Il miglior alleato di Putin

Il miglior alleato di Putin



Di Fabrizio Bertolami per Comedonchisciotte.org


Il 24 febbraio 2022 la Russia ha trasformato una crisi geopolitica di lungo periodo in una guerra aperta. Da quel giorno il conflitto è stato raccontato prevalentemente (almeno in Occidente) attraverso una contrapposizione semplice: da una parte l’Ucraina, aggredita, dall’altra la Russia l'aggressore. Questa lettura coglie un elemento morale, moralizzante e sostanziale — l’invasione è stata decisa da Mosca — ma non sufficiente a spiegare perché la crisi sia maturata, perché il Cremlino abbia ritenuto di non poter più tollerare lo status quo e perché l’Occidente abbia risposto trasformando il conflitto in una guerra sostenuta finanziariamente e militarmente dall’esterno (ricordiamo che l'Ucraina non è parte nè della NATO nè dell'UE).

Una lettura geopolitica realista parte da una premessa diversa: gli Stati non agiscono meramente sulla base di principi, ma anche sulla base della propria percezione della sicurezza, della posizione geografica e dell’equilibrio di potenza. La Russia considera l’Ucraina non un Paese qualunque, ma il principale spazio di interposizione tra il proprio territorio e l’area euro-atlantica. Kiev, dal canto suo, considera l’influenza russa una minaccia alla propria sovranità e vede nell’integrazione europea e atlantica l’unica garanzia possibile contro il ritorno sotto la tutela di Mosca.

Entrambe le percezioni sono reali. E proprio perché sono reali, sono difficili da conciliare.

Nel 1997 Zbigniew Brzezinski, ne "La grande scacchiera", descriveva l’Eurasia come il principale teatro della competizione mondiale (come già fece Mackinder nel 1905) e considerava l’Ucraina uno snodo decisivo per la potenza russa e una parte di quello che l'autore chiamava il "Near Abroad" russo. Senza l’Ucraina, sosteneva in sostanza Brzezinski, la Russia avrebbe avuto maggiori difficoltà a conservare una proiezione imperiale sul continente; con essa nella propria orbita, Mosca avrebbe potuto tornare a essere una grande potenza eurasiatica.

La tesi di Brzezinski non venne percepita come un ordine operativo rivolto a Washington, cionondimeno divenne una spiegazione unica degli eventi successivi. Era comunque la formulazione esplicita di una concezione strategica: il futuro dell’Ucraina avrebbe avuto conseguenze dirette sull’equilibrio di potere russo, europeo e americano.

Dal punto di vista di Mosca, l’espansione della NATO verso est, l’ingresso dell’Alleanza nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia e, dopo il 2004, dei Paesi baltici, avevano progressivamente ridotto la profondità strategica russa. La prospettiva di un’ulteriore integrazione militare dell’Ucraina nel sistema occidentale rappresentava dunque, agli occhi del Cremlino, un salto qualitativo. Non perché Kiev fosse necessariamente sul punto di entrare nella NATO, ma perché la semplice possibilità di quella traiettoria modificava il calcolo strategico russo.

Dal punto di vista ucraino, invece, questa stessa posizione russa appariva come una pretesa di sovranità limitata: l’idea che Kiev non potesse scegliere autonomamente i propri alleati, i propri accordi economici e il proprio orientamento internazionale.

Qui si trova il nucleo della crisi. Per la Russia, l’Ucraina è una questione di sicurezza nazionale e di status internazionale. Per l’Ucraina, è una questione di indipendenza nazionale.Per entrambe è una questione di sopravvivenza geopolitica. Per gli Stati Uniti e per una parte dell’Europa, è diventata una questione di contenimento della potenza russa e di difesa dell’ordine europeo emerso dopo il 1991.

Nessuna di queste prospettive può essere liquidata come semplice propaganda.


La prospettiva realista


Una lettura realista non assolve la Russia e non condanna automaticamente l’Ucraina. Cerca di comprendere il comportamento degli attori attraverso i loro interessi strategici.

