Prosegue la serie di contributi dedicata ai temi in cui più pervasiva ed efficace risulta la strategia totalitaristica delle forze euro-globaliste. Autore dei contributi è uno tra i più noti studiosi di biodiritto internazionale, il prof. Luca Marini, docente di diritto internazionale alla Sapienza di Roma, ex Vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica della Presidenza del Consiglio dei Ministri e, attualmente, presidente dell'European Centre for Science, Ethics and Law (ECSEL) e del Comitato Internazionale per l'Etica della Biomedicina (CIEB). Con riferimento al tema trattato in questo articolo, ricordiamo che il prof. Marini è stato per circa vent'anni titolare della Cattedra Jean Monnet conferitagli "Ad Personam" dalla Commissione europea, con ciò alimentando teorie pseudo-cospirazioniste in merito al suo effettivo ruolo critico nei confronti del sistema: basti rilevare che, in occasione dell'organizzazione del Referendum "No Green Pass", egli venne pubblicamente indicato (insieme a Olga Milanese e Francesco Benozzo) come agente dei servizi segreti, senza però indicare, sfortunatamente, di quale Paese.
Eurolager. Ma non è una birra
Di Luca Marini
Anzitutto mettiamo in chiaro una cosa: quando sentite qualcuno sostenere che "il sistema va cambiato dall'interno" scappate a gambe levate. Tipi del genere, il cui solo obiettivo è far parte del sistema che apparentemente criticano e che, per questo, ambiscono a candidarsi a cariche elettive di qualsiasi tipo e livello (dai consigli studenteschi ai senati accademici ai parlamenti nazionali), incarnano al massimo grado l'aforisma più riuscito di Leo Longanesi: "cercava la rivoluzione, trovò l'agiatezza".
Quindi, se doveste sentire qualcuno affermare che l'Unione europea va riformata e magari rigenerata - anziché rasa al suolo - sappiate che il vero nemico è il vostro interlocutore, prima e più ancora della stessa UE.
Per quanto mi riguarda, invece, non faccio fatica ad ammettere che continuerei beatamente a dormire tra due guanciali anche se l'Unione sparisse domani così, puff!, come per magia. E ora vi spiego perché.
Che il sistema-Europa non ha alcuna possibilità di essere salvato, perché in fondo non ha alcuna volontà di essere guarito, ce lo ha confermato, nel luglio 2025, la mancata approvazione della mozione parlamentare di censura della Commissione europea, mozione che, se approvata, avrebbe inevitabilmente finito per alzare il velo sulla gestione della pandemia e sulla cosiddetta campagna vaccinale anti-Covid (oltreché sulle liaisons non proprio ortodosse tra la Presidente della Commissione e la Pfizer). Ma non c'era bisogno di essere un aruspice per vaticinare che essa sarebbe rimasta lettera morta, come infatti è accaduto; semmai, è esilarante constatare che, scampato il pericolo, la suddetta Presidente e i suoi accoliti abbiano ritenuto di addossare la paternità della (mancata) censura alla Russia di Putin, ossia a Lucifero in persona, secondo quanto narrato dalla propaganda unionista.
Del resto, il sistema-Europa non va curato, ma terminato. Redingote politico-istituzionale indossata dalle élites finanziarie transnazionali di matrice giudaica e massonica, quel sistema miscela sapientemente i tre ingredienti tipici del totalitarismo: manipolare le evidenze di qualsivoglia natura (scientifica, sanitaria, ambientale, climatica, energetica, geopolitica, strategica, socio-culturale ecc.), propagandare il terrore, imporre una ideologia.
Dalla metà degli anni Cinquanta fino all'inizio degli anni Novanta, attraverso il boom, le crisi finanziarie ed energetiche, la recessione e la ripresa economica, quell'ideologia si è chiamata mercato. Abbandonato, col fallimento del progetto CED e CPE, il progetto di integrazione politica degli Stati europei, ciò che restava dell'ideale federalista diffusosi nell'immediato dopoguerra è stato convogliato, con la creazione della Comunità economica europea (CEE), verso strumenti di cooperazione commerciale e doganale che, di fatto, hanno finito per oscurare la stessa costruzione comunitaria: non è un caso che, per più di trent'anni, il grande pubblico si sia rivolto alla CEE utilizzando l'espressione Mercato comune europeo (MEC).
