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Nel romanzo che segna la nascita della sua poetica moderna, Pirandello racconta la storia di Mattia Pascal, un uomo qualunque che, creduto morto, tenta di rinascere sotto un altro nome. Ma la libertà che sognava diventa presto un’illusione: senza un’identità, non si può davvero vivere. Il fu Mattia Pascal è la parabola ironica e amara di chi crede di potersi liberare da se stesso e scopre invece di essere prigioniero del proprio riflesso. Tra maschera e verità, fuga e ritorno, Pirandello ci consegna una riflessione ancora attuale sull’identità umana e sulla condanna dell’essere liberi.
Ciò che chiamiamo libertà è spesso soltanto un’altra forma di prigionia.
Introduzione
Dopo aver attraversato le vertigini dell’identità frantumata in Uno, nessuno e centomila, torniamo a Pirandello per risalire alle origini di quella crisi. È ne Il fu Mattia Pascal che nasce, con potenza ancora grezza ma già definitiva, l’uomo moderno pirandelliano: spaesato, scisso, incapace di conciliare il volto che mostra al mondo con quello che sente di avere dentro.
In queste pagine non c’è solo un romanzo: c’è il preludio di un’intera poetica, un laboratorio di domande destinate a ossessionare il Novecento.
Capitolo 1 – La vicenda e il contesto
Quando Il fu Mattia Pascal apparve nel 1904, Pirandello aveva trentasei anni e una lucidità già disarmante sul destino dell’uomo contemporaneo. Il romanzo nasce in un momento storico di profonda trasformazione: la Belle Époque, con le sue promesse di progresso, convive con un malessere sotterraneo, una crisi di certezze che attraversa filosofia, arte e società. È l’epoca di Nietzsche e Freud, di Bergson e della psicanalisi nascente; un tempo in cui il soggetto smette di essere un’unità e diventa una moltitudine di maschere.
Nel cuore di questo scenario, Pirandello racconta la storia di Mattia Pascal, un uomo comune di un immaginario paese ligure, Miragno, che conduce un’esistenza mediocre, oppresso da un matrimonio infelice e da un lavoro senza scopo. La sua vita sembra già decisa, immobile. Finché un giorno, per una serie di coincidenze, fugge — e scopre di essere stato creduto morto.
In quel momento, l’occasione di una rinascita si presenta come un dono del destino: Mattia si reinventa, assume un nuovo nome, Adriano Meis, e comincia una seconda vita, lontano da tutti. Ma quella libertà che crede di aver conquistato si rivela presto un inganno. Non essendo più nessuno, non può essere davvero nessuno: non può amare, non può lavorare, non può esistere agli occhi degli altri.
La sua fuga dall’identità diventa una nuova prigione — più silenziosa, ma altrettanto soffocante.
Il romanzo si muove così tra realismo e paradosso, tra la cronaca di una disavventura e la costruzione di una parabola esistenziale. L’ironia amara di Pirandello accompagna il lettore in un racconto che è al tempo stesso dramma e specchio: il dramma di chi cerca di sfuggire a se stesso e lo specchio in cui tutti, almeno una volta, si sono riflessi.
La scelta del titolo — Il fu Mattia Pascal — non è casuale: il “fu” annuncia la morte anagrafica del protagonista, ma anche quella simbolica di un’identità che non può più reggere. È la dichiarazione di un paradosso: per ritrovarsi, Mattia deve prima scomparire.
Sul piano letterario, il romanzo segna un punto di svolta. Pirandello, ancora lontano dalle sperimentazioni teatrali e dai giochi ottici di Uno, nessuno e centomila, costruisce qui la prima grande figura dell’uomo “scomposto”, l’individuo che scopre di non coincidere con la forma che la società gli impone. L’uso del narratore in prima persona, la confessione ironica e disincantata, la struttura circolare — che inizia e finisce nello stesso luogo — rendono il romanzo una sorta di “autobiografia impossibile” della modernità.
Sotto la superficie narrativa, si percepisce già il nucleo di tutta la poetica pirandelliana: l’impossibilità di essere autentici, la relatività di ogni verità, la frattura tra vita e forma. E quando, nell’ultima scena, Mattia Pascal ritorna al suo paese e scopre di non poter più riavere la propria vita, Pirandello pronuncia una sentenza che riguarda tutti: chi prova a fuggire da sé non trova libertà, ma smarrimento.
