I Rothschild hanno fatto fuori il Regno delle Due Sicilie perchè era legato ai banchieri svizzeri

Economia, industria e moneta nel Regno delle Due Sicilie. Le radici del pensiero economico e l’eredità di Ferdinando Galiani.

I Rothschild hanno fatto fuori il Regno delle Due Sicilie perchè era legato ai banchieri svizzeri

Di Loreto Giovannone per ComeDonChisciotte.org

A oltre un secolo e mezzo dall’Unità, la conoscenza comune dell’economia meridionale preunitaria resta in larga parte legata a una rappresentazione semplificata, che ha consegnato il Regno borbonico all’immagine di un Mezzogiorno arretrato e quasi esclusivamente agricolo. Questa lettura, consolidatasi nella storiografia successiva al 1861, è stata messa in discussione da una parte autorevole della ricerca economica: da Francesco Saverio Nitti, all’inizio del Novecento, fino a studiosi più recenti come Nicola Zitara.

L'opera di costante oblio attuata dalla conquista coloniale piemontese aveva impedito la reale visione dello sviluppo economico e industriale del Regno due Sicilie, sviluppo totalmente indipendente dal potentato bancario di Parigi, Londra, New York. Il modello di sviluppo industriale attingeva risorse finanziarie dai banchieri svizzeri quindi autonomo dal potentato bancario internazionale, inoltre lo sviluppo della produzione interna sfruttava le risorse del territorio sfuggendo alle strozzature del mercato estero. Autori come Nitti e Zitara hanno mostrato un sistema produttivo assai più articolato di quanto la propaganda, la vulgata risorgimentale abbia tramandato.

Le pagine che seguono ripercorrono, in forma divulgativa ma documentata, i principali settori di quell’economia — agricoltura, industria, infrastrutture, commercio e finanza — per poi risalire alle sue radici culturali nel pensiero economico napoletano del Settecento, di cui Ferdinando Galiani fu l’interprete più lucido.

Un’economia non soltanto agricola

L’agricoltura era certamente centrale, ma non esclusiva. Accanto alle coltivazioni tradizionali (grano, olivo, vite, agrumi) si era sviluppato un comparto manifatturiero di rilievo, concentrato in particolare nella Terra di Lavoro (l’odierna provincia di Caserta e le aree limitrofe), dove operavano cartiere, manifatture tessili, fabbriche di ceramica e attività estrattive. Le miniere si estendevano anche in Calabria, mentre le zolfatare siciliane — le più importanti d’Europa — costituivano una fonte di ricchezza e una voce di esportazione di rilievo internazionale.

Cartiere

L’industria della carta nel Regno delle Due Sicilie, e in particolare nella provincia di Terra di Lavoro, aveva antiche origini ed era molto diffusa. La valle del Liri, così come la costiera amalfitana, si prestava particolarmente a questo settore grazie alla presenza di fiumi con acque purissime (come il Liri, il Fibreno e il Rapido). Il settore poteva inoltre contare su una manodopera operosa, formata inizialmente dai cartai amalfitani e perfezionata in seguito da quelli marchigiani.

Sin dal Cinquecento la materia prima d'elezione erano gli stracci di lino, ritenuti i più idonei per una carta di ottima qualità. La cernita dei cenci — prima operazione del procedimento — era eseguita con particolare cura dai cosiddetti “cinciari”, termine in uso nella città di Sora.

Secondo i dati riportati da Giuseppe Maria Galanti nella sua opera Della descrizione geografica e politica delle Sicilie, alla fine del Settecento la distribuzione degli impianti si presentava così:

  • Terra di Lavoro e aree limitrofe: Sant'Elia (Cassino), Traetto (Minturno) e Sora.

  • Abruzzo: 2 a L'Aquila, 2 a Sulmona, 1 a Celano.

  • Molise: 1 a Isernia, 1 a Sepino.

  • Provincia di Avellino: 1 ad Atripalda, 1 a Nusco, 1 a Terra del Sorbo.

  • Provincia di Salerno (Costiera e interno):

    • 13 ad Amalfi, 13 a Minori e 3 a Ravello (carta da scrivere, da stampa e straccia);

    • 15 a Maiori (carta da straccio);

    • 4 a Vietri, ritenute le migliori, che fornivano carta azzurra "all’uso di Olanda, di Francia e di Genova";

    • 2 fabbriche a Sarno e Oliveto (carta da scrivere di minore qualità).


