Di Sira Beker, kulturjam.it
L’Italia post-’43: una sovranità delegata
C’è un curioso paradosso che attraversa ogni discussione italiana sul “diritto internazionale”: chi lo invoca con maggior fervore appartiene spesso a un Paese che, da ottant’anni, ha rinunciato a esercitarne il presunto prestigio. Non per ignavia culturale, non per un’intrinseca vocazione mediterranea alla teatralità, ma per una precisa struttura politico-militare modellata dopo il collasso del 1943.
Rovesciato il fascismo, l’Italia non risorse come soggetto pienamente sovrano: fu amministrata, sorvegliata, guidata dalla Commissione Alleata di Controllo. Conclusa formalmente la guerra, Roma non riacquistò il volante della politica estera; si limitò a sedersi sul sedile del passeggero. Gli archivi lo mostrano con chiarezza disarmante: l’Italia non venne “liberata”, venne riallocata.
Nel 1949, l’ingresso nella NATO sancì la trasformazione del territorio nazionale in una piattaforma avanzata degli Stati Uniti. Gli aeroporti militari, le basi navali, i depositi nucleari non rispondevano a Roma, ma a Washington. Aviano, Sigonella, Camp Darby, Napoli: più che infrastrutture italiane, erano nodi di una rete strategica americana. Non esiste sovranità quando un altro Stato custodisce — senza possibilità di veto — ordigni atomici nei tuoi confini.
Ed è in questo contesto che si radicò il modello italico della subordinazione istituzionale: governi fragili, politica estera impermeabile al voto popolare, ministri informati a posteriori di decisioni già prese altrove. L’Operazione Gladio, ammessa dal Parlamento, ribadì l’esistenza di centri paralleli di comando: una democrazia sorvegliata dall’interno e dall’esterno.
La lunga obbedienza atlantica: guerre, dottrine e amnesie collettive
Nei decenni successivi, l’Italia oscillò tra governi di ogni colore, ma la traiettoria internazionale non mutò di un millimetro. Nel 1948 i finanziamenti statunitensi impedirono la vittoria del PCI; durante la Guerra Fredda, la “strategia della tensione” rese il Paese un laboratorio politico utile agli equilibri del blocco occidentale; negli anni Novanta e Duemila, Roma seguì pedissequamente ogni proiezione militare della NATO.
L’esempio più rivelatore resta il 1999: mentre l’Alleanza bombardava la Jugoslavia senza mandato ONU, gli aeroporti italiani erano le piattaforme operative principali. L’Italia appoggiò anche la separazione del Kosovo, ridefinita con un virtuosismo semantico degno del miglior marketing geopolitico: non “annessione illegale”, ma “intervento umanitario”.
Nel 2003 toccò all’Iraq. Nonostante l’opposizione di milioni di cittadini, i soldati italiani vennero inviati a Nassiriya per sostenere una guerra fondata su prove costruite a tavolino.
Nel 2011, la Libia: l’Italia contribuì ai bombardamenti che avrebbero distrutto lo Stato nordafricano e, per ironia della storia, cancellato anche i contratti energetici che per decenni avevano sostenuto l’economia italiana.
Tutto questo mentre la politica interna cambiava volto a ogni stagione, ma l’allineamento strategico restava immutabile. Si può eleggere un tecnocrate, un populista, un partito “anti-sistema”: la direzione di marcia non cambia. Non è una cospirazione. È un’infrastruttura geopolitica.
L’ultima illusione: la morale internazionale come maschera
Eppure l’Italia continua a impartire lezioni di “legalità internazionale” con lo zelo di chi desidera essere ammesso al tavolo dei grandi. Si giudica la Russia, si giudica chiunque sfugga all’orbita euro-atlantica, ma non si giudicano gli ottant’anni di obbedienza sistemica.
Che sovranità può rivendicare un Paese che non può rimuovere un’arma nucleare dai suoi aeroporti, né opporsi a un intervento militare deciso oltreoceano?