Capitolo 2 – Il tema dell’identità
Il cuore pulsante de Il fu Mattia Pascal è la questione dell’identità, la più grande ossessione pirandelliana. Tutto, nel romanzo, ruota attorno a una domanda che non ha risposta definitiva: chi siamo, davvero, quando nessuno ci guarda?
Pirandello la formula con ironia e disperazione, anticipando di decenni il disagio esistenziale dell’uomo contemporaneo. Mattia non è un eroe, né un antieroe. È un uomo qualunque che, per una serie di eventi fortuiti, si trova improvvisamente libero da tutto ciò che lo definiva — nome, famiglia, lavoro, passato — e che, proprio in quella libertà, scopre il vuoto.
La perdita dell’identità non è qui una catastrofe esterna, ma una vertigine interiore. Pirandello costruisce la figura di Mattia come un esperimento vivente: cosa resta dell’uomo, una volta tolta la sua maschera sociale?
Nel suo vagare sotto falso nome, egli scopre che l’individuo non esiste mai “da solo”: è sempre qualcosa “per gli altri”. Vivere, per Pirandello, significa continuamente recitare. «Io vivo, dunque rappresento», sembra dirci Mattia, prigioniero di un ruolo anche quando crede di esserne evaso.
Una delle frasi più emblematiche del romanzo — pronunciata con quell’ironia sospesa tra riso e dolore che è la firma pirandelliana — recita:
«Io sono stato due volte morto: la prima, per finta; la seconda, per davvero.»
Un paradosso che racchiude tutta la tragedia moderna: la morte come via per liberarsi dalle forme, ma anche come condanna a non appartenere più a nessuno.
È in questo scarto che nasce la poetica dell’“umorismo” — quella particolare visione del mondo che Pirandello descriverà pochi anni dopo nel saggio omonimo. L’umorismo, scrive, «vede il contrario: là dove il comico si ferma a ridere, l’umorista continua a pensare».
Ed è proprio ciò che accade in Il fu Mattia Pascal: dietro la comicità delle situazioni, l’assurdo delle coincidenze, il tono grottesco di certi passaggi, si apre un abisso metafisico.
Curiosità letteraria
Pirandello scrisse il romanzo in gran parte a Roma, tra il 1903 e il 1904, in un periodo di forte crisi personale: la moglie, Antonietta Portulano, cominciava a manifestare i primi segni di squilibrio mentale. Molti critici, da Sciascia a Sapegno, hanno notato come la “fuga” di Mattia rappresenti in realtà il sogno impossibile dello stesso Pirandello: liberarsi dal peso delle responsabilità e dalle gabbie della realtà quotidiana.
Mattia, sotto il nome di Adriano Meis, sperimenta il sogno di un’esistenza senza vincoli, ma presto scopre che non basta cancellare i documenti per cambiare se stessi.
«Un uomo che non esiste più non può amare, non può possedere, non può nemmeno vivere agli occhi del mondo.»
In questa constatazione, il lettore avverte il passaggio da un’illusione individuale a una riflessione universale: ogni identità è una costruzione collettiva, e l’uomo non può mai “uscire” davvero da sé.
È la stessa consapevolezza che tornerà in forma più radicale in Uno, nessuno e centomila, dove Vitangelo Moscarda scoprirà di essere “centomila” agli occhi degli altri e “nessuno” a quelli propri.
Pirandello aveva intuito, con stupefacente modernità, ciò che il pensiero novecentesco avrebbe poi approfondito: che l’identità è un teatro, non un’essenza. In questo, il romanzo dialoga con le coeve riflessioni di Freud sull’inconscio, con l’ironia di Wilde e con il relativismo di Nietzsche. Tutti, a loro modo, dicono la stessa cosa: non esiste un io unico, ma un insieme di prospettive, maschere, sguardi che ci definiscono.
Risonanze pirandelliane
«La vita, o la si vive o la si scrive.»
— Il fu Mattia Pascal
«L’uomo non è mai uno: è tanti, quanti sono gli altri che lo vedono.»
— Uno, nessuno e centomila
«L’umorismo è come uno specchio incrinato: riflette la verità deformandola, eppure la rivela meglio di ogni immagine liscia.»
— L’umorismo
Queste tre frasi, messe in dialogo, sintetizzano l’intero percorso di Pirandello: l’uomo che si scopre molteplice, il riso che si trasforma in pensiero, la vita che si disfa nella parola.
Mattia Pascal, nel suo essere “fu”, è già il primo fantasma di una modernità senza centro, dove ogni identità è temporanea e ogni verità, relativa.
