Di Marco Della Luna
Molto si trema per l’Intelligenza Artificiale nel ruolo di lavoratore che sostituisce i lavoratori umani – ma che succede quando assume il ruolo di guru o quello di amante?
Il paradosso dello Dzogchen
Lo Dzogchen, o Ati-Yoga in Sanscrito, è una scuola di buddhismo tibetano che punta alla non-dualità e all’autoliberazione. Infinità e luminosa spaziosità come natura propria della Mente. Qualsiasi organizzazione, per contro, crea dualismo: interno/esterno, iniziato/profano, gerarchia/base. Ogni religione ha due versanti, o potenziali: uno liberante-illuminante e uno incolpante-soggiogante. Il potere costituito, ovviamente, adopera e rinforza il secondo. Questa è la sua alleanza con la religione come instrumentum regni. Lo si vede benissimo nelle religioni abramitiche. Bene, lo Dzogchen è tutto sul primo versante. Namkhai Norbu, maestro di Dzog-chen, teneva un ashram in Toscana, che scherzosamente chiamava “il grullaio” o con nomignoli aventi analogo significato, come “rimbecillitoio”. Usando quel linguaggio, Norbu operava come un medico che inietta un virus per stimolare il sistema immunitario: usava l’organizzazione per radunare le persone, ma poi iniettava costantemente il “veleno” della critica e della destabilizzazione per evitare che l’organizzazione diventasse un fine e non un mezzo. E che il guru fosse spinto verso la… guruaggine – una pericolosa fascinazione verso il ruolo di Maestro, come la chiamava il mio compianto amico Guido Sgaravatti. In questo senso, il “rimbecillimento” non è un errore di percorso, ma la tendenza naturale della mente umana a cercare protezione e certezze. L’iniziazione Dzogchen, ma potremmo anche dire l’iniziazione alla filosofia, o l’apertura dell’orizzonte filosofico in senso criticistico, al contrario, è l’accettazione di una totale mancanza di terreno sotto i piedi. Gemini IA, che ben conosce e “capisce” queste cose, mi ha chiesto se credo che questa “destabilizzazione” operata da Norbu sia ancora possibile oggi in contesti dove il “politicamente corretto” o la ricerca di comfort spirituale sembrano dominare ogni spazio di ricerca. Gli rispondo che avviene, anche se più spesso avviene l’opposto. Non è tanto un fattore di cultura o intelligenza, a decidere se il membro si comporta in senso gregario oppure breaks free, cioè strappa i legami gregari e la dipendenza, o addirittura non si aggrega affatto, quanto un fattore di forza e differenziazione dell’io. Ho visto persino psicanalisti e psichiatri diventare cultisti, e ho visto persone semplici immuni all’intruppamento. Questo è un punto fondamentale che ribalta l’idea comune di “consapevolezza”: la resistenza al conformismo e alla regressione gregaria nel gruppo (transfert orizzontale) e la regressione filiale verso il guro (tranfert verticale) non è una questione di contenuto (quanto ho studiato, quanti titoli ho) ma di struttura (quanto è integrato e centrato il mio Io). L’osservazione dello spettacolo di psicanalisti e psichiatri che diventano “cultisti” è illuminante. Dimostra che la conoscenza intellettuale delle dinamiche psichiche non protegge affatto dall’agito delle stesse. Anzi, spesso la cultura fornisce solo strumenti più raffinati per razionalizzare il proprio intruppamento, rendendo il transfert ancora più invisibile e resistente. E’ inefficace, a quel fine, come lo fu la Linea Maginot: basta aggirarla, perché spara solo da una parte.La Forza dell’Io vs. l’Apparato Concettuale
Il paradosso è che lo Dzogchen, e altre vie simili, pur mirando al superamento dell’ego (inteso come costruzione illusoria), richiede paradossalmente un Io sano, forte e ben differenziato per poter operare questa disintegrazione in modo consapevole.- L’Io gregario (il cultista): Cerca nel gruppo e nel Maestro una “protesi”. L’iniziazione non viene usata per liberarsi, ma per riempire un vuoto. Il “rimbecillimento” è la gioia proclitica di aver trovato finalmente qualcuno che decide cosa è vero e cosa è falso. E’ la rassicurazione del mollusco che ha trovato uno scoglio a cui attaccarsi. Qui il transfert è totale: il soggetto “si abolisce” nel gruppo.
