Di Nicola Bielli
Il 27 febbraio 2022 potrebbe passare alla storia come una delle date più importanti della Germania contemporanea. Tre giorni dopo l'intervento militare russo in Ucraina, il cancelliere Olaf Scholz si presentò davanti al Bundestag pronunciando una parola che per decenni era rimasta estranea al lessico politico tedesco: Zeitenwende, svolta epocale.
Con quell'intervento annunciò un fondo straordinario di cento miliardi di euro per la Bundeswehr, il superamento della tradizionale prudenza militare tedesca e l'impegno a portare stabilmente la spesa per la difesa oltre il 2% del PIL, col favore Americano pronto a vendere le proprie armi e recuperare un po' dei capitali tedeschi accumulati in anni di surplus commerciali .
Come rilevato dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti nel suo Report on Macroeconomic and Foreign Exchange Policies rilasciato il 29 gennaio 2026, la Germania figura stabilmente nella lista di sorveglianza (Monitoring List) di Washington a causa delle sue asimmetrie macroeconomiche e del persistente avanzo commerciale.
Molti interpretarono il discorso di Scholz come la fine della Germania nata dopo il 1945. Altri lo considerarono una semplice risposta all'emergenza provocata dalla guerra in Ucraina. A distanza di alcuni anni, tuttavia, appare sempre più evidente che la questione è più profonda e che la svolta annunciata da Scholz non è stata un episodio isolato, ma l'inizio di una trasformazione che continua oggi sotto il cancelliere Friedrich Merz.
E proprio questa continuità pone una domanda che attraversa due secoli di storia europea: perché la Germania, ogni volta che entra in una crisi esistenziale, sembra orientarsi verso forme di organizzazione politica, economica e strategica che finiscono per collocarla dalla parte sbagliata della storia?
La risposta non può essere cercata in presunte caratteristiche immutabili del carattere nazionale tedesco, tuttavia esistono fattori geografici, sociali e culturali che contribuiscono a spiegare perché, nei momenti di incertezza, tendano a riemergere particolari assetti mentali e politici.
Per comprenderli bisogna partire dalla geografia.
La Germania occupa il centro dell'Europa senza possedere quasi nessuna delle protezioni naturali che hanno favorito la formazione degli altri grandi Stati europei. La Francia dispone delle Alpi, dei Pirenei e dell'oceano. La Spagna è protetta dalla barriera pirenaica. L'Italia dalle Alpi e dal Mediterraneo. La Gran Bretagna è un'isola.
La Germania, invece, si estende nella grande pianura europea che corre dall'Atlantico fino agli Urali. Una vasta distesa attraversata da fiumi navigabili e terre fertili, ideale per il commercio e lo sviluppo economico, ma estremamente vulnerabile dal punto di vista strategico.
Per secoli questa condizione ha alimentato una sensazione permanente di esposizione. Napoleone entrò a Berlino nel 1806 e l 'Armata Rossa arrivò nella capitale nel 1945. Nel corso della sua storia moderna la Germania ha spesso percepito se stessa come una potenza priva di profondità difensiva, costretta a compensare la vulnerabilità geografica attraverso eserciti potenti, alleanze sofisticate o l'espansione della propria sfera di influenza.
Da qui nasce una delle caratteristiche più profonde della cultura politica tedesca: la ricerca dell'ordine.
Mentre nel mondo anglosassone la libertà individuale è spesso considerata il valore fondante della società, nella tradizione tedesca l'ordine ha assunto una centralità quasi sacrale. Lo Stato viene percepito non soltanto come un arbitro, ma come il garante dell'armonia collettiva. L'amministrazione efficiente, la disciplina sociale, la pianificazione economica e la competenza tecnica diventano elementi identitari.
Questa impostazione ha prodotto risultati straordinari. Ha favorito la costruzione di una delle più efficienti burocrazie del mondo, di un sistema industriale formidabile e di un'economia capace di diventare il motore dell'Europa.
Ma la stessa cultura dell'ordine contiene anche una potenziale fragilità. Quando il sistema entra in crisi, la ricerca di stabilità può trasformarsi in ricerca di controllo. Le soluzioni tecnocratiche tendono a prevalere su quelle politiche. Le élite amministrative e dirigenti acquisiscono un ruolo crescente. La società cerca protezione in strutture sempre più organizzate e centralizzate.
È una dinamica che attraversa gran parte della storia tedesca.
L'unificazione realizzata da Otto von Bismarck nel 1871 diede vita a una potenza industriale senza precedenti nel cuore dell'Europa. Tuttavia lo stesso Bismarck comprese immediatamente il problema fondamentale della Germania e lo definì "il Cauchemar des coalitions" , l'incubo delle coalizioni.
