Guerra come colpo di coda del Capitalismo iper finanziario?

Capitalismo, guerre

Di Davide Amerio per Comedonchischiotte.org

“Fermate il Mondo! Voglio scendere!” così riecheggiava uno slogan di molti anni fa, quando già solo il “conflitto” della guerra fredda tra USA e URSS ci sembrava una follia, e le nostre vite erano oppresse da una insicurezza perenne, determinata dal rischio della esplosione di una improvvisa guerra nucleare, e non avevamo coscienza di come il Capitalismo influenzasse le nostre vite.

Sono trascorsi decenni, il mondo è cambiato, la ricorrenza della II guerra mondiale, della Shoah, ci rammenta quegli orrori che molti di noi hanno ascoltato dalla viva voce dei nostri genitori, oppure dei nonni, e dai tanti testimoni. E la distruzione di Nagasaki e Hiroshima ha lasciato una traccia indelebile nella nostra coscienza collettiva, al punto che abbiamo gridato più e più volte “mai più!”.

Eppure…oggi il mondo sembra essere precipitato in una nuova follia, dove assistiamo attoniti a conflitti feroci, epurazioni di capi di stato, ricatti, occupazioni di territori altrui, esportazioni forzate di democrazia, cambi di regime, insurrezioni infiltrate da agenti stranieri, genocidi.

Ma questa follia…è davvero “nuova”? Questa barbarie materiale, che si accompagna, e si sostiene, con una narrazione intellettuale manipolata e manipolatoria, davvero ci appartiene?

La risposta è affermativa. Solamente la nostra illusione di vivere nel migliore dei mondi possibili – l’occidente democratico – ci ha fatto perdere di vista la realtà: quel substrato di politica che viaggia sotto traccia, e spesso lontano da noi, dove si muovono interessi (denaro, posizioni di potere) a noi sconosciuti, e che non agiscono per il nostro reale benessere.

La moderna “caverna di Socrate”, che è la televisione, occupata (infestata) da tecnici e specialisti pret a porter, ci instrada verso un unico credo, nel quale esistiamo “noi”, diversi da “loro”; noi siamo i “buoni” in termini assoluti. Sono quegli “altri” a costituire il problema. “Noi” ci difendiamo per mantenere il benessere raggiunto, e operiamo per “esportare” il nostro ottimo modello di vita, affinché gli “altri” possano conformarsi a noi, e gioire dei “regali” che doniamo loro: la democrazia, il consumismo, il capitalismo, la finanza, da noi tradotti nel fantomatico benessere per tutti.

Questa ottusa convinzione, indotta forzatamente da una narrazione efficace (con la “Fine della Storia”), ci ha chiuso in una bolla, dentro la quale non vediamo più le contraddizioni di un’etica che non guarda alla logica dei Bisogni reali, ma alle necessità del Profitto privato.

L’accumulazione necessaria – per il Capitale – dei profitti è diventata la giustificazione di qualsivoglia a-moralità dell’agire dei singoli, delle organizzazioni, delle istituzioni. L’accumulazione del Capitale diventa l’obbiettivo primario e assoluto, attraverso la generazione di profitti che non vanno verso una equa distribuzione nella comunità (la quale ha contribuito a produrli), bensì verso pochi soggetti: siano essi istituti bancari o singole persone o gruppi di potere organizzato. Abbiamo ampie documentazioni di dati a supporto di questo.

Per contrastare queste verità fornite dai dati, la narrazione preconfezionata continua a proporci l’economia come una materia complessa, per noi incomprensibile, per la quale sono necessari i “tecnici”: questi esseri asessuati politicamente che sanno cosa è giusto fare per il nostro bene.

Questo è un chiaro falso ideologico e storico (per dirla con Paolo Sylos Labini). L’economia è politica. Ogni scelta di politica economica appartiene a una scuola di pensiero ben precisa: ideologicamente definita con una determinata visione del mondo, dei rapporti di forza tra le classi sociali, di come la ricchezza prodotta vada distribuita (per dirla con Clara Mattei).

