Il limite: la parola che abbiamo dimenticato

Per secoli è stato il fondamento della libertà e della convivenza civile. Oggi è diventato un sospetto. Riceviamo e pubblichiamo da Redazione Inchiostronero.

Il limite: la parola che abbiamo dimenticato

Una parola per capire il mondo che cambia

Per millenni il limite è stato considerato una condizione necessaria della libertà, della legge e della convivenza civile. Dalla misura greca al limes romano, fino alla tradizione biblica dell'alleanza e della responsabilità, le civiltà europee hanno costruito la propria identità riconoscendo che ogni comunità ha bisogno di confini condivisi per durare nel tempo. A partire dall'età moderna, tuttavia, la crescita della tecnica e l'idea di progresso hanno progressivamente trasformato il limite in un ostacolo da superare, alimentando una nuova immagine della libertà come espansione indefinita delle possibilità individuali. Oggi, in una società che fatica a distinguere tra libertà e assenza di vincoli, tornare a interrogarsi sul significato del limite significa riflettere sulle condizioni stesse della vita collettiva e sul futuro della civiltà occidentale.
«La misura è la migliore delle cose.» Cleobulo di Lindo

Una parola diventata sospetta

C'è una parola che per secoli ha accompagnato la storia delle civiltà europee e che oggi sembra lentamente scomparsa dal nostro vocabolario pubblico: limite.

Non è stata abolita formalmente. Nessuna epoca ne ha proclamato la fine. Non esiste un momento preciso in cui qualcuno abbia deciso che non fosse più necessaria. È accaduto qualcosa di più sottile: il limite ha cambiato significato. Non è più percepito come una componente naturale dell'esperienza umana, ma come una restrizione da superare, un ostacolo imposto dall'esterno.

Eppure, per millenni è accaduto esattamente il contrario. Il limite non impediva la libertà: la rendeva possibile.

Le civiltà antiche non pensavano l'uomo come un essere illimitato. Lo pensavano come un essere collocato entro una misura. Vivere significava abitare uno spazio riconoscibile, accettare una forma, riconoscere una proporzione tra ciò che è possibile e ciò che non lo è. Nella cultura greca questa consapevolezza divenne un principio morale fondamentale: oltrepassare la misura non significava emanciparsi, ma esporsi al disordine. Non a caso la tragedia chiamava hybris la pretesa di oltrepassare la condizione umana. Come scrive Aristotele nella nell'Etica Nicomachea, «la virtù è una disposizione che consiste nel giusto mezzo», cioè nella capacità di riconoscere la misura come equilibrio dell'agire umano.

Anche per Roma il confine non rappresentava una debolezza, ma una struttura dell'ordine politico. Stabiliva dove la legge aveva valore e dove cominciava l'incertezza. Era la forma visibile della civiltà.

Per questo sorprende che proprio l'Europa, che per secoli ha costruito la propria identità attorno all'idea di misura, oggi fatichi a riconoscere nel limite una risorsa. La parola sopravvive, ma ha cambiato direzione: non indica più una condizione della libertà, ma ciò che sembra ostacolarla.

Ed è forse proprio in questo slittamento silenzioso che si può riconoscere uno dei segni più profondi della trasformazione culturale del nostro tempo.

Il limite nelle civiltà antiche

Le civiltà antiche non pensavano l'uomo come un essere senza confini. Lo pensavano inserito dentro un ordine.

Per i Greci questa esperienza si esprimeva nell'idea di misura. L'uomo non era chiamato a espandersi indefinitamente, ma a riconoscere la propria posizione nel cosmo. Oltrepassare quella misura non significava crescere: significava rompere un equilibrio. La tragedia chiamava hybris proprio questa frattura. Come ricorda Sofocle nell'Antigone, «molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell'uomo»: una grandezza che tuttavia non può sottrarsi alla propria condizione senza conseguenze. La libertà, per i Greci, non nasceva dall'assenza di limiti, ma dal riconoscimento della propria misura.