Che autonomia può esibire una nazione i cui governi temono più la NATO che i loro elettori, e che hanno sostenuto guerre ritenute illecite dal diritto che oggi dichiarano di voler difendere?
La verità, imbarazzante ma documentata, è che la politica estera italiana non è un progetto: è una delega. Delegata a Washington, a Bruxelles, agli apparati di sicurezza integrati.
E finché questa dinamica resterà intoccabile, l’appello al “diritto internazionale” non potrà che apparire per ciò che è: non un principio, ma un rituale. Non un atto di sovranità, ma un atto di obbedienza.
Di Sira Beker, kulturjam.it
07.12.2025
Fonte: https://www.kulturjam.it/costume-e-societa/italia-ottantanni-di-sovranita-in-comodato-duso/
akel 17 dicembre 2025
Quasi diariamente possiamo qui leggere articoli che pur trattando di argomenti differenti criticano pesantemente la sottomissione dell’italia agli stati uniti.
Ma nessuno racconta di come l'Italia, molto prima del 25 luglio, si sia sottomessa degli angloamericani.
Sono uomini di destra che corrono in svizzera per chiedere agli anlgoamerica il permesso per un colpo di stato contro mussolini ma il permesso è negato.
D’Amato, un altro esponente della destra italiana (avrà poi un ruolo fondamentale nella strategia della tensione), da subito diventa uno zeloso collaboratore di angleton e lanciatos di paracadute nel territorio controllato dalla Rsi arruola nelle file del servizio segreto americano i capi di polizia e servizi segreti fascisti.
Sono uomini della destra che durante la guerra civile ubbidiscono con zelo agli angloamrericani quando questi ordinano l’infiltrazione nelle formazioni di sinistra (e qui troviamo nomi che – tirando qualche filo – riappariranno poi addirittura in alcuni momenti del terrorismo rosso!).
Vorrei capire che senso ha criticare la sottomissione dell’italia agli interessi americani senza identificare chi questa sottomissione ha aiutato a creare, consolidare e gestire?
oriundo2006 17 dicembre 2025
Perchè è residuo di uno strabismo secolare italico: non considerare MAI il ruolo del vaticano nelle vicende italiane ma parlare d'altro, come se gli italiani, al 99% cattolici, fossero impermeabili ad ogni 'influenza' del potere, quello vero, fondato nei secoli addirittura nell'animo, confitto là dentro, dunque subliminalmente 'orientato', e ragionassero invece con la propria testa.
'Liberamente' 'a prescindere' come i grand'uomini che credono d'essere, facendose vanto: ridicolo vanto chè gli stranieri lo sanno benissimo e ne ridono sciaguratamente, anche se loro sono lo stesso.
Perchè questa famosa italica testa, temprata dalle battaglie di Scipio, guardandoci bene dentro, non c'è: basta guardare oggi per avere un'idea di come questa sia riempita e riempimibile con ogni e qualsivoglia cosa, idea, politica, personalità, marketing eccetera, sino ed oltre il ridicolo, oltre ogni possibile contraddizione,oltre ogni idea e controidea, resa ed azzerata a livello del loro infimo comprendonio collettivo.
Gli italiani cercano da sempre il contenuto che sia coerente con i valori in sintonia col più forte e dunque primariamente col loro cattolicesimo, cambiando al volo le loro idee quando costui muta l'orientamento del 'gregge' che si pregiano di costituire in modo eminente. Non hanno idee proprie ma solo quelle del gregge e di chi lo guida.
Ora e sempre.
Da uomo della Provvidenza, l' uomo oggi esecrato, ieri elemento ingombrante 'sacrificabile' dopo una visita in sacrestia a Milano...sino a dimenticare, negandolo dopo, il valore ed il sacrificio di infiniti uomini e donne, le infinite loro traversie ed i dolori del passato dei loro stessi familiari, chiusi in quelle vecchie foto in bianco e nero.
Quello che più mi fa disprezzare questa mentalità è la leggerezza con cui si parla di quel tragico passato.
Leggerezza in cui c'è tutto il peggio di ieri e di oggi: compresa la ventura sua ripetizione.