Dopo la grave crisi del primo decennio della Restaurazione, il Governo Borbonico, per promuovere l'imprenditoria e l’industria meridionale, approvò una serie di leggi. Tra queste, l'innalzamento del dazio sull'importazione della carta e sull'esportazione degli stracci, al tempo l'unica materia prima del settore (Fonte: La manifattura della carta nel Mezzogiorno d’Italia, Stefano Manlio Mancini).

L'introduzione della fabbricazione a macchina e l’ausilio di tecnici specializzati stranieri portarono a una crescita esponenziale degli stabilimenti nella valle del Liri, che arrivarono all'eccezionale numero di 17. Dopo l’Unità, tuttavia, l’industria cartaria meridionale subì le stesse gravi ripercussioni dei settori minerario e meccanico. Le aggressive politiche fiscali del Ministero delle Finanze e la sopraggiunta scarsità della materia prima causarono una rapida decadenza delle manifatture in tutte le province, portando alla scomparsa di un comparto di antico prestigio e alla diffusione del pauperismo nelle aree coinvolte.

Siderurgia e miniere: Mongiana e le ferriere

Lo sviluppo dell’industria siderurgica era tale da rendere il Regno pressoché autosufficiente, minimizzando la necessità di importare ghisa dall’Inghilterra. Una rete di miniere e di ferriere collegava l’estrazione del minerale alla sua lavorazione. In Calabria, i giacimenti di limonite alimentavano il grande stabilimento di Mongiana; in Terra di Lavoro, le miniere intorno a Campoli rifornivano le ferriere di Canneto e di Atina; per il rame erano attive le ferriere del Savone (Teano), mentre più esteso era il complesso della ferriera Alviggi, a Sant’Agata de’ Goti (Benevento).

Dell’impianto di Sant’Agata de’ Goti resta testimonianza nelle ricognizioni di Giuseppe Antuono (Università Federico II):

«Risalendo il fiume Isclero, nella vegetazione si incontrano i frammenti, più o meno evidenti, di una passata organizzazione infrastrutturale, frutto delle molteplici relazioni del territorio con la provincia di Terra di Lavoro. Sono documentate numerose attività produttive sin dal XVII secolo... Il ricco patrimonio di architetture industriali si caratterizza per manufatti di forma, dimensione e localizzazione differenti: sei opifici che oggi è possibile rintracciare, in alcuni casi celati dalla fitta vegetazione, spesso abbandonati».

[caption id="attachment_240479" align="aligncenter" width="850"] Veduta aerea del complesso del Mulino-Ferriera Alviggi, lungo il fiume Isclero (Sant’Agata de’ Goti). Fotografia di Giuseppe Antuono, Università Federico II.[/caption]

Sullo stabilimento di Mongiana, lo storico Giancotti osserva che la ricchezza mineraria della provincia si concentrava nella limonite locale e in un deposito di lignite nel circondario di Gerace: il minerale alimentava i forni la cui ghisa riforniva gli arsenali delle province meridionali. Una produzione che proseguì a pieno ritmo fino al 1860.

A Napoli, lo stabilimento di Pietrarsa rappresentava l’avanguardia tecnologica nella costruzione di macchinari industriali e mezzi di trasporto. Ne offre un quadro dettagliato la testimonianza diretta dell’ingegner Carabelli, membro del Consiglio d’amministrazione dello stabilimento, resa nel 1871:

«I nostri stabilimenti, come sanno, costruiscono macchine per la marina, macchine per ferrovie e locomobili (trattori), macchine per l’agricoltura (trebbiatrici): insomma, sono adatti in generale a tutte le industrie meccaniche e alla costruzione di qualunque specie di macchine. [...] Gli stabilimenti sono grandiosi e posseggono una forza motrice di 130 cavalli, tra locomobili e macchine fisse. [...] I processi di fabbricazione sono quelli che si usano nei grandi stabilimenti in generale, con le macchine più perfette. La produzione ottenuta nel corso di cinque anni è stata di 2.400.000–2.600.000 lire all’anno. Si potrebbe produrre oltre il doppio».