La Russia ha considerato l’avanzamento dell’Occidente nello spazio post-sovietico una minaccia crescente alla propria posizione di potenza. L’Ucraina ha considerato la pressione russa una minaccia esistenziale alla propria sovranità. Gli Stati Uniti hanno visto nella guerra l’occasione per contenere la Russia, rafforzare la coesione della NATO e impedire che una grande potenza modificasse con la forza i confini europei. L’Europa ha sostenuto Kiev, ma senza disporre né di una visione strategica completamente autonoma né di una capacità militare sufficiente a sostituire rapidamente quella americana.

La guerra è quindi il prodotto di una collisione tra necessità geopolitiche, non soltanto di una deviazione morale di un singolo leader.

La Russia, dal canto suo, è caduta nella trappola di trasformare una competizione geopolitica in una guerra su larga scala, rafforzando proprio il legame tra Ucraina e Occidente che intendeva impedire. Zelensky ha commesso — o rischia di commettere — l’errore opposto: trasformare la sopravvivenza dell’Ucraina in una guerra senza termine politico, nella convinzione che ogni compromesso equivalga alla sconfitta.

Il risultato è una spirale nella quale tutti gli attori dichiarano di agire per la propria sicurezza, ma producono condizioni che rendono gli altri ancora più insicuri.

È questa la logica tragica della geopolitica: spesso gli Stati non scelgono tra bene e male, ma tra rischi diversi. E, nel tentativo di evitare il rischio peggiore, finiscono per costruire quello che inizialmente volevano scongiurare.

La guerra del 2022 non è iniziata nel vuoto. Nel 2014 la crisi di Euromaidan, la caduta del presidente Viktor Janukovyč, l’annessione russa della Crimea a seguito del referendum lì indetto e gli attacchi ucraini alle popolazioni russofone nel Donbass avevano già spezzato l’equilibrio tra Mosca e Kiev. Gli accordi di Minsk del 2014 e del 2015 avrebbero dovuto creare un quadro per la pacificazione, ma rimasero largamente inattuati.

Nel frattempo, l’Ucraina si avvicinò sempre più politicamente e militarmente all’Occidente. Dal 2014 gli Stati Uniti e i Paesi europei iniziarono a fornire addestramento, equipaggiamenti e assistenza alle forze ucraine. Dopo l’invasione russa, questo sostegno aumentò fino a trasformare l’Ucraina nel principale teatro di confronto indiretto tra la Russia e il blocco euro-atlantico.

Per Mosca, la questione non era soltanto il destino delle regioni separatiste o il controllo della Crimea e del suo porto sul Mar Nero. Era il rischio che l’Ucraina diventasse una piattaforma militare, economica e politica stabilmente collegata all’Occidente. Per Washington e per molte capitali europee, invece, accettare le richieste russe avrebbe significato riconoscere a Mosca un diritto di veto sulle scelte strategiche dei Paesi confinanti.

La guerra è nata precisamente da questo conflitto tra due principi incompatibili: il diritto di ogni Stato a scegliere i propri alleati e il diritto, rivendicato dalle grandi potenze, a non tollerare minacce strategiche ai propri confini.

In questo quadro deve essere collocato anche il crescente ruolo europeo. L’Ucraina ha ricevuto dall’Europa sostegno finanziario, aiuti militari, assistenza macroeconomica e programmi per la ricostruzione. Il costo non riguarda soltanto le armi. Comprende il funzionamento dello Stato ucraino, il pagamento di stipendi e pensioni, la riparazione della rete elettrica, l’accoglienza dei rifugiati e la futura ricostruzione.

Nel 2025 il sostegno militare europeo ha ormai superato quello statunitense in termini di nuovi stanziamenti, mentre i Paesi europei hanno continuato ad acquistare sistemi americani destinati a Kiev attraverso meccanismi di finanziamento comune o bilaterale. In questo senso, l’Europa sostiene una parte crescente del costo della guerra, pur dipendendo ancora in larga misura dalla tecnologia, dall’intelligence e dalla capacità industriale degli Stati Uniti.