A partire dagli anni Novanta e per oltre un decennio, di pari passo con il declino del capitalismo industriale e il consolidamento di quello finanziario, l'ideologia si è chiamata euro. Forse non tutti ricordano che quel decennio si aprì all'insegna della disciplina antitrust e degli aiuti di Stato, proseguì con l'entrata in vigore dei criteri di convergenza previsti dal Trattato di Maastricht e si concluse con l'introduzione della moneta unica: tutto ciò, in Italia, segnò la fine del sistema produttivo nazionale (reo, allora, di essere il più socialista tra quelli occidentali perché fondato sul meccanismo delle partecipazioni statali) e consegnò l'economia del Bel Paese al labirinto di scatole cinesi che anima le dinamiche di borsa. Le reali finalità di questa trasformazione, dissimulata sotto rassicuranti logiche efficientiste e moderniste, sfuggirono completamente agli Italiani che, anziché riflettere sugli effetti esiziali prodotti dal processo di privatizzazione, erano troppo impegnati a lanciare monetine contro un ex Presidente del Consiglio e a celebrare il crollo della Prima Repubblica causato, in apparenza, dall'inchiesta Mani pulite: ed è ovviamente solo una coincidenza che quell'inchiesta abbia preso il via appena dieci giorni dopo la firma del Trattato di Maastricht.
Dai primi anni Duemila, con l'esplosione periodica delle bolle speculative che hanno accompagnato l'ascesa del capitalismo ultra-finanziario e digitale, l'ideologia ha finalmente assunto il suo volto definitivo: controllo. Infatti, è solo prendendo atto dell'istinto ferino del capitalismo contemporaneo che si colgono le ragioni di alcuni mutamenti inaspettati, repentini e altrimenti inspiegabili, come il graduale affinamento degli strumenti di economia comportamentale culminato con la traslazione, nei Paesi occidentali, del sistema di credito sociale noto a ordinamenti lontani anni luce dalle nostre tradizioni e dalla nostra cultura. L'affaire Covid, in particolare, ha fornito all'Unione europea l'occasione per legittimare l'introduzione del Green Pass fondato sull'obbligo vaccinale, e cioè di un abietto strumento di controllo sociale che, lungi dall'esaurire la sua funzione con la fine dell'emergenza sanitaria, si configura sempre più come parametro standard per valutare e sanzionare l'adesione individuale a determinati modelli comportamentali collettivi, non solo in campo medico.
Ma non c'era bisogno di attendere il Covid per capire due cose molto semplici: anzitutto che la normativa europea non ha altro scopo se non quello di ossequiare gli interessi e le strategie del sistema finanziario di cui l'Unione stessa è parte organica; e in secondo luogo che, nel quadro di quella normativa, i diritti e le libertà fondamentali sono - al di là delle dichiarazioni di facciata - orpelli puramente accessori.
Esempio paradigmatico di quanto affermato è offerto dalla tanto celebrata Carta sui diritti fondamentali dell'UE, solennemente proclamata a Nizza, nel dicembre 2000, dal Parlamento europeo, dal Consiglio e dalla Commissione e altrettanto solennemente modificata da quelle stesse istituzioni, nell'arco di pochi anni, nei suoi passaggi più cruciali. Così, se nella versione originale degli artt. 2 e 3 della Carta, intitolati rispettivamente «Diritto alla vita» e «Diritto all'integrità della persona», i diritti in questione erano riconosciuti all'«individuo», nella versione licenziata a Strasburgo nel 2007 (e recepita dal Trattato di Lisbona del 2009) gli stessi diritti sono invece riconosciuti alla «persona», con la conseguenza di escludere dal novero dei beneficiari quell'entità che, se da alcuni è considerata una individualità biologica, da altri non è considerata una persona: e cioè l'embrione. Al di là di ciò che, in assenza di definizioni scientifiche condivise, ognuno è libero di pensare in merito allo statuto dell'embrione (essere umano? mero ammasso di cellule?), è innegabile che le modifiche apportate alla Carta sono state concepite espressamente per indebolire l'ambito di tutela giuridica riconosciuta dal massimo strumento europeo di salvaguardia dei diritti fondamentali dell'uomo, aprendo così un pendio scivoloso sul quale procedono a braccetto, ma in precario equilibrio, tutti i soggetti che non sono ancora - o non sono più - capaci di relazioni interpersonali: dall'embrione ai disabili, dai soggetti affetti da patologie degenerative a quelli non autosufficienti, agli anziani tout court il passo è breve e sdrucciolevole (e quello successivo sarà, fatalmente, l'eutanasia di Stato).
