Ospedale «Francesco Ferrari»: ovvero come distruggere la Sanità Pubblica e rimanere impuniti

Ospedale «Francesco Ferrari»: ovvero come distruggere la Sanità Pubblica e rimanere impuniti
Prosegue la nostra collaborazione con Noctua APS, Associazione dei Consumatori Consapevoli. Oggi parliamo di sanità. Informare è servizio, così come adoperarsi per gli altri cercando di risolvere piccoli grandi problemi che funestano ormai chi reclama il proprio diritto alla salute e allo stato sociale. Lavoriamo insieme per unire informazione e servizio di pubblica utilità al cittadino. La Redazione


Ospedale «Francesco Ferrari»: ovvero come distruggere la Sanità Pubblica e rimanere impuniti


Di Francisco La Manna


Un medico. Uno solo.


L'8 agosto di quest'anno, nel reparto di chirurgia dell'ospedale di Casarano (circa ventimila abitanti, con un circondario di duecentoventimila persone), c'erano un medico, un infermiere e un paziente. Sembra l'incipit di una barzelletta, ma purtroppo è la realtà. Non è una mia esagerazione eh, anche se potrei testimoniare personalmente, perché io ci vivo a Casarano: lo ha scritto direttamente il sindaco alla Regione, quel giorno. Nella stessa lettera c'è che il reparto non accettava più ricoveri, che un medico e due specializzandi appena assunti erano stati dirottati sull'ospedale vicino, e che una donna aspettava da due mesi una sonda per l'alimentazione. Senza una data. Tenetevela in mente, quella signora. Fra poco parleremo di percentuali di prodotto interno lordo e vi sembrerà di aver cambiato argomento. Non l'avremo cambiato: lei sta ancora aspettando, e il motivo per cui aspetta è scritto in quelle percentuali.

Adesso la mia domanda, che può sembrare stupida: chi ha deciso che in quel reparto ci fosse un medico solo? Nessuno. Non esiste l'atto. Nessun provvedimento, in vent'anni, ha mai chiuso l'ospedale di Casarano, e nessuno ha mai firmato un foglio in cui si stabilisce che la chirurgia lavori con una persona. Se cercate il colpevole col metodo che usiamo di solito - chi ha firmato, quando, portatelo qui - non lo trovate. Ed è questo il punto da cui voglio partire, perché, ahimè... non riguarda solo Casarano. Se vivete ad Asti, o a Rovigo, o a Caserta, la tentazione è di leggere quello che c'è scritto qui come la disgrazia di un povero paese lontano. Sbagliereste, e ve lo dimostro con i numeri di chi governa e questi disastri li provoca.

In dieci anni, in Italia, hanno chiuso fra i settanta e i centoundici ospedali. Il ballerino sta nei criteri: il ministero conta dal 2013 e arriva a settanta, il sindacato dei medici conta dal 2010 e arriva a centoundici, più centotredici pronto soccorso. Cambiano gli anni e cambia cosa si mette dentro. Quello che non cambia, in nessuna versione, è che il numero non è zero. Sempre secondo il ministero, nello stesso periodo sono spariti diecimila posti letto, e al pronto soccorso ci vanno due milioni e duecentomila persone in meno all'anno. Attenzione a come si legge quest'ultimo dato, perché è il più insidioso: nessuno è guarito. Semplicemente, un pezzo di popolazione ha smesso di provarci.

L'ospedale Ferrari non è dei casaranesi. È pubblico, è stato costruito con fondi pubblici e quindi è di tutti, anche vostro (potreste capitare in veste di turisti nel Salento, no?), e il metodo con cui lo stanno svuotando non ha niente di «tipicamente salentino»: è in funzione adesso, in qualche altro bollettino regionale, su un presidio che non ha ancora capito che tocca a lui.


«Eh, ma la spesa sanitaria aumenta ogni anno»


Qui arriva l'obiezione di quelli «che studiano», ed è giusto prenderla sul serio, perché apparentemente è vera... ma è sostanzialmente falsa. La spesa sanitaria pubblica italiana, sì, cresce: fra il 2024 e il 2025, per esempio, è cresciuta di tre miliardi e duecento milioni. Chi governa lo dice, lo ripete, e non sta mentendo: se si va a controllare il dato, il numero effettivamente è quello.