L’economista tecnico “asettico”, avulso dal contesto sociale e politico non esiste. Piace ai liberisti pensare che la loro dottrina sia estranea a qualsiasi filosofia politica, simile alle scienze naturali: ma non è così.

Un’altra menzogna tipica dei nostri tempi è l’accusa, verso chi si oppone alle iniziative del governo in carica, di ragionare in termini “ideologici”. Anche in questo caso i presupposti sono falsi: come se il potere che propone una iniziativa, un progetto, una scelta politica (per esempio le grandi opere) non fosse guidato da una filosofica prospettiva di efficacia del proprio pensiero e delle iniziative messe in atto.

Con troppa facilità abbiamo gettato alle ortiche le ideologie del secolo scorso. Come se non ci appartenessero più. Come se non facessero più parte della nostra storia personale, della nostra cultura. Anche qui il danno prodotto dalla narrazione della “fine della storia” è notevole, e ci lascia orfani di chiavi di lettura per leggere la realtà.

Abbiamo gettato, come suol dirsi, il bambino con l’acqua sporca. Si è confusa la crisi dei partiti politici, incapaci di interpretare un pensiero ideologico (post Tangentopoli), troppo impegnati a uniformarsi in un modello unico fedele alla ideologia Liberista (del Libero Mercato, del Capitale, e della Finanza), con le ideologie stesse: frutto invece di processi storici, politici, culturali, che mantengono la loro validità nell’immaginare una realtà differente.

Questa incapacità di “immaginazione sociologica” (per dirla con C.W. Mills) generata dall’abbandono delle ideologie, ci lascia incapaci di pensare – e desiderare- una realtà differente, e ci condanna a un eterno presente, dove solo più il consumismo patologico ci concede stati di illusoria felicità.

In questo contesto “bloccato” il termine “geopolitica” è entrato preponderatamente nelle nostre vite, nel nostro lessico quotidiano, sempre con quella pretesa di riverenza che si deve a qualcosa di complesso, di sconosciuto, insomma roba da “esperti”, che noi comuni mortali non possiamo capire.

La narrazione ufficiale (dei media, del governo, della UE, della Nato, degli USA) ci tratta come bambini che non possono capire la complessità di queste cose: roba da grandi. Ma davvero?

Quanti sono i governi, i leader, deposti (o uccisi) dall’occidente perché non ubbidivano alle “nostre” democratiche disposizioni? Dall’Africa all’Asia l’elenco è piuttosto lungo.

Quanta efficacia hanno avuto le “esportazioni” di democrazia, dopo aver distrutto interi paesi e massacrato inermi civili con le “bombe intelligenti”?

Quanto costeranno all’occidente, in termini di ulteriore migrazioni di popolazioni disperate e povere, queste guerre, e questa distruzione del Diritto Internazionale?

Quanto fomenterà ulteriormente il terrorismo il genocidio perpetrato nell’indifferenza della Unione Europea?

Di sicuro abbiamo dovuto assistere, increduli (per noi che siamo da tempo usciti dalla caverna-TV), alla sudditanza di paesi satelliti (Italia), di un governo appecorato al padrone americano (Meloni), di una Unione Europea che ha dimostrato, in ambito economico e politico, la sua nullità.

La divinazione dell’Unione Europea, strumento armato del neoliberismo, che ci ha condotto nelle spire economiche di un Eurosuicidio (per dirla con Gabriele Guzzi), è stata l’ultima frontiera del fallimento di un pensiero occidentale acritico e ingabbiato nella logica perversa del neocapitalismo finanziario.

Chiaramente dietro queste guerre si nascondono, ma nemmeno troppo, le questioni economiche. Il palese fallimento delle politiche europee di austerità, di impostazione neoliberista, necessiterebbero di un correttivo urgente, e di una ridefinizione dei trattati laddove esprimono una pura logica liberista. Ma come possono correggere questa deriva coloro che sono i principali artefici di questo fallimento?

