DI LORENZO ANSALONI
Asfalto Bagnato
Nel 1973, Huynh Cong Út vinse il premio Pulitzer con una
foto che sarebbe stata destinata ad imprimersi nella memoria
collettiva come un'icona della guerra e delle sue efferatezze. È
la foto di una bambina vietnamita, Kim Phuc, che corre nuda per la
strada, terrorizzata e disperata dopo un attacco con bombe al napalm
sul suo villaggio. La foto fece il giro del mondo e riportò
alla coscienza dell'opinione pubblica la crudeltà di una
guerra che (soprattutto a partire dal 1968) diventava via via sempre più impopolare.
Si sa che la guerra è sempre sporca ma
finché agli spettatori ne viene risparmiata la diretta visione
risulta più facile continuare le operazioni belliche
incontrando minori resistenze. L'attenzione governativa per
l'informazione in tempo di guerra non nasce certo con il conflitto
vietnamita ma per molti versi quest'ultimo ha rappresentato una sorta
di spartiacque. Non solo lo si può considerare la prima guerra
autenticamente televisiva ma è stato percepito
dall'establishment politico-militare e dagli stessi giornalisti come
un conflitto i cui esiti e sviluppi furono ampiamente influenzati dai
mass media. Sarebbe eccessivo addossare a quest'ultimi la sola
responsabilità degli esiti finali del conflitto (molti altri
fattori hanno concorso) cosi pure negarne ogni rilevanza, ma sta di
fatto che la percezione generale attribui ai media il ruolo maggiore
nel determinare la sconfitta statunitense. Conseguentemente, i
successivi governi americani non lasceranno al caso la copertura mass
mediatica di un'operazione bellica che entrerà a pieno titolo tra i
molteplici aspetti della sua pianificazione (Kumar 2006. p. 50).
Un sistema di controllo dell'informazione di guerra è stato
approntato e affinato nel corso degli ultimi trent'anni. Testato con
l'invasione di Grenada (1983), Panama (1989) e nella Prima Guerra del
Golfo, trova ora la sua piena e vincente applicazione nell'attuale
conflitto iracheno.
L'intervento armato in Iraq è stato
giustificato e legittimato dall'amministrazione Bush sulla base di
due principali tesi:
- Il possesso di "weapons of mass destruction" (WMD) (armi di distruzione di massa) da parte del governo iracheno.
- Legami tra il regime di Saddam Hussein e al-Qaeda.
In Italia il dibattito ha preso direzioni
leggermente diverse: si è parlato abbondantemente dei presunti
armamenti non convenzionali iracheni e della brutalità del
regime di Baghdad, molto meno di presunti collegamenti tra il governo
iracheno e al-Qaeda.
A distanza di più di quattro anni
dall'inizio delle ostilità non sono state ritrovate armi di distruzione di massa su territorio iracheno né si è avuta
la prova dei presunti link tra Saddam e al-Qaeda. Potrebbe anche
trattarsi di un grossolano errore di valutazione ma in realtà
elementi per una più attenta e ponderata analisi del
"pericolo" Iraq erano disponibili ben prima del 19 marzo
2003, data d'inizio della guerra. Il 7 marzo 2003 il Direttore
Generale del IAEA (International Atomic Energy Agency), l'organo
incaricato delle ispezioni in Iraq dall'ONU, rilasciava una nota
in cui si legge:
"After three months of intrusive inspections, we have no date found no evidence or plausible indication of the revival of a nuclear weapons programme in Iraq".
(Dopo tre mesi di ispezioni intrusive non abbiamo nessuna prova o indicazione plausibile di una ripresa irachena di un programma di armamenti nucleari)
"There is no indication that Iraq has attempted to import uranium since 1990".
(Non c'è nessuna indicazione che l'Iraq abbia tentato di importare uranio dal 1990 in poi)
Non
solo le motivazioni addotte a supporto della guerra si basavano su
dati falsi (e falsati) ma anche le conseguenze sono state ben diverse
da quelle pubblicizzate dalla propaganda interventista. Si doveva
combattere il terrorismo ma un recente frammento declassificato del
National Intelligence Estimate avverte quello che non solo era
prevedibile ma che oggi è sotto gli occhi di tutti:
The Iraq conflict has become the "cause celebre" for jihadists, breeding a deep resentment of US involvement in the Muslim world and cultivating supporters for the global jihadist movement.
(Il conflitto iracheno e diventato la "cause celebre" per gli jihadisti, generando un profondo risentimento per il coinvolgimento degli Stati Uniti nel mondo mussulmano e alimentando il numero di sostenitori del movimento globale jihadista.)
Il rapporto prosegue
identificando nell'intervento militare una delle cause che hanno
alimentato il radicalismo e portato ad una nuova generazione di
terroristi dotati di una rete più decentralizzata e
difficilmente individuabile.
Sul piano del bilancio delle vittime, un
rapporto ("The Human Cost of the War in Iraq")
dell'università
di Baltimora e Baghdad, prendendo in considerazione il periodo
2002-2006, parla di un totale di 655.000 vittime dall'inizio
dell'invasione (cifre ben distanti dalle 30.000 vittime dichiarate
dalla Casa Bianca per lo stesso periodo) mentre il numero dei soli
militari americani morti dall'inizio delle ostilità ha
superato abbondantemente quota 3000 (grossomodo lo stesso numero di
persone che persero la vita negli attentati del 11 settembre). Anche
sul piano della stabilità il bilancio non è certo
roseo: Il New York Times (1/11/2006 "Military Charts Movement of
Conflict in Iraq Toward Chaos") entra in possesso e pubblica una
parte di un documento classificato del Commando Centrale degli Stati
Uniti. Un'unica slide, parte di un documento dedicato ad un breefing
interno in cui da un grafico si evince facilmente come la situazione
interna irachena sia prossima al caos. Risultato anche in questo caso
non sorprendente se si pensa che l'attuale territorio iracheno non ha
nessuna legittimazione dal punto di vista storico e culturale
risultando, almeno in parte, un'invenzione dell'imperialismo
britannico che con confini tracciati a tavolino, sancì
l'attuale forma dello stato nazione comprendente tre distinte culture
(Curdi, Sciiti e Sunniti) che storicamente non avevano molto a che
spartire. (Cfr. Strika 1993. p. 36 e successive).
