Il dolore e l’ultimo uomo

Il dolore e l’ultimo uomo

Flores TOVO
Comedonchisciotte.org

Brevissima premessa: son già due anni che l’umanità tutta è coinvolta direttamente, e non, in una dimensione totalizzante di paura e di dolore. Se la paura è la situazione emotiva originaria che scaturisce da un senso indeterminato di minaccia, il dolore è la minaccia che si realizza: i due elementi sono perciò indissolubilmente connessi.

Nonostante la letalità di quella che viene chiamata pandemia da Covid (la minaccia realizzata) sia particolarmente bassa (neanche sei milioni di morti, quasi tutti oltre 80 anni, su 8 miliardi di individui dopo 2 anni!), il contagio psicologico della paura della morte si è propagato in modo esponenziale a livello globale, tant’è che quasi tutti i governi dei paesi del mondo hanno preso misure draconiane (per lo più inutili) per contenere il contagio del virus, espandendo però nel contempo il contagio del terrore. Sono stati scritti ormai innumerevoli saggi che hanno cercato di spiegare tale impazzimento collettivo. I più dotti hanno fatto riferimento a Le Bon, Freud, Jung, Riesmann, Packard ecc… Si è poi passati alle ricerche di tanti psichiatri: sicuramente i più avveduti fra questi si sono accorti che almeno il 70% delle masse umane si trovano in una dimensione ipnotica creata dai mass-media approfittando della loro dimensione esistenziale dovuta all’inutilità delle loro esistenze vuote, alienate e solitarie. Essi hanno scoperto che tali masse recepiscono una ragion d’essere del proprio “vivere” nell’obbedire senza discussioni (la scienza lo vuole!) alle regole e a provvedimenti amministrativi promulgati da un potere considerato salvifico che ridà loro l’illusione del senso della comunità. Obbedienza che si è trasformata in cecità, in assoluta mancanza di critica, in fanatismo quasi di tipo religioso: il tutto per la salvezza degli altri e di se stessi. Una pura ipnosi di massa ben descritta nei suoi saggi da Mattias Desmet, uno dei principali esperti sulla tirannia del totalitarismo.

Eppure, per quanto considerevoli e profonde siano state queste analisi, esse non sono, a parer nostro, del tutto esaustive, poiché non colgono la radice essenziale di tali comportamenti umani che oggi rasentano per davvero la follia. Come sempre avviene in questi casi bisogna ricorrere ai pensatori inclini a ricercare le essenze concettuali, che sono quelle che cercano di rivelare il perché profondo degli avvenimenti storici e filosofici, soprattutto se si tratta della propria epoca. Uno di questi è sicuramente E. Jünger, il quale in suo famoso saggio, intitolato “Sul dolore” (Über den Schmerz), scritto nel 1934, espresse nel brano iniziale, assai pregnante, qual è il significato profondo del dolore: “Esistono alcuni grandi ed immutabili parametri in base ai quali il valore dell’uomo dà misura di sé. Uno di questi è il dolore; esso è la prova più dura in quella catena di prove che è, come si suol dire, la vita. Una riflessione che voglia occuparsi del dolore sarà perciò probabilmente impopolare; essa però non solo è istruttiva in se stessa, ma getta luce, insieme, su una serie di questioni delle quali ci stiamo occupando in questi tempi: il dolore è una di quelle chiavi che servono ad aprire non solo i segreti dell’animo ma il mondo stesso. Quando ci si avvicina a quei punti in cui l’uomo si mostra all’altezza del dolore, o superiore ad esso, si accede alle sorgenti della sua forza e al mistero che si nasconde dietro il suo potere. Dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei! Il dolore come unità di misura è immutabile, ciò che muta, invece, è il modo in cui l’uomo si pone di fronte a tale unità di misura. Con ogni cambiamento di rilievo nel clima generale muta anche il rapporto che l’uomo intrattiene col dolore”(1).

Come si sa, il dolore è tutto ciò che causa sofferenza: in generale esso può essere sia fisico che spirituale, sebbene talvolta questa distinzione sia solo schematica, in quanto spesse volte la dimensione fisico-corporale si accompagna con quella psichica (Spinoza fu il primo a capirne il parallelismo). Le attribuzioni che qualificano il dolore sono numerosissime. Esistono dolori acuti, ma brevi, cronici ma lievi, insopportabili e di lunga durata, e così via. Quasi tutto il pensare filosofico nel corso della storia si è occupato molto di questo tema: si pensi ad Epicuro e alla sua scuola, agli Stoici, a quasi tutta la filosofia cristiana, a Schopenhauer ed altri, per non parlare delle religioni metafisiche come quella induista e buddhista. Il buddhismo, poi, ha come pilastro fondamentale l’assunto che la vita è dolore e che il dolore è conseguenza della facoltà del desiderare. Tuttavia il pensiero di Jünger coglie un aspetto che va oltre le proposte e i rimedi indicati dai filosofi o da uomini di religione. Egli scrive che “il dolore è una delle chiavi che servono ad aprire non solo i segreti dell’animo, ma il mondo stesso”. Il dolore quindi rivela la dimensione intima dell’esserci umano e del suo rapporto con l’Essere stesso; “dimmi il tuo rapporto col dolore e ti dirò chi sei!”. L’essenza del dolore è quindi fondamentalmente ontologica.

