Il dolore non ti lascia dove sei

Il dolore non ti lascia dove sei

di Valentina Bennati
comedonchisciotte.org

Il dolore non ci lascia dove siamo. Ci costringe a prendere posizione. Non ci permette di restare fermi, distratti, passivi. Possiamo anestetizzarlo, certo. Spegnere il segnale con un farmaco, mettere un coperchio, tirare avanti come se nulla fosse. È una possibilità.
Ma ogni volta che silenziamo un dolore senza ascoltarlo, perdiamo un’occasione. Perché il dolore, fisico o emotivo, non arriva per caso. È un segnale di disarmonia. Qualcosa, dentro, non è in equilibrio. E quel segnale chiede attenzione.

Gli animali, quando stanno male, si fermano davvero. L’ho visto accadere tante volte nella campagna toscana in cui sono cresciuta: si allontanano, cercano un riparo, riducono tutto all’essenziale. Non fanno rumore, non oppongono resistenza inutile. Si concedono il tempo di stare in quello che c’è. Si isolano, riposano, conservano energie. Non combattono il sintomo: lo attraversano.
È una forma di intelligenza semplice e radicale che non ha bisogno di essere spiegata. Il corpo sa cosa fare e loro lo seguono.

Noi, invece, abbiamo imparato altro. A non fermarci. A stringere i denti. A continuare a funzionare anche quando qualcosa dentro chiede attenzione.
Ci è stato insegnato a intervenire subito, a coprire, a delegare. A cercare fuori risposte rapide, invece di restare abbastanza a lungo dentro la domanda.
E così perdiamo confidenza con ciò che sentiamo. Con quel linguaggio sottile fatto di segnali, variazioni, piccoli campanelli che, se ascoltati, ci orienterebbero.

È vero: la diagnosi è competenza del medico. Ma l’ascolto è competenza nostra ed esiste una forma di conoscenza che non si studia sui libri, quella che nasce dall’esperienza diretta, dal rapporto quotidiano con il proprio corpo e con le proprie reazioni.
Mangio un certo cibo e mi gonfio.
Prendo freddo ai piedi e il giorno dopo mi viene il raffreddore.
Il vento mi predispone al nervosismo.
In una situazione mi irrigidisco, in un’altra respiro più a fondo.
Con una persona mi viene mal di testa, con un’altra provo leggerezza.
Sono solo alcuni esempi. E sono dettagli, ma parlano. E quando iniziamo a farci caso, smettono di essere fastidi casuali e diventano informazioni preziose. Indicazioni. Una forma di orientamento.

Perché il sintomo può restare un nemico da combattere, da zittire il più in fretta possibile. Oppure può diventare un linguaggio, il modo in cui il corpo (che lavora incessantemente per mantenere equilibrio) prova a dirci che qualcosa non sta funzionando come dovrebbe.
Il dolore, in questo senso, obbliga all’ascolto. Interrompe una routine. Sposta l’attenzione. Chiede una risposta. A volte il cambiamento che richiede è minimo, quasi impercettibile. Altre volte è radicale.
Ma in ogni caso ci mette davanti a una scelta: continuare a ignorarci o iniziare a conoscerci davvero.

Certo, non tutto il dolore ha una spiegazione facile. Non tutto è rassicurante. Ma sempre contiene un invito: fermarsi, guardarsi senza distrazioni, riprendere una parte di responsabilità sul proprio stare bene e sul proprio stare male.
Recuperare fiducia nelle proprie percezioni non significa rifiutare l’aiuto degli altri. Significa non abdicare a sé stessi. Non consegnarsi completamente a uno sguardo esterno, dimenticando il proprio.
Allora, il dolore non è soltanto ciò che fa soffrire, è ciò che può riportarti a te.
Ed è da lì
– da quel punto spesso evitato, ma essenziale – che qualcosa di nuovo può davvero cominciare.
___

Valentina Bennati
ComeDonChisciotte.Org

Commenti (2)

Per commentare accedi all area riservata con un account abilitato.

Mostra commenti 2 caricati
    1. maghi 26 marzo 2026

      il dolore non ha gli stessi effetti su tutti. Ho notato che chi ha un animo buono diventa ancora più buono specie se ha avuto un'educazione religiosa e/o civile, mentre chi ha un animo non buono, peggiore il più delle volte, fino a divenire aggressore del prossimo secondo la sindrome del capro espiatorio. Non so dire se per mancanza di educazione civile o religiosa (ma se non c'è nessuna delle due sono senz'altro dolori per sè e per il povero prossimo che ha la sventura di essere vicino, sia familiare, che di casa) o per disposione psichica o spirituale. Insomma se una persona è buona ha la speranza di vivere una vita decente e di farla vivere al prossimo, altrimenti sono problemi grossi sia per lei che i suoi vicini.

    2. Valentina Bennati 28 aprile 2026

      È vero, il dolore non ha gli stessi effetti su tutti. Ma non penso che riveli automaticamente se una persona è “buona” o “cattiva”. Può certamente amplificare alcuni tratti già presenti nel carattere, ma le reazioni dipendono da molte cose: la storia personale, il contesto, le risorse che si hanno a disposizione in quel momento.
      A volte comportamenti “non gentili” nascono da una difficoltà nel reggere ciò che si sta vivendo, non da una natura necessariamente “negativa”. Questo non significa giustificare tutto, ma provare a restare un po’ più vicini alla complessità delle persone e delle loro storie (anche se a volte non è per niente facile)

Visualizzati 2 di 2 commenti approvati.