Capitolo 3 – La fuga e la rinascita: illusioni e paradossi
Il momento in cui Mattia Pascal fugge dalla propria vita segna uno dei passaggi più intensi e simbolici della narrativa pirandelliana. Non è una semplice evasione, ma una morte metaforica, un gesto che incarna la ribellione estrema contro le convenzioni e le catene dell’identità.
Quando apprende, leggendo il giornale, che un cadavere sconosciuto è stato scambiato per il suo, Mattia comprende che il destino gli offre l’occasione di cancellarsi: morire agli altri per rinascere a se stesso.
È qui che Pirandello mostra la sua modernità: la libertà, nell’immaginario tradizionale, è conquista; per Mattia, invece, è dissoluzione.
Invece di ritrovarsi, egli si smarrisce. Da quel momento, il romanzo cambia registro: dalla cronaca domestica passa al viaggio iniziatico, al percorso di un uomo che tenta di ricominciare da zero.
Con il nome di Adriano Meis, Mattia attraversa città e frontiere, vive come un estraneo tra estranei, osserva il mondo senza più appartenervi. Pirandello lo descrive con la leggerezza di un viandante metafisico, ma sotto la superficie si avverte una tensione cupa: il desiderio di essere libero coincide con l’incapacità di essere reale.
«Mi pareva di non aver più corpo, di non aver più nome, d’essere aria, ombra, nulla.»— Il fu Mattia Pascal
La fuga, dunque, non lo conduce verso una rinascita autentica, ma verso un limbo esistenziale. Adriano Meis non può aprire un conto in banca, non può sposare la donna che ama, non può rivendicare alcun diritto: non esiste.
Il paradosso è completo: l’uomo che voleva liberarsi dalle forme è schiavo della propria invisibilità.
Pirandello costruisce così un capolavoro di ironia tragica: la libertà assoluta è impossibile perché la vita ha bisogno di limiti, di un volto, di un nome.
Curiosità letteraria
L’idea del “morto che torna” non era nuova nella letteratura europea. Pirandello la conosceva da vari precedenti ottocenteschi, tra cui Il conte di Montecristo e alcuni racconti di Poe. Ma mentre quei protagonisti rinascono per vendetta o giustizia, Mattia rinasce per nulla: non cerca né potere né riscatto, solo la possibilità di essere “altro”.
Il risultato, però, è un’assenza: Pirandello spoglia la trama di ogni eroismo e la riduce a un esperimento filosofico.
«Io volevo cominciare una nuova vita; e m’accorsi che non potevo, perché quella che avevo distrutto era l’unica possibile.»— Il fu Mattia Pascal
In questa frase si condensa l’intera visione pirandelliana: la vita come forma ineluttabile. Ogni tentativo di uscirne produce soltanto una nuova forma, più fragile e più assurda.
Mattia diventa così il prototipo dell’uomo moderno, costretto a scegliere tra prigione e vuoto.
Pirandello, con una lucidità quasi spietata, ci mostra che l’illusione di libertà nasce proprio nel momento in cui l’uomo crede di potersi disfare del proprio passato. Ma il passato non scompare: resta come un’ombra che ci accompagna ovunque.
Simbolismo del viaggio
Il treno, nel romanzo, ha un ruolo emblematico: è il luogo della transizione, dell’anonimato, del movimento senza radici. Sul treno Mattia scopre la propria “morte”; sul treno si trasforma in Adriano Meis; e proprio su un altro treno farà ritorno a Miragno.
È un cerchio che si chiude — la metafora di una libertà che si esaurisce in se stessa.
In una pagina celebre, Pirandello scrive:
«Andavo per il mondo come un passeggero che ha perduto la propria stazione, e non sa più dove scendere.»
Un’immagine di struggente modernità: l’uomo che viaggia senza meta, proiezione letteraria della dislocazione psicologica che segnerà tutto il Novecento.
È il preludio di figure come Svevo, Kafka, Camus — tutti, in modi diversi, figli di questo smarrimento.
Una rinascita impossibile
Quando Adriano Meis decide infine di “morire” una seconda volta — inscenando il proprio suicidio per cancellare anche la sua seconda identità — il cerchio si chiude del tutto. Pirandello riporta Mattia al punto di partenza, ma con una differenza irreversibile: non può più tornare a essere vivo.
Il suo posto è stato occupato, la moglie si è risposata, la sua stessa memoria è diventata un’ombra.