Anche Roma costruì la propria identità attorno a questa consapevolezza. Il limes non era soltanto una frontiera geografica: definiva lo spazio entro cui la legge poteva essere riconosciuta come comune. Non era una barriera militare soltanto difensiva, ma una linea simbolica che distingueva l'ordine dal caos. Come scrive Cicerone nel De legibus, «la legge è la ragione suprema insita nella natura», e proprio per questo ha bisogno di uno spazio entro cui possa essere condivisa.

Nella tradizione biblica il limite assume un significato ancora diverso. Non è soltanto misura né soltanto confine politico: è relazione. Nasce dall'alleanza e definisce lo spazio della responsabilità reciproca. Quando nel Deuteronomio si legge «io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male», il limite non appare come costrizione, ma come condizione della scelta.

Per millenni l'uomo occidentale ha abitato questa esperienza della misura. Il limite non era un ostacolo alla libertà: era la forma attraverso cui la libertà diventava condivisibile.

Il limite che i Greci non potevano oltrepassare

Per i Greci il limite non era soltanto una regola morale. Era una legge del mondo. Non rappresentava un divieto imposto dall'esterno, ma la struttura stessa dell'esistenza umana. L'uomo non era pensato come un essere destinato a espandersi indefinitamente: era un essere chiamato a riconoscere il proprio posto nell'ordine del cosmo.

Questa consapevolezza aveva un nome preciso: métron. Conoscere il proprio limite significava prima di tutto conoscere la propria condizione. Non a caso una delle massime incise nel santuario di Delfi recitava «γνῶθι σεαυτόν», conosci te stesso. Non era un invito all'introspezione psicologica, ma un richiamo a riconoscere la distanza che separa l'uomo dagli dèi. Come osserva Platone nel Filebo, «la misura e la proporzione sono sempre belle e perfette», perché solo ciò che possiede misura può mantenere una forma stabile nel tempo.

Il vero pericolo, per l'uomo greco, non era la debolezza ma l'eccesso. La tragedia lo insegnava con chiarezza. L'eroe tragico non cade perché è fragile, ma perché pretende di oltrepassare la soglia che gli è assegnata. È ciò che accade a Prometeo quando sfida l'ordine divino ed è ciò che accade a Edipo quando tenta di conoscere ciò che non gli è consentito conoscere. La hybris non indicava soltanto orgoglio: indicava la rottura dell'equilibrio tra l'uomo e il cosmo.

Per questo la libertà, nel mondo greco, non coincideva con l'assenza di limiti. Coincideva piuttosto con la capacità di abitare consapevolmente la propria condizione. Come ricorda Eraclito in uno dei suoi frammenti più celebri, «il sole non oltrepasserà i suoi limiti; altrimenti le Erinni, ministre della giustizia, lo scopriranno». Anche gli astri obbediscono a un ordine: l'uomo non può sottrarsi a questa legge senza esporsi al disordine.

Il limite, per i Greci, non era dunque una rinuncia. Era una forma di sapienza. Riconoscerlo significava restare umani. Ignorarlo significava esporsi alla tragedia.

Quando il limite diventa un nemico

A partire dall'età moderna qualcosa cambia profondamente nel modo in cui l'uomo occidentale percepisce il limite. Non scompare improvvisamente. Non viene dichiarato inutile. Ma lentamente perde il suo significato originario. Non è più la forma entro cui la libertà prende consistenza: diventa l'ostacolo che la libertà deve superare.

La trasformazione comincia con una nuova immagine dell'uomo. L'uomo non è più pensato come parte di un ordine da riconoscere, ma come soggetto capace di trasformare il mondo. La natura non è più una misura: diventa uno spazio di intervento. Come scrive Francis Bacon nel Novum Organum, «sapere è potere», e questa formula segna l'inizio di una nuova stagione della storia europea. Conoscere non significa più comprendere un limite, ma acquisire la capacità di oltrepassarlo.

La crescita della tecnica rafforza questa convinzione. Ogni progresso sembra dimostrare che ciò che ieri appariva impossibile oggi può essere realizzato. Il limite non è più interpretato come una struttura stabile dell'esistenza umana, ma come una frontiera provvisoria destinata a spostarsi continuamente. L'idea stessa di progresso nasce da questa fiducia: l'uomo può migliorare indefinitamente la propria condizione.