Una Germania troppo forte avrebbe inevitabilmente spinto i suoi vicini ad allearsi contro di essa e per questo costruì una rete diplomatica estremamente complessa, finalizzata a evitare che Francia e Russia si trovassero contemporaneamente schierate contro Berlino; era il tentativo di risolvere diplomaticamente un problema creato dalla geografia.
Quando quell'equilibrio venne abbandonato dai successori di Bismarck, la Germania si ritrovò esattamente nella situazione che il cancelliere aveva cercato di evitare e la Prima guerra mondiale trasformò l'incubo teorico in realtà.
La sconfitta del 1918 aprì poi una crisi esistenziale ancora più profonda. L'Impero crollò, l'economia precipitò, la società fu attraversata da inflazione, disoccupazione e instabilità politica. La Repubblica di Weimar venne percepita da ampi settori della popolazione come incapace di garantire ordine e sicurezza e fu in quel contesto che il nazionalsocialismo trovò terreno fertile.
Ridurre l'ascesa di Hitler alla sola propaganda significherebbe ignorare una parte fondamentale della storia. Milioni di tedeschi videro nel regime una promessa di stabilità dopo anni di caos. La dittatura si presentò come una soluzione tecnica e organizzativa ai problemi della nazione. Lo Stato forte apparve a molti come l'antidoto all'incertezza.
Naturalmente ciò non significa che il nazismo fosse una conseguenza inevitabile della geografia tedesca e le responsabilità storiche restano responsabilità umane e politiche; ma è difficile ignorare come le condizioni strutturali del paese abbiano favorito il ritorno di pulsioni autoritarie proprio nel momento in cui la società percepiva di essere entrata in una crisi esistenziale.
La catastrofe del 1945 sembrò spezzare definitivamente questa continuità.
La Germania occidentale guidata da Konrad Adenauer scelse una strada completamente diversa. Invece di cercare sicurezza attraverso la forza, cercò sicurezza attraverso l'integrazione europea. Invece di creare zone cuscinetto militari, costruì interdipendenze economiche. Invece di competere con i vicini, li trasformò in partner.
La Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, poi la Comunità Economica Europea e infine l'Unione Europea rappresentarono la risposta più intelligente mai elaborata alla questione tedesca. Per oltre settant'anni il sistema funzionò, pur introducendo una sorta di subordinazione economica e politicamente silente nei confronti degli altri membri europei così che la Germania diventò la più grande economia europea. Le sue industrie esportavano in tutto il mondo e l'egemonia americana garantiva un senso di " cessazione " della storia " belligerante" , da intendere nel senso di Fukuyama (saggio del 1992 La fine della storia e l'ultimo uomo). Il gas russo garantiva energia a basso costo e la Cina assorbiva una quota crescente delle esportazioni.
Sembrava che il vecchio problema geografico fosse stato definitivamente superato ma in realtà era stato soltanto congelato.
Quando la crisi dell'Ucraina ha sconvolto l'Europa, Berlino ha scoperto che i due pilastri su cui aveva costruito il proprio modello stavano vacillando contemporaneamente, scatenando il panico e facendo rievocare antiche pulsioni .
La Zeitenwende annunciata da Scholz nacque da questo shock.
Tuttavia la svolta non si è fermata con lui e sotto il cancelliere Friedrich Merz il cambiamento ha assunto un carattere più profondo e strutturale; Scholz aveva presentato il riarmo come una risposta a un'emergenza ma Merz lo considera una necessità permanente.
La differenza è decisiva e parrebbe il risultato di un avvitamento su se stessi da parte delle élite tedesche .
Per la Germania di oggi la guerra in Ucraina non è più interpretata come una parentesi straordinaria ma come il segnale di un nuovo ordine internazionale caratterizzato da competizione strategica, insicurezza energetica e crescente instabilità geopolitica e di conseguenza il rafforzamento della Bundeswehr, l'aumento delle spese militari e il rilancio dell'industria della difesa vengono presentati come elementi destinati a durare per decenni.
È qui che riemerge una dinamica storica familiare.
Ogni volta che la Germania percepisce un indebolimento dell'ordine internazionale, tende a rafforzare gli strumenti dello Stato e a cercare nuove architetture di sicurezza. È accaduto nell'epoca prussiana. È accaduto nella Germania imperiale. È accaduto, in forme radicali e tragiche, negli anni Trenta. E oggi riappare nelle dichiarazione del Cancelliere Merz, in una forma democratica e pienamente inserita nelle istituzioni europee :
14 Maggio 2025 (Primo discorso al Bundestag): il passaggio sulla leadership economica e militare legata alle risorse.
In quell'occasione Merz disse: "La Germania è il Paese più popoloso ed economicamente importante del continente e, da adesso in poi, si assumerà la responsabilità della sua difesa", annunciando la nascita dell'esercito più potente d'Europa.
