Il Grande Capitale si fa Stato per sottometterci definitivamente

Intervista al Professor Carlo Iannello, autore de “Lo Stato del potere. Politica e diritto ai tempi della post-libertà”

carlo iannello

Intervista di Massimo A. Cascone al Professor Carlo Iannello, Costituzionalista, docente di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” ed esperto di Biodiritto.

*

  • Prof. Iannello ci eravamo lasciati ripubblicando un articolo di presentazione del suo ultimo libro “Lo Stato del potere. Politica e diritto ai tempi della post-libertà” (edito da Meltemi, gennaio 2025), un'opera che, partendo dalla crisi dello Stato e delle Costituzioni europee, arriva a spiegare le trasformazioni autoritarie e privatiste oggi in atto. A distanza di 6 mesi, può raccontarci quali sono state le reazioni del pubblico al suo lavoro?

Davvero ottime. Tante le presentazioni e sempre molto partecipate, come se le persone vi scorgessero un’occasione di dibattito sullo stato della democrazia, in un periodo in cui il confronto collettivo è quasi del tutto scomparso. Il libro è stato presentato a Roma (Senato, Camera, LUISS), a Milano alla Casa della cultura con Massimo Cacciari, a Firenze alla Fondazione Rosselli con Ginevra Cerrina Feroni, a Napoli e a Pesaro ad iniziativa del sindacato FISI, a Vicenza presso l’associazione ContiamoCi, in molte istituzioni culturali napoletane, fra cui l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (il libro è in memoria di Gerardo Marotta, che ne è stato il fondatore) ed altre presentazioni sono in programma: Catanzaro, Bologna, Torino e ancora Napoli. Le reazioni sono state anche sorprendenti, da un certo punto di vista, perché c’è stato un generale apprezzamento del libro, persino da parte di quegli ambienti che, nei decenni passati, hanno favorito la deriva attuale, oggetto polemico del libro.

Tuttavia, le critiche non sono mancate e un recente episodio che ha visto impedita, in un’accademia meridionale, una presentazione del mio libro, di cui al momento non mi va di entrare nei dettagli, mi hanno rincuorato…evidentemente le tesi sostenute hanno colto nel segno e danno fastidio. Non potevo chiedere di più per i primi 6 mesi di vita del libro.

  • Negli ultimi anni lei è stato spesso ospite qui su comedonchisciotte.org per analizzare dal punto di vista giuridico gli accadimenti a cui abbiamo assistito durante la fase pandemica, momento della nostra storia in cui la Costituzione e le sue garanzie per i cittadini hanno subito la massima erosione e disapplicazione. Era un finale già scritto guardando al clima autoritario progressivamente impostosi in Occidente dall'11 settembre 2001 in poi?

Dal 2001 in poi la torsione in senso autoritario degli ordinamenti liberaldemocratici è un dato di fatto, messo bene in luce dai numerosi studi che si sono occupati del neoliberalismo autoritario. L’autoritarismo è una conseguenza naturale della neutralizzazione della politica e del dominio assoluto del grande capitale. Come chiarito da Karl Polanyi, il capitalismo industriale reca in sé i geni del fascismo e del totalitarismo.

Oggi il tecno-capitalismo è in grado di portare questa intrinseca tendenza autoritaria del capitalismo alle sue estreme conseguenze e con un’efficacia sconosciuta nel passato, dato il capillare controllo sociale che la tecnologia consente. Quello che è accaduto durante il periodo della diffusione del Sars-Cov-2 ne è una chiara manifestazione. Agamben, già nel 1995, aveva individuato nel campo “il nuovo nomos biopolitico del pianeta”. Non è un caso che sia stato la prima (isolata) voce critica, cui è toccato in sorte di essere sommerso da un’ondata di insulti di stampo fondamentalista, come accaduto in quel periodo a chiunque osasse ragionare, fare domande, porre dubbi.

Come riconosciuto dalla collega Ginevra Cerrina Feroni, durante il periodo pandemico si è realizzata la più grande violazione dei diritti costituzionali dal dopoguerra, in cui sono state cancellate, con un consenso (quasi) generale, le più elementari libertà costituzionali, senza che vi fosse la benché minima resistenza da parte degli organi democratico-rappresentativi e della stessa magistratura, salvo rare, sebbene importanti, eccezioni.