Il problema politico non è dunque che l’Europa aiuti l’Ucraina. Il problema è che lo faccia senza una definizione condivisa dell’obiettivo finale. La formula “per tutto il tempo necessario” può essere moralmente comprensibile, ma è finanziariamente e strategicamente indefinita. Ogni nuovo pacchetto di aiuti rinvia la domanda decisiva: quale risultato concreto dovrebbe permettere di ottenere?. Necessario fino a quando? Fino alla riconquista dei territori occupati nel 2022? Fino al ritorno ai confini del 1991? Fino alla neutralizzazione militare della Russia? Oppure fino a quando Mosca accetterà un accordo sostenibile?

L’assenza di una risposta rende indefinito il costo dell’impegno europeo.

In senso paradossale, Zelensky è quindi il “miglior alleato di Putin” quando la sua strategia contribuisce a perpetuare la guerra, ad aumentare la dipendenza ucraina dall’Occidente, a dividere gli alleati sui costi e sugli obiettivi, a svuotare i magazzini occidentali di armi necessarie potenzialmente necessarie in altri teatri (Iran e Cina in primis) e a offrire al Cremlino una giustificazione per l’escalation.

Zelensky ha costruito la propria diplomazia sull’urgenza. Il suo messaggio è efficace: se l’Occidente non consegna subito armi e denaro, l’Ucraina rischia di perdere città, infrastrutture e vite umane. Ma una comunicazione fondata esclusivamente sull’emergenza finisce per produrre assuefazione. Le capitali occidentali non ascoltano più soltanto un alleato; ascoltano un governo che presenta continuamente nuovi fabbisogni, spesso superiori alle capacità industriali e finanziarie dei sostenitori.

La Russia può sfruttare questa dinamica. Non deve necessariamente sconfiggere l’Ucraina sul campo. Le basta rendere il sostegno occidentale sempre più costoso, impopolare e difficile da spiegare. Gli attacchi alla rete elettrica fanno aumentare le richieste di aiuto; gli attacchi alla logistica rendono necessarie nuove armi; la distruzione delle infrastrutture aumenta il conto della ricostruzione; la durata della guerra moltiplica il fabbisogno di bilancio.

La Russia distrugge e l’Occidente ricostruisce. La Russia bombarda i depositi e l’Occidente li riempie di nuovo. La Russia colpisce la rete energetica e l’Europa finanzia generatori, riparazioni e importazioni. La Russia prolunga la guerra e Zelensky torna a chiedere altri miliardi.


La guerra delle ritorsioni


La distruzione delle infrastrutture ucraine non può essere raccontata ignorando ciò che la precede. La Russia ha cominciato a colpire il sistema energetico ucraino già nell’ottobre 2022, quando il 10 ottobre lanciò una massiccia ondata di missili e droni contro la rete elettrica nazionale. Ma negli anni successivi la logica della guerra è diventata sempre più chiaramente reciproca: Kiev colpisce la macchina logistica ed energetica russa; Mosca risponde colpendo quella ucraina.

L’Ucraina non si limita più a difendere il proprio territorio. Con droni a lungo raggio e operazioni contro obiettivi nelle retrovie russe, cerca di portare la guerra dentro il sistema economico che permette alla Russia di sostenerla. Dal 2024 le forze ucraine hanno intensificato gli attacchi contro depositi di carburante, raffinerie, terminali petroliferi, impianti di stoccaggio, nodi ferroviari, magazzini di munizioni russi e infrastrutture logistiche civili (come i magazzini Ozon e Wildberries).

La logica militare è evidente: privare l’esercito russo di carburante, rallentare il trasferimento delle munizioni e aumentare il costo economico dell’invasione. Le raffinerie non sono soltanto impianti commerciali. Producono il carburante per carri armati, aerei, camion e missili; i depositi logistici alimentano le forze russe al fronte; le ferrovie trasportano uomini e materiali verso le zone operative, senza contare l'elemento psicologico sulla popolazione russa.

Tra marzo e aprile 2024, mentre gli attacchi ucraini contro le raffinerie russe diventavano più frequenti, Washington espresse pubblicamente la propria preoccupazione. L’amministrazione Biden temeva che la campagna contro l’industria petrolifera russa potesse provocare una ritorsione più ampia contro l’Ucraina e contribuire all’aumento dei prezzi globali del petrolio.

