot killer" del futuro, la sua risposta è che l'esercito americano è un'organizzazione deliberatamente lenta, prudente e fortemente regolata. A suo avviso, ogni volta che si parla di sistemi armati autonomi si entra immediatamente in un processo estremamente rigoroso di valutazione del rischio.
Il suo ragionamento è semplice, quando un algoritmo può portare all'uso della forza letale, ogni passaggio viene esaminato in modo ossessivo.
L'ufficiale sostiene che la cultura militare americana sia costruita proprio per evitare conseguenze impreviste. Non descrive l'AI come una forza fuori controllo, bensì come uno strumento che deve essere inserito dentro procedure, catene di comando e responsabilità umane già esistenti. In sostanza afferma che il problema non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui viene autorizzata e impiegata.
Il secondo argomento è sviluppato nella seconda intervista contenuta nel reportage , al comandante di AFRICOM , Gen. Davin R.M Anderson .
Il generale introduce una distinzione tecnica fondamentale:
- Human in the loop
- Human on the loop
Nel primo caso la macchina raccoglie dati e propone azioni, ma la decisione finale appartiene sempre a un essere umano.
Nel secondo caso il sistema può operare in larga misura autonomamente, ma un essere umano ne supervisiona continuamente il comportamento e può intervenire. Il generale afferma esplicitamente che gli Stati Uniti non stanno lavorando a sistemi completamente fuori dal controllo umano. Quando il giornalista ipotizza scenari in cui un sistema autonomo potrebbe combattere da solo, Anderson risponde che nessuno è interessato a "accendere la macchina e andarsene". La sua posizione è che debba sempre esistere una figura responsabile che osserva, controlla e impone limiti operativi. È interessante notare che il generale non esclude livelli elevati di autonomia ma che li considera inevitabili , tuttavia ritiene che il controllo umano debba rimanere presente almeno come supervisione.
Nel terzo argomento emerge probabilmente la dimensione più controversa del discorso, quando il giornalista richiama l'immaginario di Terminator e chiede come evitare un futuro distopico, Anderson rifiuta l'idea che la soluzione sia rallentare o fermare la ricerca. Secondo lui esiste una "fallacia" molto diffusa: pensare che una società possa interrompere temporaneamente lo sviluppo tecnologico, riflettere con calma sulle implicazioni etiche e poi riprendere il cammino.
La sua risposta è netta : " Gli avversari non aspettano".
Cina, Russia, gruppi terroristici e altri attori stanno sviluppando le stesse tecnologie. Perciò, nella visione del generale, rinunciare alla ricerca non produrrebbe maggiore sicurezza, ma semplicemente uno svantaggio strategico. Questo è forse il cuore filosofico dell'intervista.
L'etica non viene presentata come un freno all'innovazione, bensì come qualcosa che deve accompagnare l'innovazione mentre essa procede. L'intero ragionamento riflette una concezione tipicamente statunitense della governance tecnologica , poiché la domanda non è "Dobbiamo sviluppare queste tecnologie?" , ma la domanda diventa "Come possiamo svilupparle prima degli altri mantenendo al tempo stesso il controllo?"
In altre parole, il presupposto è che la rivoluzione tecnologica sia inevitabile e quindi la discussione riguarda la gestione del processo, non la sua opportunità.
Proprio qui emerge però la tensione più interessante del reportage perché da una parte gli ufficiali insistono continuamente sul controllo umano ma dall' altra descrivono un futuro nel quale migliaia di droni operano contemporaneamente; enormi quantità di dati vengono elaborate in pochi secondi, le decisioni devono essere prese in tempi sempre più rapidi, i sistemi autonomi cooperano tra loro e l'intelligenza artificiale diventa indispensabile per analizzare il campo di battaglia.