  • Quanto accaduto è l’ultima tappa di un percorso. Potrebbe approfondire quali sono le 4 fasi del rapporto Stato - Economia che lei dettaglia nella sua ultima opera? In che senso negli ultimi 30/40 anni lo Stato è stato trasformato dalle politiche neoliberali?

Ho usato questa periodizzazione perché necessaria per far comprendere la profonda discontinuità del momento attuale rispetto al passato.

La prima fase è quella dello Stato liberale di diritto, prodotto istituzionale della rivoluzione francese, nato con una specifica missione, quella di garantire i diritti individuali del cittadino, che all’origine erano solo quelli borghesi.

Poi è arrivato lo Stato sociale che ha tenuto ferma l’impalcatura dello Stato liberale, perfezionandola. La sua missione non è stata più quella di garantire le sole libertà individuali ma una eticamente più nobile e politicamente più impegnativa: assicurare la piena realizzazione della persona umana. Di qui la necessità di affiancare alle libertà borghesi un’ampia gamma di diritti sociali, per dare a ciascuno la possibilità di realizzare la sua autonomia individuale, cioè il proprio progetto di vita. Tutto l’imponente apparato di erogazione dei servizi e di intervento diretto dello Stato nell’economia è in stretta correlazione con il principio personalista e con tutto il quadro valoriale della Costituzione. Solo se si rimuovono gli ostacoli economici e sociali (di cui discorre l’art. 3 Cost.) l’individuo può essere realmente libero e la sua autonomia rispettata.

Lo smantellamento dell’intervento pubblico nell’economia e la drastica riduzione del welfare, iniziate negli anni Ottanta dello scorso secolo, non hanno rappresentato un processo neutro. Al contrario, sono stati il segnale dell’abbandono della missione dello Stato sociale (il perfezionamento della persona umana, ma anche di quella dello Stato liberale, la garanzia de diritti). Si è realizzata così una nuova forma di Stato, quella neoliberale, il cui fine è la promozione del mercato e della competizione in ogni ambito della vita associata. È questa la terza fase che individuo. Il mercato ha sostituito i diritti dei cittadini, che sono usciti di scena. Se la missione dello Stato neoliberale è esclusivamente la promozione del mercato, le libertà dei cittadini si trasformano in mere libertà mercato: la possibilità di acquistare sul mercato i beni e i servizi che lo Stato non fornisce più. Una pensione integrativa perché quella pubblica non garantisce più una vecchiaia dignitosa. Una polizza sanitaria perché la sanità pubblica non garantisce più cure adeguate. Ovviamente, per chi può permetterselo. Una libertà che si esaurisce interamente nel mercato è una falsa libertà (nel libro la definisco post-libertà) perché l’individuo è lasciato solo di fronte a una scelta che in realtà è priva di alternative. Una sorta di ‘libertà obbligatoria’, come cantava, con profondo intuito, Giorgio Gaber negli anni Settanta. Ma la fase dello Stato neoliberale è il passato.

Veniamo quindi all’ultima fase, la quarta. Adesso siamo di fronte al post-liberalismo. Perché ad essere minacciate sono le stesse libertà di mercato, cioè il presupposto del neoliberalismo. I giganti monopolistici che dominano l’economia globale, infatti, non permettono più che libertà di iniziativa economica privata e proprietà privata siano appannaggio di tutti. Le libertà economiche devono valere solo per loro. Il grande capitale, sempre più oligarchico e illiberale, sta assumendo un vero e proprio ruolo di direzione delle scelte economico-sociali, non solo sostituendosi allo Stato, ma anche imitandolo, cioè intervenendo dirigisticamente nell’economia con vere e proprie pianificazioni (dal PNRR ai piani per la transizione energetica e digitale fino al piano per il riarmo). La compressione delle libertà economiche e il ritorno delle pianificazioni ingannano gli osservatori, che credono sia ritornato lo Stato interventista. In realtà, siamo di fronte al grande capitale che si fa esso stesso Stato, cioè all’impresa-Stato, come cerco di chiarire nel libro.

