Il Dito e la Luna: perché la difesa dell'arte di Buttafuoco alla Biennale ha fatto tremare i moralisti

La falsa polemica sul Padiglione Russo e la vera lezione della Biennale di Venezia: l'arte come unico ponte contro la barbarie.

Il Dito e la Luna: perché la difesa dell'arte di Buttafuoco alla Biennale ha fatto tremare i moralisti
Pietrangelo Buttafuoco

Di Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org

C’è una profonda, paradossale ironia nel fatto che una Mostra intitolata In Minor Keys – "In tonalità minori", un invito ad ascoltare le voci sussurrate, le storie ai margini, le armonie non convenzionali – abbia fatto un rumore assordante. È il paradosso della 61ma Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia, inaugurata sabato 9 maggio, che ha registrato un boom di pubblico storico: circa 10mila visitatori ai Giardini e all'Arsenale nel primo giorno di apertura, con una crescita del 10% rispetto al 2024, e quasi 28mila accreditati nei giorni di pre-apertura.

A firmare questa edizione è Koyo Kouoh, curatrice camerunense-svizzera di fama mondiale, già direttrice del Zeitz MOCAA in Sudafrica. Kouoh ha plasmato un percorso espositivo lontano dai rumori assordanti del mercato, concentrandosi sull'estetica del minoritario, sulle ferite post-coloniali e sulle voci del Sud del mondo che faticano a farsi ascoltare nel consesso occidentale. Una scelta curatoriale sofisticata e pacata, che avrebbe dovuto dettare il ritmo di questa Biennale.

Eppure, mentre i giornalisti internazionali (oltre 3.700 accreditati) si affollavano per ammirare le opere, il vero "scalpore" non è arrivato dai padiglioni artistici, ma dal palco delle istituzioni. Quella che doveva essere una celebrazione della libertà creativa si è trasformata in un campo minato politico, innescando la richiesta più aggressiva di censura e ghettizzazione degli ultimi anni, arrivata fino all'immediata richiesta di dimissioni del proprio presidente.

Per comprendere come un discorso dedicato interamente alla difesa della libertà artistica e al ruolo della Biennale come strumento di pace abbia scatenato una così brutale furia censoria, è necessario fare un passo indietro e ricostruire la dinamica di un vero e proprio "corto circuito" istituzionale.

Quando Pietrangelo Buttafuoco, neopresidente della Biennale di Venezia, si è rivolto alla stampa per l'inaugurazione, sapeva di calpestare un campo minato. La guerra in Ucraina aveva trasformato i Giardini della Biennale in un nuovo fronte diplomatico, con la richiesta sempre più pressante di escludere la Russia, eppure, lo scalpore che ha seguito le sue parole è apparso sin da subito sproporzionato, se non del tutto immotivato.

Il peccato originale di Buttafuoco, quello che ha scatenato la furia dei suoi detrattori, è stato quello di applicare la civiltà del diritto (lo ius) laddove la piazza – politica e social – pretendeva l'applicazione di uno "statuto etico" sommario e d'occasione. Ha detto: "La Biennale è un'istituzione autonoma, non è un tribunale, non seleziona i passaporti ma le opere." I suoi critici hanno frettolosamente interpretato questa rigorosa difesa giuridica e istituzionale come un atto di simpatia geopolitica verso colui che considerano l'aggressore.

In questo cortocircuito, si è consumato un tragico errore di prospettiva: la maggior parte dei commentatori si è fermata al "dito" (la presenza del Padiglione Russo, le bandiere, le polemiche di parte), ignorando del tutto la "luna" verso cui Buttafuoco stava indicando. Quella luna è la natura stessa dell'arte, la sua capacità di creare ponti solidi nei conflitti, l'unico spazio in cui i popoli non si incontrano con le armi, ma con la bellezza.

Quello che è stato derubricato come un intervento politico di parte era, in realtà, un appello universale – che attinge dalla lex romana fino alla poesia araba dell'anno Mille – affinché l'arte non venga mai sottoposta al ricatto delle ideologie o alle "sentenze anticipate" del momento.

Per comprendere come si sia arrivati a questo paradosso, e per restituire al discorso di Buttafuoco la sua reale, alta portata culturale, è necessario capire chi è l'uomo che ha pronunciato queste parole, quale è il santuario che guida, e perché ha diviso così nettamente l'intellighenzia italiana.

I Protagonisti: Il Custode e il Tempio

La Biennale di Venezia, fondata nel 1895,è il più antico e prestigioso osservatorio geopolitico al mondo mascherato da rassegna d'arte. Attraverso i suoi Padiglioni Nazionali (quasi 100 Paesi presenti), la Biennale è una mappa in tempo reale delle tensioni globali. È l'unico luogo al mondo dove le nazioni, anche quelle in guerra tra loro, sono costrette a convivere in uno spazio fisico condiviso. Questa sua natura "federale" e asimmetrica la rende un unicum istituzionale, regolato dal diritto internazionale e non dalle opinioni del giorno.

