Il pensiero “binario” che ci impedisce di fare la rivoluzione

Come mai la Rivoluzione, politica, sociale, che tanto attendiamo, e desideriamo, non si concretizza mai? Che ci sia forse un approccio filosofico errato?

Nel 2024 l’Occidente vivrà una rivoluzione

Di Davide Amerio per ComeDonChisciotte.org

Negli anni ‘80 noi, “diversamente giovani”, abbiamo vissuto la Rivoluzione (l’evoluzione) dell’informatica a cominciare dai calcolatori che memorizzavano il Bit magnetizzando un nucleo di ferrite, attraverso una rete complessa di fili, per mantenere l’informazione binaria (0 e 1).

Grazie a questo processo, dominato da una sequenza di 0 e 1, e alla matematica conseguente con le codifiche dei sistemi ottale ed esadecimale (composti di 4 e 8 bit rispettivamente), è possibile rappresentare codici che rappresentano numeri, lettere, caratteri speciali.

Attraverso questi è possibile rappresentare parole, con questi i pensieri e, con i pensieri, il mondo intero. Abbiamo visto nascere e svilupparsi i sistemi di scrittura, quelli delle comunicazioni, la sempre maggiore capacità di memorizzazione, e la crescente velocità delle CPU.

Tutto ruota attorno a quelle due cifre: 0 e 1. Il sistema binario è un sistema rigido, un sistema di stati diversi e contrapposti che sono rappresentabili attraverso un sistema elettrico semplice, come una batteria collegata, tramite un interruttore, a una lampadina: se metto l’interruttore su ON accendo (stato 1); se lo metto su OFF spengo (stato 0). Semplice, rivoluzionario, efficace. Lo sviluppo tecnologico ha fatto il resto: ne abbiamo la riprova infilando la mano nella tasca e prendendo in mano qualsiasi telefonino.

Se a livello tecnologico il codice binario ha rappresentato una utile rivoluzione, la sua applicazione a livello “mentale” non ha sortito gli stessi benefici. In una società sempre più complessa la logica binaria applicata alla politica ha generato, negli ultimi 30 anni, un vero disastro intellettuale e sociale. La formulazione di un pensiero politico ridotto all’osso, del tipo: noi e loro; se non sei con noi sei contro di noi; e se sei contro di noi (in quanto la pensi diversamente) sei parte - complice – del Sistema (qualunque esso sia). La conclusione finale sono le multiple tifoserie da stadio cui assistiamo quotidianamente.

Decretata improvvidamente la fine delle ideologie politiche del ‘900 (Liberalismo, Socialismo, Comunismo, Cattolicesimo…), è rimasto un deserto ideologico che in troppi han pensato di poter ripopolare con più o meno improvvisate nuove visioni. Questo meccanismo è stato anche favorito dalla trasposizione del “mercato”, di stampo neoliberista, che ha occupato tutti gli spazi vitali della società, e ridotto il pensiero intellettuale delle persone.

L’atomizzazione dell’individuo preoccupato di soddisfare i proprio “bisogni”, escludendo qualsiasi visione più ampia, per esempio della comunità, ha creato un prototipo di consumatore della politica divergente dalla figura del cittadino consapevole. Il “partito” diventa una merce, trattata come quelle del supermercato: si guarda alla confezione, al proprio gusto personale, all'apparenza, al fascino delle narrazioni, a ciò che si presume debba piacera a tutti; altrimenti non lo si compra, lo si lascia sullo "scaffale", e si cade nella rinuncia, in quel “ nessuno mi rappresenta… perciò non compro”.

Il “potere appartiene al popolo” recita la nostra Costituzione. Ma quale popolo? La definizione è estremamente generica, seppur necessaria. In essa ciascuno può ritrovare parte di sé stesso, come anche parte della comunità a cui ritiene di appartenere. Quante volte abbiamo ascoltato da politici (anche in buona fede) affermare “noi lo facciamo per il bene del popolo (o dei cittadini)?