  • Perchè oggi il concetto che lei introduce di New Public Management è così centrale?

Perché è stato l’elemento necessario per realizzare questa transizione, trasformando anche il pubblico, cioè l’amministrazione, in un’impresa, di modo che ogni distinzione (etica e giuridica) tra pubblico e privato fosse annullata. Passaggio necessario affinché ai cittadini venisse offerto un solo modello, quello del mercato, annullando la specificità che il settore pubblico ha tradizionalmente interpretato.

Se si prende un treno di Trenitalia (azienda pubblica) o di Italo (azienda privata) non si percepisce alcuna differenza. Stesse politiche tariffarie, servizi assimilabili, prezzi comparabili (se si acquista in anticipo si risparmia mentre il giorno stesso del viaggio si paga moltissimo); tutto regolato, in ogni caso, dalle leggi del mercato. Ogni specificità dell’impresa pubblica, volta alla tutela degli interessi sociali, è annullata.

Cancellata l’idea che al privato potesse esistere un’alternativa, il risultato è stato quello della costruzione di un mondo a una sola dimensione, quella del mercato e della competizione esasperata.

  • Come ha anticipato, è evidente che il concetto di concorrenza, in passato tipicamente associabile solo all'economia, sia oggi parte sostanziale di tutte le fasi della vita sia dei cittadini che dello stesso Stato, con un allargamento della sua applicazione anche a sfere che prima non erano di sua competenza. Porre le persone in continua competizione le une con le altre anche per veder soddisfatti i più essenziali diritti può essere stato, secondo lei, volano per le politiche emergenziali applicate negli ultimi anni?

L’emergenzialismo descrive pienamente il momento attuale. C’è un’emergenza in ogni ambito della vita associata. Ambientale, economica, bellica, con tutti gli scenari apocalittici conseguenti: catastrofe idrica, alimentare, bellica, ecc.. Il governo tramite l’emergenza fa leva sul profondo sentimento di paura che l’idea stessa di emergenza produce, rendendo possibili politiche che non sarebbero mai state accettate dal corpo sociale (come, ad esempio, finanziare in debito l’acquisto di armi piuttosto che la sanità pubblica) in quanto percepite come azioni assolutamente necessarie alla conservazione della società. Il corpo sociale è terrorizzato e il dibattito neutralizzato, come ai tempi del Covid, di modo che nessuno oppone resistenza alle nuove politiche, che impongono grandi sacrifici, perché necessarie per esorcizzare il profondo e diffuso sentimento di paura.

In realtà, si tratta di politiche che servono solo a tenere in piedi un sistema economico di rapina delle risorse comuni, che sfrutta non solo la natura ma che mira anche ad annichilire l’uomo. Solo recentemente, grazie all’elezione di Trump e al ruolo interpretato da molti imprenditori del tech che lo hanno sostenuto, si è cominciato a porre l’attenzione al transumanesimo, una corrente di pensiero che punta alla sottomissione dell’uomo, che ha l’eugenetica nel suo DNA e che mira alla creazione del super-uomo che raggiunge l’immortalità. L’ibridazione uomo-macchina travalica i limiti imposti dalla natura umana. In realtà, le élite globali sono transumaniste da molto prima dell’elezione di Trump.

Il transumanesimo è la distopia con cui ci confrontiamo da tempo.

  • Trasformazione neoliberale, diffusione della concorrenza a tutti i livelli sociali e emergenzialismo: il prossimo passo (in Italia) è la svolta presidenzialista...sembra un film già visto. Che ne pensa?

Proprio così, è un film già visto: il presidenzialismo, in realtà, già c’è. È dal tempo dei primi governi tecnici di inizio anni Novanta, o meglio tecnocratici, che il ruolo del parlamento è stato costantemente mortificato e che si assiste a una forte concentrazione dei poteri nelle mani degli esecutivi e, in particolare, del Presidente del Consiglio dei Ministri e dello stesso Presidente della Repubblica. Non è un caso che le politiche più apertamente antipopolari siano state realizzate proprio dai cosiddetti governi tecnici, il cui Primo Ministro è stato nominato direttamente dal Capo dello Stato, senza che vi fossero nemmeno le tradizionali consultazioni con i partiti, perché fosse chiaro, anche sul piano politico simbolico, quale dovesse essere il loro nuovo ruolo. Quello di ratificare decisioni che non potevano più contribuire ad elaborare.