Mattia è ormai un “fu”, un relitto tra i vivi.
E in questa condizione paradossale, in cui non resta che la parola, Pirandello rivela il senso ultimo del romanzo: scrivere come unico modo di esistere.
«Scrivo per non morire del tutto.»— Il fu Mattia Pascal
L’atto di raccontare diventa la forma estrema della sopravvivenza. La vita, spogliata di ogni consistenza, si rifugia nella scrittura. È una delle intuizioni più profonde di Pirandello, anticipatrice della letteratura del Novecento: l’io narrante come simulacro, la parola come ultimo rifugio dell’essere.
Nel finale, Mattia Pascal non ritrova pace, ma trova una voce. È ormai il cronista di se stesso, il testimone di un esperimento fallito. Eppure, in quel fallimento, Pirandello consegna una verità che non smette di parlarci: la libertà assoluta è un miraggio, ma il bisogno di cercarla è ciò che ci rende umani.
Capitolo 4 – Il doppio e lo specchio
In Il fu Mattia Pascal, la figura del doppio è la chiave per comprendere la frattura dell’io moderno. Pirandello costruisce tutta la vicenda come una parabola dell’alterità: Mattia e Adriano non sono due persone, ma due volti dello stesso individuo che non riesce più a riconoscersi.
Il protagonista, infatti, non si trasforma mai davvero — cambia nome, ma non essenza. E quando si osserva da lontano, si accorge che ciò che ha lasciato non era una vita peggiore, ma semplicemente una forma tra le tante possibili.
«Io non ero più io, eppure non ero un altro.»— Il fu Mattia Pascal
Questa frase, apparentemente semplice, contiene tutta la poetica del doppio: l’uomo pirandelliano non può essere né se stesso né altro da sé. È una creatura sospesa, condannata a oscillare tra la maschera e il volto, tra l’essere e il sembrare.
Lo specchio come simbolo dell’identità
Rene Magritte Magritte, “Un gioco di specchi” (1937)
Lo specchio è uno dei simboli ricorrenti in Pirandello. Appare in diversi momenti della sua opera, da L’umorismo fino a Uno, nessuno e centomila, come immagine della coscienza che si riflette e si frantuma.
In Il fu Mattia Pascal, il riflesso non è un oggetto fisico, ma una condizione mentale. Mattia si guarda nel mondo come in uno specchio che rimanda immagini discordanti: l’uomo morto, il fuggitivo, il rinato, il fantasma. Nessuna di queste figure coincide con lui, eppure tutte lo rappresentano.
Pirandello anticipa così l’idea dell’“io molteplice” che la psicanalisi e la filosofia novecentesca renderanno centrale. Lo specchio, in questo senso, non restituisce più la verità, ma la moltiplica, la distorce, la nega.
È un’immagine che troveremo anche in Uno, nessuno e centomila, quando Vitangelo Moscarda scoprirà di avere «un naso che non sapeva di avere»: lo sguardo dell’altro diventa il vero specchio, e in esso l’identità si dissolve.
«Per conoscersi, bisogna prima perdersi.»— Appunto postumo di Pirandello, 1935
Questa nota, rintracciata tra i taccuini del periodo romano, sembra la confessione segreta di un autore ossessionato dalla distanza tra l’io interiore e quello esteriore.
Mattia Pascal, guardandosi nello specchio della sua seconda vita, non trova il nuovo se stesso, ma il riflesso deformato del vecchio: è l’immagine del doppio che ritorna, ineludibile, come una maledizione.
Curiosità letteraria
Pirandello amava raccogliere ritagli di giornale e fotografie di persone sconosciute. In alcune lettere all’amico Ugo Ojetti scriveva di
“vedere nei volti anonimi delle vie romane le mille vite che avrei potuto avere, se fossi stato qualcun altro”.
Questa abitudine riflette perfettamente la sua ossessione per il doppio e per le identità potenziali: ognuno di noi è un personaggio che non ha avuto luogo.
Il romanzo, in questo senso, può essere letto anche come un esperimento narrativo sulla finzione come verità. Pirandello smonta la distinzione tra vita reale e vita immaginaria, mostrando che la seconda è spesso più autentica della prima. Adriano Meis è un personaggio inventato, eppure in lui Mattia scopre lati di sé che non avrebbe mai conosciuto da vivo.
La scrittura, allora, diventa specchio ultimo: uno specchio deformante ma necessario, perché solo attraverso la finzione si può dire qualcosa di vero.