Cosa significa fare il “bene” del popolo? Di quale popolo (appunto)? Ciascuno ha una propria immagine di ciò che può essere definito “bene comune” o per la comunità. La Democrazia, per quanto imperfetta, dovrebbe servire proprio a questo: confrontare, mitigare, raccogliere, trovare un ragionevole compromesso, tra le diverse visioni del “bene comune”, per poi sottoporle al voto.

Quando si innesta il pensiero binario in questo contesto, il confronto va in frantumi. Non esiste più un “noi” complessivo, nel senso di una comunità generale di appartenenza, bensì un “noi” esclusivista: un ombelico che si crede il centro del mondo ed esclude tutte le altre visioni.

I fallimenti delle rivoluzioni (popolari) tanto agognate fallisce proprio su questo terreno: dove l’atomismo individuale di mercato incontra il pensiero binario, e si concede al personalismo di capetti improvvisati, o al populismo borgataro.

Quanti gruppi difensori della rivoluzione, della “sovranità popolare”, abbiamo visto perire in questi anni, o ridursi a rappresentanza poco significante politicamente? Quanti altri gruppi consumati da personaggi in cerca di una ribalta mediatica, e di una collocazione personale in politica?

Quanto ha influito – negativamente- questo modello di pensiero all’interno della politica in questi anni, creando una certa confusione intellettuale tra l’essere “populista” e l’essere “popolare”? Una distinzione non da poco, al netto dell'etichetta strumentale dei media. Populista è l'esclusivista che fomenta una sola parte del popolo elevandola a "classe" superiore, rispetto agli altri. Popolare è colui che guarda al popolo della comunità tutta, nel suo complesso, con le sue differenze, e lavora per un progetto armonico.

Nel deserto ideologico della "rivoluzione" binaria, fiorisce l’illusione che il conservatorismo sia la soluzione. L’idea che esiste un passato glorioso a cui tornare, in cui si stava meglio, e la vita era più felice. Terreno fertile per i populismi retorici di una destra parolaia, in assenza di un pensiero alternativo che riporti la politica ad una visione progettuale di respiro, in ogni campo, a cominciare da quello economico.

Oltre la dimensione del pensiero binario dualista, esiste un mondo del possibile, di un pensiero democratico, liberale, laico, socialista, democratico… che si occupa della crescita della comunità e degli individui, usando il progresso tecnologico come strumento per lo sviluppo e non come concentrazione di privilegi e ricchezze. Le strutture sociali sono create dall’essere umano, non sono un mandato “divino” o “naturale” (come vorrebbero farci credere): sono quindi modificabili.

Ogni riga della nostra Costituzione è "rivoluzionaria": perché indica l'orizzonte a cui guardare per cercare di costruire quella armonia nella, e della, comunità.

Occorre un soggetto in grado di ritessere la trama di un discorso politico che metta in luce le contraddizioni di questo sistema, ma lo faccia con la compagnia di un senso alto della moralità: dove la politica è, in primo luogo, spirito di servizio.

Vice versa, di fronte alla crescita inarrestabile delle differenze sociali, non resta che il ripiego nell’astensione, con la conseguenza del prevalere della rabbia e del rancore irragionevoli, su cui fioriscono le più becere forme di conservatorismo e autoritarismo. La Rivoluzione può ancora attendere?

Di Davide Amerio per ComeDonChisciotte.org

19.06.2025

Commenti (11)

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Mostra commenti 11 caricati
    1. Piero 19 giugno 2025

      Fuzzy logic o calcolatori quantistici.
      hai visto mai!

    1. BrunoWald 19 giugno 2025

      Se si ha l'ambizione di fare della filosofia politica, bisognerebbe almeno prendersi la briga di rileggere il testo per eliminare gli errori.

      Ancor più importante sarebbe assicurarsi di avere davvero qualcosa da dire, per evitare di ammannirci una sequela di luoghi comuni che finiscono in gloria con il classico rimbrotto agli astenuti, i quali non vanno a votare per via della "logica binaria", mica perché hanno capito che è una presa il c*lo...

      Il re dei luoghi comuni: "La Democrazia, per quanto imperfetta, dovrebbe servire proprio a..."

