Di Riccardo D'Amico per ComeDonChisciotte.org
Una gran parte dell’intellighenzia italiana rappresenta il principale veicolo dell’egemonia culturale borghese predominante. Gli scrittori si sono trasformati in propagandisti, e gli esponenti del cantautorato - anche militante - hanno snaturato la loro ragion d’essere (quindi la loro musica). I registi italiani si sono rinchiusi nei loro salotti, con il solo pensiero dei fondi pubblici.
In questa maniera, la cultura italiana è andata pian piano sfracellandosi con il benestare padronale.
L'elemento essenziale dell’artista di oggi è il pentitismo: l’avere chinato la testa, abbracciando i temi superflui del capitalismo. La mentalità borghese, in una determinata età storica, era indissolubilmente correlata ad una precisa parte. Nei nostri tempi no: essa ha vinto e ha plasmato a propria immagine e somiglianza perfino i "nemici" di un tempo.
Questa disfatta identitaria e culturale non solo è una delle cause per cui la sinistra targata Partito Democratico e AVS è la pura manifestazione del fascismo, ma è il principale motivo del vuoto venerato e quotidiano.
L’industria culturale odierna ricicla i miti del passato per venderli al pubblico pagante, compiendo così un’operazione perfetta di merchandising. Si assiste a un paradosso devastante: più la società si standardizza intorno alle regole, più l’apparato della spettacolarizzazione celebra una ribellione “cosmetica”, funzionale alla sola ed esclusiva vendita di merci. In caso contrario, chi tratta l’arte come un’arma di contestazione viene marginalizzato e, infine, escluso.
Fa specie osservare come figure iconiche della poesia italiana tendano a pentirsi della loro vita e delle loro idee, proprio nel momento in cui è richiesta una massima e ferma opposizione al sistema. Francesco Guccini, la cui penna ha dato voce a profonde contestazioni, arriva a non dichiararsi “comunista”, quasi a voler rassicurare i guru del presente e ripulire la propria memoria storica e ideologica.
A corrispondere al pentito di Pavana è Francesco De Gregori, il quale è passato da “Buffalo Bill” e “Rimmel” a lavarsene le mani sul genocidio palestinese. Egli, come Guccini, ha dimenticato che in un’epoca talmente asimmetrica come la nostra l’indifferenza è una tacita complicità con l’ordine costituito. Proprio in quanto disinformato volontariamente, il pubblico deve maturare delle consapevolezze grazie alla musica.
Erri De Luca, invece, è rimasto coerente con se stesso. I suoi scritti e le sue analisi hanno sempre incarnato il concetto di vuotezza affrontato nelle precedenti righe; da ciò deriva il suo essere “sionista” e negazionista della tragedia genocida in Palestina. Egli è l’ennesima reazione borghese infiltrata nel comunismo, fatta intendere all'opinione pubblica come una voce degli ultimi.
Ma il monumento al qualunquismo è stato eretto nelle grandi e silenziose stanze del Quirinale. L’immagine di Paolo Sorrentino che, rivolgendosi a Mattarella, dichiara che il mondo sarebbe migliore se fosse abitato solo da lui (il Presidente della Repubblica) e dagli artisti, costituisce la tomba definitiva dell’intellettuale. Gli “altri”, a cui l’imitatore non riuscito di Fellini si riferisce con aristocratica posa, sono le masse popolari che il cinema dovrebbe tornare a raccontare.
L’artista oggi non solo non parla più con il popolo, ma non ne riconosce proprio l’esistenza. Ha sostituito le piazze con i festival, il conflitto con la carriera e la verità con la rispettabilità.
Di Riccardo D'Amico per ComeDonChisciotte.org
06.06.2026
BrunoWald 7 giugno 2026
"...la sinistra targata Partito Democratico e AVS è la pura manifestazione del fascismo".
Ecco come ti avrebbero risposto due grandi attori, caro Riccardo nato nel 2003:
"Ma mi faccia il piacere!" (Totò)
"Non farmi ridere, che ho le labbra screpolate!" (Walter Matthau)