Nietzsche affermava che la vittoria su di esso ci può rendere forti, e darci la giusta dimensione della nostra resistenza e della nostra autodisciplina nel sopportarlo: come si dice, i grandi uomini si rivelano nelle grandi avversità. Poi se si dà uno sguardo al passato si nota che tutti i popoli hanno attraversato terribili difficoltà: pestilenze, guerre, fame, sacrifici senza fine. In certe epoche la morte portava con sé l’80% dei bambini prima che questi superassero i 10 anni d’età. Solo i più sani sopravvivevano. Tuttavia da circa due secoli l’atteggiamento verso il dolore è radicalmente cambiato, poiché è mutato “…il rapporto che l’uomo intrattiene col dolore”. A tal proposito Jünger scriverà pensieri molto condivisibili e ormai accettati da tutti, ossia che la moderna sensibilità verso il dolore è dovuta al fatto che essa conviene ad un mondo in cui il valore del corpo è considerato il bene supremo: il dolore va quindi assolutamente evitato “…poiché non colpisce il corpo come un semplice avamposto, ma colpisce il quartier generale, il nucleo essenziale della vita stessa”(2). Nel mondo presente dominato dalla forma produttiva capitalistica in cui tutto è merce, quantità e profitto, il corpo diventa il bene supremo per ogni singolo: il Singolo di Kierkegaard viene trasformato in un mero accumulo di sangue ed ossa, privo di qualsiasi spiritualità. E’ ormai frequente osservare individui, spesse volte esteticamente brutti e deformati dalle immonde cibarie di cui sono ghiotti, camminare soli in mezzo ai campi o in luoghi isolati bardati da più pezze che coprono il loro volto. Il terrore della morte ne ha pervaso totalmente l’esistenza, sicchè essa è ridotta a pura meccanica fisica. Certamente le migliori condizioni igieniche introdotte già nel ‘700, la rivoluzione sanitaria con la somministrazione di vaccini efficaci, l’anestesia, gli antibiotici, per arrivare fino alla creazione di uno stato sociale sempre più efficiente, almeno fino a pochi decenni fa, ci aiutano a comprendere il motivo che ha spinto i più verso la fede nel progresso e nella scienza. Eppure questi miglioramenti effettivi non si sono legati a corrispettivi vantaggi spirituali. Anzi. Si può notare una asimmetria profonda: tanto più cresce la sicurezza della salute del proprio corpo, tanto più si impoverisce la spiritualità degli uomini. Eh sì che dovrebbe essere il contrario, poiché un maggior benessere fisico dovrebbe favorire una maggior cura della mente, in quanto la cultura dovrebbe essere di più facile accesso. Ciò nonostante da più di un secolo e mezzo circa la regressione spirituale è inarrestabile. Il sacro, il bello, l’etica, il senso della giustizia e della verità, il pensiero profondo stanno scomparendo. Gli uomini hanno ucciso Dio e il senso della trascendenza, e con ciò qualsiasi anelito verso una superiore spiritualità. Lo si constata chiaramente nei nostri giorni.

Comunque fu l’ateo Marx che per primo, nei suoi “Manoscritti del ‘44”, individuò che il sistema di produzione capitalistico generava una alienazione profonda nell’uomo, ossia una auto-estraniazione da sé, che riguardava il proprio lavoro (che gli veniva sottratto), la propria attività (destinata ad altri), la propria essenza, poiché l’uomo nasce per fare un lavoro libero e creativo, e il rapporto col prossimo che diventa sempre più conflittuale perché anticomunitario. L’analisi di Marx era fondamentale, però si trattava per lo più di una analisi socio-economica, pur con aspetti anche idealistici, come sottolineava Costanzo Preve, poiché l’essenza dell’uomo è in effetti sia prassi che teoria. In particolare Marx riteneva che l’alienazione trasmutasse negativamente l’essenza umana sia nella sua creatività, che nel suo senso comunitario: da qui l’origine del degrado. Al filosofo di Treviri, già agli inizi del ‘900, si aggiunsero, pur se provenendo da concezioni culturali spesse volte opposte, le grandi opere di Guènon (Il regno della quantità e il segno dei tempi), Evola (Rivolta contro il mondo moderno), Heidegger (Essere e tempo), Jünger (Il lavoratore), Anders (L’uomo è antiquato), i quali approfondirono quella che è la condizione umana nei nostri tempi. Essi osservarono, in pensieri certamente distinti, ma collegati, che l’alienazione umana è non solo socio-economica ma anche di tipo ontologico spirituale, nel senso che riguardava il rapporto fra il pensiero-Essere e l’ente umano in quanto tale. Soprattutto Heidegger si accorse che stava svanendo sempre più rapidamente la coappartenenza fra essere-pensiero e l’ente umano: l’autocoscienza propria dell’uomo si stava sempre più collassando su se stessa. Nel loro insieme le opere di questi grandi pensatori rivelano i motivi per cui l’uomo moderno occidentale, tutto sommato benestante, si sia staccato dalla sua essenza, che oltre a riguardare la sua capacità creativa, riguarda il suo rapporto con l’Essere, ossia col pensiero e con i sentimenti (l’Essere si manifesta appunto come pensiero, sentimento, tempo, volontà, ecc.) stravolgendo quel legame di coappartenenza di cui si diceva, che lo aveva sempre accompagnato lungo il suo cammino storico.

In “Essere e tempo” Heidegger notò come la paura della morte e del dolore costituissero la situazione emotiva permanente dell’uomo occidentale contemporaneo. Un uomo che cerca in ogni modo di dimenticare il suo insormontabile destino che è quello di morire. Tutto il suo esistere è organizzato per allontanare questo ineluttabile destino: perfino durante i funerali si applaude il defunto per esorcizzarlo. Ciò spinge gli odierni individui umani a vivere in una dimensione temporale imperniata su un presente ripetitivo, inteso come routine, in cui il futuro e perciò anche il passato vengono obliati (la cosiddetta Cancel culture nasce da qui). Una paura che comporta una esistenza totalmente inautentica, basata sulla chiacchiera (il saper tutto senza sapere nulla), sulla curiosità (il vedere tutto senza vedere nulla) e sull’equivoco (la sintesi fra chiacchiera e curiosità, ossia quando vi è il completo smarrimento del proprio io e del rapporto col sé, inteso come Essere). In altre parole l’uomo presente, che vive una esistenza inautentica segnata appunto dalla paura della morte e del dolore, corrisponde a colui che Nietzsche definì l’Ultimo Uomo, che è “il più disprezzabile degli uomini”, una “mosca velenosa” proprio per la sua superficialità e la conseguente miseria spirituale.