      C'è sempre quel condizionale che vi frega, cari miei: "dovrebbe" o chi per esso... Invece il punto è proprio quello su cui glissate con tanta nonchalance: quanto è imperfetta la democrazia? Fino al punto che il concetto si svuota di senso?

      Già il fatto che si elenchino le ideologie politiche del Novecento omettendo guarda caso il Fascismo - che nel suo tempo rappresentò milioni di persone - basta e avanza per capire la serietà del "quadro teorico".

    1. maghi 19 giugno 2025

      macchè pensiero binario o ideologia, la rivoluzione la può fare solo chi rischia di morire, di fame o di violenza o di altro.

    2. lazarovici 19 giugno 2025

      ma la rivoluzione è il ritorno. Il viaggio pesta l'orma di partenza. Quando te ne accorgi, o schiatti o capisci. Che per vivere devi morire. E poi reincarnarti. In un gatto, in un demone, in un angelo, in una femmina sociale. E' una lotteria, è la ruota della fortuna. O della sfiga.

    3. Sic 19 giugno 2025

      Per fotuna hanno bannato Nonso, altrimenti la tua femmina sociale avrebbe fatto un bruttissima fine.

    4. BrunoWald 19 giugno 2025

      "la rivoluzione la può fare solo chi rischia di morire, di fame o di violenza o di altro."

      No, quelle sono soltanto le rivolte dei disperati.

      La rivoluzione la fa chi possiede una strategia, denaro, e una forza concreta da mettere in campo. Quindi, in nessun caso "il popolo".

    5. maghi 19 giugno 2025

      in effetti se le elitè volessero veramente rivoluzionare il nostro modo di vivere, basterebbe che facessero chiudere all'Iran lo stretto di Ormuz. Niente più gnl del Quatar, addio al 20% del petrolio, oltre a quello dell'Iran. Prezzi dei carburanti e degli altri beni di consumo, che vanno alle stelle. Se poi si accordassero di continuare con questa manfrina fino al 2030, eccoci servita su un piatto di porcellana la miseria dell'agenda 2030. In fondo che ci vuole ad attuare un piano del genere. I russi nel 2022 arrivarono a 20 km da Kiev, poi chissà come mai tornarono sui loro passi. E giù video giochi taroccati da guerra. Tanto non sapremo mai come si svolgeranno i fatti realmente.

    6. lazarovici 20 giugno 2025

      scio unum, nihil scire.

    1. uomospeciale 19 giugno 2025

      L'uomo libero nasce dal pensiero libero, come pretendiamo di fare la rivoluzione se il 99% dei noi fa una vita che odia con un lavoro che odia in mezzo a gente che odia per guadagnare soldi che spesso non gli servono a niente, solo perché gli manca la forza di volontà e il carattere per ribaltare il tavolo e dire:
      -Basta- ??
      Cominciassero tutti a cambiare le loro vite prima di voler cambiare il paese se le nostre scelte ci fanno vivere una vita indegna vivremmo male anche nel migliore dei mondi possibile.

    1. uomospeciale 19 giugno 2025

      L'uomo libero nasce dal pensiero libero, come pretendiamo di fare la rivoluzione se il 99% dei noi fa una vita che odia, con un lavoro che odia, in mezzo a gente che odia, per guadagnare soldi che spesso non gli servono a niente, solo perché gli manca la forza di volontà e il carattere per ribaltare il tavolo e dire:
      -Basta- ??
      Cominciassero tutti a cambiare le loro vite invece di voler cambiare il paese, se sono le nostre scelte a farci vivere una vita di m***a la forma di governo non c'entra, vivremmo male anche nel migliore dei mondi possibile.

    1. Dario Lampa 19 giugno 2025

      No. La rivoluzione non può attendere. Anzi è ineludibile per evitare la fine della civiltà, se ci va bene. La rivoluzione non è un qualcosa legato ad una ideologia ne a una moda della decade: è un evenrto , un moto insito nell'animo umano che si attiva per impedire alla società umana di perire sotto il peso delle sue contraddizioni e permettere aad essa di rinnovarsi. Semmai l'ideologia serve a dare alla rivoluzione un certo indirizzo.

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