Pietrangelo Buttafuoco è un giornalista e saggista siciliano, da sempre intellettuale di area conservatrice noto per uno stile letterario elevato, quasi sacrale. Dopo aver guidato il Teatro alla Scala, nel marzo 2024 viene nominato Presidente della Biennale. Non è un curatore d'arte, ma un "custode" delle istituzioni. Porta con sé una visione precisa: l'arte e la bellezza non sono strumenti politici, ma l'unico antidoto alla barbarie; spazi come la Biennale devono rimanere intoccabili dalle ingerenze del potere politico, qualunque esso sia.

Il Contesto: L'Ucraina come "miccia" e l'ostracismo triennale contro la cultura russa

Per comprendere la violenza delle reazioni e la richiesta di dimissioni contro Buttafuoco, è necessario guardare alla dinamica che ha innescato la "miccia".

L'attacco non è nato dal nulla il giorno dell'inaugurazione, ma è il culmine di una pressione sistematica esercitata dall'Ucraina sull'Italia e sulle sue istituzioni culturali fin dall'inizio della offensiva, nel febbraio 2022.

In questi tre anni di guerra, l'Ucraina ha intrapreso una vera e propria battaglia diplomatico-culturale sul suolo italiano, imponendo una linea rigida e senza appello: la cancellazione totale della presenza russa dall'arte, dalla musica, dalla letteratura e dal cinema. È stata un'azione di pressione costante, portata avanti attraverso note verbali, lettere di ambasciatori, interventi di politici ucraini in sedi istituzionali italiane e campagne di opinione.

E questa pressione ha largamente funzionato. L'Italia, che vanta legami storici profondissimi con la cultura russa – da Dostoevskij a Čechov, dal balletto classico alla grande musica sinfonica – ha ceduto per lo più in silenzio.

In nome di una pseudo solidarietà morale verso il popolo ucraino considerato aggredito, il mondo culturale italiano ha accettato di fatto una logica di "guerra culturale" totale. Abbiamo assistito a direttori d'orchestra russi sostituiti all'ultimo minuto, balletti del Bol'šoj cancellati, scrittori espulsi da festival letterari, mostre chiuse. Una pratica di cancellazione culturale geopolitica applicata su larga scala, dove il fatto di nascere russo, o semplicemente di mantenere un legame con la propria cultura d'origine, è diventato di per sé un marchio di infamia, una colpa da espiare pubblicamente prima di poter avere accesso a qualsiasi palcoscenico italiano.

È in questo clima di "purificazione" culturale preventiva e di capitolazione silenziosa del nostro Paese che va letta la rabbia dell'Ucraina contro la Biennale di Venezia.

L'Ucraina si aspettava che l'istituzione veneziana si allineasse docilmente a questa prassi di esclusione totale che l'Italia aveva ormai normalizzato. Invece, per la prima volta in tre anni, un'istituzione culturale italiana di vertice – guidata da un presidente che rispondeva a un governo storicamente filo-ucraino come quello di Meloni – ha detto di "no". Ha opposto lo statuto giuridico al diktat morale.

La Biennale non ha celebrato la Russia, ma ha rifiutato il principio dell'esclusione preventiva dello Stato. Ed è stato proprio questo "no" a far esplodere la miccia: l'irritazione ucraina per aver perso il monopolio della narrativa culturale in Italia si è scaricata su Buttafuoco, colpevole di aver rotto un assenso tacito e di aver restituito dignità e spazio a una cultura che per tre anni era stata sbattuta fuori dalla porta della civiltà italiana.

L'Esplosione: La prima ondata di fuoco e l'attacco preventivo

È stata nei giorni immediatamente precedenti l'inaugurazione dell'8 maggio che la goccia ha fatto traboccare il vaso. Mentre i padiglioni venivano ultimati, i social media e una parte della politica italiana erano già stati invasi da una violenta requisitoria. I delegati ucraini, seguiti a ruota da esponenti del centrosinistra italiano e da opinionisti di sinistra avevano scatenato l'inferno prima ancora che Buttafuoco aprisse bocca in sede ufficiale, chiedendo a gran voce le sue dimissioni e il boicottaggio dell'evento.

L'hashtag #ButtafuocoDimettiti era già virale quando il Presidente è salito sul palco dei Giardini per presentare In Minor Keys.

Buttafuoco sapeva di salire al patibolo. Ed è per questo che il suo non fu un normale discorso di benvenuto, ma una replica chirurgica, un atto di accusa contro i suoi accusatori, pronunciato davanti a una platea di giornalisti già pronta a giudicarlo.