Nel corso dei secoli questa visione si consolida fino a trasformarsi in una vera e propria cultura dell'espansione. La libertà non coincide più con la misura, ma con l'illimitato. Come osserva Cartesio nel Discorso sul metodo, l'uomo può diventare «come padrone e possessore della natura». È una formula che segna una svolta decisiva: il limite non è più una condizione da comprendere, ma un vincolo da superare.

Nasce così una nuova immagine della libertà. Non più libertà come equilibrio, ma libertà come ampliamento continuo delle possibilità. Non più libertà come forma, ma libertà come espansione. Ed è proprio in questo passaggio silenzioso che il limite comincia a essere percepito non come una risorsa della civiltà, ma come il suo principale avversario.

Il paradosso della libertà senza confini

Ma una libertà senza confini non è necessariamente una libertà più ampia. Questa è forse una delle intuizioni più difficili da accettare per la sensibilità contemporanea. Abituati a pensare la libertà come assenza di vincoli, fatichiamo a riconoscere che ogni libertà concreta nasce invece da una forma.

Quando ogni limite viene percepito come ingiusto, anche la convivenza diventa difficile. Le regole sembrano arbitrarie. Le istituzioni appaiono sospette. L'autorità perde legittimità non perché sia necessariamente oppressiva, ma perché non viene più riconosciuta come necessaria. La società non diventa più aperta: diventa più fragile.

Questo paradosso è stato compreso con chiarezza già nell'Ottocento. Come osservava Alexis de Tocqueville in La democrazia in America, «l'uguaglianza prepara gli uomini a tutte le cose», ma proprio per questo può renderli incapaci di riconoscere i limiti indispensabili alla vita comune. Quando ogni individuo si percepisce come misura di se stesso, la società rischia di perdere il linguaggio condiviso che rende possibile l'appartenenza.

Una società senza limiti non diventa più libera. Diventa più incerta. Perché il limite non è soltanto un divieto: è una struttura invisibile che rende possibile la fiducia reciproca. Senza confini riconosciuti, le parole cambiano significato, le regole diventano negoziabili, le responsabilità si dissolvono.

È ciò che aveva intuito con grande lucidità anche Hannah Arendt quando scriveva che «la libertà ha bisogno di un mondo comune per apparire». Senza uno spazio condiviso, la libertà non scompare formalmente, ma perde consistenza.

Il limite, in questo senso, non è il contrario della libertà. È la sua condizione. Non la restringe: la rende abitabile. Senza una forma riconosciuta, infatti, non esiste vita comune. Esistono soltanto individui esposti a un orizzonte sempre più vasto e sempre meno comprensibile.

Il limite e la vita collettiva

Ogni comunità nasce dalla capacità di tracciare confini condivisi. Non si tratta soltanto di frontiere territoriali. Si tratta di confini giuridici, simbolici, morali. Sono linee spesso invisibili, ma decisive, perché permettono agli individui di riconoscersi come parte di uno stesso spazio umano.

Il limite, in questo senso, non nasce per escludere. Nasce per rendere possibile l'appartenenza. Senza confini riconosciuti non esiste una comunità: esiste soltanto una somma di individui che condividono temporaneamente lo stesso territorio. È la presenza di regole comuni, di linguaggi condivisi e di responsabilità reciproche a trasformare una collettività in una società.

La tradizione politica europea ha compreso a lungo questo equilibrio. Come scrive Aristotle nella Politica, «l'uomo è per natura un animale politico», cioè un essere che realizza se stesso soltanto dentro una comunità organizzata. Ma una comunità esiste solo dove esiste una forma. E ogni forma implica un limite.

Quando questi confini scompaiono, la società non diventa più aperta. Diventa più fragile. Non perché qualcuno abbia imposto nuove regole, ma perché nessuno sa più quali regole valgano davvero. La fiducia reciproca si indebolisce, le istituzioni perdono stabilità, il linguaggio pubblico si frammenta.

Questo processo era già stato intuito con grande lucidità da Émile Durkheim quando osservava che una società non può esistere senza un insieme condiviso di norme capaci di orientare il comportamento degli individui. Quando queste norme si dissolvono, non nasce una libertà più ampia, ma una condizione che egli chiamava anomia, cioè perdita di orientamento collettivo.