Il complesso di questi elementi delinea un’industrializzazione non embrionale, ma una realtà significativa, con processi produttivi attivi e integrati nell’economia europea dell’epoca. Lo sviluppo industriale non si limitava a pochi distretti minori, ma costituiva un vero e proprio polo economico.

Innovazione tecnologica e infrastrutture

Diversi segnali testimoniano una notevole modernità tecnica. Napoli fu dotata di un sistema di illuminazione a gas già nel 1839 e nel decennio precedente era entrato in servizio il primo piroscafo per la navigazione commerciale del Mediterraneo. I porti di Napoli, Palermo, Messina e di altri centri costieri favorivano il commercio e l’integrazione negli scambi mediterranei. Anche la rete di strade e ponti conobbe progressi significativi: ne è un esempio il ponte sospeso in ferro sul Garigliano, opera dell’ingegnere Luigi Giura.

[caption id="attachment_240480" align="aligncenter" width="492"] Il ponte sospeso in ferro sul Garigliano (Minturno), progettato dall’ingegnere Luigi Giura.[/caption]

Quanto alle ferrovie, accanto alla celebre Napoli–Portici — la prima linea ferroviaria della penisola italiana (1839) — la rete si estese fino a Vietri, presso Salerno (da qui, nel 1860, Garibaldi avrebbe raggiunto Napoli in treno). Il potenziamento dei trasporti nell’area industriale della Terra di Lavoro era peraltro previsto dal progetto delle ferrovie abruzzesi, pubblicato nel 1856. Il piano risultava molto articolato e completo, con linee che diramavano verso le Puglie, stazioni classificate per importanza e appalti per la realizzazione già aggiudicati.

[caption id="attachment_240481" align="aligncenter" width="307"] Frontespizio del prospetto della Società anonima per la Ferrovia Abruzzese «pei confini romani» (Napoli, 1856).[/caption]

Marina mercantile e commercio internazionale

La navigazione commerciale marittima era attiva e fiorente, con collegamenti regolari verso i principali porti europei, del Mediterraneo e oltre (Spagna, Francia, Turchia, Russia). Il Regno era tra i protagonisti del commercio internazionale: nel 1852 la sua flotta mercantile contava 1.811 unità a vela e 78 a vapore, a sostegno di una rete di scambi di tutto rilievo.

Industrie dei filati, finanza e credito

Premesso che l'industria dei filati era così vasta e capillarmente diffusa sul territorio dalla Sicilia a Civitella del Tronto che è impossibile rappresentarne l'articolazione territoriale e la sua resa produttiva a commerciale in poche righe, è necessaria una trattazione a parte. Qui viene accennato sommariamente l'aspetto finanziario che ha una singolarità assoluta, i capitali finanziari erano totalmente al di fuori della finanza Rothschild e il circuito judaico-anglo-franco-americano.

Dopo il primo ventennio dell'800 prima Ferdinando I e poi Ferdinando II avviarono un piano di sviluppo industriale e commerciale, aprirono il Regno agli industriali e ad i capitali svizzeri. A Napoli e in Campania operavano industriali dei filati come Wenner, Vonwiller, Schlaepfer, Zueblin, Escher, Mayer, Zollinger e Freitag; nella Terra di Lavoro, gli Egg, Sava, Zino, Manna, Diodati e Ciccodicola. Sul versante bancario si distinguevano case svizzere come Meuricoffre, Appelt, De Gas, Falconnet e Piot. È significativo che la casa Borbone non avesse mai fatto ricorso alle finanze dei Rothschild, benché Carl Mayer Rothschild fosse stato inviato a Napoli - incaricato da Metternich - per riscuotere le spese dell'intervento militare del 1820 a sostegno del ritorno sul trono di Ferdinando I.

Tra gli studiosi che hanno ricostruito la reale situazione economica del Mezzogiorno preunitario — contestando il paradigma del fisiologico sottosviluppo e analizzando i divari emersi dopo l'Unità — Nitti e Zitara rappresentano due voci di primaria importanza.