Il doppio come destino
Magritte – Les amants (1928)
Il doppio, in Pirandello, non è solo un tema psicologico, ma un destino metafisico. Ogni individuo è doppiato da un’immagine che lo precede o lo segue, e con cui non può mai coincidere.
L’uomo pirandelliano è un essere sdoppiato tra la vita che sente e la forma che subisce. “Vita” è flusso, energia, movimento; “forma” è la maschera sociale che la irrigidisce.
Mattia, come Vitangelo, tenta di distruggere la forma per tornare alla vita — ma nel farlo scopre che la vita senza forma è caos.
È il dilemma eterno del pensiero pirandelliano: non si può vivere senza maschere, ma le maschere ci impediscono di vivere.
«Siamo come statue di cera esposte al sole: appena ci sciogliamo, non abbiamo più volto.»
— L’umorismo
L’immagine è straordinaria: l’uomo che cerca la verità di sé finisce per dissolversi.
È ciò che accade a Mattia Pascal, che non trova mai il proprio centro, ma solo i frammenti del proprio riflesso. Il suo destino è guardarsi allo specchio e non riconoscersi più.
Risonanze intertestuali
Pirandello non è solo, in questa ossessione per il doppio. Nella stessa epoca, Dostojevskij con Il sosia e Stevenson con Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde avevano già raccontato il disgregarsi dell’identità. Ma mentre in quei romanzi il doppio rappresenta la scissione morale, in Pirandello diventa una condizione ontologica: non è il bene che si separa dal male, ma l’essere che si divide dal sembrare.
Il risultato è più sottile e più tragico: non c’è redenzione, solo consapevolezza.
E in questo risiede la sua grandezza: Pirandello non offre soluzioni, ma specchi incrinati in cui il lettore si riconosce. Il fu Mattia Pascal ci mostra che ogni uomo porta in sé un morto, un nome che non lo rappresenta più, e un riflesso che continua a vivere altrove.
Nel silenzio dell’ultima pagina, Mattia Pascal non trova pace davanti allo specchio. Sorridendo amaramente, si definisce «il fu di se stesso»: una formula che suona come una lapide ma anche come una confessione.
Non c’è nulla di più attuale, oggi, di questo sorriso pirandelliano — il sorriso di chi sa che la verità non si trova nell’immagine riflessa, ma nel crepaccio che la separa da noi.
Capitolo 5 – La condanna dell’essere liberi
Pirandello lo sapeva bene: la libertà è una trappola sottile. Ogni volta che l’uomo tenta di sfuggire alla forma che la vita gli impone, finisce per costruirsene un’altra — più fragile, ma non meno vincolante.
Mattia Pascal ne è l’emblema perfetto: nell’istante in cui “muore” e diventa Adriano Meis, crede di essersi liberato dalle catene del passato, ma in realtà cade in una schiavitù più profonda. La libertà, per lui, coincide con la solitudine assoluta.
Pirandello mette in scena una delle più amare ironie del secolo: l’uomo libero non può vivere tra gli uomini.
«Sì, io ero libero. Ma libero come un morto.»— Il fu Mattia Pascal
In questa frase, sospesa tra l’amarezza e la rassegnazione, si condensa il destino del protagonista e, con lui, dell’uomo moderno.
Essere liberi significa non appartenere più a nessuno, ma anche non essere più riconosciuti. La libertà, nella visione pirandelliana, non è conquista ma perdita: è il prezzo da pagare per vedere se stessi senza l’inganno delle forme.
Ecco perché l’immagine riflessa — lo specchio interiore — torna come simbolo costante: guardarsi significa riconoscere la propria estraneità.
L’immagine riflessa: l’io come spettro
Pirandello usa spesso lo specchio come metafora dell’autocoscienza deformata. Ogni volta che i suoi personaggi si specchiano, non vedono se stessi, ma il doppio che la vita ha creato al loro posto.
È un gesto che appare in molte sue opere, da Il fu Mattia Pascal a Uno, nessuno e centomila, fino alle novelle come La carriola o La patente. In ognuna, lo specchio non è superficie, ma abisso: riflette il divario tra l’uomo e la sua immagine sociale.
«Io mi vidi nello specchio, e mi parve d’essere un altro, un morto che ancora camminava.»— Il fu Mattia Pascal
Questa scena, breve ma rivelatrice, è uno dei vertici simbolici del romanzo. Mattia non si riconosce più nel volto che porta: ciò che vede è un riflesso vuoto, una maschera rimasta in vita dopo la persona.