Va poi rilevato che l'art. 3 della Carta di Nizza concerne non solo il diritto all'integrità psico-fisica, ma anche il consenso libero e informato, il divieto di trarre profitto dal corpo umano, il divieto di pratiche eugenetiche e il divieto di clonazione. Quella disposizione, in altri termini, assume una rilevanza straordinaria nel quadro dell'attuazione di quelle forme di controllo ultra-capillare che inevitabilmente deriveranno dal connubio tra rivoluzione biomedica e digitalizzazione della vita quotidiana dei cittadini e che investiranno, da una parte, dati personali sempre più sensibili e, dall'altra, corporeità umane sempre più manipolate o artificiali: in linea, del resto, con quanto ci ha svelato in anteprima la gestione del Covid, con i suoi strumenti digitali di credito sociale e i suoi pseudo-vaccini a mRNA.
L'ulteriore metamorfosi dell'ideologia europea verso il totalitarismo biopolitico transumanista rischia di apparire una deriva troppo insidiosa, e palese, anche agli occhi dell'uomo della strada: ed ecco perché i più fedeli servitori della finanza transnazionale - la politica e i media - si fanno in quattro per presentare l'UE quale tempio di pace, giustizia e prosperità, esaltando in particolare l'aspetto più mistico, e bulimico, della costruzione europea: la sua pretesa sovranazionalità.
Sebbene è evidente che la sovranazionalità altro non è che uno slogan vuoto e abusato, è altrettanto evidente che essa continua a essere fanaticamente proposta, e acriticamente accettata, come il feticcio principale del culto liberal-progressista, che a sua volta rappresenta il volto rassicurante del capitalismo speculativo e borsistico.
Non si tratta, però, di semplice liturgia, o di puro marketing, ma di un disegno strategico dalle articolate finalità. La prima è usare la formula magica "sovranazionale" per rafforzare - a dispetto della Brexit, dell'insofferenza e dell'indifferenza mostrata da un numero crescente di Stati europei - l'aura di sacralità e di inviolabilità di una organizzazione il cui organo propulsivo, la Commissione, rischia invece di apparire sempre più organico alle corporazioni finanziarie di cui si è detto in apertura: in tal senso depongono non solo gli scandali che hanno incrinato, di recente come in passato, la credibilità dell'esecutivo europeo, ma anche la sua contiguità a certi consessi di controversa origine, natura e finalità (il World Economic Forum o il Gruppo Bilderberg, ad esempio), nonché, da ultimo, il sostegno incondizionato da esso fornito alla politica genocida di Israele, che di quell'apparato finanziario costituisce, letteralmente, il tempio. Non può quindi stupire che, al momento di ricevere un dottorato honoris causa dall'Università israeliana "Ben Gurion", la sempre ineffabile Presidente della Commissione europea in carica abbia affermato che "Europe is the values of the Talmud".
La seconda finalità del disegno strategico sovranazional-globalista è assicurare lunga vita al principio del primato del diritto europeo sul diritto interno, affinché le norme varate a Bruxelles abbiano buon gioco, sempre e in ogni campo, nell'obliterare ordinamenti, valori e identità nazionali: in questa prospettiva, ad esempio, è difficile negare che il sacrificio normativo della libertà di espressione sull'altare dei cosiddetti hate speech, imposto dall'Europa a sostegno del movimento woke, non faccia parte del piano volto ad azzerare le radici storiche, culturali e antropologiche dei Paesi europei, spianando al contempo la strada al feticismo scientista, modernista e transumanista funzionale a logiche di controllo totalitario. Una conferma in tal senso si ricava dai reiterati tentativi promossi dall'infaticabile Commissione europea al fine di abolire gli auguri di Natale, sostituendoli con più asettici «auguri di festività» (sic!), ma decisamente più inquietante è il progetto di «Scudo per la democrazia» lanciato nel novembre 2025, ancora dalla Commissione, per controllare espressamente la libertà di espressione allo scopo di difendere i valori democratici coltivati nei corridoi del Berlaymont: e non è difficile immaginare come il previsto «Centro europeo di controllo delle informazioni» reagirebbe alle affermazioni contenute nel presente scritto.