Difatti la risposta è oggi una bieca economia di guerra - dopo aver alimentato la falsa idea di un nemico alle porte -, per risollevare la produzione, arenatesi a causa della stessa austerity, e del plus valore prodotto dalla Germania: la nazione che ha attuato per anni politiche mercantilistiche verso il resto dei paesi UE.

Poiché al peggio non c’è limite, l’alleato “strategico” USA, è oggi s-governato da un personaggio pericoloso e inaffidabile: l’uomo dal ciuffo rosso che scopre i dazi essere un danno per il proprio paese, dopo aver minacciato percentuali assurde verso chiunque, ma poi ritrattate.

Chiaramente le guerre puntano strategicamente sempre alla questione dell’approvvigionamento del petrolio ma, anche, e forse soprattutto, a indebolire quella parte di mondo “altra” (Brics) cresciuta senza la nostra “approvazione”, e fuori dai nostri schemi.

Paradossalmente è proprio il paese che continua a definirsi “socialista” a essere, per gli occidentali, una minaccia (vera o perlopiù presunta). Giacché, a ben guardare, il suo successo smonta la narrazione occidentale della “fine della storia”, e della possibilità di qualsiasi società di tipo socialista.

Questo aspetto psicologico non è da trascurare. Il mito occidentale del T.I.N.A. (There Is No Alternative) di stampo ultraliberista, figlio della Teacher e di Regan, si incrina di fronte a paesi che hanno costruito una “alternativa” nel loro processo storico di sviluppo.

La difesa d’ufficio occidentale è che non sono Democratici, quindi sarebbero nostri “nemici”. Su questo occorre fare chiarezza. Se decidiamo di non avere a che fare con i paesi non democratici, dovremmo sapere (ma questo la caverna-TV non lo racconta) che, dopo la quarta “ondata” di democrazia degli anni ’70, più del 55% dei paesi oggi riconosciuti non è governato da un sistema democratico-liberale come lo intendiamo noi.

Vogliamo fare la guerra a tutti? O forse dovremmo intanto accettare, e rispettare, l’evoluzione e il percorso storico di ciascun paese. Suona poi come una burla che siano proprio i paesi occidentali a voler salire in cattedra per insegnare la democrazia agli altri. Con livelli di corruzione interna vertiginosa, intrighi di potere e complicità che si spingono sino alla pedofilia, leggi che perseguono il dissenso, corpi militari armati specializzati per colpire gli immigrati, dovremmo porci qualche domanda sullo stato di salute delle nostre democrazie.

Non riusciamo a focalizzare due aspetti. Il primo è che la Democrazia è un procedimento, come spiegava Norberto Bobbio, che si realizza attraverso quelli che lui chiamava i sei Universali Procedurali (le Regole del Gioco):

1) il suffragio universale;

2) il principio dell’“egual peso del voto”;

3) la garanzia della libertà di espressione, informazione, riunione, associazione;

4) l’esistenza di una pluralità di alternative tra cui scegliere;

5) la regola di maggioranza;

6) il divieto, da parte delle maggioranza, di conculcare i diritti della minoranza, in particolare quello «di diventare a sua volta maggioranza a parità di condizioni»

(N. Bobbio, Teoria generale della politica, Einaudi, 1999, p. 381)

Ragionandoci, e guardando alla realtà sotto i nostri occhi, alcuni di questi punti sono, a dir poco, in una situazione di sofferenza acuta, nelle nostre democrazie.

Il secondo aspetto è che, essendo un “procedimento”, esso si realizza compiutamente attraverso le Leggi dello Stato: quindi non è affatto detto che queste, cambiando a seconda del governo in carica, rispettino quello “spirito” che appartiene al sistema Democratico-Liberale. Essa non è quindi data per sempre, in modo irreversibile.