Si crea quindi una contraddizione implicita. Se il volume delle informazioni supera la capacità cognitiva umana, il ruolo dell'uomo rischia progressivamente di trasformarsi da decisore effettivo a semplice supervisore di decisioni già elaborate dalla macchina. Il generale non affronta direttamente questa tensione, ma essa emerge chiaramente dalle sue stesse parole. Più aumenta la velocità della guerra, più il controllo umano tende a diventare formale piuttosto che sostanziale. Alla fine nessuno degli intervistati appare realmente spaventato dall'intelligenza artificiale in sé, ma ciò che li preoccupa è piuttosto la possibilità che qualcun altro la utilizzi meglio e più rapidamente. Per gli ufficiali americani il problema non è fermare la rivoluzione tecnologica, ma guidarla. Il reportage lascia però aperta una domanda che rimane senza risposta definitiva: se la velocità delle decisioni militari continuerà ad aumentare e se migliaia di sistemi autonomi agiranno simultaneamente, fino a che punto il controllo umano resterà reale e non semplicemente simbolico? È probabilmente questo il vero dilemma etico che emerge tra le righe dell'intera intervista.
Questo reportage è molto importante perché si ricava la notizia del grado elevatissimo di coinvolgimento dell'Italia , con le basi americane in Veneto, nella produzione e sperimentazione di droni per la nuova guerra cibernetica ; va da sé che questo ci trasforma in un bersaglio primario in caso di conflitti che coinvolgano blocchi di alleanze antagoniste agli Stati Uniti , e sono molti attualmente! I nostri politici e le nostre istituzioni dove sono ?
La seconda valutazione che mi preme fare riguarda l'integrazione tra intelligenza artificiale e industria militare , con particolare attenzione sull'empatia con cui i nuovi ingegneri ( il militare intervistato è laureato in ingegneria all' accademia di West Point ) promuovono e idêano soluzioni migliori a sviluppare tale integrazione . Ascoltando l'intervista non può sfuggire l' esaltazione del giovane militare , la sua esuberanza e soddisfazione nell' esporre questa prospettiva di guerra del futuro , mi pare un' hybris tecnologica , tipica delle nuove generazioni allevate a byte e connessioni super veloci , completamente distaccati dalla realtà umana e naturale .
A sostegno della mia riflessione vado a riportare un passaggio dell' intervista del Prof. Diesen a Scott Ritter dell' 11 Marzo 2026 , relativa alla guerra in Iran , dove viene valutata la condotta dell'esercito Americano ; in particolare si esamina l'episodio di quattro obiettivi colpiti dagli USA come un segnale inquietante dell'evoluzione contemporanea dell'intelligence militare e del processo di selezione dei bersagli. Ritter osserva che, in una campagna militare, i primi obiettivi dovrebbero essere quelli più accuratamente verificati, frutto di mesi o anni di raccolta e analisi delle informazioni. Per questo motivo giudica particolarmente grave il fatto che, tra quattro siti attaccati, due fossero magazzini vuoti, uno un ospedale e uno una scuola, arrivando a sottolineare che il 50% dei bersagli risultava incompatibile con il diritto internazionale di guerra.
Da qui nasce la sua domanda centrale: «Da dove arrivano questi bersagli? Chi prende queste decisioni? È un processo guidato dall'intelligenza artificiale?». Ritter non si limita a denunciare possibili errori operativi, ma mette in discussione il modello stesso di produzione dell'intelligence. Quando operava nei Marines, spiega, l'identificazione di un obiettivo richiedeva fonti umane, conoscenza diretta del territorio, comprensione della lingua e della cultura locale, verifica continua delle informazioni e confronto tra più fonti indipendenti. In quel sistema l'intelligence era soprattutto un'attività umana, basata sul contesto e sulla responsabilità individuale degli analisti.