Sulla base di quanto ricordato, dovrebbe risultare chiaro a chiunque che sovranazionalità e primato del diritto europeo sono i Golem creati dalle corporazioni finanziarie a difesa del suo braccio istituzionale, l'Unione: e poiché - almeno nella tradizione ebraica - per abbattere i Golem bastano le parole, poche parole dovrebbero essere sufficienti per smantellare tanto la sovranazionalità quanto l'ancillare primato europeo e fare emergere, così, i reali contorni di una problematica generalmente occultata tra le pieghe del buonismo globalista e modernista.
Per quanto riguarda la sovranazionalità, basterà rilevare che, a distanza di settant'anni dal fallimento del sopra richiamato progetto CED e CPE, essa non ha trovato cittadinanza giuridica nell'ordinamento internazionale, come conferma la circostanza che l'Unione europea è, e resta, una organizzazione di cooperazione intergovernativa nata da una serie di trattati le cui vicende costitutive sono innegabilmente analoghe a quelle di qualsiasi altro trattato. Sia chiaro che il riferimento alle vicende dei trattati europei è qui inteso solo a fare pace con il passato e non a ridimensionare la peculiarità dei contenuti normativi dei trattati medesimi, perché il fatto che l'UE sia dotata di un'assemblea parlamentare rappresentativa dei cittadini degli Stati membri, di organi giudiziari, di un organo di iniziativa normativa che formalmente non rappresenta i governi nazionali, di risorse finanziarie proprie, nonché della competenza per adottare atti direttamente applicabili negli ordinamenti interni, fa di essa una organizzazione internazionale realmente sui generis: ma pretendere di ricostruire la sovranazionalità partendo dai contenuti normativi di strumenti meramente pattizi, che sono chiaramente espressione della sovranità statale, non può che apparire paradossale, se non fosse, palesemente, capzioso.
Per quanto riguarda il principio del primato del diritto europeo su quello nazionale, invece, è sufficiente ricordare che, a distanza di più di sessant'anni dalla sua elaborazione giurisprudenziale, esso continua a essere beatamente ignorato dai trattati europei. Ma anche sul piano nazionale le incongruenze sono macroscopiche e insormontabili: in Italia, in particolare, gli sviluppi della giurisprudenza collegata al primato del diritto europeo hanno espressamente escluso dalla sua portata i principi fondamentali dell'ordinamento costituzionale, nonché i diritti umani, mentre è sotto gli occhi di tutti che le evoluzioni del diritto dell'UE hanno a cuore proprio il sistematico azzeramento degli uni e degli altri. Inoltre, sarebbe interessante sapere se la Corte costituzionale, alla luce della politica guerrafondaia e di riarmo condotta dalla Commissione europea in carica, sarebbe ancora oggi disposta ad ammettere che l'UE incarna davvero quell'«ordinamento che assicuri pace e giustizia tra le Nazioni» individuato dall'art. 11 della Costituzione quale condizione essenziale affinché l'Italia consenta a «limitazioni di sovranità».
Naturalmente, non mi aspetto che quanto appena ricordato serva a dirimere la questione una volta per tutte, non foss'altro perché la contrapposizione tra sovranazional-globalismo e salvaguardia della sovranità statale è stata trasformata, dai servitori del capitalismo ultra-finanziario, in una ulteriore guerra, dogmatica e di religione, che sfugge, in quanto tale, a qualsiasi analisi giuridica o anche solo di buon senso: quel buon senso che dovrebbe aiutare a comprendere, ad esempio, che la sovranità degli Stati europei è minacciata, più che da slogan abusati o da raffinate invenzioni giurisprudenziali, da Uomini della Provvidenza dalle carriere attentamente pianificate, inequivocabilmente organici alle corporazioni finanziarie e strategicamente inseriti al momento opportuno, come un virus letale, negli apparati di governo.