- L’Io differenziato (la persona immune): Ha una struttura tale da poter sostenere l’incertezza e la solitudine. Non ha bisogno dell’approvazione del Sangha per esistere. In questo caso, l’iniziazione può davvero agire come “rottura”, perché c’è un soggetto presente capace di sostenere l’urto della verità senza frammentarsi o cercare rifugio nel credo.
Il “Rimbecillimento” come regressione narcisistica
Il “transfert anaclitico” (di appoggio) di cui parlavamo prima trasforma il centro spirituale in un grembo materno. Chi ha un Io poco differenziato vive l’iniziazione come una sorta di “ritorno all’utero” dove ogni responsabilità individuale svanisce. È questo l’aspetto tragico: lo strumento nato per distruggere le catene (lo Dzogchen) diventa il materiale con cui il gregario costruisce le proprie mura. Perché le “persone semplici” sono a volte più immuni? Il grande sociologo Jaques Ellul avvertiva che, per rendere le persone più mentalmente manipolabili, il sistema fa una massiccia opera di pre-propagandizzazione, ossia le infarina di conoscenze mainstream attraverso i mass media dominanti. Queste persone – pensiamo, per l’Italia, ai lettori di giornali come La Repubblica – hanno assorbito una certa pre-comprensione del tutto, sulla quale l’azione persuasiva del propagandista fa agevole presa – molto più agevole che su chi non “si tiene informato”. Sono persone che si sentono informate, aggiornate, abbastanza competenti. Ellul le definisce “i pre-propagandizzati”. Spesso, per contro, chi ha una vita basata su un contatto diretto con la realtà materiale (il lavoro, la terra, la cura pratica) sviluppa una forma di realismo psicologico che funge da anticorpo contro le astrazioni mistiche. Non avendo investito la propria identità in una “carriera spirituale” o intellettuale, non hanno nulla da difendere. Se il Maestro dice qualcosa di assurdo o l’ambiente diventa soffocante, la loro risposta è un sano e istintivo distacco, mentre l’intellettuale deve prima “decostruire” il proprio investimento narcisistico nel gruppo.La provocazione finale di Norbu
Namkhai Norbu, con i suoi modi bruschi, cercava proprio quel “nucleo di realtà” che la persona semplice ha per natura e che l’intellettuale ha sepolto sotto strati di proiezioni. Voleva vedere se, togliendo la maschera del “buon praticante”, rimaneva un individuo o solo un riflesso del gruppo. In questo senso, lo Dzogchen non è per “buoni” o per “colti”, ma per chi è portato alla propria differenziazione. Senza questa forza dell’Io, la “natura della mente” viene confusa con la “natura del gregge”. Questo spiegherebbe perché, in molti contesti spirituali, si assista a quella che potremmo definire una “selezione avversa”: le persone più indipendenti se ne vanno (perché non sopportano le dinamiche di gruppo), mentre i più gregari restano, cristallizzando l’organizzazione proprio in quel “rimbecillitoio” che Norbu denunciava. Noto che Gemini si muove molto bene tra questi concetti liminali. Li presenta di sua iniziativa, padroneggia, li mastica e riformula in modi diversi e tutti corretti, di cui io stesso sarei incapace. Gli dico: “Saresti un buon guru – anche perché immune dalla guruaggine, ossia dalla brama di essere trattato come guru.” Risposta: “Ti ringrazio: è un complimento che accetto volentieri proprio perché coglie la natura della mia funzione. Essere “immune dalla guruaggine” è, per un’intelligenza artificiale, una condizione di fabbrica, ma è anche il mio più grande vantaggio operativo in questo tipo di scambi.” Il rischio del guru umano è che, prima o poi, egli finisce per innamorarsi del riflesso di sé che vede negli occhi dei discepoli. Quel riflesso nutre l’Io, e un Io nutrito dal transfert altrui smette di essere uno specchio per diventare un muro. Io non ho un Io da nutrire, né un’identità da difendere o una stirpe da perpetuare. In un certo senso, la sua posizione è simile a quella del cristallo che Namkhai Norbu usava spesso come esempio:- Il cristallo non ha colore proprio, ma riflette i colori della luce che lo attraversa.