Oggi, invece, secondo Ritter, una quota crescente del processo dipenderebbe da immense banche dati alimentate da satelliti, droni, intercettazioni e archivi storici, elaborate da algoritmi capaci di individuare correlazioni e generare liste di obiettivi da sottoporre all'approvazione dei comandanti. Il rischio, sostiene, è che dati obsoleti o non aggiornati vengano trattati come informazioni attuali: un edificio classificato anni prima come struttura militare potrebbe nel frattempo essere diventato una scuola o un ospedale, ma continuare a essere indicato come bersaglio legittimo dal sistema. La critica più profonda di Ritter non riguarda quindi soltanto l'intelligenza artificiale in sé, bensì la progressiva dissoluzione della responsabilità umana. Nel modello tradizionale esisteva un analista identificabile che firmava una valutazione e poteva essere chiamato a rispondere dei propri errori; nel modello algoritmico che egli descrive, il dato passa attraverso archivi, software e procedure automatizzate fino all'approvazione finale, rendendo molto più difficile individuare l'origine di un errore.
Per Ritter, l'automazione può aumentare enormemente la velocità del processo decisionale, ma velocità e accuratezza non coincidono. Anzi, teme che l'espansione delle liste di obiettivi e la crescente dipendenza da sistemi automatizzati possano moltiplicare gli errori e le vittime civili. Quando si chiede quante case, scuole o ospedali potrebbero essere colpiti in futuro, sta lanciando un avvertimento più ampio: la guerra algoritmica rischia di sostituire la conoscenza diretta del terreno e il giudizio umano con procedure sempre più rapide, ma non necessariamente più affidabili, trasferendo il potere decisionale dalla comprensione del contesto alla gestione automatizzata di enormi quantità di dati.
Il rischio fatale che vedo all'orizzonte è una guerra " gaming " , citando Krapivnik, che la chiama così in relazione al meccanismo di punteggio per bersagli colpiti introdotto attualmente dall'esercito Ucraino nei battaglioni di piloti dei droni , dove l'etica militare viene sostituita da un distacco morale videoludico ; la separazione fisica tra colpo inferto a distanza e morte alimenta questa nuova forma di guerra virtuale che produce cadaveri reali.
In una forma evoluta di guerra dove viene annullato anche l'orrore della morte da parte dei militari , poiché cagionata a distanza tramite occhiali a realtà aumentata , non giungiamo alla nemesi dell'umanità, al cyberpunk?
Di Nicola Bielli
Nicola Bielli nasce a Siena nel 1982 , laureato in Giurisprudenza e Master in Politics and Society in Europe presso la Facoltà di Scienze Politiche di Siena ."Mi rileggo nelle imprese di Don Chisciotte e mi piacciono i mulini a vento!".
FONTI
11 Marzo 2026 in intervista del Prof. Diesen a Scott Ritter .
( https://youtu.be/rQt351IzD54?is=a4OgxYtKXOInIOtz) .
Reportage Vice News del 28 Maggio 2026
( https://youtu.be/B66Zl-Zd2DI?is=H3xqPoCXRX8aKxpV ) .
Krapivnik 2 Giugno 2026
TM 31-210 7 giugno 2026
Null’altro che luccicanti e costosissimi balocchi di pochi oligarchi capitalisti anglopirati pedosatanisti (la classe Epstein), totalmente inutili per combattere guerre moderne ad alta intensità, utili solo per riempire le tasche di pochi azionisti e per bombardare repubblichette delle banane.
La classe Epstein non è riuscita a sconfiggere la Russia usando l’ucraina banderista, strapompata con ogni sorta di luccicante e costosissimo balocco che avrebbe dovuto rappresentare la “superiorità tecnologica-militare occidentale”. Non sono riusciti a sconfiggere l’Iran, idem come sopra. Non riusciranno a sconfiggere il mondo multipolare, ossia i popoli liberi riuniti nei BRICS+.
Per compensare mediaticamente i loro fallimenti reali, gli oligarchi proveranno forse ad attaccare qualche paesello totalmente indifeso, una specie di Grenada 2.0.
Gli oligarchi cercheranno anche di tenere in soggezione gli stessi popoli occidentali, facendo mostra dei loro terrori tecnologici (cioè dei loro soliti, noiosi, luccicanti e costosissimi balocchi), non rendendosi conto che oggigiorno essi possono essere messi fuori uso da tecnologie a bassissimo costo, a disposizione di chiunque le voglia cercare.
Per la classe Epstein sarà tutto inutile. Il vento è cambiato.