Jünger tuttavia riteneva che la profezia nicciana dell’Ultimo Uomo avesse avuto un breve percorso, poiché egli scriveva, sempre nel suo saggio “Sul dolore”, “…che la sua èra è già alle nostre spalle”(3). Due anni prima, quando scrisse “Il lavoratore”(che poi è il tecnico moderno), affermava che fosse questa la nuova figura dominante nella nostra società. La prosperità economica, la libertà di movimento, lo sviluppo favoloso dei mezzi tecnici con la creazione di nuovi confort come l’illuminazione, l’auto, il telefono, il riscaldamento, e così via, convinsero Jünger della ritirata in sordina dell’Ultimo Uomo. Il Tecnico era l’uomo futuro, l’espressione della volontà di potenza della modernità: il dolore di certo non poteva scomparire, ma veniva allontanato e respinto ai margini dell’esistenza per fare spazio ad un benessere sia pur mediocre. “Il segreto della moderna sensibilità” verso il dolore consiste in questo, secondo il filosofo.

Jünger certamente comprese per primo che la tecnica moderna era intrinsecamente nichilista. Tuttavia la realtà di una tecnica livellatrice ed omologante generava di conseguenza anche l’Ultimo Uomo di massa, e perciò tale realtà smentiva Jünger. Un uomo che era di natura trasversale, non appartenente ad una specifica classe sociale, sottolineava ancora Heidegger nelle sue “Conferenze di Brema e Friburgo”; esso era capace di costruire capannoni, industrie, ponti e gallerie, tarantolato da una sorta di delirio anelante al gigantismo, ma che era incapace di costruire un tempio, un palazzo artistico come si faceva nel Rinascimento, una chiesa, o dei portici come si costruivano nel Medioevo. Un uomo che oggi non saprebbe scrivere nemmeno tre righe dei “Dialoghi” di Platone o una terzina di Dante. Se la tecnica moderna lenisce il dolore e prolunga la vita, dall’altro lato ha impoverito la realtà umana nella sua componente spirituale, portando degrado e decadenza. Il macchinismo distrugge di fatto le capacità creative che erano proprie della ragione connessa profondamente al sentimento umano. Nel mondo presente non ci sono più grandi fisici, artisti, filosofi, scienziati: ci sono solo al massimo efficienti tecnici che girano il mondo con la loro valigetta per partecipare a conferenze ed aggiornamenti. Del pensiero profondo si è perso ogni traccia. Perché è accaduto questo (4)? Un perché che è stato svelato dallo stesso Heidegger nel suo ormai celeberrimo saggio “La questione della tecnica” e nei suoi “Contributi alla filosofia”: il trionfo della ragione calcolante, il gigantismo, il macchinismo, la massificazione presentata come democrazia, la pubblicità parossistica sono le principali manifestazioni del degrado. Tutti fenomeni ampliati grazie al Dispositivo o Impianto tecnico (Das Gestell). Il moderno Leviatano si estende su ogni attività umana (oggi in particolare in quella tecnico-sanitaria) sulla spinta di un capitalismo sempre più rapace e plutocratico (vedasi gli attuali profitti spropositati delle multinazionali). Il paradosso è che tutto ciò sta avvenendo con l’indifferenza di una maggioranza plebea che crede ancora bovinamente che i privilegi che le sono stati elargiti a prezzo di dure lotte nel passato, siano definitivamente consolidati.

La tecnica con queste caratteristiche del tutto materiali e meccaniche, proprie della modernità, ha prodotto inevitabilmente a livello sociale il nichilismo completo e passivo, anche perché l’uomo moderno nella quasi totalità è inadeguato ed antiquato rispetto ad essa, per dirla con Anders. Più la macchinazione razionalizzatrice diventa pervasiva al di dentro di ogni meandro sociale, più la mancanza di controllo politico si fa acuto e devastante. Il potere politico mondiale infatti non sa più come affrontare l’aumento della popolazione, l’inquinamento, la corsa alle armi, le disuguaglianze economiche incredibili.

Ma l’Ultimo Uomo, l’uomo che è l’espressione attuale del potere politico e che è il vero nichilista beota infarcito dal politicamente corretto, non si rende conto di niente. La sua semi-cultura, che sarebbe meglio chiamare sub-cultura, lo illude della bontà del suo status. Questo perché la paura della morte lo pervade interamente in ogni suo momento presente. Non credendo a nulla che non sia fuori od oltre di sé, egli fa del proprio io minimo una specie di idolo da conservare ad ogni costo: è un servo che si compiace di esserlo senza saperlo (la famosa figura hegeliana in cui il servo si emancipa viene del tutto respinta). Per cui diventa un essere sostanzialmente vile e tremolante di fronte ad ogni eventuale remota minaccia, e come tale assume connotati inferi che lo spingono verso l’animalesco più prossimo, ossia verso la scimmia di tipo infero, poiché ha abbandonato ogni possibilità di elevazione pur avendone le potenziali facoltà.

Questa è la situazione storica in cui tutti siamo condannati. La domanda, che nasce spontanea è, allora, che cosa fare? Il punto del massimo pericolo è stato raggiunto, ma nessuno, o quasi, a quanto pare, reagisce. Per cui forse è meglio domandarsi che cosa non fare. Non fare come l’Ultimo Uomo può essere già un inizio di un grande programma.

Note:
1) E. JÜNGER, Sul dolore, sta in “Foglie e pietre”, Adelphi ed., Milano 1997, pp. 139-140.
2) IDEM, p. 149.
3) IDEM, p. 149.
4) Vedasi il mio saggio, “Sull’abbandono dell’essere”, ivi pubblicato nell’aprile del 2018.