Per cui, un economista liberista - pensate a un Chicago Boy come Michele Boldrin, che quella scuola la rappresenta bene - sosterrebbe a questo punto che il problema non sono i soldi, ma farebbe il predicozzo sul fatto che ne spendiamo già abbastanza e li spendiamo male, che il vero guaio è l'inefficienza, che la politica «amminestra» perché mette le mani sulle nomine, che bisognerebbe chiudere gli ospedali piccoli che costano troppo e operano troppo poco, direbbe che concentrare è meglio che disperdere, e che un presidio sotto una certa soglia va chiuso proprio nell'interesse dei pazienti. Pensate che «il nostro», anni fa arrivò a proporre di trasformare gli ospedali pubblici in cooperative, per togliere dai bilanci delle Regioni un peso che considerava insostenibile. Ai più (ignoranti) non apparve come una posizione stupida, e nemmeno disonesta. Del resto è la posizione miope che ha sempre vinto, ed è la cornice dentro cui ogni singola chiusura viene presentata come una misura tecnica, quasi sanitaria: non vi togliamo niente, vi mettiamo in sicurezza, state sereni!

Il guaio è che quella cornice regge solo se non si guardano altre due cose: l'inflazione e... il calendario.

E quindi? Cos'è che non torna (e che si guardano bene dal dirvi)? Prendete l'aumento e mettetelo accanto ai prezzi. Nel 2023 la spesa sanitaria non è cresciuta: è scesa, anche in valore assoluto, di cinquecentocinquantacinque milioni. E nello stesso anno l'inflazione ha toccato il 5,7 per cento. Due colpi insieme: meno soldi, e quei meno soldi compravano molto meno. Un ospedale l'energia, i farmaci, le protesi e le garze le paga ai prezzi del mercato, non a quelli del bilancio.

L'anno dopo il governo annuncia sette miliardi e sei in più. Sembra la smentita di tutto quello che vi sto dicendo. Andate a vedere di cosa sono fatti: sono rinnovi contrattuali del personale. In parte arretrati del triennio 2019-2021 spostati da un anno all'altro, in parte oneri già maturati, in parte l'anticipo di un rinnovo futuro. Stipendi dovuti, pagati in ritardo, contabilizzati nell'anno che conviene. Non un reparto in più. Non un medico in più. La Fondazione GIMBE lo chiama, testualmente, un aumento «illusorio».

E c'è il terzo passaggio, il più semplice di tutti. La spesa sanitaria cresce del 2,37 per cento l'anno. L'economia italiana, in valore nominale, cresce del 2,6. Chi cresce più lentamente di tutto il resto arretra, anche se il numero scritto sul suo capitolo è più grande dell'anno prima. È per questo che la cifra sale e la percentuale scende.

photo_2026-09-22_00-51-20


Fra il 2010 e il 2023 la spesa sanitaria è cresciuta del 16%, i prezzi del 28%.


Senza scomodare quel covo di comunisti che è il Centro Studi Economici per il Pieno Impiego (CSEPI) e che io indegnamente mi fregio di rappresentare, ma prendendo un economista critico - come per esempio il prof. Emiliano Brancaccio o il prof. Giulio Sapelli - a questo punto vi spiegherebbero che non stiamo guardando un semplice errore contabile ma una scelta di classe: che i tagli alla sanità al welfare e all'istruzione sono la contropartita di sgravi e sussidi decisi per trattenere i capitali, e che l'austerità non è una necessità tecnica ma un programma politico con un nome, il neoliberismo, e una direzione, il nuovo feudalesimo economico. Sosterrebbero, cioè, che i soldi non mancano: cambiano destinazione in funzione dei «rapporti di forza».

Del resto lo abbiamo visto tutti. Nel 2020, quando si decise che la salute veniva prima di tutto, in poche settimane comparvero tremilacinquecento posti letto di terapia intensiva, assunzioni in deroga a ogni vincolo, acquisti senza gara. Per il riarmo, dodici miliardi e sei in più in un anno solo. I soldi, se si vuole, si trovano sempre. Quando non si trovano, è perché qualcuno, che rappresenta interessi privati nella maggior parte dei casi, ha deciso altro. E qui c'è la parte che dovrebbe farci arrabbiare più di ogni altra, perché quei soldi ci sono stati davvero. Nei grafici di queste pagine il triennio 2020-2022 è l'unico tratto in cui la sanità sembra risalire. Guardatelo bene: è una gobba, non una svolta. Quella spesa non è diventata niente di stabile - non un reparto riaperto, non un medico assunto a tempo indeterminato, non un posto letto che sia ancora lì oggi. È servita a comprare: in Europa la Commissione ha firmato contratti per settantun miliardi di euro per una quantità di dosi che il continente non avrebbe mai potuto somministrare, e una parte è finita distrutta a scadenza.

