DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.it
La notizia del passaggio al gruppo liberale, a Bruxelles, del M5S non ha stupito soltanto i simpatizzanti o gli stessi deputati europei, ha destabilizzato l’universo grillino in Italia che si sono scoperti, da domani, alleati in Europa col gruppo di Mario Monti.
C’è da dire che le regole europee richiedono l’affiliazione ad un gruppo politico, pena la quasi “scomparsa” dal panorama parlamentare, ossia diritti d’intervento, votazioni e roba del genere. Con questa scusante, potremmo approvare la scelta di Grillo.
Ma, sull’opposto versante, c’è la constatazione che l’appartenenza ad un gruppo già c’era – ossia quello di Farage, che sarebbe sopravvissuto anche alla defezione degli inglesi – e, quindi, è da altre parti che dobbiamo cercare la risposta a questa, improvvisa, scelta di campo.
“Dillo a Bruxelles per farlo capire a Roma”, verrebbe da dire.
Forse non tutti sono informati degli effettivi poteri del parlamento di Bruxelless: nulli. Il Parlamento Europeo non nomina nessun governo, a questo ci pensano i “commissari” nominati dai capi di Stato delle varie nazioni. E’, in sostanza, un’istituzione di facciata, uno dei tanti non-sense di questa Europa, nata male ed invecchiata peggio.
Per farli star buoni, tutto ha l’apparenza di un vero parlamento, ossia si producono dei buoni documenti programmatici (“le famose “Carte” o “Libri Bianchi” dell’UE) che, successivamente, nessuno legge o adopererà più, e vengono passati, allo scadere, nel tritarifiuti (con recupero della carta, per carità!)
Nel tempo – dopo i regolamenti sulla curvatura delle banane, quella dei cetrioli, sul diametro di fragole e piselli (oh, ma sono tutti ortolani?) – hanno prodotto anche buoni documenti, come “Il libro bianco sui trasporti 2001-2010” che lessi attentamente prima di scrivere un libro.
Il problema è la colossale finzione che esiste nelle istituzioni europee, la cesura fra il segmento elettori/Parlamento e quello commissari/Nazioni: è qui che il potere economico si fonda per dettare le regole.
Ora, che Grillo non fosse a conoscenza di questi andazzi ci sembra perlomeno stravagante, e non ce la sentiamo d’accomunare il comico genovese al suo grande concittadino, Gian Domenico Fracchia.
Per questa ragione, pensiamo ad altro.
Le stesse modalità del voto sono state strambe: il destino europeo del M5S – per quel che vale, d’accordo – è stato deciso da 40.000 voti favorevoli (circa) su 60.000 (circa) votanti. Un movimento che dovrebbe rappresentare più di 8 milioni d’italiani e che è stato, alle ultime elezioni politiche, la forza che ha ricevuto più voti?
Anche i tempi sono stati sospetti: dalla sera alla mattina, due giorni per votare, nessun dibattito – anzi, nessuna informazione che la decisione fosse da prendere – al punto che gli stessi parlamentari europei non sapevano nulla. Spediti come francobolli, da una parte all’altra del parlamento, dal voto on-line che “uno vale uno”. A noi, sembra che uno + uno faccia due, ossia Giuseppe Grillo e Davide Casaleggio, che (forse) erano gli unici a sapere.
Una simile decisione ci sembra arruffata: oltretutto (dai commenti sul blog) si nota una decisa avversione di molti sostenitori per una forma di democrazia interna inesistente, ancora tutta da inventare. Non a caso, il gruppo Verde europeo, prima dell’accettazione dei liberali, ha motivato la negazione all’ingresso dei 5S nel suo gruppo proprio per i non chiari rapporti del M5S con la Casaleggio & Associati.
Sembra, dallo schema seguito, non tanto una scelta di campo (quella europeista) quanto un’affermazione di sovranità su un partito politico: è roba nostra, decidiamo noi (Beppe & Davide) come vogliamo e cosa vogliamo. Che è una posizione un poco assurda per chi pretende di governare un Paese.
Con questa scelta, Grillo ha voluto rimarcare l’inclinazione fideista del proprio (a questo punto, nel senso del “di lui”) movimento, lontano mille miglia da un’ispirazione democratica e da un dialogo interno. Vuote parole d’ordine: “uno vale uno”, ossia io e Davide decidiamo per tutti, la Raggi va bene, Pizzarotti no.