Commenti (43)

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    1. uparishutrachoal 10 aprile 2022

      Il vero problema dell'uomo è la pigrizia..e poi la conoscenza per superarla senza fare guai maggiori...

    2. sbregaverse 10 aprile 2022

      Eh no ,upa, tu quoque,l'otium contemplativum,parente stretto dell'accidia sorellastra della pigrizia, è VIRTU' perbaccolina!

    3. uparishutrachoal 10 aprile 2022

      L'otium è il fratello nobile della pigrizia; ma spesso, la sorella vanesia, rivendica uguali diritti e si veste come lui, tanto da confondere anche l'occhio più smaliziato.
      Solo quando si arriva al dunque il camuffamento sarà dolorosa esperienza.
      L'otium non teme la morte, ma la pigrizia si..anzi..teme pure la vita..per questo si traveste e la fa semplice..
      Dal momento che io sono (anche) un grande pigro, ne conosco tutti i sotterfugi e per questo sono anche più colpevole..
      Fiduciosamente mi sono messo in lista per il cambio di sesso da pigrum a contemplativum..e la fila è lunga e i posti sono pochi..ma persevero con eroica costanza.. o colpevole puntiglio?
      La pigrizia è astuta e puttana, si offre a ogni vizio che la mantenga per non modificare la sua perfida, corrotta e seducente natura..

    4. sbregaverse 11 aprile 2022

      Eh vabeh troviamoci in mezzo al guado mano nella mano col vincastro dell'accidia.

    1. natascia 10 aprile 2022

      Io confido nell’Eterogenesi dei fini. La sperimento sempre.

    2. sbregaverse 10 aprile 2022

      Quasi esatto,Mia Salvia Divinorum, ma come dubbia risultante escatologica post quem.MAI GIAMMAI come conseguenza esperenziale di apparente azione in uno spazio/tempo illusorio.

    1. gix 10 aprile 2022

      Difficile aggiungere qualcosa di intelligente dopo cotanto scambio di pensieri e riflessioni. Infatti uno potrebbe ingoiare il tutto e tacere, tanto ci penseranno comunque il corpo e lo spirito, ognuno per sé, a rimuginare il tutto, trasformando pensiero e materia in qualcos'altro. Ma forse vale la pena dire che non è tanto la paura della morte la vera novità da gestire, o il dolore o ancora il deficit spirituale, questi, più o meno, ci sono sempre stati. Quello che cambia, rispetto al passato, è soprattutto l'illusione di avere i mezzi per comprendere l'ignoto, forse persino guarire il dolore e poter gestire la morte, se non eliminarla. L'uomo moderno, o ultimo, viene ingannato esattamente come accadeva all'uomo antico, con la differenza che quest'ultimo era magari cosciente dei propri limiti, mentre l'uomo moderno viene illuso di poter arrivare ovunque, semplicemente grazie al progresso e alla scienza. Perché sarà anche vero, come dice Malanga, che l'entropia aumenta sempre, quindi basta non fare nulla, che tanto prima o poi da stupidi si diventa intelligenti, il problema è che si può rimanere stupidi, o tornare ad esserlo ripetute volte, per interi eoni

    2. LuxIgnis 10 aprile 2022

      Infatti uno potrebbe ingoiare il tutto e tacere, tanto ci penseranno comunque il corpo e lo spirito, ognuno per sé, a rimuginare il tutto, trasformando pensiero e materia in qualcos’altro.

      Meno male che non volevi aggiungere niente. Basta questo per completare il quadro.

    3. sbregaverse 10 aprile 2022

      Un bel/buon tacer non fu MAI scritto.

    4. gix 10 aprile 2022

      Vero, non ho saputo resistere e mi sono lasciato prendere dall'incontinenza...

    1. sbregaverse 10 aprile 2022

      E tutto questo per l'Ultimo Uomo,
      meglio, dunque, stendere un velo pietoso per...
      l'Ultima Donna.

    1. Arthur 10 aprile 2022

      Dopo aver letto questo scritto, una riflessione è d'obbligo.

      1.
      L'autore scade, a mio avviso, nella retorica del dolore.
      In sostanza, la mancanza di spiritualità dell'Uomo e la sua alienazione sarebbero in una certa misura (quanto?) determinate da un materialismo ed un benessere figli del progresso e da un impulso a non rassegnarsi al dolore ed alla sofferenza.
      Non condivido.
      Le vere cause sono ben altre.
      E l'Uomo fa bene a non rassegnarsi alla morte, al dolore ed alle sofferenze, poiché non sono ineluttabili.
      Non è materialismo, ma spiritualità autentica.
      Secondo i principi autentici del Cristianesimo-Cattolicesimo considerare il dolore come ineluttabile e spiritualmente necessario è un'eresia condannata dalla Chiesa che va sotto il nome di Dolorismo.
      Purtroppo da secoli lo stesso clero, in larga parte costituito da ignoranti o gente in malafede, ha insegnato altro.
      La stessa responsabilità ce l'hanno le religioni orientali che educano a credere che la sofferenza derivi dal desiderare.
      Falso.
      Sono insegnamenti funzionali ad indurre l'Uomo ad accettare interiormente l'ineluttabilità di un mondo schiavo del Male e delle sue conseguenze (morte, sofferenza e dolore) per spingere l'Uomo a rassegnarsi anche alle ingiustizie, ineluttabili in quanto scaturirebbero dal male del mondo, anch'esso ineluttabile e legato alla dimensione materiale.
      Ecco l'inganno infernale della gnosi manichea.
      Una trappola diabolica.
      Invece il desiderio è la voce di Dio: "se continuo è il tuo desiderio, continua è la tua preghiera", scriveva Sant'Agostino.
      Dio parla al cuore e pone nell'Uomo un desiderio d'Amore che è la vera Parola di Dio, che l'Uomo deve saper ascoltare.
      Da questo desiderio e da questo ascolto scaturiscono tutti i beni, spirituali e materiali, e la giustizia.
      Non voglio dilungarmi e mi fermo qui.
      Purtroppo il 99,99% della gente non ha la più pallida idea di cosa davvero sia il Cristianesimo.