20 Maggio 2026 (Svolta della NATO in Europa): È il discorso più politico e netto sul concetto di "guida". Merz ha dichiarato la formula strategica: "Pronti a guidare la Nato in Europa", rispondendo direttamente alle pressioni geopolitiche e delineando il ruolo di Berlino come perno militare e di coordinamento del continente.
Nota dell'autore
La Germania contemporanea è infinitamente diversa da quella del passato. Le sue istituzioni democratiche sono solide. La sua cultura politica è profondamente cambiata e ciò si riflette nei sondaggi politici che manifestano una volontà opposta del popolo tedesco . Nessun paragone diretto con il XX secolo sarebbe corretto, eppure la Storia continua a suggerire una cautela fondamentale poiché la struttura sovranazionale europea attualmente le permette un superamento della volontà popolare dei cittadini , a favore di quella particolare delle élite (popolarità ai minimi per Merz) , che spesso utilizzano questo vincolo esterno come alibi e giustificazione alle proprie decisioni .
La questione tedesca non riguarda semplicemente il rapporto tra Berlino e Mosca o tra Berlino e Washington. Riguarda il modo in cui una grande potenza industriale collocata nel centro geografico dell'Europa reagisce alle proprie paure.
Quando prevale la logica della cooperazione, la Germania diventa il motore dell'integrazione europea, pur piegando gli altri membri alle esigenze della propria architettura di potenza economica . Quando prevale la ricerca della sicurezza assoluta, tendono a riemergere forme di pensiero che privilegiano il controllo, la disciplina e la centralizzazione del potere.
In fondo il dilemma che oggi affronta Friedrich Merz è lo stesso che accompagnava Bismarck oltre un secolo fa. Come rendere la Germania abbastanza forte da sentirsi sicura senza renderla così forte da preoccupare il resto dell'Europa, ora che gli Stati Uniti sono in disimpegno militare dal Vecchio Continente dato che non sono più egemonici ?
È una domanda che attraversa la storia tedesca dal 1871 fino ai nostri giorni, con la piccola differenza che ai giorni nostri vige la disponibilità dell'arma nucleare negli arsenali di alcune note Nazioni e che la storia è divenuta un poco più suscettibile alla radiazione termonucleare.
La geografia non obbliga la Germania a stare dalla parte sbagliata della storia ma continua a generare quelle ansie strategiche che, nei momenti di crisi, possono favorire il ritorno di culture politiche reazionarie e dirigiste. La vera sfida del XXI secolo sarà capire se Berlino riuscirà a gestire queste paure restando fedele al modello cooperativo costruito dopo il 1945 oppure se, ancora una volta, la ricerca della sicurezza finirà per trasformarsi nella ricerca della potenza.
Riusciranno gli anticorpi democratici ed i pesi e contrappesi dello stato tedesco a impedire il ripetersi della storia , oppure l'accelerazione a cui stiamo assistendo travolgerà nuovamente il popolo tedesco attraverso il modus operandi della sovranazionalità istituzionale?
Da questa risposta dipenderà non soltanto il futuro della Germania, ma anche quello dell'Europa.
Di Nicola Bielli
02.06.2026
Biografia dell'Autore
Nicola Bielli nasce a Siena nel 1982 , laureato in Giurisprudenza e Master in Politics and Society in Europe presso la Facoltà di Scienze Politiche di Siena ."Mi rileggo nelle imprese di Don Chisciotte e mi piacciono i mulini a vento!".
NOTE
- Fukuyama (saggio del 1992 La fine della storia e l'ultimo uomo).
- Report on Macroeconomic and Foreign Exchange Policies rilasciato il 29 gennaio 2026
- Christopher Clark, Iron Kingdom: The Rise and Downfall of Prussia, 1600-1947, Allen Lane, 2006.
- David Calleo, The German Problem Reconsidered: Germany and the World Order, 1870 to the Present, Cambridge University Press, 1978.