Tradotto: «la salute prima di tutto» ha voluto dire firmare contratti con Pfizer, Moderna e le altre, non costruire un servizio. Per pagare le fiale i miliardi si sono trovati in poche settimane. Per pagare un anestesista in più a Casarano, in quindici anni, mai. E infatti appena l'emergenza finisce, nel 2023, la spesa sanitaria torna a scendere - mentre i prezzi salgono del 5,7 per cento. Quando i soldi compaiono solo se c'è da comprare, e non se c'è da assumere, non stiamo guardando una priorità. Stiamo guardando un mercato.


La parabola, che dura vent'anni


Se fosse un errore, sarebbe un errore strano: dura da quindici anni e nessuno lo corregge. Nel 2000 la sanità pubblica italiana valeva il 5,5 per cento della ricchezza nazionale. Sale per tutto il decennio, tocca il massimo intorno al 2010, e da lì comincia a scendere. Nel 2023 arriva al 6,16: il valore più basso dal 2007. La media europea, nel frattempo, sta al 7,1. La Germania al 10,1. Noi siamo quindicesimi su ventisette in Europa e ultimi nel G7.

photo_2026-09-22_00-52-43

Vent'anni di sanità pubblica in percentuale del PIL: sale fino al 2010, poi scende.


Guardate dov'è il punto di svolta, perché è tutto lì: intorno al 2010. Che è esattamente quando arrivano i piani di rientro. E che è esattamente quando, in Puglia, comincia la storia che finisce con un medico solo in un reparto di chirurgia.

photo_2026-09-22_00-54-07

Dove siamo rispetto agli altri: ultimi fra i sette grandi.


Il dato più interessante, però, non è questo. È che a metterlo nero su bianco è l'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, cioè gente che di neoliberismo non è accusabile perché lo pratica: non un centro sociale, l'osservatorio di Cottarelli. E dice due cose che non gli fa comodo dire. La prima è che la discesa attraversa tutti i governi, di destra e di sinistra, senza eccezioni: non è la politica di una maggioranza, è l'indirizzo di un'epoca. La seconda è che l'OCSE prevede, per i prossimi vent'anni, una crescita della spesa sanitaria quattro volte più bassa in Italia che nel resto d'Europa. Non è una previsione del tempo, è una decisione già presa, scritta nei documenti di finanza pubblica fino al 2029, e personalmente io qui scorgo premeditazione.


Come una percentuale arriva dentro un reparto


Manca un anello, ed è quello che nessuno vi spiega mai: come si passa da una riga di un documento di Roma a una porta chiusa in provincia. Funziona così. Lo Stato mette nel fondo sanitario meno di quanto serve a erogare le prestazioni che la legge stessa garantisce. La differenza non sparisce: diventa disavanzo delle Regioni. Nel 2024 lo scarto è di quattro miliardi e tre, e la Corte dei conti ha certificato oltre un miliardo e mezzo di rosso nei bilanci regionali. Una Regione in disavanzo va in piano di rientro. E il piano di rientro è l'atto con cui si chiudono i reparti.

Traduco? Il piano di rientro pugliese del 2010 non è un fatto pugliese. È il terminale locale di una decisione presa a Roma sul rapporto fra due percentuali. Nessuno, a Roma, ha mai deciso di chiudere l'ostetricia di Casarano. Hanno deciso un numero, e quel numero ha chiuso l'ostetricia di Casarano. Ed è qui che casca l'asino - e quindi l'argomento dell'efficienza - perché adesso possiamo verificarlo su un caso concreto.

Il «Ferrari» di Casarano, ovvero il corpo del reato.

Nel 2009 il Ferrari era il più grande ospedale pubblico della provincia di Lecce dopo il «Vito Fazzi» di Lecce, ossia quello del capoluogo. Aveva la chirurgia pediatrica, l'unica di tutto il Salento, fiore all'occhiello. Serviva un bacino di duecentoventimila persone in ventinove comuni, che d'estate raddoppiava. E, cosa fondamentale, agli atti era un'eccellenza nazionale.