Il limite, dunque, non è soltanto una questione individuale. È una struttura della vita comune. Non separa gli uomini: li mette in relazione. Non restringe lo spazio della libertà: rende possibile lo spazio della convivenza. Dove i confini condivisi vengono meno, anche la comunità rischia lentamente di smarrire la propria forma.

Una parola da riscoprire

Forse il problema non è che viviamo in una civiltà con troppi limiti. Forse viviamo in una civiltà che ha smesso di comprenderli. Non perché siano scomparsi, ma perché hanno cambiato significato. Dove un tempo indicavano una forma della convivenza, oggi vengono spesso percepiti come un ostacolo alla realizzazione individuale.

Per secoli il limite è stato ciò che proteggeva la libertà dalla confusione, la legge dall'arbitrio, la comunità dalla dissoluzione. Non era una barriera, ma una soglia. Non separava soltanto: orientava. Permetteva agli individui di riconoscersi dentro uno spazio comune e di costruire relazioni stabili nel tempo.

Ripensare il limite non significa tornare indietro. Nessuna civiltà può vivere di nostalgia. Significa piuttosto riconoscere che ogni società ha bisogno di una forma per poter durare. Senza forma non esiste memoria condivisa. Senza memoria condivisa non esiste appartenenza.

È ciò che aveva intuito con straordinaria lucidità Simone Weil quando scriveva che «mettere radici è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell'anima umana». Le radici non sono un ritorno al passato. Sono ciò che permette agli uomini di abitare il presente senza smarrire il senso del proprio posto nel mondo.

Una civiltà che non sa più dove tracciare i propri confini rischia lentamente di perdere anche il linguaggio con cui racconta se stessa. Non perché abbia rinunciato alla libertà, ma perché ha smarrito la forma che rende la libertà condivisibile.

Riscoprire il limite non significa ridurre l'orizzonte dell'uomo. Significa restituire alla libertà uno spazio abitabile. E forse proprio da questa consapevolezza può cominciare una nuova riflessione sul futuro della nostra civiltà.

«Una civiltà sopravvive solo se sa ciò che deve difendere e ciò che non deve oltrepassare.» - Romano Guardini

da Redazione Inchiostronero

15.04.2026


Le opinioni espresse in questo articolo riflettono il pensiero dell’Autore ma non necessariamente la linea editoriale di ComeDonChisciotte.

Commenti (17)

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    1. oriundo2006 20 aprile 2026

      Leggo qui un ampio commento al tema che ci occupa:

      https://chadcrowley.substack.com/p/oswald-spengler-and-the-return-of

      ''..Nel caso dell'Occidente, questo impulso interiore era ciò che Spengler chiamava l'anima faustiana, una spinta verso l'infinito, una volontà non solo di estendersi nello spazio, ma di superare i limiti e spingersi oltre ogni orizzonte, espressa non solo nella metafisica, ma anche nella costruzione dello spazio stesso ... ed in una matematica che dissolve il finito nell'astrazione...''.

      Mi pare che i tanti temi che qui CDC sta svolgendo in modo encomiabile ( grazie ancora alla redazione ) stiano 'collassando' in una pluralità di interventi sui più disparati siti, indice di una urgenza intellettuale che sta facendo presa ovunque.

      Meno male. Non siamo soli ma in tanti...

    1. omega 16 aprile 2026

      Bello l'articolo e belli i commenti ad esso.
      Siamo ad alti livelli.