Pirandello anticipa così una consapevolezza modernissima: l’identità non è mai una, ma una proiezione.
Come noterà più tardi lo stesso autore in una delle sue lettere:
«L’uomo vive nella sua immagine più che nel suo corpo. È la sua ombra che pensa, non lui.»
In questa intuizione — quasi profetica — risuona la percezione che domina oggi la nostra epoca dell’immagine: la costruzione di sé come riflesso, come identità pubblica, come “personaggio” continuo.
Mattia Pascal è il primo “profilo” della modernità: un uomo che si cancella per reinventarsi, e che finisce prigioniero della sua stessa rappresentazione.
Curiosità letteraria
Nel 1908, Pirandello tenne a Roma una conferenza intitolata Arte e coscienza d’oggi, in cui disse:
«La vita si guarda vivere, e non sa più se vive o se si sogna.»
Un passaggio che sembra scritto per il protagonista del romanzo. L’immagine riflessa, qui, non è più soltanto simbolo di scissione, ma anche di consapevolezza tragica: l’uomo che si vede vivere smette di vivere davvero, trasformandosi in spettatore di se stesso.
La libertà come condanna
Alla fine del suo viaggio, Mattia Pascal non ha più nulla: né il vecchio nome né quello nuovo. È “fu” di entrambi.
Pirandello ci lascia con un’immagine di struggente ambiguità: Mattia, tornato a Miragno, visita di tanto in tanto la propria tomba. È l’unico gesto che gli resta — un dialogo con la sua assenza.
Il romanzo si chiude con un sorriso ironico, che è anche un colpo di lama:
«Io sono il fu Mattia Pascal.»
Dietro questa frase, apparentemente leggera, si cela una riflessione profonda sul destino umano: l’uomo che si libera di tutto non può più esistere.
Pirandello demolisce così il mito dell’individuo sovrano, mostrando che la libertà totale è disumana, perché taglia ogni legame con la realtà.
La libertà, allora, diventa una condanna: quella di non avere più uno specchio in cui riconoscersi.
E come accade a Vitangelo Moscarda — che distrugge la propria immagine fino a dissolversi — anche Mattia Pascal finisce per vivere nella soglia tra esistenza e ombra, nella dimensione più pirandelliana di tutte: quella dell’uomo che si osserva vivere.
Risonanze contemporanee
Oggi, nell’epoca dei social, l’intuizione di Pirandello appare quasi profetica.
Viviamo circondati da specchi digitali — schermi, profili, fotografie, avatar — e ognuno di noi è diventato un po’ Mattia Pascal: costruttore e prigioniero del proprio riflesso.
L’identità è fluida, modificabile, frammentata; e la libertà di mostrarsi come si vuole si accompagna alla paura di non esistere davvero.
Pirandello, con il suo umorismo tragico, aveva già compreso che ogni immagine che ci rappresenta ci separa da ciò che siamo.
L’uomo moderno, diceva, non è più un essere, ma “un’apparenza che pensa di esistere”.
E in questa definizione, così lucidamente amara, risuona l’eco dell’attualità: la condanna dell’essere liberi non è la perdita della vita, ma la perdita del senso dell’essere.
Lo specchio si chiude
Il fu Mattia Pascal non è solo la storia di un uomo che muore due volte, ma la parabola di un secolo — e forse di ogni epoca in cui l’identità si frantuma sotto il peso delle sue immagini.
Pirandello ci insegna che non si può vivere senza uno specchio, ma che ogni specchio, inevitabilmente, mente.
La libertà assoluta è un sogno che abbaglia: per vivere, bisogna accettare la forma, pur sapendo che ci tradisce.
Mattia Pascal ci guarda ancora da quella soglia, sorridendo con malinconia: il sorriso di chi ha capito che non c’è salvezza nella fuga, ma solo nella consapevolezza di essere un riflesso vivo tra le ombre.
L’analisi dei testi pirandelliani non finisce qui.
Ogni opera nasconde un nuovo specchio, un’altra maschera da interrogare, un frammento di quella verità mobile che ancora oggi continua a guardarci
«Moscarda distrusse l’immagine, Mattia la inseguì: entrambi scoprirono che l’uomo non fugge mai da se stesso.»
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Fonte: https://www.inchiostronero.it/il-fu-mattia-pascal-la-fuga-impossibile-da-se-stessi/
22.11.2025
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