Soprattutto, guardando i conti, costava poco. Nella tabella che la Regione allega al proprio piano di rientro, un posto letto a Casarano costa meno che a Galatina, meno che a Copertino, meno che nell'ospedale di Lecce. Cioè: l'operazione è stata fatta in nome dei conti, e ha colpito una delle strutture che costavano di meno. Questo è il momento in cui la teoria dell'inefficienza da chiudere andrebbe messa da parte. Non è stata messa da parte.

Il taglio fu deciso in nome dei conti, e colpì una delle strutture che costavano di meno.

E allora la domanda diventa un'altra. Non perché sia successo - su quello ognuno ha la sua idea - ma come. Perché il come si può ripetere altrove, ed è già in corso da qualche parte mentre leggete. Ve lo mostro mossa per mossa.

Prima mossa: si sceglie chi muore, e non si confronta. Nel giugno del 2012 la Giunta regionale dispone la chiusura di dieci reparti di ostetricia e ginecologia in Puglia. Fra questi Casarano. E poche righe sopra, nello stesso articolo, c'è scritto per nome che il punto nascita di Scorrano resta attivo, per garantire la copertura del territorio.

Scorrano è a ventotto chilometri. Il Comune fa ricorso e vince. Il tribunale amministrativo scrive che risulta assente qualsiasi analisi comparativa fra il presidio di Casarano e quello di Scorrano: nessuno, prima di decidere quale dei due colpire, li aveva messi a confronto. Nessuno aveva guardato quanti pazienti servissero, come stessero messi geograficamente, quanto costassero. C'è un dettaglio che rende la faccenda peggiore. L'anno prima, l'organo tecnico che la Regione stessa aveva istituito per i punti nascita aveva messo a verbale tutt'altro: bisognava valutare di accorparli, i tre punti nascita della zona, in uno solo dotato di tutti i requisiti. Accorpare. Non chiuderne uno e salvarne un altro chiamandolo per nome.

Seconda mossa: si fabbrica la prova che serve. La regola nazionale chiede a un punto nascita almeno cinquecento parti l'anno: a Casarano furono 588 nel 2006, 607 nel 2007, 614 nel 2008, 550 nel 2009. Poi 486, 445, 486. Guardate dove cade il crollo, perché è tutto lì. Nel 2010 quel reparto viene ridotto da ventiquattro a quindici posti letto, per i lavori di ristrutturazione dell'ospedale. Lavori decisi dalla stessa amministrazione, pagati con denaro pubblico.

photo_2026-09-22_00-55-46

Il crollo sotto la soglia comincia nell'anno in cui il reparto viene dimezzato per i lavori.


Quindi: si ristruttura un reparto con i soldi di tutti, durante i lavori lo si fa lavorare al sessanta per cento della sua capacità, si misurano i numeri che produce in quelle condizioni, e con quei numeri lo si chiude. Il giudice ci aggiunge la beffa: quella scelta, scrive, ha vanificato gli investimenti pubblici appena sostenuti per ristrutturare il presidio.

Non è una nostra ricostruzione maliziosa. Sta scritta in un provvedimento.

Terza mossa: si lasciano i paesi a mordersi fra loro. La vittoria in tribunale dura due mesi e mezzo. Poi arriva l'appello e la ribalta. Solo che l'appello non lo propone la Regione. Lo propone il Comune di Scorrano. E nell'ordinanza si legge che la Regione Puglia e la ASL di Lecce non si sono nemmeno costituite in giudizio.

Rileggetela, questa. Chi aveva preso la decisione non si è presentato a difenderla. A difenderla è andato il paese vicino, quello che da quella decisione ci guadagnava.

È il capolavoro del metodo, ed è la parte che vi riguarda anche se abitate a settecento chilometri da qui. Due comunità dello stesso territorio, ugualmente spogliate, si azzuffano davanti a un giudice per contendersi un reparto che prima era di entrambe - e chi ha stabilito che d'ora in avanti quel reparto debba essere uno solo se ne sta comodamente fuori dall'aula. Finché due paesi litigano su chi se lo merita, nessuno dei due chiede perché debba essercene uno solo. Provate a ricordare quante volte l'avete vista, questa, dalle vostre parti.

Quarta mossa: si toglie il presupposto, poi si dichiara che manca. Il 1° settembre 2017 chiude il punto nascita: da allora a Casarano non nasce più nessuno.