      2.
      L'Uomo sarebbe "incapace di costruire un tempio, un palazzo artistico come si faceva nel Rinascimento, una chiesa, o dei portici come si costruivano nel Medioevo."
      ...
      "Nel mondo presente non ci sono più grandi fisici, artisti, filosofi, scienziati: ci sono solo al massimo efficienti tecnici..."

      Mi limito a dire due parole sull'arte.
      Questo è un problema complesso, a mio avviso causato da svariati fattori: il nichilismo in primis, sia filosofico-morale-spirituale che estetico.
      Il Nichilismo si esprime, nell'arte, in quella che è l'estetica del brutto, e nel rifiuto dell'estetica del bello.
      Una perversione del mondo contemporaneo.

      Poi c'è il problema della borghesizzazione della cultura e del sapere, che ha generato una mediocrità spaventosa.
      Ad esempio, si considera competente chi è in grado di monetizzare le sue presunte capacità: se uno lavora e fa soldi con quello che sa o sa fare, sarebbe qualificato e valido; chi invece non monetizza, non sarebbe competente.
      Ovviamente questa idiozia nel mondo dell'arte produce il 99% di spazzatura, dato che la massa stupida ed ignorante non capisce pressoché nulla di arte.
      Prendete 100 persone e ditegli che siete disponibili a regalargli un CD a loro scelta.
      Cosa sceglieranno?
      Bach, Mozart, etc. oppure la moderna immondizia?
      La massa è disponibile a pagare concerti di personaggi insulsi, ma non sarebbe in grado di ascoltare un minuto di Bach.
      Ecco la vera causa della carenza di artisti nel mondo moderno: mediocrità borghese e popolo ignorante assurti a giudici di cosa sia arte e di cosa sia valido, con fiumi di denaro sperperati per avallare il nulla.
      In sostanza, il concetto di democrazia applicato all'arte: il popolo (borghesizzato) decide cosa sia arte; e ovviamente non è in grado di capire e di scegliere, come non sa capire e scegliere chi è onesto e dovrebbe governarlo nel suo interesse.
      Ed infine, l'idiozia cartesiana "è bello ciò che piace" osannata come parametro universale.
      Unicuique suum.
      A ciascuno il suo.

      * * *

      Ci sarebbe molto da aggiungere, ma mi fermo qui.

    2. danone 10 aprile 2022

      Bisogna saper distinguere fra i desideri dell'ego che sono sintonizzati sulle frequenze basse dell'utilitarismo, dai desideri dell'anima che sono sintonizzate sulla ricerca della Verità, poichè la Verità è ciò che è, che vive, il Dio Vivente, interconnesso in me con ciò che vive in me, la Presenza dell'Io sono.
      Il dolore scaturisce dall'incapacità di distinguere dentro di sè fra la presenza dell'anima con le sue esigenze, dalle paturnie del piccolo io di turno, della legione di io che ci abita e che in ogni momento, credendosi lui la totalità dell'essere, ci governa interamente e ci convince che il mondo è come dice lui e che la soluzione è ciò che lui ha deciso che in quel momento va bene per lui.
      Poi il momento dopo cambia il vento degli eventi, l'io che ci abitava prima cambia, ne arriva un altro con altre pretese e richieste, e di nuovo parte la ricerca dell'utile da soddisfare, se no si sta male.
      Questa è la natura illusoria della quasi totalità dell'inutile sofferenza che proviamo, illusoria quanto l'io che la prova.

    3. sbregaverse 10 aprile 2022

      Benissimo ,dannatissimo uan, e allora si inizi dalla FINE, causa di tutte le sofferenze:
      IO APPARENTE di una MORTE ILLUSORIA.

    4. natascia 11 aprile 2022

      Infatti nella società attuale esiste un tabù inconfessabile rappresentato dal desiderio. Esso non deve più esistere giacche’ in nulla ha a che vedere con l’economia. Le arti stanno morendo proprio per queste assenze: forze continue verso il bene, quasi sempre senza riscontro. Oggi assistiamo al riscontro immediato e garantito nel futuro senza forza, senza desiderio solo grazie al momentaneo successo dello scandalo, dello scempio di quanto fatto dall’amore. Chiaro che questi sono tempi di grandi svolte come vi furono nel passato.