- Robert D. Kaplan, The Revenge of Geography, Random House, 2012
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Le opinioni espresse in questo articolo riflettono il pensiero dell’Autore ma non necessariamente la linea editoriale di ComeDonChisciotte
oriundo2006 6 giugno 2026
Qui cito un intervento di oggi che proviene proprio da un tedesco su questo tema:
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_nuova_europa_dopo_la_guerra_alla_russia/65974_67322/
Hauke Ritz propone una sfida intellettuale e politica ( ma non se ne indicano i mezzi ) interessante e provocatoria:
''..l'Europa, per tornare a essere se stessa e lasciarsi alle spalle quarant'anni di declino, deve liberarsi dell'Occidente..''.
Tanta roba, come si suol dire oggi.
Del resto, sempre provocatoriamente, l' Eu secondo me già lo fa: se ne libera a favore dell' Africa che, a sua volta, si sta proprio liberando delle servitù europee post-neo-coloniali ( e meno male ).
Nel ridicolo e nella mancanza di dignità l'Europa, cioè la Germania, si sta felicemente liberando dell' Occidente, ovvero del bagaglio migliore che questo mondo plurimillenario abbia mai potuto ideare e realizzare: una comunità di uomini liberi nel pensiero e nella superiore prospettiva spirituale che questo consente.
Ma insomma ditela una buona volta sta' verità:
basta con i valori talmudici, basta con il Golem cialtrone, ridicolo ciccione a stelle strisce, liberista pieno di debiti, basta con le guerre: cioè basta con la UE e la mentalità, le scelte politiche, la deriva economica che incarna.
Altrove, sempre oggi certi buontemponi 'economisti', che assomigliano sempre più agli 'scolari' tomisti medievali, dicono che occorra 'superare' Maastricht ed i Trattati conseguenti.
Siamo d'accordo: ma l' Europa feudalizzata dalla Germania, attraverso i poteri occulti che sappiamo, farà tutto il contrario. Anzi, anche qui lo sta già facendo.
Del resto, se gli USA col loro immenso potere sono caduti completamente nelle mani del mostro sionista, come potrebbero gli europei liberarsi da tale ipoteca, che non ha scadenza, con le loro miserabili velleità politiche da nani del circo equestre ?
Gli acutissimi ingegneri, anzi Architetti sommi, del nostro miserabile futuro hanno già previsto tutto e lo hanno indicato 'ad Majorem Dei Gloria': facendo definitivamente guerra alla Russia.
Ed il cerchio si chiude.
casalvento 6 giugno 2026
Non so se nello stesso senso di Hauke Ritz, ma anch'io penso da tempo che l'Europa (continentale) dovrebbe abbandonare l'Occidente, che per me oggi è l'anglosfera, e riunirsi alla Russia, che è Europa mentre gli anglo non più, e al continente asiatico di cui siamo parte. Questo stava avvenendo secondo me al tempo della Merkel, quantomeno a livello economico, suscitando le ire del padrone, che ha fatto saltare in aria l'ombelico del Nordstream, secondo i dettami di Mackinder, per salvare il suo impero. Ma ormai è troppo tardi e la GB è riuscita ad intrigare di nuovo le menti di scandinavi e baltici che insieme alla iena polacca (detto di Churchill) stanno di dividendo l'Europa e portandola alla rovina.
oriundo2006 6 giugno 2026
Non sono troppo d'accordo, Casalvento...in tutta stima e amicizia. L' Occidente è un antidoto necessario proprio al talmudismo imperante. La sua caricatura è quanto abbiamo di fronte oggi: questo non è l' Occidente. E' il suo fetido simulacro, la sua demoniaca caricatura, la sua deformazione nell' inversione dei valori, prima di tutti pensare, agire, serbare memoria, conquistare e conservare per sè e per gli altri uno spazio spirituale certo e coerente col lascito antico attraverso il Pensiero.
Quando un tedesco propone di abbandonarlo, non vorrei fosse un ritorno all' indietro che farebbe felici proprio i detrattori 'semiti' della nostra civiltà: un ritorno all' indietro che già conosciamo.
BrunoWald 7 giugno 2026
"...questo non è l’ Occidente. E’ il suo fetido simulacro, la sua demoniaca caricatura".
Dipende da cosa s'intenda per "Occidente", caro Oriundo. Alla fine rischiamo di invischiarci in una questione puramente nominale.
Per me, l'"Occidente" è l'anglosfera a guida giudaico-massonica, con tutto quel che rappresenta e che comporta: la negazione incarnata non solo della civiltà europea, ma di ogni cultura tradizionale apparsa su questo pianeta. E siccome nella narrativa mainstream l'Occidente è proprio quella roba là, la "difesa dell'Occidente" rischia di diventare un concetto un pò ambiguo. Ma alla fine ognuno è libero di usare i termini che vuole, basta intendersi.