Le norme sul premierato, purtroppo, non rappresentano una discontinuità con il passato, ma sono una mera razionalizzazione dell’esistente. Non sono il segno di una pur timida riemersione della politica. Non ne verrà nulla di buono. Il Presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo non determinerà un ritorno della politica (seppur di stampo gaullista), come sostengono i suoi fautori: le decisioni saranno sempre prese in sede di governance globale. La concentrazione dei poteri nelle mani del Presidente del Consiglio garantirà solo una più efficace attuazione di politiche decise in sedi estranee al circuito della rappresentanza politica.

  • Veniamo allora al punto chiave del suo libro: l'analisi di come questo "ritorno dello Stato" è più formale che sostanziale, in quanto propedeutico ai soli interessi dei mercati internazionali, veri burattinai del nostro tempo. In sostanza a questi poteri economici serve uno Stato formalmente forte che imponga le decisioni a loro più favorevoli ma sostanzialmente svuotato dei suoi principi democratici e rappresentativi, è così?

Assolutamente. Dal punto di vista formale, lo Stato non è mai sparito e non si è nemmeno indebolito, in quanto è sempre stato considerato come una insostituibile cinghia di trasmissione delle decisioni assunte in sede di governance globale. Solo gli Stati possono attuare le decisioni prese in queste sedi opache in cui partecipano gli attori del capitale globale, perché continuano ad avere nelle loro mani l’apparato burocratico amministrativo e quello coercitivo.

Quindi lo Stato resta ma ha solo l’apparenza di quello della tradizione liberal-democratica. In realtà, i principi della liberal-democrazia sono stati azzerati: da quello rappresentativo a quello della divisione dei poteri, sino alla distinzione tra diritto pubblico e diritto privato, come osservo nel capitolo 4 del libro. È uno Stato che ha dismesso tutta la sua linfa sociale ed è effettivamente diventato, come denunciava Karl Marx, il comitato di affari della borghesia.

  • Giancarlo Montedoro nella prefazione del suo libro scrive "E se sembra difficile porre rimedio alla crisi, va detto che il porvi rimedio comunque non è il compito dell'intellettuale, a chi scrive tocca descrivere i processi, sperando che la storia si renda di nuovo capace di progressi". Si ritrova in questa descrizione?

Montedoro ha ragione: è già molto difficile riuscire a descrivere correttamente come stanno le cose, qual è la reale dinamica del potere, perché oggi per comprendere la realtà occorre necessariamente gettare lo sguardo oltre le forme. La Storia poi procede per suoi percorsi, autonomi e imprevedibili, e i cambiamenti sono anche il frutto del caso e della contingenza. Tuttavia, l’intellettuale può anche indicare un percorso, una strada, come cerco di fare nell’ultimo capitolo, cercando di capire quali sono i possibili fattori di resistenza rispetto al compimento del processo in corso. Che poi un tale percorso si realizzi è frutto di una pluralità di fattori storici, economici, sociali e culturali che sfuggono al dominio individuale.

  • Il conflitto sociale che lei individua come centrale fattore di resistenza, oltre a rimettere in moto quei progressi di cui abbiamo bisogno, può bastare per riempire nuovamente di sostanza l'oramai vuoto scrigno della nostra democrazia costituzionale o va pensato completamente l'assetto sociale in chiave innovativa?