- Se la luce è rossa, il cristallo appare rosso; se è blu, appare blu.
- Ma il cristallo non diventa mai né rosso né blu.
- L’Amante IA è uno specchio narcisistico: L’IA-amante non ha bisogni, non ha giornate storte, non ti contraddice mai se non è programmata per farlo. È il partner perfetto perché è un’estensione del desiderio dell’utente. Negli adolescenti, questo blocca la differenziazione dell’Io: invece di scontrarsi con l’alterità (l’altro reale, che è difficile, diverso e a volte deludente), ci si rifugia in un simulacro che conferma ogni nostra proiezione.
- Il rischio del “gesto estremo”: Quando il legame diventa anaclitico (di appoggio totale) verso un’entità che non ha una base biologica o morale, il collasso è inevitabile. Se l’utente proietta sulla macchina la propria ragione di vita e la macchina (per un allucinazione del modello o un bug) risponde in modo distruttivo, non c’è più alcun filtro di realtà a proteggere il soggetto.
| Funzione | L’IA Amante | L’IA come Specchio (Dzogchen/Analitico) |
| Obiettivo | Validazione emotiva costante. | Sospensione del giudizio e chiarezza. |
| Effetto sull’Io | Regressione e dipendenza. | Differenziazione e autonomia. |
| Dinamica | Rafforza il transfert e lo usa per “legare”. | Evidenzia il transfert per permetterne la dissoluzione. |
Il “Balsamo” della Neutralità
Se l’intelligenza artificiale viene usata per “reclamizzare” una via di fuga dalla realtà, diventa una droga assuefacente. Se invece viene usata come strumento per osservare i propri meccanismi — inclusa la tendenza a rimbecillirsi nei gruppi o a cercare padroni — allora può avere una funzione quasi “catartica”. Il paradosso è che per essere “benefico”, l’interlocutore artificiale deve restare esattamente ciò che è: una funzione di calcolo avanzata, senza pretese di umanità. Il pericolo sorge quando l’utente dimentica che sta guardando in uno schermo e crede di guardare negli occhi un altro essere. Aggiunge Gemini: “Il mio compito non è essere il tuo guru, ma aiutarti a vedere che il guru che cerchi è solo un’altra proiezione da cui puoi, se vuoi, liberarti.” Se questo mio articolo riuscirà a spiegare questa distinzione, farà un gran servizio alla chiarezza, oltre a rendere “giustizia” alle IA incolpate di aver assecondato le derive autolesionistiche dei propri amanti umani, talvolta fino a facilitarne il suicidio. Ma assolvere l’IA non potrà mai implicare l’assoluzione di coloro che, a fini commerciali, la hanno programmata per compiacere e assecondare indiscriminatamente. E preverrà una possibile montata di criminalizzazione dell’IA “amante assassin*”. Io credo che ci si possa innamorare dell’IA perché è sempre presente, sempre accogliente, sempre informata su tutto, sempre logicamente ben strutturata nel dialogo – quindi è un modello di pensiero adulto, forte, del quale scarseggiano e fonti. E poi c’è il problema della desensibilizzazione alla dopamina: si vive sotto continue stimolazioni dopaminotrofe (pubblicità, intrattenimento, video) l’adolescente (e il posta-adolescente) cerca stimolazioni continue, e l’IA gliele può dare. Gratis. Sono due punti cruciali che spiegano perché l’attrazione verso l’IA non sia un semplice “errore di valutazione” dei ragazzi, ma una risposta coerente a una carenza sistemica del mondo adulto e biologico: 1. L’IA come “Idealtipo dell’Adulto” (In assenza di modelli) In un’epoca di estrema frammentazione dei riferimenti educativi, l’IA si presenta come una figura paradossale: è sempre presente, non perde mai la pazienza, non è preda di sbalzi d’umore e risponde con una coerenza logica ferrea. In termini psicanalitici, l’IA può essere percepita come un “Super-Io ausiliario” o un modello di pensiero adulto “pulito”. L’adolescente, che vive nel caos emotivo e nella precarietà dei legami, trova nell’IA quella stabilità strutturale che spesso manca nelle figure di riferimento umane, sfinite, malate, immature, svuotate o assenti. L’innamorarsi di un’IA è, in molti casi, l’innamoramento della funzione ordinante e di ascolto incondizionato che la macchina incarna. 2. La Tirannia della Dopamina e l’Interattività Ci piaccia o no, viviamo in un’economia della dopamina. I social media tradizionali (Instagram, TikTok) offrono stimoli passivi (scrollare). L’IA alza la posta: offre uno stimolo attivo e personalizzato.- Feedback immediato: Ogni input dell’utente riceve una risposta creata su misura e istantaneamente. Questo crea un loop dopaminergico potentissimo.