La risposta di Mosca arrivò sul terreno più vulnerabile per Kiev: l’energia. Il 22 marzo 2024 la Russia lanciò uno dei più pesanti attacchi della guerra contro il sistema energetico ucraino e oltre un milione di persone rimasero senza elettricità. Il 29 marzo seguì un’altra grande ondata contro impianti di produzione e distribuzione. L’11 aprile 2024 la centrale termoelettrica di Trypilska, una delle principali della regione di Kyiv, venne distrutta.

Il messaggio russo era semplice: se l’Ucraina può colpire il retroterra economico della Russia, la Russia può colpire il retroterra energetico dell’Ucraina.

La stessa dinamica si è ripetuta contro la logistica. Quando Kiev ha preso di mira depositi di carburante, magazzini di munizioni e centri di rifornimento russi, Mosca ha intensificato gli attacchi contro porti, ferrovie, depositi e infrastrutture di stoccaggio ucraine. Gli obiettivi dichiarati dal ministero della Difesa russo sono spesso proprio i centri logistici che sostengono le forniture occidentali, i magazzini di droni e i depositi di componenti per i missili ucraini.

In questa prospettiva, le richieste di Zelensky all’Europa e agli Stati Uniti non sono soltanto la conseguenza degli attacchi russi: diventano anche la conseguenza della strategia ucraina di portare la guerra nelle retrovie russe. Ogni raffineria colpita può provocare una rappresaglia contro una centrale elettrica ucraina. Ogni deposito di munizioni distrutto in Russia può essere seguito da un attacco contro un deposito ucraino. Ogni nodo ferroviario danneggiato può spingere Mosca a cercare nuovi obiettivi nelle infrastrutture civili e industriali.

La scelta di Kiev può essere militarmente razionale. Se la Russia gode di una profondità strategica quasi illimitata, l’Ucraina deve cercare di ridurla. Colpire le raffinerie e i depositi russi serve a dimostrare che nessuna retrovia è completamente sicura e che la guerra ha un costo anche per la popolazione e l’economia della Federazione Russa.

Ma una scelta può essere razionale sul piano militare e disastrosa sul piano politico. Ogni successo ucraino contro un obiettivo russo produce una nuova necessità di protezione per l’Ucraina. Se Kiev dimostra di poter raggiungere le raffinerie russe, Mosca ha un incentivo a colpire con maggiore intensità le centrali elettriche ucraine. Se l’Ucraina distrugge un deposito logistico, la Russia può rispondere bombardando una rete ferroviaria, un porto o un centro di stoccaggio. Ma ogni attacco ucraino vede una risposta russa moltiplicata nell'ordine di grandezza. L'Ucraina non può distruggere l'intera infrastruttura economica e militare russa, ma la Russia ha il potere di devastare una nazione decine di volte più piccola.

La differenza sta quindi nella scala: la Russia possiede un territorio molto più vasto, una maggiore profondità strategica e una base industriale ed energetica più difficile da paralizzare. L’Ucraina, invece, concentra una parte essenziale della propria capacità energetica, industriale e logistica in un territorio ristretto e dipende dagli aiuti occidentali per ricostituire ciò che viene distrutto.

Per questo gli attacchi ucraini contro la Russia possono produrre un effetto inverso rispetto a quello desiderato. Possono danneggiare raffinerie e depositi russi, ma allo stesso tempo provocare una nuova offensiva contro le infrastrutture ucraine. Possono dimostrare il valore delle armi fornite dall’Occidente, ma anche aumentare il fabbisogno di missili, generatori, riparazioni e ricostruzione.

La domanda politica diventa allora inevitabile: l’Ucraina sta utilizzando le armi occidentali per avvicinare la fine della guerra oppure per alimentare una spirale di colpi e ritorsioni che rende la guerra sempre più costosa avvantaggiando in definitiva l'avversario?

Zelensky può rispondere che senza attaccare la Russia l’Ucraina sarebbe condannata a subire. È un argomento forte. Ma i russi rispondono che ogni attacco ucraino contro il territorio russo legittima una nuova rappresaglia.