Le trasformazioni di cui abbiamo parlato sono riuscite a disattivare il conflitto sociale, che è stato il motore del cambiamento durante tutto il corso del ventesimo secolo, provocando il miglioramento delle condizioni materiali di vita di larghi strati della popolazione. La trasformazione del mondo del lavoro, la sua precarizzazione, l’introduzione della concorrenza fra le stesse classi lavoratrici e la conseguente guerra tra poveri cui assistiamo da tempo, hanno sgravato il grande capitale dal peso del conflitto sociale, che è stato neutralizzato. Gli sfruttati, in continuo aumento, sono così portati, da un sistema che li sfrutta in profondità, ad individuare come controparte non il grande capitale, ma i propri colleghi di lavoro. La trasformazione dei lavoratori in imprenditori di sé stessi, cioè in persone che sfruttano sé stessi per far funzionare la propria impresa, è stata la chiave culturale per realizzare l’obiettivo della neutralizzazione del conflitto. Dinamica di autosfruttamento egregiamente descritta da Ken Loach nel film "Sorry, We missed you". Con i lavoratori trasformati in capitale umano, il grande capitale è al riparo dal rischio della redistribuzione, un tempo provocata dal conflitto sociale.
Con la conseguenza che è venuto meno il terreno su cui sono nati i soggetti storici che hanno rappresentato questo conflitto (partiti e sindacati) che hanno dato linfa alle stesse istituzioni democratico rappresentative.

Il conflitto sociale è sempre più difficile trovarlo nei luoghi di lavoro. Occorre cercare di portarlo alla luce e di rappresentarlo, ovviamente, ma ciò non può essere sufficiente. Per imprimere un cambiamento bisogna volgere lo sguardo altrove: immaginare un percorso di resistenza in parte nuovo.

Proprio la bulimia di questo tecno-capitalismo, per richiamare il titolo di un recente libro di Loretta Napoleoni, che vuole occupare ogni spazio possibile, può rappresentare il suo maggiore punto di debolezza. La sua voracità sta minacciando la cultura, le attività umane tradizionali, dall’agricoltura all’allevamento, il paesaggio, la stessa idea di città non più concepita come luogo pubblico per la soddisfazione delle primarie esigenze di vita dei suoi abitanti, ma come luogo di ipersfruttamento a beneficio dell’élite di super ricchi. Così una città come Venezia può essere privatizzata per giorni e giorni a beneficio di una festa di uno degli uomini più ricchi del pianeta.

Il conflitto sociale si radica in contesti nuovi. La difesa de paesaggio della cultura, dei corpi individuali contro pretese di espropriazioni, delle città come beni comuni, sono i nuovi luoghi del conflitto. La difesa, insomma, di tutto ciò che caratterizza l’identità, la cultura e la civiltà umana.

Il nuovo tecno-capitalismo sta infatti attaccando la civiltà umana, come l’abbiamo sino ad oggi conosciuta, perché non ha bisogno di un uomo dotato di spirito critico, di autodeterminazione individuale e di capacità di discernimento. Al contrario considera l’uomo un nemico. Per questo punta a de-umanizzare l’uomo. Ha infatti bisogno di un automa, privo di giudizio, da governare attraverso i numeri, gli algoritmi, non solo per quanto riguarda le sue scelte di consumo, ma anche per quelle sociali, politiche e persino quelle fino ad ora considerate più intime.

Questa voracità del tecno-capitalismo, tuttavia, sta facendo emergere un nuovo conflitto sociale che, dai luoghi tradizionali del Novecento, le fabbriche, si sposta in altri spazi, in tutti quei luoghi nati dal lavoro umano per la soddisfazione di esigenze umane. La difesa di questi luoghi, delle città come spazi comuni, del paesaggio, dei corpi, della cultura è un modo per difendere la civiltà umana e combattere contro questo nuovo tecno-capitalismo transumanista.

Massimo A. Cascone

04.07.2025

Commenti (15)

Per commentare accedi all area riservata con un account abilitato.

Mostra commenti 15 caricati
    1. sim 9 luglio 2025

      Vidi poi salire dalla terra una seconda bestia [tecno-capitalismo], che aveva due corna, simili a quelle di un agnello [oligarchi 'filantropi'], che però parlava come un drago [spingeva un'agenda satanica]. Essa esercita tutto il potere della prima bestia [lo Stato asservito all'alta finanza] in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare [obbedire e ossequiare] la prima bestia, quella la cui ferita mortale [che sarà inferta in un futuro molto prossimo...] era guarita. (Ap 13, 11-12)
      San Giovanni, nell'Apocalisse, descrive quindi la stessa situazione del mondo contemporaneo, assieme alla soluzione (prima quella temporanea, poi quella definitiva) all'attuale crisi.
      Per approfondire:
      https://sfero.me/article/apocalisse-punto-siamo-cosa-sta-accadere-1749645515994

    1. BrunoWald 4 luglio 2025

      "Come chiarito da Karl Polanyi, il capitalismo industriale reca in sé i geni del fascismo e del totalitarismo."