    1. emilyever 16 aprile 2026

      Mi complimento anch'io con chi ha scritto l'articolo, che mi ha ricordato personalmente come fin dalle prime settimane di lockdown, non solo grazie a come don Chisciotte, mi fossi accorta che si trattasse di ubris, e di cose antiche, di tragedie greche. Erano troppi i limiti del vivere civile e umano che erano oltrepassati: tutto il giorno la tv terrorizzava con scene sale di rianimazione, i bollettini dei morti quotidiani, senza nessuna empatia, le chiese chiuse e i suoi ministri silenti, nessun uomo di cultura che dicesse. ma che state facendo?Malati "depositati" nelle Rsa, cadaveri incenertiti e restituiti in sacchi neri, autopsie che per farle ci voleva autorizzazione del magistrato quando con un virus nuovo sarebbero dovute essere incoraggiate, le cure negate, anzi suggerito l'unico comportamento, tachipirina e vigile attesa che danneggiava, e poi chiusi in casa, le libertà soppresse o diventate "permessi" da esibire e controllare . E so che ne dimentico qualcuno. Se questa non è ubris... e la storia del prof Raoult che da Marsiglia, dai video dell'ospedale e in tv avvertiva che in guerra bisogna agire con quello di cui si dispone e quindi lui avrebbe testato e curato tutta Marsiglia, e tranquillizzata innanzitutto, perchè non avessero attacchi d'ansia confusi con crisi respiiratorie. la sua persecuzione dai politici e dai media, e dai tribunali, insomma, la sua vicenda la inquadrai subito come simile all'Antigone greca.

    1. Rogerus Pan 15 aprile 2026

      Bellissimo articolo, semplice, chiaro e del tutto condivisibile. Una sola precisazione: L uomo è zoon politikon non significa animalempolitico, ma animale che vive non solitario , ma in società in una polis in una comunità . Altrimenti distorci il senso

    1. uomospeciale 15 aprile 2026

      Magari si fosse perso soltanto il limite...
      in una società dove ci si vanta di cose che avrebbero fatto vergognare i nostri nonni e che vede ogni pretesa libertà e diritto del singolo, prevalere sempre e comunque sull'interesse della collettività, si è perso molto più del limite.
      si è persa anche la vergogna, la dignità, la serietà, l'onestà, la responsabilità e l'onore.
      In pratica abbiamo perso tutto, ci è rimasto soltanto un prezzo...
      E costiamo anche poco.

    1. akel 15 aprile 2026

      Mi sembra che lei comunque ignori che tutti i concetti presenti nel testo sono profondamente cambiati negli ultimi 2700 anni.
      Se lei dice che «La misura è la migliore delle cose.» dovrebbe ricordarsi che da almeno 400 anni con Galileo si intuisce che la misura di un fenomeno dipende dalla posizione di chi misura il fenomeno. Adesso questo è dimostrato sperimentalmente: due ossevatori che misurano un fenomeno in posizioni differenti ottengono risultati differenti. Qual'è secondo lei la «giusta misura»?
      Non è vero che il limite era qualcosa che non doveva essere superato: nella mitologia graca sono frequenti i padri e lemadri che uccidono i figli, o viceversa, le violenze sessuali i rapimenti: l'Hybris è fondamentale nella formazione dell'umanità!
      Per aristotele il limite, la finitudine era la garanzia della perfezione: l'infinito in quanto indeterminato era considerato imperfetto. Non mi sembra che nella «civiltà occidentale» sia possibile associare l'infinito all'imperfezione.
      Lei poi scrive «La libertà, per i Greci, non nasceva dall’assenza di limiti, ma dal riconoscimento della propria misura»: con tutto il rispetto questa lei se l'è inventata. La liberta per i greci del V secolo ac non esiste come realtà individuale: la libertà era essere liberi dalla necessità di lavorare, non essere schiavi.
      Quanto all frase della Weil mi sembra che ignori che l'umanità nasce nomade e che per centinaia di migliaia di anni ha continuato ad essere nomade in perfetta armonia con l'ambiente che l'accoglieva e che solo negli ultimi 10-15mila anni è ha, come dice lei, messo radici.
      è esattamente quando è iniziata la guerra, la distruzione dell'ambiente.

    2. omega 16 aprile 2026

      Le sue osservazioni, per quanto pertinenti, non inficiano la validità dell'articolo, anzi ne costituiscono integrazione.

    1. absitiniuriaverbis 15 aprile 2026

      Articolo che ho a[prezzato e non poco.
      Tra tutti i limiti citati manca menzionare almeno quello relativo al limite in senso matematico: questo si configura non come un limite invalicabile, quanto come un orizzonte di avvicinamento.