Francesco Saverio Nitti

Economista e statista del primo Novecento, Nitti criticò con forza la visione che dipingeva il Sud come quasi esclusivamente agricolo. I suoi studi mettono in luce un sistema economico dotato di molteplici settori produttivi, dall’agricoltura avanzata all’industria manifatturiera e mineraria. In Nord e Sud (1900) egli sottolinea lo sviluppo dell’industria tessile, delle cartiere e della siderurgia, nonché l’importanza della produzione di zolfo siciliano, esportato in tutto il mondo. Ricorda inoltre gli investimenti in infrastrutture (porti, strade, ferrovie, illuminazione a gas). In Napoli e la questione meridionale (1903) richiama i danni prodotti dalla pressione fiscale postunitaria, che a suo avviso aggravò strutturalmente la povertà e incentivò l'emigrazione.

Nicola Zitara

Storico contemporaneo, Zitara ha approfondito le condizioni dell’economia del Regno contestando le narrazioni che riducevano il Mezzogiorno a una regione priva di modernità. Nel saggio L’Unità d’Italia: nascita di una colonia, interpreta l'integrazione economica post-1861 come una trasformazione del Sud in «colonia interna». Secondo Zitara:

«L’assetto economico-sociale del Mezzogiorno preunitario va visto nella sua oggettiva autonomia, partendo dal grado di sviluppo della sua reale condizione sociale e culturale. [...] L’arretramento sistematico delle condizioni del benessere sociale ed economico [...] relega il Mezzogiorno nel perenne galleggiamento del sottosviluppo. [...] Non si può immaginare, infatti, che le regioni meridionali sarebbero rimaste arretrate e rozze in eterno: probabilmente un’evoluzione autonoma verso l’economia mercantile e poi verso la produzione industriale le avrebbe salvate dal sottosviluppo e dalla subordinazione.»

Si tratta di tesi basate su solidi dati economici che continuano ad alimentare un vivace dibattito storiografico: se da un lato hanno avuto il merito di correggere stereotipi radicati, dall'altro hanno suscitato contrasti e discussione nel mondo accademico, generalmente allineato con la propaganda di regime, non ammettendo la realtà delle permanenti cause degli squilibri tra Nord e Sud Italia.

La moneta e l’eredità di Ferdinando Galiani

Un dato, più di altri, ha alimentato la riflessione sulla solidità economica del Regno. Francesco Saverio Nitti rilevò che, al momento dell’introduzione della lira, dal Regno delle Due Sicilie furono ritirate monete metalliche per 443,3 milioni di lire — di cui circa 424 milioni in argento — pari al 65,7% di tutto il circolante ritirato nell'intera penisola: la maggiore ricchezza monetaria fra gli Stati italiani preunitari (Nitti, Nord e Sud, 1900, p. 136).

Questa "cultura della moneta", funzionale agli scambi e alla produzione, affondava le radici nel pensiero economico napoletano del Settecento. Il distacco dai Borbone di Spagna a metà secolo, unito alla stipula di numerosi trattati commerciali in tutto il Mediterraneo (Egitto e Marocco compresi), aveva favorito una visione economica orientata agli scambi.

La figura più autorevole in questo campo fu Ferdinando Galiani (1728–1787), economista e diplomatico di origine abruzzese formatosi a Napoli. La sua opera principale, Della Moneta, apparve anonima nel 1751 (una seconda edizione, ampliata, sarebbe uscita nel 1780).

[caption id="attachment_240482" align="aligncenter" width="1076"] Ferdinando Galiani (1728–1787) e il frontespizio della seconda edizione di “Della Moneta” (Napoli, Stamperia Simoniana, 1780)[/caption]

In quest’opera — composta a soli ventitré anni — Galiani analizza la natura e la funzione della moneta con una lucidità che anticipa concetti poi sviluppati dall’economia classica. Egli ne sottolinea il ruolo vitale nello sviluppo economico, riconoscendo i limiti di un sistema privo di un'efficace circolazione. Pur scrivendo prima dell’industrializzazione ottocentesca, Galiani offrì una base teorica cruciale per comprendere lo sviluppo successivo dell’area, ponendo Napoli al centro della vita finanziaria del Mediterraneo.

Conclusioni

Riletta alla luce di questi elementi, l’economia del Regno delle Due Sicilie appare lontana dall’immagine di un Mezzogiorno immobile. Agricoltura specializzata, poli manifatturieri e siderurgici, infrastrutture in espansione, una marina mercantile attiva e un sistema finanziario aperto ai capitali europei convivevano in un quadro complesso. Restituire a questo patrimonio la sua reale fisionomia non significa idealizzare il passato, ma sottrarlo a semplificazioni che ne hanno a lungo precluso un'analisi storica rigorosa.