E, dunque, cosa succederà? Cosa faranno le Istituzioni europee e i loro accoliti per tentare di riciclare vieti slogan e invertire quel clima di euro-scetticismo che, dopo più di quarant'anni, torna a dilagare in Europa? Cosa faranno per occultare le bufale e gli scandali che alimentano e sorreggono i feticci della modernità dati in pasto al grande pubblico a partire da Maastricht, dal pareggio di bilancio alla competitività industriale, dalla rivoluzione biomedica all'emergenza climatica, dalla green economy alla difesa tecnologica e, finalmente, dall'economia comportamentale al ruolo egemone riconosciuto, per diritto divino, alle elités finanziarie transnazionali pur invischiate in putrescenti vicende come lo scandalo Epstein?
Semplice: utilizzeranno ancora una volta la ricetta totalitaria per manipolare le evidenze, propagandare terrore, imporre una ideologia. E quindi, oggi, soffiare sui focolai di crisi per sponsorizzare una strategia guerrafondaia e di riarmo da dare in pasto all'opinione pubblica quale nuovo e beneaugurale passo in avanti sul cammino dell'integrazione politico-militare avviata dall'ormai dimenticata CED (e in questo senso vanno inquadrate anche le dichiarazioni in favore del nucleare formulate dalla Presidente della Commissione europea nel marzo 2026). Con il risultato, beninteso, di istituzionalizzare il clima di emergenzialismo permanente sdoganato dal Covid che, fatalmente, si tradurrà ancora una volta in restrizioni alle libertà personali altrimenti intollerabili: non a caso, la parola guerra aleggia voluttuosamente sulle labbra dei grand commis europei dal giorno successivo alla fine dell'emergenza sanitaria.
Così, la macchina dell'abbondanza nata per salvaguardare la pace si è subdolamente trasformata nel Leviatano che sponsorizza la guerra e azzera i diritti fondamentali: un grande inganno inteso a gettare polvere negli occhi dei cittadini e oscurare il fatto che la finanza transnazionale si è sostituita alla politica nella gestione della società civile, con il fine ultimo di abbattere i valori democratici, le libertà fondamentali e la dignità dell'essere umano in quanto ostacoli ai suoi obiettivi di controllo totalitario dell'umanità. Un grande inganno perfettamente in linea con le logiche cui risponde l'Unione, sinteticamente riassumibili nella locuzione Ordo ab chao assurta a motto della Massoneria universale.
Un grande inganno che continua a essere proposto, da taluni massimi rappresentanti istituzionali, come unica alternativa possibile alle tenebre e alla barbarie. In attesa che quei massimi rappresentanti istituzionali vengano giudicati, se non dalla giustizia, quantomeno dalla storia, può tornare utile leggere o rileggere il parere dedicato al Manifesto di Ventotene adottato dal Comitato Internazionale per l'Etica della Biomedicina (CIEB) nel novembre 2024, parere che metteva in luce, in due sole pagine, la distanza che separa ciò che l'Unione europea avrebbe dovuto essere da ciò che, invece, è. Al momento della sua adozione, quel Parere sollecitava riflessioni critiche; oggi, mentre la Commissione europea invita i cittadini a fare scorte alimentari, quel parere costituisce un atto di accusa nei confronti di un nemico che vuole la nostra rovina e che, quindi, deve essere eliminato, prima che elimini noi.
Di Luca Marini
21.09.2026
GioCo 21 settembre 2026
Intanto grazie a Luca,
ci vuole molto coraggio oggi a "rendersi conto" di aver lavorato di fatto per una associazione paramafiosa che si maschera da istituzione pubblica e denunciarlo, da una posizione comunque ancora pubblica e quindi facilmente ricattabile.
Coraggio che hanno sempre meno anche in vista della "reazioni" del pubblico (somaro).
Viviamo in una società dove la solidarietà funziona a senso unico solo se amminstrata da agenzie PR perché siano le tifoserie a governare poi gli esiti, sempre uguali: tutto a tarallucci e vino.
Ciò che esce dai ranghi poi è amministrato da piattaforme digitali sempre meno libere.
Alla fine rivedremo i "campi di sterminio" solo che saranno digitali, con effetti simili ma infrastruttura nuova e impatto globale. Solo mitigato nelle nuove dittature digitali sino-russe perché possa apparire a quelle popolazioni più equo seguendo il filo della propaganda generale. Non cambierà un tubo e al secondo giro di boa sarà chiarito anche a loro qual'è la musica e chi la decide.
Bisognerà vedere a quel punto cosa emergerà dalle ormai nostrane macerie civili e morali.