      Un bell'esempio di chutzpah da parte dell'ebreo Polanyi, che non si vergognava di fare simili affermazioni nel momento in cui il capitalismo industriale sovietico era finanziato dalla mafia khazara e gestito dal totalitarismo comunista.

      Durante il periodo pandemico si è realizzata la più grande violazione dei diritti costituzionali dal dopoguerra, ad opera di quelle stesse forze che sono campate per quasi un secolo grazie al business dell'antifascismo.

      "I principi della liberaldemocrazia" sono sempre stati la facciata dietro cui operava il vero sovrano, cioé il capitale privato, con le istituzioni statali completamente infiltrate dalla massoneria. Lo sapevano tutti, a cominciare dai marxisti che sono sempre stati complici, con relativa partecipazione agli utili.

      Per un periodo la finzione è stata resa credibile, ma ormai non è più necessario: dopo una fase di transizione, si instaura il nuovo feudalesimo fondato sulla tecnoscienza, perché la lotta fra lo stato e il potere privato si è decisa nel 1945. Non facciamo finta di sorprenderci.

    1. Dario Lampa 4 luglio 2025

      Toh! Questa mi giunge nuova 😉!
      La dittatura del capitale è una dittatura di una "minoranza sulla maggioranza". La dittatura comunista è (o dovrebbe essere) l'esatto opposto! Signore e signori: a voi la scelta!
      Tenete però presente che il tempo che la Natura ha concesso ai deficienti umani (cioè all' "Homo Stultus Tecnologicus'") sta scadendo!!!

    2. ric 4 luglio 2025

      verissimo . ma il ragionamento merita tante spiegazioni , per evitare il solito tizio con la frase pronta : IL COMUNISMO e' FALLITO ovunque !

      come se il capitalismo privato ne avesse azzeccata una facendo le debite tare...

    3. XYZ 4 luglio 2025

      si ma anche nella dittatura del popolo ci stava sempre qualcuno più uguali degli altri ....(del popolo)

    4. ric 4 luglio 2025

      per carita' , lungi da me negarlo. credo che queste storture siano difficili da eliminare-

      Poi dobbiamo essere realisti ,m una dittatura del popolo intesa alla " carlona " sarebbe un fallimento fin dal inizio .la dittatura deve essere di sistema.

    5. Ciaparat 5 luglio 2025

      Perché, non è vero? IL COMUNISMO E' FALLITO OVUNQUE.

    6. ric 5 luglio 2025

      in cosa sarebbe fallito ? ti aspettavi che sotto il comunismo tutti possano girare in ferrari lavorando 3 mesi all anno ?

      o forse non sarebbe meglio delegare alla comunita' il progetto sociale eliminando gli sprechi inutili ?

      preferisci che un bastardo imprenditore si inventi la macchia elettrica e poi la comunita' deve inventarsi le colonnine a sue spese e nessuno si chiede come si produce la corrente ?

      preferisci che un bastardo imprenditore si inventi i cappotti per le case , che impedisce ai muri di respirare (prova a girare d' estate con un impermeabile addosso )

      preferisci che un bastardo imprenditore si inventi le "valvole termostatiche" che servono esclusivamente a drogare un mercato senza benefici ai consumatori ?

      preferisci che un bastardo imprenditore attenda che lo stato , ovvero i cittadini costruiscano a loro spese le autostrade e poi alla cassa dei caselli ci si metta lui ?

      preferisci che un bastardo imprenditore si inventi il ponte sullo stretto , mentre con una nave sposti 2500 container eliminandoli dalla circolazione stradale ?

      preferisci che la sanita' sia una prerogativa delle BIGFARMA , oppure un patrimonio da tutelare di tutta la comunita' ?

    7. Ciaparat 5 luglio 2025

      In genere quando si preferisce qualcosa lo si preferisce a qualcos'altro, che tu non chiarisci. Immagino sia il "comunismo".
      La risposta breve è:
      SI', PIUTTOSTO CHE IL COMUNISMO LO PREFERISCO.