Di Loreto Giovannone per ComeDonChisciotte.org

19.06.2026

Loreto Giovannone. Studioso di storia alla ricerca dell’identità culturale e geografica delle origini. Studioso dei documenti amministrativi e ufficiali dell’Unità d’Italia conservati negli Archivi di Stato. Scopritore della prima deportazione di Stato di civili del Sud Italia nei lager del centro nord. La prima deportazione in Europa attuata dallo Stato italiano dal 1863, circa settanta anni prima del nazismo. Scrittore, articolista di argomenti storici con la predilezione della multidisciplinarietà di scuola francese. Convinto assertore che la Storia è la politica del passato.

BIBLIOGRAFIA PRINCIPALE

  • Galiani F., Della Moneta, Napoli, 1751 (2ª ed. accresciuta, Napoli, Stamperia Simoniana, 1780).

  • Nitti F. S., Nord e Sud. Prime linee di una inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese dello Stato in Italia, Torino, Roux e Viarengo, 1900.

  • Nitti F. S., Napoli e la questione meridionale, Napoli, L. Pierro, 1903.

  • Zitara N., L’Unità d’Italia: nascita di una colonia, Milano, Jaca Book, 1971.

  • Antuono G., Studio sull’archeologia industriale della valle dell’Isclero (ferriera Alviggi), Università degli Studi di Napoli Federico II.

  • Giancotti, Studio sullo stabilimento siderurgico di Mongiana.

  • Carabelli, Testimonianza sulle industrie meccaniche dello stabilimento di Pietrarsa, Atti d’inchiesta industriale, 1871.

Commenti (5)

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    1. Dante Bertello 20 giugno 2026

      Nel saggio “Storia d’ Italia dal 1861 al 1997” di Denis Mack Smith ed. Laterza, viene raccontata una storia un pochino diversa…

      A pagina 6 c’è scritto che in Meridione Sussisteva una Fondamentale Miseria che Neppure il Governo Liberale successivo al 1860 riuscì ad alleviare facilmente.

      A pag. 12 Ad inizio secolo lo studioso tedesco Niebuhr e Stendhal erano convinti che nell’arco di 1 o 2 generazioni ci sarebbe stata l'Unità d'Italia

      A pag. 51 Che le strade erano inesistenti tra le principali città

      A pag. 51 La Terra Era Coltivata a Tratti ed il Mare Infestato da Pirati - Il Paesaggio Somigliava più all' Africa Settentrionale che al Nord Italia

      A pag. 51 Nel 1861 vi erano Luoghi (al Sud) Dove il Denaro non Era Necessario all'Economia

      A pag. 59 c’è scritto che nel 1859 il Piemonte aveva il 50% delle ferrovie d’ Italia

      A Pag.62 Solfare non Modernizzate Seppur in Regime di Monopolio della Sicilia per Costruire Impianti di Produzione di Acido Solforico

      A Pag. 62 L' IMPROVVIDO REGIME PROTEZIONISTICO Delle Industrie Napoletane Prima del 1861 Portò il Meridione a
      Perdere le Industrie a Bassa Produttività quando si trovarono come concorrenti quelle del Nord.

    2. Martin 24 giugno 2026

      Mack Smith ha odiato e diffamato sia l'Italia che il fascismo e andrebbe solo ignorato. Non e' uno storico credibile ma solo una persona accecata da odio e disprezzo.

    1. nicolcass 20 giugno 2026

      Minare l'unità italiana con questi post spazzatura è funzionale per i sionisti nel poter fare quello che stanno facendo al sud..i kibbutz in Puglia e Sicilia...

    1. nicolcass 20 giugno 2026

      aridajje la solita puntuale santificazione dei borboni sanfedisti di Napoli. W Garibaldi

    1. ws 20 giugno 2026

      Ci si dimentica però la motivazione geopolitica più importante che condannò la sopravvivenza del Regno Meridionale: l' essere stato dalla parte russa nella guerra di Crimea.

      Non è un caso infatti che "l' impresa garibaldina" fu "appoggiata" in parallelo da una diffusa corruzione in "piastre turche" di molti esponenti della amministrazione borbonica ( soprattutto i militari) corsa attraverso le reti della massoneria locale , anchessa ,ovviamente, di"obbedienza inglese"

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