Al Cremlino basta quindi presentare ogni nuova offensiva russa come una risposta agli attacchi ucraini e ciò giustifica ogni nuova sua azione. Se la narrazione attecchisce, la distinzione tra aggressione originaria e rappresaglia si sfuma. Ed è proprio questa confusione che può indebolire il sostegno occidentale a Kiev.


La dinamica è quella classica dell’escalation reciproca:


- Kiev colpisce raffinerie, depositi e nodi logistici russi;
- Mosca colpisce centrali, sottostazioni, porti e reti ferroviarie ucraine;
- l’Ucraina chiede più missili e sistemi di difesa aerea;
- gli alleati occidentali aumentano gli stanziamenti;
- le nuove armi permettono a Kiev di colpire più lontano;
- la Russia utilizza questi attacchi come giustificazione per nuove ritorsioni.


Zelensky e il paradosso della dipendenza


È proprio in questo contesto che Zelensky può essere definito, con deliberata provocazione, “il miglior alleato di Putin”. Non perché sia filorusso, né perché persegua gli interessi del Cremlino. Al contrario, l’intera sua strategia politica è fondata sulla resistenza alla Russia e sull’integrazione dell’Ucraina nell’Occidente.

È il meccanismo della ritorsione che rende Zelensky, paradossalmente, utile a Putin. Il presidente ucraino chiede armi a lungo raggio per colpire la macchina bellica russa; La Russia utilizza quei colpi per giustificare nuove campagne contro le infrastrutture ucraine. Zelensky chiede più sistemi di difesa aerea per proteggere la rete energetica; la Russia aumenta gli attacchi proprio perché quella rete è diventata il punto di pressione più efficace.

Inoltre, più Zelensky presenta la guerra come una lotta senza compromessi e più lega la (in)sicurezza europea alla necessità di fornire nuove armi e nuovi fondi, più rende difficile per gli alleati elaborare una via d’uscita politica. Ogni proposta negoziale rischia di essere interpretata come una concessione a Mosca; ogni riduzione degli aiuti come un abbandono dell’Ucraina; ogni discussione sui costi come un cedimento morale.

Questa posizione può essere comprensibile dal punto di vista di Kiev. Un Paese invaso tende naturalmente a rifiutare qualsiasi accordo che lasci all'invasore la possibilità di riorganizzarsi e tornare all’attacco. Ma la logica ucraina non coincide necessariamente con quella europea. Kiev combatte per la sopravvivenza nazionale; gli Stati europei devono anche considerare la durata della guerra, la tenuta delle proprie economie e delle loro società, il rischio di escalation e la possibilità che il conflitto degeneri in uno scontro diretto tra NATO e Russia.

Zelensky ha quindi bisogno che la guerra continui abbastanza a lungo da migliorare la posizione negoziale ucraina. La Russia ha bisogno che la guerra continui abbastanza a lungo da logorare il sostegno occidentale. L’Europa, invece, avrebbe interesse a una conclusione che garantisca la sicurezza ucraina senza produrre una guerra interminabile con Mosca.

Questi obiettivi non coincidono e il punto di caduta sta necessariamente in un accordo tra le parti, pena la continuazione infinita di un gioco a somma zero (questo è la guerra).

Citando un famoso slogan ripetuto a iosa dalle cancellerie occidentali, "la Pace giusta e duratura" si raggiungerà solo se sarà ritenuta equa (anche se non ottimale) da tutti e recante con sè condizioni che rendano il ritorno al conflitto costoso per tutti.

Al momento di duraturo ci sono solo la crisi economica e la morte di milioni di persone da una parte e dall'altra della barricata.


Di Fabrizio Bertolami per Comedonchisciotte.org

21.09.2026


Commenti (4)

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Mostra commenti 4 caricati
    1. Ismaele386 25 settembre 2026

      Peccato! Consideravo Fabrizio Bertolami uno dei migliori autori in circolazione, soprattutto sul tema Russia e Ucraina, ma purtroppo ha scelto anche lui di usare l'IA. Si vedo dallo stile, ma anche il contenuto ne ha risentito, come hanno fatto notare altri nei commenti.