La Replica: "A Venezia non imbracciamo le armi"

Ecco i passaggi fondamentali del discorso con cui Buttafuoco ha risposto alle polemiche, ignorando il "dito" per indicare la "luna":

«Andare avanti, avere audacia, sviluppare e realizzare in libertà i vostri progetti: questo, mi raccomando, è il presidente della Repubblica. Sergio Mattarella ha detto chiaramente ai David di Donatello qual è il mandato del lavoro artistico-culturale: libertà e audacia. [...] Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a una precisa domanda sulla partecipazione della Russia ha detto: "La Fondazione La Biennale di Venezia è autonoma". Ha fatto la dovorosa premessa: "Non sono d'accordo, ma…". Ed è proprio quel "ma" che ha confermato, sgargiante e definitiva, la libertà e l’autonomia. C’è un’immagine che mi accompagna in questi giorni: il dito che indica la luna. Il rischio è sempre quello di fermarsi al dito: alle polemiche, alle appartenenze, alle pressioni. E, in tutto questo, smarrire la luna. Ed è quella luna che davvero ci riguarda: il mondo nella sua verità tragica. È la condizione della guerra globale. Mi meraviglia che tutto questo mondo che deriva dalla Rivoluzione francese, dall’ecumenismo, dal voler trovare la formula perfetta della democrazia, si sia capovolto nel suo esatto contrario: in un laboratorio di intolleranza, di richieste di censura, di chiusura e di esclusione. Si è parlato di chi deve esserci e di chi no. Di chi rappresenta cosa e di quale colpa porti con sé. Se la Biennale cominciasse a selezionare non le opere, ma le appartenenze; non le visioni, ma i passaporti, smetterebbe di essere ciò che è sempre stata: il luogo dove il mondo si incontra. E si incontra a maggior ragione quando il mondo è lacerato. Non intendiamo barattare, per il quieto vivere politicante, 130 anni di storia. La Biennale non è un tribunale. Qui non si assiste a un processo già celebrato. Questo è un giardino di pace. [...] L’unico veto è l’esclusione preventiva. Mi preoccupa la deriva della sentenza anticipata, della censura che arriva ancora prima che qualcosa venga mostrato. Possiamo dissentire, ma dentro uno spazio condiviso, mai fuori da esso. Non ci sono margini per valutazioni di natura etica, politica, morale, religiosa. Perché è nel diverso da noi che troviamo noi stessi. È un crisma che ci arriva dalla lex romana, che è lo stesso di Cristo e delle civiltà universali. Ai Giardini oggi sono presenti l’Ucraina e la Russia. Come alla Mostra del Cinema, dove ho potuto scorgere vicine la bandiera dell’Iran e quella di Israele. Perché a Venezia noi non imbracciamo le armi».

L'Analisi: La Bellezza come ponte solido (non come fuga)

Superata la cortina fumogena della polemica politica, il nucleo del discorso di Buttafuoco è una difesa sacrale della funzione dell'arte.

Oggi la censura non arriva più dal dittatore che chiude i teatri, ma da un "laboratorio di intolleranza" che si erge a tribunale morale. Questa nuova censura non colpisce l'opera (spesso non ancora vista), ma l'appartenenza dell'artista. Ma se la Biennale inizia a fare da polizia dei passaporti, distrugge la sua stessa ragione d'essere.

L'affermazione "non con le armi ma con la bellezza" non è ingenuità o fuga dalla realtà. È la presa d'atto che l'arte è l'unica arma ammessa in un giardino, ed è un'arma che non uccide, ma disarma. Quando le bandiere di nazioni in guerra sono issate una accanto all'altra, non si fa finta che la guerra non esista; si crea un'eccezione alla logica bellica. Si impone una tregua. L'arte costringe il nemico a tornare alla sua dimensione umana. Escludere l'arte del "colpevole" significa consegnare il mondo alla logica dei soli armati, rinunciando all'unico ponte solido capace di unire i popoli.

Lo Schieramento: Chi ha chiesto la testa e chi ha difeso l'autonomia

Di fronte a queste parole, il panorama culturale si è spaccato.

I censori (Chi ha chiesto le dimissioni):

La richiesta è partita dal Parlamento Ucraino e dalla diaspora, per poi essere fatta propria dalla sinistra politica italiana (PD, AVS, M5S) e da una parte del giornalismo culturale progressista. La loro accusa: dietro l'alibi dell'autonomia, Buttafuoco stava normalizzando l'aggressione russa, applicando un falso equidistriamo tra vittima e aggressore. Hanno interpretato il discorso come una battaglia culturale reazionaria contro il "politically correct", ritenendo che di fronte a un massacro la neutralità sia un atto immorale.