All'inizio del 2018, quattro mesi dopo, la chirurgia pediatrica - l'unica del Salento - viene trasferita a Lecce. La ragione dichiarata è che a Casarano manca la terapia intensiva neonatale, cioè il reparto che assiste i neonati in difficoltà. Che quel nesso sia stato voluto non lo affermo, e non posso: le delibere aziendali che lo direbbero non sono pubbliche. Dico soltanto che la sequenza è questa, che sono quattro mesi, e che è la stessa logica dei parti misurati durante i lavori. Si rimuove la condizione, poi si dichiara che la condizione manca.

Quinta mossa: la Regione c'è quando non le costa niente. Nel 2012, quando avrebbe dovuto difendere in tribunale la propria decisione, la Regione non si è costituita.

Nell'agosto del 2020, in piena pandemia, firma un regolamento intitolato - non ridete - Potenziamento della rete ospedaliera, che a Casarano azzera i posti letto di sei specialità e mette i suoi reparti in lista di trasferimento, in attesa che siano finiti i lavori altrove. Nove giorni dopo, la stessa Regione scrive di aver chiesto al ministero di riportare Casarano al primo livello, «dando priorità» a quell'ospedale: ripeto... nove giorni. Stiamo scherzando?

Non siamo noi a sostenere che quel presidio meriti di più: lo ha messo per iscritto l'amministrazione che glielo aveva tolto. Ma guardate dove lo ha messo per iscritto, perché è lì che si capisce tutto. In un comunicato, non in un atto. La complicità non è continua: è a intermittenza. C'è dove non costa nulla - una lettera, un annuncio, una buona intenzione dichiarata - e sparisce dove costerebbe qualcosa, cioè in un'aula di tribunale o dentro un provvedimento che vincola. Serve a far sapere al territorio che qualcuno si sta occupando di lui, mentre l'atto che conta dice il contrario.

E poi la classe fa il resto da sola. Nel giugno del 2015 quell'ospedale era classificato di primo livello e quello del paese vicino, a ventotto chilometri, era di base. Ventuno mesi dopo le due posizioni si erano scambiate: Casarano di base, l'altro di primo livello. Stesse regole nazionali, nessuna norma nuova, nessuna motivazione mai pubblicata. E attenzione, perché qui la prudenza è nostra alleata: in quel passaggio gli ospedali declassati in Puglia sono otto, Casarano non è l'unico, ma di promosso, in tutta la regione, ce n'è uno solo. Ed è quello lì. La classe di un ospedale decide quali reparti può tenere. Abbassata la classe, i reparti che la classe non prevede se ne vanno da soli: non serve più una decisione da contestare, basta applicare il regolamento. Così si fa scacco matto al Ferrari.

E per capire quanto sia grottesco il risultato, tenete presente una cosa sola: quell'ospedale, che gli atti classificano nella categoria più bassa che la norma preveda - quella pensata per la bassa complessità - ospita oggi un centro per la sclerosi multipla, uno per la talassemia, un laboratorio di neuroproteomica, e produce ricerca clinica pubblicata su riviste internazionali. Si verifica in un clic, su banche dati pubbliche, da chiunque.


Perché non si è rivoltato nessuno?


Adesso la domanda che fa più male, e riguarda noi. Nel 2012, quando tolsero l'ostetricia, il territorio si mosse. Il Comune fece ricorso e vinse in tribunale. I paesi vicini deliberarono uno dopo l'altro. Ci fu un consiglio comunale aperto, quarantatré pagine di ricostruzione votate all'unanimità. Poi la vittoria fu ribaltata in appello - e a chiedere il ribaltamento non fu la Regione, che se ne stette a guardare senza nemmeno costituirsi, ma il Comune del paese vicino. Nel 2017, quando arrivò il declassamento - cioè la decisione che ha portato via tutto il resto - non si mosse nessuno. Non perché fossimo distratti o vigliacchi. Perché nel 2012 c'era un reparto con una data e un nome, e nel 2017 c'era una riga in una tabella allegata a un regolamento di Giunta. Le righe nelle tabelle allegate non fanno notizia, non hanno un giorno in cui accadono, non si possono presidiare. Ci siamo indignati per la cosa più visibile invece che per quella più grave, ed era esattamente il risultato che il metodo doveva produrre.

Il silenzio non è un effetto collaterale di questo meccanismo.

È il meccanismo, e funziona perché è complice.

Poi arriva lei, la Legge Regionale. Nel 2008 il Consiglio regionale pugliese ne approva una che trasferisce alla Giunta il potere di decidere quali reparti esistono e dove: l'assemblea eletta si toglie da sola la penna di mano, due anni prima di qualunque emergenza sui conti. Da allora la classificazione degli ospedali sta in tabelle allegate a regolamenti, pubblicate in bollettini di centinaia di pagine che le banche dati giuridiche saltano a piè pari. Sono queste, le complicità ammiccanti tra burocrazia e potere politico: non una stanza piena di fumo, ma il modo in cui è organizzata la pubblicazione degli atti.