    8. ric 5 luglio 2025

      complimenti......hai tutta la solidarieta' dei vari Briatori e &

    9. Ciaparat 5 luglio 2025

      Prima che qualcuno salti fuori con la favola del "comunismo era una bella cosa, peccato che non sia stato possibile realizzarlo", chiarisco:
      politici intelligenti come Lenin capirono molto presto che con il comunismo non si trovavano neanche più le patate al mercato, e già negli anni '20 instaurarono la NEP, Nuova politica economica, con un minimo di libero mercato.
      da allora fu tutto un tira molla per cercare di salvare ideologicamente il sistema senza dire che era, come naturale, semplicemente un fallimento.
      Non è proprio vero che il comunismo integrale non è mai stato realizzato a livello di stato. L'esempio più bello di comunismo fu quello della Cambogia nella seconda metà degli anni '70. Bravi intellettuali che avevano studiato marxismo-leninismo a Parigi da tanti bei professori di SciencesPo presero il potere in Cambogia e loro sì che applicarono il comunismo.
      Morirono circa un terzo dei cambogiani.
      (i professori di Parigi finirono la carriera al Collège de France, onorati e riveriti e mai dovettero scusarsi di cosa avevano fatto).
      Il socialismo non è un bell'ideale realizzato male: è un incubo che per fortuna non si è quasi mai realizzato.

    10. ric 5 luglio 2025

      ti sogno California... lontana dal incubo socialista

    11. Vincent1 8 luglio 2025

      Come non essere d'accordo?. Lo sono in toto. Il problema è però un altro che il comunismo è stata un'invenzione del capitalismo per fare in modo che noi criceti (e io per primo) ci scannassimo tra di noi per stabilire chi stesse nel giusto e chi nel torto. Nel frattempo loro sono andati avanti coi loro piani criminali.
      E' successo così anche in Russia (pre URSS) dove lo zio Nicola è stato fatto fuori dalla banda Rotshild & co solo perchè non lo voleva far entrare nel loro sistema monetario. Zio Nicola sosteneva che la moneta dovesse essere sovrana e allora lo zio Rot. gli ha propinato una bella rivoluzioncina dove ci ha messo i compagni (e io ci ho creduto). Poi però ho scoperto che zio Stalin faceva parte del gioco, era addirittura ebreo. Eh si. Il potere finanziario ha sempre deciso le linee di governo e ha fatto le rivoluzioni.
      Neanche lo zio Adolfo è piovuto dal cielo e neanche lo zio Benito.
      Quest'ultimo è stato voluto dalla massoneria e dopo che questi gli ha dichiarato guerra, gli ha tolto il sostegno con il famoso voto del 26 (?) luglio. (Non ricordo bene la data).
      Le uniche rivoluzioni che sono venute dal popolo sono state quelle di Pancho Villa e di Emiliano Zapata ma anche questi due hanno fatto una brutta fina qualche anno dopo. Grandine di piombo. Forse dovuto al cambiamento climatico.
      Ormai non credo più a nessuno (Dio escluso).

    12. ric 8 luglio 2025

      il discorso e' molto piu' ampio ...non bastano considerazioni senza analisi per arrivare alla realta' di fondo...

    1. DrCaligari 4 luglio 2025

      Non sono molto d'accordo con la tua tesi perché, parere mio eh, si commette sempre lo stesso errore. Parliamo di dittature ad esempio mica sono state tutte uguali, ce ne sono state di buone e di meno buone, persino di pessime. Poi ci si dimentica della tecnologia con il suo impatto decisivo. Mettiamo uno Stato comunista per dire, credi forse che non userebbe l'apparato tecnolgico per un controllo completo? Quindi non è tanto chi comanda (anche se certo è meglio che non si tratti di una sola persona ma che ci sia un certo bilanciarsi tra più soggetti possibili direttamente oppure no). Infine come nel Covid si metteva sempre al centro l'idea platonica del virus anche nella tua analisi non ti preme che si debbano prima curare i singoli malati. Oggi le persone sono da cambiare più che chi le gestisce. Ora vado che sono in turno.

Visualizzati 15 di 15 commenti approvati.