I difensori (Chi ha capito la "luna"):

Buttafuoco è stato difeso dal Governo che lo ha nominato, ma con argomentazioni che hanno travalicato la politica di parte. A sostenerlo sono stati storici dell'arte, ex curatori della Biennale e intellettuali liberali e laici (e persino esponenti della sinistra libertaria).

La loro tesi: la Biennale non può espellere uno Stato sovrano riconosciuto dal diritto internazionale per decisione unilaterale del Presidente, altrimenti domani si dovrà espellere Israele su richiesta dei Paesi arabi, o Taiwan su richiesta della Cina. Hanno applaudito Buttafuoco per aver resistito alla pressione emotiva per salvare la natura giuridica dell'istituzione, confermando che la censura preventiva è sempre un'arma reazionaria, anche quando la brandiscono coloro che si considerano i "buoni".

Il ponte solido: l'estetica al posto dell'etica

Ma ridurre tutto questo a un mero scontro di parte significa cadere nell'errore di prospettiva che Buttafuoco ha denunciato. Significa fermarsi al dito. Perché la vera questione, quella che i suoi critici si rifiutano di vedere, è racchiusa nel passaggio fondamentale del suo ragionamento.

Nella contingenza del conflitto, l'etica (il giusto/ingiusto, il buono/cattivo) divide, trincea, paralizza il dialogo perché ognuno è convinto di detenere la verità morale. L'arte, invece, opera sul piano dell'estetica e della verità umana.

La bellezza – anche quando è una bellezza cruda, tragica, lacerata, come deve essere l'arte di fronte a una guerra globale – attraversa le linee del fronte. Un'opera d'arte non chiede il passaporto a chi la guarda. Un artista russo che mostra il dolore per la guerra non è l'ambasciatore di Putin, è l'eco di una coscienza umana. Escluderlo significa tagliare un ponte, rinunciare a un pezzo di verità.

Ciò che Buttafuoco intuisce, e che è il cuore di questa riflessione, è un pericolo esistenziale: se chiudiamo gli spazi della cultura, se censuriamo l'arte nel nome di una presunta purezza morale, consegniamo il mondo alla logica dei "soli armati".
Se l'unica relazione possibile tra due popoli in conflitto è lo scontro armato o l'annientamento reciproco, allora la civiltà ha perso. La Biennale dimostra il contrario: esiste uno spazio condiviso dove il conflitto può trasformarsi in confronto.

Buttafuoco lo chiama "ius", lo chiama "lex romana", lo chiama "universalità". È l'idea che esista una natura umana condivisa, riconoscibile attraverso il bello, il vero, il drammatico. Venezia, città nata per commerciare e mescolare merci e culture, è la metafora perfetta: l'arte che unisce i popoli fa esattamente ciò che facevano le navi della Repubblica Serenissima. Porta l'altrove nel qui, costringendo il diverso a divenire comprensibile.

In conclusione, quello che Buttafuoco difende in questo passaggio è l'idea che la Bellezza non sia un lusso decorativo, ma un'infrastruttura di pace. Censurare l'arte per ragioni politiche significa credere che le armi abbiano l'ultima parola. Invece, come dice Buttafuoco, "a Venezia non imbracciamo le armi". E quel "non imbracciamo" non è debolezza, ma la suprema audacia di chi crede che un'opera d'arte possa abbattere un muro molto più solidamente di un carro armato.

Lo "scalpore" suscitato dal discorso di Pietrangelo Buttafuoco era immotivato perché nasceva da un malinteso voluto. I suoi critici hanno voluto vedere nell'ex direttore di Libero il politico di destra, e hanno trasformato la Biennale in un'arena elettorale.

Ma Buttafuoco quella mattina non faceva il politico: faceva il presidente di un'istituzione che ha 130 anni di storia e che ha il dovere di proteggere l'arte dalla brutalità del mondo, non di subordinarla ad essa. Rifiutarsi di imbracciare le armi della censura non significa essere a favore della guerra; significa credere, contro ogni evidenza, che la bellezza e il diritto siano l'unica via d'uscita dall'abisso. Una lezione, questa, che i sedicenti paladini della libertà avrebbero dovuto imparare.

Il Discorso di Buttafuoco

Di Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org

10.05.2026

FONTI

Biennale di Venezia sito ufficiale: https://www.labiennale.org/it/news

Programma: https://static.labiennale.org/files/arte/Documenti/biennale-arte-2026b.pdf

Nazioni partecipanti 100: https://www.labiennale.org/it/arte/2026/partecipazioni-nazionali

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Commenti (1)

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    1. nicolcass 11 maggio 2026

      il mobbing per funzionare implica che tutti partecipino..se solo uno non lo fa cade tutta la puttanata

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