      Esiste una correlazione strutturale thra il concetto di limite matematico ed il concetto di limite applicato al sociale, alla morale od alla liberta' individuale e collettiva.
      Il limite matematico descrive come un processo puo' tendere ad un punto senza raggiungerlo e tanto meno superarlo! Il limite morale/sociale prescrive o descrive come un'azione possa avvicinarsi ad un confine senza (doverlo) oltrepassare. La liberta' e' quindi la capacita' di muoversi in campi di tensioni asintotiche riconoscendo che i limiti non sono la negazione della liberta' ma la sua forma. Scegliere di non oltrepassare i limiti e' l'esercizio della liberta' responsabile ovvero quella struttura che rende possibili le interazioni consentendo la liberta' di agire entro un orizzonte condiviso.

      Ai miei tempi si diceva che l'orizzonte non imprigiona il cammintore, ma gli permette di orientarsi.

    1. GioCo 15 aprile 2026

      Il cambio di significato è voluto, è progettato ed è difeso a spada tratta da chi lo ha voluto. Bastano i cartoni animati nipponici per rendersene conto.

      L'idea inculcata nella massa che non ci siano limiti se non nella fantasia (che la fantasia sia un limite rovescia il paradigma) ad esempio economici, rende possibile l'economia predatoria e questo inchioda senza scampo alla sedia della storia gli agenti che hanno educato con la scolastica le generazioni dell'ultimo secolo.

      Tutto è partito sfruttando l'ideale tenologico. In effetti la moderna tecnologia è proprio un assicurazione all'ideale superamento costante dei limiti. Il punto è che si tratta di puro idealismo, fatale fede nella tecnologia. Il nuovo dio unico "sostitutivo" per chi non vuole più il vecchio dio barbuto e collerico.

      La tecnologia è solo un mezzo per ottenere un fine, non la garanzia di un assenza di limite. Permette di ottenere uno specifico vantaggio ma solo uno e solo quello. Se costruisco una strada asfaltata posso percorrerla comodamente a 130 Km/h e mi pare pure di andare piano. Ma non arrivo dove voglio, arrivo dove la strada arriva e non vado a 130 ovunque ma dove ha senso e dove è sicuro farlo. Il limite dei 130 permette quindi a tutti di usufruire dello stesso vantaggio. Poi però ci sono quelli che "io può e tu no" e pretendono di usare le stesse strade facendosi da soli i limiti che gli tornano più comodi. Perché "stare con gli altri" è difficile e l'autismo è la frontiera (sciocca) che primette di non preoccuparsene. Apparentemente, finché non esplode tutto.

    1. oriundo2006 15 aprile 2026

      E' in atto un cambio di paradigma 'metafisico'.
      La metafisica è la ricerca della misura assoluta delle cose: valori, limiti, comportamenti...Questa assenza condivisa del limite, spostato talmente in avanti da consentire tutto ed il contrario di tutto, segnala la necessità della 'Discesa dell' Avatar'.
      Questa 'discesa' non può tardare.
      E' bisogno e necessità che urge, quello di un rinnovamento delle categorie di pensiero, di una nuova 'metafisica' che fissi i limiti di una nuova chiarificazione dell'Esserci, di una nuova 'religio': uso l'antico termine latino che significa cura e attenzione dei legami fra il mondo umano e quello Divino.
      Cura e attenzione oggi dimenticata e negletta perchè la percezione stessa della realtà 'umana' scandita da soggetto/oggetto è separata da un cuneo: dalla follia superumana contro il nesso Divino stesso.
      Questo avviene attraverso l'intromissione interiore ( in molte forme ) di un pensiero che indica la 'possibilità che oggi si dà a differenza del passato di poter esercitare la soggettività in modo incondizionato proprio contro i limiti metafisici del passato.
      Questa possibilità deforma la condizione stessa dell'esperienza umana di tutti noi, la sua relazione con gli altri, portandola ad un solipsismo assoluto non relato, non condizionato dal principio di reciprocità.
      Si può fare ciò che si vuole, l'esempio non manca, ed il limite fornito dall'esperienza delle epoche passate pare fondato su pregiudizi 'naturalistici' risibili, violati e violabili in ogni ambito senza conseguenze: se il vecchio 'dio' del 'Deus Sive Natura' è scomparso come 'pregiudizio', allora siamo 'liberi' e 'liberi' soprattutto dal legame stesso.
      Il passato, questo grande alibi, oggi utilizzato per legittimare proprio la mancanza 'moderna' del limite ma però utile a rovescio per fornire una base giustificazionista della revoca del limite stesso.
      L' origine dell'atteggiamento detto è quella che vediamo ben impersonata dall' ideologia eccezionalista e da quella elitista: una entità estranea ai vincoli del passato viene evocata da questi attori politici proprio per distruggere ovunque e comunque ogni limite.
      Questo avviene violando la sacertà interiore dell' Uomo che è fondata proprio sulla rammemorazione 'religiosa' del Legame Originario.
      Questa 'entità invece non ha limiti ed invita il mondo umano a non averne, anzi impone di essere 'dio' di sè stessi, replicando l'antica e nota formula distruggendo appunto ogni vestigia del passato ( come accade in archeologia citato in altro saggio qui su CDC ).
      Ai Titani del mito greco andò assai male e del resto possiamo davvero fare a meno della nostra esperienza passata con tutti i suoi 'limiti', facendo 'tabula rasa' di ciò che ci 'individua' come soggetti 'storici' e 'religiosi' sulla base del nostro stesso passato, da distruggersi secondo tale 'teologia' ovunque e comunque, negando tra l'altro la metempsicosi cioè il tragitto delle Anime ?
      Tout se tient.
      Sapete, è come se gli uccellini di fronte a grandi folate di vento, volessero far a meno di ciò che li sostiene, dichiarandosene 'liberi'.