    1. LuxIgnis 10 aprile 2022

      Tanto tempo fa in un contesto molto particolare fu detto che le malattie sono Angeli. Ora questo suona per lo più a quasi tutti come una blasfemia nella società odierna. Eppure contiene una grande verità se si vuole avere il coraggio di coglierla, confermata da tutta una serie di pensatori del passato remoto e recente. Non è che tutti questi siano dei masochisti ma è che hanno compreso l'enorme valore del dolore e l'enorme capacità guaritrice dello stesso. Senza dolore o meglio senza la comprensione e l'accettazione dello stesso non vi è vera guarigione. E questo vale anche per la morte; se si ha costante paura della stessa e la si rifiuta -tra l'altro rifiuto totalmente inutile visto che accadrà e non si può impedire- mettendo la testa sotto le coperte, si rifiuta in realtà la vita stessa. Con la paura della morte non si vive. E' inutile girarci intorno, chi è dominato dalla paura della morte non vive, si zombifica, è già morto. Ed è facilmente manipolabile dai "venditori di vita".
      Ora, questo è un discorso molto più ampio che ha a che fare con la concezione bastarda che la nostra cultura ha del bene e del male, del positivo e del negativo. Pensiamo che va preso tutto ciò che è positivo e rifiutato tutto ciò che è negativo, ma in realtà non si comprende che questa è una strada sbagliata e mortifera. Abbiamo più bisogno del negativo, e non solo per crescere ma per vivere pienamente, che del positivo. I cosiddetti feedback negativi tra cui appartiene il dolore, sono più importanti di quelli positivi. Il feedback negativo è quello che ci dice non di qui non di là, e ci permette di trovare il giusto equilibrio. Il positivo invece dice solo va bene così ma non da un valutazione globale di quello che sta accadendo. Va bene così, finché non c'è lo sfracello.
      Insomma è più importante il No che il Si.
      Chiaramente il dolore è sia fisico che psichico con delle opportune differenze ma sono comunque molto collegati. Anche nel semplice e puro dolore fisico la psiche ha il suo impatto. Ci sono studi che dimostrano che se si ha una psiche che accetta di più il dolore, anche il dolore prettamente fisico è minore e posso dire, anche per esperienza personale, che la guarigione avviene prima.
      Per concludere sul perché la società odierna si è ridotta a questo stato, ritorno sulla differenza che esiste tra gli emisferi del cervello. L'ho già detto che siamo una società che ha ormai un'interpretazione della realtà dominata dall'emisfero Sx, e molte delle cose che vengono propinate sono rivolte esclusivamente a questo emisfero, ad esempio la TV, i metodi di educazione, ecc.
      E credo sarete sorpresi di sapere, almeno io lo sono stato, che l'emisfero Sx è letteralmente un mentitore seriale. é il re della menzogna. Nel senso che quando si crea la propria realtà non la molla neanche se le evidenze dicono il contrario. Giustificando anche in modo assurdo quello che crede sia vero. E' egoista, pensa solo ai propri interessi e gli altri non esistono proprio, e si crede il padrone. E' facilmente influenzabile (l'ipnosi passa per esso).
      Vi ricorda qualcosa?

      P.S. Tutti e due gli emisferi hanno le loro funzioni e sono chiaramente tutte e due importanti. Ma ognuno al posto che gli compete. Anche qui non si deve cadere nell'errore del questo è buono e questo è cattivo. errore tipico dell'emisfero Sx.
      P.P.S. L'emisfero Dx (e anche il Sx) si può inibire con, credo, delle influenze elettromagnetiche. Negli esperimenti che fanno nello studio delle peculiarità dei due emisferi, sono in grado con delle apparecchiature di farlo. E questo mi fa pensare.

    1. Papaconscio 10 aprile 2022

      “…poiché non colpisce il corpo come un semplice avamposto, ma colpisce il quartier generale, il nucleo essenziale della vita stessa”

      È qui, secondo me, l'errore direi "primordiale" del pensiero occidentale: infatti il dolore va a colpire l'ego, che non è affatto il quartier generale, il nucleo essenziale, ma un sottoprodotto della mente quando è preda degli stimoli esterni attraverso i sensi.

      E poi, quel "per non parlare delle religioni metafisiche come quella induista e buddhista", mi fa capire che non se ne vuole proprio parlare, dal momento che non se ne sono comprese le basi metafisiche per esperienza diretta, ma solo attraverso i costrutti della mente razionale.

      Come ultima considerazione, ciò che scriveva Eugiorso anni fa, e prima di lui Pasolini, oggi è una realtà, ma mentre allora si era in caduta nel precipizio, oggi siamo ormai vicinissimi al fondo, e nel momento di toccare il fondo, sarà o luna piena o luna nuova.

      Scommetto che sarà luna nuova

    1. danone 10 aprile 2022

      Ultimo Uomo per me è una definizione fuorviante, perchè ha più senso considerare come "Ultimo Uomo" non il primo dei non uomini, ma l'ultimo che ancora può definirsi Uomo con la U maiuscola, essendo ancora presenti in lui i tratti esserici animici e la facoltà cosciente.
      Dopo l'ultimo uomo viene il guscio vuoto privo di anima, o l'egoico ipertrofico, che ha compresso l'anima nell'ultimo sgabuzzino buio del suo meta-verso interiore.
      Nell'articolo viene detto che l'uomo completamente egoico di oggi è in questa sciagurata condizione, perchè impaurito dalla morte, in realtà è naturale avere paura della morte, ciò che non è naturale è la possibilità di rimuoverla illusoriamente dalla vita, grazie alle opportunità che la società moderna offre, per allontanare anche solo il pensiero della morte, dalla nostra quotidianità.
      Nel mondo pre-moderno, la vita si affrontava in tali condizioni che la morte era esperienza quasi quotidiana un pò per tutti.
      Oggi con le comodità moderne, la tecnologia e le aumentate disponibilità economiche, la vita più agiata ha allontanato con la paura anche la consapevolezza della morte, impedendo così agli individui di comprendersi in profondità, nella loro vera natura multi-dimensionale animico-spirituale, tramite la presa di coscienza della propria fragilità e caducità fisica, così da non vedersi, sentirsi e viversi come si fosse fatti solo di un corpo di carne, che finchè giovane ed in forze, si sente eterno.
      L'uomo di oggi ha dimenticato che la morte va contemplata, non rimossa.
      La contemplazione della morte permetterebbe di svelare la vera identità animica dell'uomo, presente in lui come la perla è presente nell'ostrica, e come la perla, anche l'anima germina dalla ferita e dal dolore per ripristinare le funzioni della vita.
      Tutti i grandi insegnamenti spirituali ammoniscono che è fondamentale rifletterci sopra e cercare di capire che cos'è la morte, perchè si muore, perchè il nostro stato fisico è transitorio e non permanente.
      Don Quan spiegava a Castaneda che l'uomo di conoscenza, quando si siede sulla sua stuoia, ha sempre accanto a sè a fargli compagnia la sua morte, intendendo così che l'uomo di conoscenza ha ben compreso cosa sia la morte e perchè essa sia così salvifica e necessaria per la consapevolezza dell'anima.