C'è un modo antico di chiamare tutto questo. In sociologia si dice corrotta quella classe dirigente che ha smarrito la propria funzione di guida (cfr. Vilfredo Pareto) - e non c'entrano le mazzette. Non serve corrompere nessuno, se le decisioni si prendono dove non si vota, non si motivano e non si pubblicano.

Per questo non troverete qui il nome di nessuno. Non per prudenza: perché cercare il colpevole è precisamente l'errore che rende invisibile il meccanismo. È un meccanismo burocratico di stampo neoliberista, e funziona benissimo anche se tutti quelli che lo azionano sono in buona fede. Nessun singolo passaggio di questa storia è illegale, nessuno: è la cosa più importante e al contempo disarmante che ho da dirvi.


L'altro modo di reagire: l'esempio di Cariati


In Calabria, a Cariati, lo stesso risultato è stato ottenuto per la via veloce: l'ospedale è stato chiuso di netto nel 2010, col piano di rientro. Un giorno preciso, una decisione visibile, la gente che blocca la statale.

E infatti lì è successo quello che a Casarano non è mai successo: nel 2020 quattro persone hanno occupato l'ospedale e non se ne sono andate. Ne è uscito un documentario - C'era una volta in Italia. Giacarta sta arrivando - che di quella vicenda ha fatto un caso nazionale senza passare dai grandi giornali, proiezione dopo proiezione, paese dopo paese. Nel 2026 a Cariati hanno riaperto il pronto soccorso e la medicina.



Prima di prenderlo come lieto fine, guardate il conto: sedici anni, e quello che è tornato è una frazione di quello che c'era. Riprendersi un ospedale morto costa infinitamente più che difenderne uno vivo.

A Casarano l'ospedale è ancora aperto. C'è ancora un medico in quel reparto, ci sono ancora pazienti dentro, c'è ancora una struttura che fa ricerca clinica riconosciuta a livello internazionale. È una posizione enormemente più forte di quella di Cariati nel 2020, e ho l'impressione che qui non se ne stia rendendo conto nessuno.

Perché il problema di un avversario che può aspettare è che non ha bisogno di vincere. Gli basta durare. E contro uno che dura l'intensità non serve: serve la persistenza. Un corteo non lo spaventa. Una richiesta di accesso agli atti ripresentata ogni sei mesi per quattro anni, quella sì.


E noi ora, che cosa dobbiamo pretendere?


Quattro cose, e non sono semplici richieste ma vere e proprie pretese.

  1. che le funzioni soppresse tornino al Ferrari, a partire da quelle che la classificazione stessa pretenderebbe;

  2. che siano pubblicati gli atti con cui fra il 2015 e il 2017 quell'ospedale è stato declassato, e la delibera del 2020 con cui la Regione dice di aver chiesto di riportarlo su. Esistono, hanno un numero e una data, e nessuno li ha mai resi pubblici;

  3. che si dica quanti medici e quanti infermieri sono in servizio in quell'ospedale, reparto per reparto. È un dato che l'azienda ha già;

  4. e che si smetta di chiamarla razionalizzazione. Quando togli l'ostetricia a un bacino di duecentoventimila persone e la lasci a ventotto chilometri, quella parola non descrive niente: serve solo a far sembrare la faccenda un problema di contabili.

Una cosa, alla fine, la so per certa. Mentre leggete, in qualche altra regione, un ufficio sta preparando una tabella allegata a un regolamento. Non ci sarà scritto «chiudiamo». Non ci sarà mai scritto.

Indignatevi come se fosse il vostro ospedale, perché prima o poi lo sarà.


E che l'Universo sia con noi!



Di Francisco La Manna

22.09.2026


www.noctua-aps.it

[email protected]


Francisco La Manna. Vicepresidente Centro Studi Economici per il Pieno Impiego. Segretario Nazionale Noctua Consumatori


Commenti (1)

Per commentare accedi all area riservata con un account abilitato.

Mostra commenti 1 caricati
    1. PIERPAOLO SIGNORELLI 22 settembre 2026

      fortunatamente la sanità è gestita dalle regioni

Visualizzati 1 di 1 commenti approvati.