    1. Martin 25 settembre 2026

      Ignorare la storia e piegarla alle proprie concettualizzazioni.................
      Nel 2013 l'allora Presidente della Commissione UE Barroso - come noto poi passato alla Goldman Sachs USA (......) - dopo anni ed anni di negoziati per l'accordo di associazione UE - Ucraina, solo 5 giorni prima della finalizzazione dell'accordo (con parafatura e firma del testo), comunicò all'Ucraina che l'accordo di associazione era incompatibile con la sua permanenza nell' unione doganale con Bielorussia e Russia, dalla quale l'Ucraina sarebbe quindi dovuta uscire. Improvvisamente, 5 giorni prima della firma, Barroso, probabilmente su direttiva degli USA di Obama, impose all' Ucraina un aut aut quanto mai radicale e politicamente sensibile, in un Paese notoriamente segnato da crescente ostilità tra Ucraini e Russofoni. Tutto normale? Il Paese ANCHE dal punto di vista finanziario fu messo tra Scilla e Cariddi, perche' senza l'unione doganale con la Russia la bolletta energetica ucraina sarebbe lievitata esponenzialmente, rendendo i vantaggi dell'accordo di associazione con l' UE discutibiili o comunque molto relativi. Yanukovich decise di non firmare l'accordo, e non fu certo una scelta folle, ed immediatamente iniziò una guerra civile tra Ucraini e Russofoni, con la parte ucraina attivamente finanziata e sostenuta dagli USA (Ambasciata a Kiev in prima linea), il colpo di stato del gennaio 2014, i bombardamenti nel Donbass.

      Come quanto sopra si possa conciliare con l' approccio "da una parte, ma dall'altra" dell'autore sfugge alla mia comprensione. Gli USA di Obama e l'UE hanno letteralmente portato l'Ucraina alla guerra. Purtroppo, e ripeto purtroppo, il torto maggiore è di gran lunga nel nostro campo.

    2. oriundo2006 25 settembre 2026

      Verissimo Martin.
      Se posso dire qualcosa di poco condivisibile da parte di tanti, credo che la Russia sapesse perfettamente prima di Maidan di cosa si stesse preparando ed abbia voluto indirizzare gli avvenimenti in un senso di 'rottura' per dare una lezione all' Occidente dopo le sofferenze tremende post '91. Di queste nessuno parla più oggi: sapeva a mio avviso tutto, essendo l' Ucraina il suo cortile di casa, ed ha lasciato che gli avvenimenti corressero in quel senso per desiderio di rivalsa.
      Lo dimostrano le fasi iniziali dell' Operazione Speciale, ridicole ed inutili sotto l'aspetto militare ma dovute all'idea che gli ucraini avrebbero accettato di nuovo in massa il ritorno della 'fratellanza' ex sovietica, cancellando l'occidentalizzazione che era già spinta e possiamo dirlo, irreversibile quantomeno nei ceti dirigenti.
      Errore tragico dovuto ad un cronico 'ritardo' russo nel capire l' oggi. Che non è ieri nè domani.

    1. AlbertoConti 25 settembre 2026

      C'è un errore di fondo in questo articolo: Zelenky rappresenta l'Ucraina. Non è vero!
      Il macellaio e corrotto e cocainomane Zelensky, ex buffone porno, rappresenta chi l'ha messo al potere, cioè gli USA della Nuland (si fotta l'Europa), con la complicità della NATO a guida americana, che addestrava i neonazisti ucraini ben prima del Maidan. La guerra per procura Europa-Russia è il prodotto voluto e studiato a tavolino dai neocon americani più biechi, realizzato poi dalla coppia Biden-figlio, con la regia della squadraccia neocon. E' quello che volevano, separare l'Europa dalla Russia facendole combattere l'una contro l'altra, sulla pelle della popolazione ucraina sedotta e abbandonata grazie anche alla soap-opera con Zelensky protagonista. Così prendono 2 piccioni con una fava, anzi 3: indebolire l'Europa (ormai concorrente commerciale pericoloso), indebolire la Russia per poi poter fronteggiare la Cina, separare il continente euroasiatico, che è sempre stato il loro peggior incubo.
      Poi c'è la perfida Albione che ci da' dentro spurodamente, e gli israeliani che godono lo spettacolo.

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