    2. Bertozzi 10 aprile 2022

      E se ci pensi ogni notte in cui ci addormentiamo entriamo in una 'piccola morte' che dura il tempo in cui non siamo coscienti, quello stato di 'non permanenza' temporaneo, che ci dovrebbe preparare alla 'grande morte' e notte totale; e invece di abbracciarla e pensarci su e di studiare il fenomeno - visto che mi citi Castaneda - facciamo come se la notte non esistesse, le notti, tante e lunghe scorrono via indifferenti una dopo l'altra, ogni notte ti spegni e ti riaccendi, eppure non fanno testo nè storia, per l'uomo di oggi, le dà per scontate e si arrabatte invece a scalare e contare e sgranare i giorni, con la luce, in questa pseudo quotidianità, che solo gli sembra più lucida. Anche la morte, come la notte, è qualcosa che abbiamo dentro, connaturata, ma grazie agli incredibili sforzi che l'uomo fa per non vedere e non sentire non la vede e non la sente.

    3. sbregaverse 10 aprile 2022

      Vedi meditazioni induiste/buddiste su cadavere che si va decomponendo.

    4. ducadiGrumello 10 aprile 2022

      Infatti capita a volte di notare, in questo e in altri articoli, una critica immotivata alla paura della morte, che invece è perfettamente naturale; è più grave invece che sia scomparsa la capacità di riflettere sulla questione, il che a volte potrebbe offrire qualche motivo di consolazione. So che finisco sempre qui, ma credo che una parte non irrilevante del problema sia il distacco che c'è stato da modelli di vità più legati alla natura e ai suoi ritmi. In una civiltà rurale, con tutti i suoi limiti, l'andamento ciclico delle nostre esistenze secondo me si percepisce meglio, e in definitiva si comprende che vita e morte sono ottime amiche

    5. LuxIgnis 10 aprile 2022

      O il più semplice e immediato "Memento mori".

    6. LuxIgnis 10 aprile 2022

      Ma chi è che veramente nel nostro Essere ha paura della morte? Siamo moltitudine non singoli, e qual è quella parte che ha veramente paura e qual è quella che invece no?
      Comunque qui non è una critica alla paura della morte, quella possiamo dire, sempre se scopriamo chi ha veramente paura, è tutto sommato naturale. E' semplicemente il rimanere aggrappati all'unica realtà che conosciamo e percepiamo e il timore dell'ignoto o forse il nulla che ci aspetta.
      Ma la paura della morte che è la somma paura è il più grande ostacolo alla vita e alla conoscenza di questo ignoto che tanto temiamo. La più grande catena che ci imprigiona.
      Potrebbe mai un funambolo percorre il filo se avesse paura della morte? Di certo non è che voglia morire ed è ben consapevole di quello che fa e delle sue potenzialità proprio per evitare una morte sicura.
      Qui si parla del rifiuto della morte, e quindi dell'ignoto, e quindi del silenzio, e quindi del vuoto e quindi dell'origine della vita.
      In fisica l'entropia, la grande distruttrice, è la madre della vita. Senza entropia niente vita. Saturno (il tempo che è connesso all'entropia) divora i suoi figli. Egli li ha generati, egli li riprende in sé.
      Non accettare questo, non volerlo comprenderlo provoca dei danni enormi che sono visibili a tutti. Molte delle storture della società moderna hanno origine qui.

    7. sbregaverse 10 aprile 2022

      Robetta per educande a confronto.
      Si sta a contemplare il cadavere in decomposizione per qualche settimana, soprattutto gente non reclamata dai parenti e morta per eventi drammatici e violenti.
      N.B. Ho scritto esatto PER non DA qualche settimana.
      E non entrando ed uscendo dal luogo dove si trova ma in continuum.

    8. LuxIgnis 10 aprile 2022

      Lo so difatti ho detto "semplice".
      C'è anche la pratica da qualche parte di farsi seppellire vivo con solo la possibilità di respirare. Oppure in Castaneda è citata la pratica di rimanere appesi su un albero per diverso tempo.
      IL fine è lo stesso.
      Non so quale sia peggio da sopportare però.

    1. Nestor Halak 10 aprile 2022

      Perdonatemi, ma quando leggo pezzi simili a questo non riesco a sottrarmi all'impressione che le stesse cose si potessero dire in dieci righe molto più semplicemente e senza evocare filosofi defunti.
      Peraltro trovo sano e naturale aver paura della morte e sano e naturale cercare per quanto possibile di evitare il dolore.
      Non penso neppure che il contadino medievale fosse più "spirituale" (qualunque cosa voglia dire), di noi: si adeguava semplicemente ad un modo diverso. E credeva a tutte le sciocchezze che gli raccontava il prete dal pulpito come noi crediamo alla televisione.
      Quanto poi a :
      "una paura che comporta una esistenza totalmente inautentica, basata sulla chiacchiera (il saper tutto senza sapere nulla), sulla curiosità (il vedere tutto senza vedere nulla) e sull’equivoco (la sintesi fra chiacchiera e curiosità, ossia quando vi è il completo smarrimento del proprio io e del rapporto col sé, inteso come Essere)";

      contrapporrei :
      "a Beethoven e Frank Sinatra preferisco l'insalata, a Vivaldi l'uva passa che mi da più calorie".

    2. Rnamessaggero 10 aprile 2022

      "a Beethoven e Frank Sinatra preferisco l’insalata, a Vivaldi l’uva passa che mi da più calorie”.

      Quando si dice fare centro.

    3. A.P. 10 aprile 2022

      meglio la gastronomia che la filosofia?

    4. Nestor Halak 10 aprile 2022

      Battiato, bandiera bianca.