    1. PietroGE 15 aprile 2026

      Articolo molto interessante che evidenzia alcuni punti di inizio della decadenza occidentale, oggi sotto gli occhi di tutti. Parlare però di limite in termini astratti potrebbe non essere sufficiente a spiegare il fenomeno epocale di come una civiltà che era riuscita a 'illuminare' il mondo con la sua cultura, Arte e scoperte scientifiche si sia ridotta allo stato attuale di declino totale, a rischio estinzione. Andrebbe fatta una analisi puntuale di quello che è successo quando c'è stata una accelerazione del superamento del 'limite', una vera e propria esplosione dei vincoli naturali che definiscono una società : la Legge Morale, l'autorità, la cultura e l'identità etnica condivisa, l'etica naturale della relazione tra i sessi, il compito naturale del passaggio alla successiva generazione della sostanza di civiltà di una società. Mi riferisco agli anni '60, al 'vietato vietare', alla rivoluzione sessuale, alla lotta contro l'autorità mascherata da lotta contro l'autoritarismo, allo scientismo come tentativo di 'superare' la religione e infine all'apertura dei confini : l'illusione di voler trasformare la popolazione mondiale in consumatori occidentali con prospettive di profitti immensi e l'illusione ancora più idiota di poter integrare il mondo in occidente negando l'identità etnica e culturale dei popoli. Il risultato è quello che i media mainstream chiamano 'progresso', in realtà disastro epocale.

    1. Dario Lampa 15 aprile 2026

      Ovvero, come recita, e senza giri di parole, la saggezza popolare: chi si accontenta gode.

    2. ric 16 aprile 2026

      infatti certi personaggi sono sofferenti perche' non non sanno cosa significhi GODERE : Li vediamo nascosti e lacrimanti sulle loro bagnarole fra Dubay e Montecarlo...

    1. maghi 15 aprile 2026

      "limit of the growth". Un limite di 50 anni fa,che è stato deriso, aggredito da ogni dove e che era l'unica strada percorribile per un pianeta in pace e felice. E ora ci ritroviamo con un WEF che ci dice senza nessuna paura, che saremo felici, ma a condizione di essere poveri. Bel guadagno aver seguito le passioni, invece della prudenza e della temperanza.

    2. ric 15 aprile 2026

      parte da lontano il messaggio.. . :... Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum caelorum.

    3. maghi 15 aprile 2026

      il buon senso non ha confini nè di tempo, nè materiali.

    1. esca 15 aprile 2026

      Incontestabile, a mio avviso. Pensa, una semplice "parola" ignorata e rimossa, quanti danni puo' fare.

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