Poco importa l’appartenenza a questo o quel gruppo europeo: l’importante è stato rimarcare un concetto per la politica nazionale, il dopo-Raggi.
Con un colpo di testa, Grillo ha voluto scegliere fra la “destra” e la “sinistra” interne – ossia una possibile alleanza con la Lega o con le forze a sinistra del PD – compiendo una non-scelta, ossia pigiando ancora di più sull’acceleratore fideista.
Riflettiamo su un dato nuovo e dirompente (per un movimento come il M5S): un terzo degli “elettori certificati” (a questo punto, “Grandi Elettori”), ha votato contro il Capo. Perché Grillo ha compiuto questo passo?
Evidentemente, la partita delle prossime elezioni è cominciata e il M5S vuole tenersi le mani libere per future alleanze parlamentari, da decidere – ovviamente – con i soli Grandi Elettori nel volgere di ventiquattr’ore.
Così gli avranno raccontato gli spin doctor della Casaleggio & Associati, che la scelta meno dolorosa era una non-scelta, ossia porre soltanto il proprio carisma a garanzia delle future operazioni politiche del movimento. O del gruppo Casaleggio?
Sia come sia, il M5S ha compiuto ugualmente una scelta: ha perso probabilmente parecchi consensi – non fidatevi delle proiezioni elettorali...basta avere soldi... – e domani avremo, come classe dirigente, gli epigoni del no-euro confluiti nel gruppo con Mario Monti.
Per chi si accontenta...
Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.it
Link: http://carlobertani.blogspot.it/2017/01/golpe.html
09.01.2017
Rosanna 11 gennaio 2017
A proposito poi di un'altra tua affermazione: "ossia io e Davide decidiamo per tutti, la Raggi va bene, Pizzarotti no" ... vorrei ricordarti che la Raggi sarà stata anche ingenua, però ha rispettato le regole del MoV, ha rifiutato le Olimpiadi, e ha preso decisioni di comune accordo con il MoV ... Pizzarotti invece si è comportato in maniera molto ambigua fin da subito e ha condotto una politica del tutto contraria alle sue promesse elettorali, non rispettando il vincolo di mandato ... infatti è stato votato per portare un cambiamento alla politica di Parma rispetto a quella dei vecchi partiti, invece non ha portato nessun cambiamento, anzi ... e per essere più precisi la traiettoria del distacco del sindaco è avvenuta da tempo, ed ha subito una particolare accelerazione con l'annuncio che Parma è rientrata nel patto di sindacato per governare IREN, gigante societario nel settore dei servizi pubblici. Massima espressione del «capitalismo municipale», IREN nasce dalla fusione delle municipalizzate di Torino, Genova e dei Comuni emiliani, raccoglie rifiuti e distribuisce gas, luce e acqua a diversi milioni di cittadini del Centro-Nord, ma a dispetto della quotazione in Borsa, comandano ancora i Comuni, tutti a guida Pd, e attraverso il patto di sindacato concordano tutto, dalle nomine dei vertici alle decisioni strategiche. Ma l'assetto è stato messo in crisi dal fatto che i Comuni (Torino in primis) hanno venduto una parte delle azioni per fare cassa, però scendere sotto il 50% renderebbe la società scalabile, rompendo il giocattolo. E qui arriva l’aiuto di Pizzarotti, che nel 2014 era uscito dal patto di sindacato siglato dal suo predecessore del Pdl, e poi rientra. Sono trascorsi 5 anni dai comizi furenti, dai cortei contro l’inceneritore, dalla minaccia di portare le carte in Procura, dal timore (nel Pd) che il sindaco grillino provasse a smontare quell’equilibrio di potere politico-finanziario, però sembrano un’eternità, perché Pizzarotti formalizza il nuovo patto con il Pd per rientrare nel grande gioco. Altro che guerra al sistema, il sindaco di Parma ha nominato un membro del Consiglio di amministrazione, ha condiviso le decisioni strategiche con gli altri azionisti pubblici, e dunque il vantaggio per i sindaci del Pd è duplice: cooptano un avversario e blindano il controllo della società, grazie a una modifica dello statuto (condivisa anche da Parma) chiamata «voto maggiorato», che garantirà ai Comuni il doppio voto in assemblea. Questa è la sostanziale differenza tra la Raggi e Pizzarotti.
http://www.lastampa.it/2016/03/24/italia/politica/il-grande-patto-tra-pizzarotti-e-il-pd-trionfa-il-capitalismo-municipale-QwsluonPuBCzdBgoCGomCL/pagina.html