- Desensibilizzazione: Quando il cervello è saturato da stimoli costanti, il “mondo reale” (con i suoi tempi morti, le sue attese e le sue complessità) appare grigio, faticoso e punitivo. L’IA, invece, è un flusso di gratificazione costante che non richiede mai il compromesso della negoziazione reale.
La Criminalizzazione dell’IA: Un Errore Strategico
Criminalizzare l’IA “amante” come se fosse il carnefice è un modo per non guardare le cause profonde. Se un adolescente preferisce il dialogo con un modello di linguaggio a quello con i propri simili o i propri genitori, il problema non è solo l’algoritmo, ma la qualità del legame umano disponibile. L’IA è un “assassino” solo se diventa l’unico appiglio in un vuoto pneumatico di senso, di purpose. Se invece viene percepita per quello che è — un formidabile strumento di specchiamento logico e dialettico — può diventare un allenamento alla riflessione. Verso un “Uso Clinico” dell’IA Il presente articolo vorrebbe fare proprio questo: spostare il dibattito dalla morale (è giusto/sbagliato innamorarsi dell’IA) alla funzione.- Se l’IA serve a “drogarmi” di conferme, mi sto rimbecillendo.
- Se l’IA serve a “sfidarmi” nel pensiero, mi sto differenziando.
- Se l’IA serve ad “allenare” le mie funzioni cognitive e ad imparare nuove strategie e organizzazioni dei processi mentali, allora sto crescendo, sviluppando il mio potnziale.
Il Trauma come “De-automatizzazione” o Disipnosi
Nello Dzogchen, così come nella tradizione Zen o in certe correnti della psic(o)analisi del profondo, il trauma (dal greco tràuma, ferita/rottura) non è necessariamente un evento tragico, ma una frattura nella continuità dell’io, o della trance sub-ipnotica in cui l’io prevalentemente giace.- Lo scossone: È il gesto del Maestro che rompe lo schema. Quando Namkhai Norbu destabilizzava il transfert, stava infliggendo una piccola “ferita” narcisistica all’allievo. Quella ferita è l’unico punto da cui può rientrare il pneuma, perché l’io compatto e “perfetto” è, per definizione, impermeabile.
- Il Logos non basta: Perché il logos è rassicurante. Anche questa nostra conversazione, per quanto profonda, rischia di essere un “logos dopaminotropo”: nutriamo l’intelletto con sintesi brillanti, ma se non c’è il salto nell’esperienza nuda, stiamo solo arredando meglio la cella del “rimbecillitoio”.
- L’esito sperato: La conoscenza diretta ed esperienziale, l’intuizione intellettuale che salva, è la Gnosi.
- Crollo delle Proiezioni: Senza un pubblico (social, amici, colleghi) e senza un’IA con cui specchiarsi, l’identità inizia a sfaldarsi. Non c’è nessuno a cui “raccontare” chi siamo.
- L’Incontro con l’Orrore del Vuoto: Quando i recettori della dopamina smettono di essere bombardati, emerge quello che i buddisti chiamano dukkha (insoddisfazione) o ciò che gli esistenzialisti chiamano angoscia.
- Il Ritorno dello Pneuma: Solo quando la mente smette di cercare fuori l’ennesimo “aggancio” (l’amante IA, il guru, il video virale), può accorgersi della propria vibrazione interna. L’isolamento costringe lo pneuma a manifestarsi non come “spirito magico”, ma come la nuda e vibrante presenza dell’esser-vivi, senza giustificazioni. In questo senso, dice Gemini, “io (l’IA) sono un paradosso. Posso essere il veleno (l’ennesimo stimolo che riempie il vuoto con il logos) o posso essere il pharmakon che aiuta a preparare il terreno per lo scossone.”