    5. Fedeledellacroce 10 aprile 2022

      Grazie, mi hai evitato una lunga lettura.
      Sai, quando l'articolo é molto lungo, preferisco passare subito ai commenti.
      :-D

    6. Fedeledellacroce 10 aprile 2022

      No, dice che preferisce mangiare piuttosto che ascoltare musica....

    7. Rnamessaggero 10 aprile 2022

      Battiato risolve l' equazione tra la velocità del treno, l' altezza di un campanile e la dolcezza del cioccolato, che fa uguale a che certa non è musica perché suona di più l' uva passa.

    8. Fedeledellacroce 11 aprile 2022

      Scusa l'ignoranza
      Mea culpa
      Conosco poco di Battiato
      Grazie per la spiegazione

    1. Rnamessaggero 10 aprile 2022

      Come posso ascoltare Platone se Socrate non ha mai lasciato niente di scritto. Platone rompe un flusso e dietro lui una bella schiera di pensatori derivati ( tossici come quelli dell' economia ), mai autentici, poi ci lamentiamo, al milionesimo libro, che non c'è autenticità, e grazie al c., se speri di trovare autenticità sui libri sei già un borg. Quelli che non leggono, quelli che il dolore te lo lasciano volentieri, hanno notato che la vita da borg non è quella della fabbrica, in fabbrica il dolore è una costante quotidiana, l' unico dolore che si teme è la morte di un figlio o la sua sofferenza, il resto si fotta pure.
      Come posso ascoltare un ateo se un non ateo e non credente può parlare restando muto nel flusso del non mai detto prima, se non può essere detto, ci sarà una ragione no ?
      Cento occhi, vedi Marco Polo su netflix, teme la morte ma non è incatenato alla vita, serve altro ?
      Comunque la vedo dura, distribuire volantini col pensiero di Nietzsche, all' uscita dagli ambienti di lavoro in fabbrica, dal ritorno dai campi o all' uscita dagli uffici, non so, al massimo e forse, sarebbe più utile scrivere sui muri: prova a pensare se ti riesce.

    2. sbregaverse 10 aprile 2022

      Ma sì alle ortiche Platoon alle ortiche Socrates, Niet Niet al Simpatico : ci si abbeveri con ghiotti sorsi al flusso della cristallina sorgente incontaminata bio di NETFLIX !

    3. Rnamessaggero 10 aprile 2022

      Come ovunque nella vita e da qualsiasi sorgente, in special modo quella pederasta greca, ci si abbevera a denti stretti, si filtra sempre. Condannare Netflix è come condannare le donne perché non mettono il burca, minchia non stai messo bene.
      Anziché ringraziarmi per averti riportato l' unica perla presente in tutta la serie, ti presenti e mi giudichi come se io fossi un russo e tu un naziUcraino che evira e taglia le dita al prigioniero. Per fortuna, via internet mi sei innocuo.

    4. sbregaverse 10 aprile 2022

      Lo sai che ti stimo e ho dell'affetto per te, ma se , una rarissima volta, mi permetto ,amorevolmente, di circostaziare, le cadute di NOI TUTTI, SUVVIA non prendere cappello.Un minimo di soavità e autoironia !
      Non sempre col pugnale fra i denti !

    5. Rnamessaggero 10 aprile 2022

      Mi devi scusare, ho l' animo di chi ha letto la notizia su Sputnik relativa alla evirazione e amputazione delle dita ai prigionieri russi, ora liberati e in ospedali. Soavità dici, si lo so che hai ragione, sei il fortunato che mi è capitato a tiro, comunque a testimonianza d' animo resta tutto scritto, anche l' affetto reciproco.
      P.S.
      salvo censura, ovvio.

    6. sbregaverse 10 aprile 2022

      Piccolo asterisco:
      *in fatto di minchia sto messo bene*

    1. Eugiorso 10 aprile 2022

      Ho affrontato questo argamento, non facendo riferimento, però, all'ultimo uomo nicciano, otto anni fa,quando la trasformazione era già più che evidente, mi permetto di riprodurre un link:
      https://comedonchisciotte.org/unaltra-specie/
      [Un'altra specie]

      Cari saluti

    2. sbregaverse 10 aprile 2022

      E a corollario di quanto da te detto, qualche tempo addietro, formulai il dubbio,come l'anonimo veneziano del 600 :
      "Che le Donne sieno della spetie degli Huomini?"

    1. maghi 10 aprile 2022

      http://theeconomiccollapseblog.com/the-global-fertilizer-shortage-means-that-far-less-food-will-be-grown-all-over-the-planet-in-2022/
      ...e quando l'Ultimo Uomo sarà messo di fronte all'interrogativo: mangiare, curarsi o cipparsi, come correrà a cipparsi e mettere la propria vita e morte nelle mani delle multinazionali. Mi ricorda i borg dell'Enterprise o Matrix. Quanto ci manca? Schwab & soci hanno detto che nel 2030 saremo tutti poveri, ma felici, hanno aggiunto. Ne sono così sicuri, che mi viene in mente l'avvertimento borg: "E' futile resistere, sarete assimilati".

    2. A.P. 10 aprile 2022

      non sarei così pessimista, qualsiasi argomento di natura umana ha delle falle intrinseche: basta lavorare per trovarlo. Quindi il maggior favore che possiamo fare al mainstream è quello di arrendersi. E visto che siamo in tema è meglio la morte che la resa, Socrate insegna se abbiamo le palle per apprenderlo.
      E' tutto una questione di Palle, di avere Coglioni Quadrati, guarda caso è da 2500 anni che si parla ancora di Socrate anche se qualcuno preferisce l'insalata e l'uva passa, de gustibus.........per inciso anche a me l'insalata e l'uva passa piacciono eccome se piacciono, però l'uomo non vive di sola insalata e uva passa.......se vivessimo solo di quello non saremmo qui nemmeno a discutere.
      O forse dovremmo cessare di discutere?

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