Per Bobbio, la Democrazia non esiste senza il Liberalismo, e questo risulta monco, se non accompagnato da un sistema Democratico che difenda i Diritti fondamentali – liberali -, su cui una Democrazia vive. Si potrebbe obbiettare che il Liberismo è la faccia economica del Liberalismo. Ciò è vero, ma proprio per questo, la nostra Costituzione, invisa ai liberisti, traccia una indicazione chiara di liberal-socialismo per porre degli argini a quanti intendono la libertà di mercato come licenza di fare i propri comodi.

Queste nostre Democrazie deformate dal neocapitalismo finanziario ora sembrano essere entrate in crisi. Non riescono più a nascondere le disuguaglianze sociali crescenti e sempre più palesi. Il fallimento delle promesse politiche viene mascherato da una narrazione che accusa “gli altri”, quelli più deboli, di essere causa del malessere e della povertà crescente.

I poveri, i disoccupati, i precari, sono messi all’indice come se la loro condizione fosse totalmente determinata dalla loro volontà, e non causata da un sistema economico che li marginalizza per potere sfruttarli meglio; come se non fosse proprio questo sistema ad aver la necessità di manodopera a basso costo per mantenere alti i margini di profitto.

Ecco allora la necessità della guerra, con il nemico immaginato, presunto, costruito con una narrazione in laboratorio; necessaria per spostare il baricentro del dibattito. Si annullano le controversie, soprattutto quelle che svelano i carichi giudiziari pendenti dei politici; sfumano le loro evidenti incompetenze coperte da un fiume di retorica; le urgenze diventano altre: le armi, le munizioni, gli attacchi, la difesa dal nemico, dal terrorista (quello che fino a ieri era a libro paga).

Il denaro non manca: quello sottratto al welfare; quello che non c’è mai quando si tratta di finanziare il benessere dei cittadini (scuole, sanità, trasporti, sussidi, pensioni), ma improvvisamente compare per essere dirottato sulle necessità della guerra. L’austerity cambia volto: non più rigore sul debito, sul bilancio, ma spesa pubblica per la difesa e gli armamenti.

La caverna-TV viene occupata dalla rappresentazione teatrale di questa finzione, che in realtà è drammatica e feroce, perché nella realtà produce distruzione, povertà, morte, fanatismo e sete di vendetta. Ma è lontana, nello spazio e nel tempo, offuscata dal rimbombante entertainment che occupa tutti gli spazi della nostra vita domestica: film, telefilm, trash tv, sport, reality, giochi a premi.

E se piove l’inflazione causata dall’aumento del costo dei carburanti, e dalla speculazione dei mercati, che si riversa sulla testa dei cittadini, già martoriati dalla perdita del potere di acquisto delle retribuzioni sempre più compresse, poco importa.

C’è sempre una scusante nelle giravolte delle narrazioni tra aggressore-aggredito per dare la colpa a qualcun altro, in spregio all’art. 11 della nostra Costituzione.

Ci vorrebbe una “rivoluzione”, non violenta, ma di consapevolezza e di conoscenza dell’inganno perpetrato ai nostri danni da questo sistema (come suggerisce Moni Ovadia).

Ma…come stigmatizza il filosofo Nicola Donti: quando in casa ho la TV da 55 pollici, gli abbonamenti ai canali per vedere sport, fiction, film a volontà…a me…la rivoluzione…chi me la fa fare?!?

E così siamo felicemente fottuti.

Di Davide Amerio per Comedonchischiotte.org

12.03.2026

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Commenti (16)

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Mostra commenti 16 caricati
    1. nicolcass 14 marzo 2026

      Foto grottesca...siamo tornati al tempo delle crociate e dei templari...

    2. ric 14 marzo 2026

      infatti nulla e' cambiato.... (tavolo a parte...)

      ---manca solo la Melona pasionaria......

      https://www.softairgun.eu/images/FOTO/Medioevo/tavola_rotonda_cavalieri_re_artu.jpg

    3. Spartan 14 marzo 2026

      Che strano ! 12 cavalieri........come le tribù di .............

    4. ric 14 marzo 2026

      numero sacro.Come 6 milioni....