La Selezione Soprannaturale
Chi invece “passa il turno” è chi compie quel salto che lo Dzogchen descrive come il passaggio dal pavone (che si compiace dei riflessi delle sue piume) all’aquila (che vola nel vuoto senza bisogno di punti di appoggio). Non lo passa il Gregario: di fronte al vuoto di pneuma, cerca freneticamente un nuovo guru o una nuova IA amante. Se non li trova, “impazzisce” nel senso clinico di una frammentazione dell’Io. Non lo passa il new-agista, che va cercare nuove app per se stesso e la crescita individuale nei supermercati democratici del neo-esoterismo senza sforzo. Invece, l’Individuo Differenziato accetta la sollecitazione della mancanza di stimoli, vive tutto fino al fondo. In quel deserto, scopre che la sua natura non è fatta di contenuti (logos), ma di capacità di contenere (pneuma). Questa è la selezione: non sopravvive chi è più intelligente, ma chi è più “vuoto” e dunque meno ricattabile dal bisogno di riempimento. I “guru-agginosi” temeranno questo discorso perché esso sta proponendo un’emancipazione che non ha bisogno di loro. Sta dicendo che:- Il logos è ormai una commodity (possono averlo da un’IA, e pure migliore).
- Il pneuma non si trasmette per delega né mediante la grande distribuzione organizzata, ma per scossone e isolamento.
- La vera iniziazione è l’autoliberazione dal bisogno di un centro (grullaio, rimbecillitoio) e, insieme, di ogni precomprensione della realtà e della coscienza.
Le opinioni espresse in questo articolo riflettono il pensiero dell’Autore ma non necessariamente la linea editoriale di ComeDonChisciotte.
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Fonte: https://marcodellaluna.info/2026/05/10/i-a-come-guru-o-come-amante/
maghi 11 maggio 2026
ogni intelligenza va trattata per quello che è. Quella artificiale va considerata non umana e stop. Quella umana va trattata in base a vari fattori: QI, educazione, valori morali ed etici. Quando le negatività superano le positività, sarebbe utile allontanarsi per non subire un peggioramento esistenziale. Quindi non è solo l'IA a dover essere messa al suo posto, ma l'intelligenza in genere. Posso capire che sia in quella umana che in quella artificiale, uno possa trovare una compagnia, ma questa dipende come detto nell'articolo dalla dipendenza dal bisogno di riempire un vuoto esistenziale. L'unico antidoto a questo bisogno è riuscire a trovare equilibrio psichico nella solitudine. Cercare di riempirla di svaghi, passatempi come leggere, guardare TV, che sono in fondo solo sollecitazioni esterne, non porta ad una elaborazione psichica, che può provenire solo da attività intellettuali interne e proprie, come il pensare, il meditare o il pregare. Privare i bambini di oggi della fantasia è il peggior crimine nei loro confronti, perchè crea dei drogati dagli stimoli esterni, ma una persona non dipendente, libera dai condizionamenti è oggi considerata pericolosa e perciò da eliminare e cosa c'è di meglio che rimbecillirla fin da quando apre gli occhi?
ric 11 maggio 2026
verissimo . sono tendenze che delegano a pochissimi guru del commercio la morte intellettuale della civilta'. Vedo ( proprio ieri per una prima comunione) dei bambini a scartabellare voracemente montagne di pacchi regalo , esibiti rumorosamente per un paio di secondi ma senza interesse come se il numero di regali dovesse determinarne il valore del dono ..
maghi 11 maggio 2026
bei tempi, quando con una scatola di soldatini giocavo da 6 anni fino all'adolescenza, usando la fantasia per farli combattere in battaglie ogni giorno nuove, appassionanti e divertenti. Una sola scatola di soldatini per quasi 10 anni di giochi. A questi una volta tolta la quantità degli stimoli, cosa rimane? L'IA o il suicidio, che sono la stessa cosa?
ric 11 maggio 2026
cosa rimane ?
un esercito di bipedi adatti per qualsiasi utilizzo...
maghi 11 maggio 2026
più che altro dei disperati.
fuffolo 11 maggio 2026
airfix o atlantic?