    5. nicolcass 14 marzo 2026

      e anche il Gabibbo

    1. Spartan 14 marzo 2026

      OT. Abbiamo una nave ,metaniera, la Arctic Metagaz, abbandonata , forse " colpita da un drone, che sta vagabondando nei pressi di Lampedusa. Si dice che il drone sia ucraino, ma vi faccio queste considerazioni. Il drone , partendo dal punto più vicino dell'Ucraina, Odessa, alla nave, in volo lineare, avrebbe percorso circa 1800 km, passando per Moldavia, Romania, Bulgaria, Grecia e probabilmente lo spazio aereo italiano. Nessuno se n'è accorto ? Per quelle distanze il drone poteva solo essere un piccolo aereo ( come già stato usato dagli ucraini) e quindi visibile ai radar ed intercettabile.
      Perché , nessuno parla di un più probabile drone , armato con missili hellfire, partito da Sigonella ?

    2. nicolcass 14 marzo 2026

      per lo stesso motivo per cui si parla di Ustica

    1. Spartan 14 marzo 2026

      E dajje con la rivoluzione "non violenta" ! Le rivoluzioni " serie" , vogliono ghigliottine, plotoni di esecuzione e palchi per impiccagioni ( io ci metterei anche pali appuntiti, per emulare Vlad l' Impalatore).

    2. ric 14 marzo 2026

      infatti Gandhi con il suo pacifismo ha concluso un bel nulla..

      Diversamente da Mao Tse Tung --

    1. mago 13 marzo 2026

      Iran come un incidente di percorso dato che è un pericolo al grande reset e potenziale Brics con scambi greggio in valuta extra dollaro..vedi Irak Libia Venezuela.

    2. CptHook 14 marzo 2026

      Tutt'altro che un incidente di percorso..., una mossa accuratamente programmata e finemente organizzata da lunghissimo tempo, come potrai leggere penso domattina nel seguito dell'articolo odierno sulla cricca di Mar-a-Lago.

    1. Arian Van Heisen 13 marzo 2026

      La Costituzione pi+ bella del Mondo..? scritta sotto pressione e controllo sionista che ci ha fatto consegnare la sovranità a non eletti del Deep State Anglo Usa.
      Spiace per l' articolista, ma non basta citare filosofi o politici per dimostrare di non essere per lo meno confuso..!

    2. Dario Lampa 14 marzo 2026

      Che la Costituzione fu scritta sotto controllo anglo-giudaico-americano è vero anzi è ovvio.

    1. maghi 13 marzo 2026

      guarda che la "rivoluzione" è già qui. Subprime, covid, SMO, IRAN. GREAT RESET. Non dobbiamo farla noi. La stanno già facendo le elitè. Quindi non ti preoccupare.

    1. Dario Lampa 13 marzo 2026

      Cito: "C’è sempre una scusante nelle giravolte delle narrazioni tra aggressore-aggredito per dare la colpa a qualcun altro, in spregio all’art. 11 della nostra Costituzione.".
      Per questo il nostro PdR (nostro si fa per dire) deve (non dovrebbe) dare dimissioni, lui come garante (sic!) della Costituzione sistematicamente aggirata. Dimissioni insieme a questo governo che si è dimostrato il più servile di sempre e invece, con la benedizione del PdR, tradisce la sovranità del popolo italiano. E i costi di questo servilismo, come scrive l'autore dell' articolo, con il quale sono assolutamente in sintonia con quanto afferma, ricadono ulteriormente sulle pelle delle povere famiglie che stentano ad arrivare a fine mese.
      E con una rivoluzione non violenta, di " "consapevolezza" il popolo tartassato otterrebbe qualcosa?
      La Costituzione dovrebbe essere cambiata inserendo un articolo che dia al popolo " sovrano" la facoltà di decidere se entrare in guerra no, almeno che non sia sottoposto ad una ingiustificata aggressione, proprio come il popolo era chiamato a decidere nell'antica Roma Repubblicana.

    2. nicolcass 14 marzo 2026

      veramente il garante della costituzione è mattarella..dovrebbe dimettersi anche lui?

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