Un recente rapporto del Comitato Internazionale
della Croce Rossa insiste sugli stessi punti denunciando lo stato drammatico di un
paese gravemente minato nelle sue infrastrutture (sistema sanitario,
acqua e elettricità in particolare) e di una popolazione
civile che sta pagando il prezzo più alto del protrarsi del
conflitto.
Cercherò di dimostrare nelle sezioni che seguono
come i media americani abbiano fallito nel loro ruolo di controllore
(watchdog) della democrazia rendendosi in buona parte responsabili
degli esiti funesti dell'invasione e aggregando il consenso interno
alla politica dell'amministrazione Bush.
Project for the New American
Century (PNAC): il movente.

Il Project for the New American Century
(PNAC) (Progetto per un nuovo secolo americano) è un'associazione no-profit
fondata nel 1997 "whose goal is to promote American global
leadership" (il cui scopo è di promuovere la leadership
americana a livello globale).
Espressione del conservatorismo
americano, la PNAC conta (o contava) tra le sue fila molti nomi
illustri dell'attuale amministrazione Bush e del partito repubblicano
in generale: Dick Cheney (vice presidente), Donald Rumsfeld
(ex-segretario della difesa), Paul Wolfowitz (ex-sottosegretario
della difesa) sono probabilmente i nomi più conosciuti. Dopo
l'elezione di Bush alla Casa Bianca nel 2000 circa una ventina di
membri della PNAC trovarono posto all'interno dell'amministrazione
Bush a testimonianza, almeno, di una comunanza di vedute tra i
principi della PNAC e le linee del governo. I primi sono stati
definiti, e non senza ragione, espressione di un nuovo imperialismo
americano. Negli statement of principles (dichiarazioni di principio)
dell'organizzazione, leggiamo:
We need to strengthen our ties to democratic allies and to challenge regimes hostile to our interests and values.
(Dobbiamo rinforzare i nostri legami con gli alleati democratici e sfidare regimi ostili ai nostri interessi e valori.)
Più in generale, nella PNAC trovavano una realizzazione
compiuta le idee che diversi falchi dell'amministrazione repubblicana
erano venuti maturando dalla fine della Guerra Fredda. Già nel
1992 Wolfowitz e Libby, nel documento classificato del Pentagono
Defense Planning Guidance, gettarono le basi di quella che da allora
sarebbe stata conosciuta come "Dottrina Wolfowitz". Ripresa
dalla PNAC, la dottrina Wolfowitz, teorizzava il ritorno ad una
politica estera aggressiva sul modello reaganiano che avrebbe dovuto
mirare a sbarrare la strada ad ogni potenziale sfida all'egemonia
statunitense impedendo a poteri ritenuti ostili o contrari agli
interessi americani di esercitare un controllo su risorse strategiche
(Cfr. Ryan 2002). E che questa posizione comportasse come corollario anche
una risoluzione del "problema" Iraq sembra evidente dalla
lettera pubblica inviata al presidente Clinton il 26 gennaio 1998
(firmata tra gli altri da Wolfowitz e Rumsfeld):
We urge you to seize that opportunity, and to enunciate a new strategy that would secure the interests of the U.S. and our friends and allies around the world. That strategy should aim, above all, at the removal of Saddam Hussein's regime from power. We stand ready to offer our full support in this difficult but necessary endeavor.
(La incoraggiamo a cogliere questa opportunità e a enunciare una nuova strategia che garantirebbe gli interessi degli Stati Uniti e dei nostri amici e alleati nel mondo. Questa strategia dovrebbe mirare soprattutto alla rimozione del regime di Saddam Hussein dal potere. Siamo pronti a fornirle il nostro pieno supporto in questo difficile ma necessario compito.)
It hardly needs to be added that if Saddam does acquire the capability to deliver weapons of mass destruction, as he is almost certain to do if we continue along the present course, the safety of American troops in the region, of our friends and allies like Israel and the moderate Arab states, and a significant portion of the world's supply of oil will all be put at hazard.
(Non c'è bisogno di aggiungere che se Saddam acquisisse la capacità di distribuire armi di distruzione di massa, come quasi certamente farà se continuiamo nell'attuale linea politica, la sicurezza delle truppe americane nella regione, dei nostri amici e alleati come Israele, degli stati arabi moderati e di una significativa porzione delle scorte mondiali di petrolio verrebbe messa a rischio.)
We believe the U.S. has the authority under existing UN resolutions to take the necessary steps, including military steps, to protect our vital interests in the Gulf. In any case, American policy cannot continue to be crippled by a misguided insistence on unanimity in the UN Security Council.
(Crediamo che gli Stati Uniti abbiano l'autorità d'intraprendere i necessari passi (incluse azioni militari) conformemente alle esistenti risoluzioni ONU al fine di proteggere i nostri interessi vitali nel Golfo. In ogni caso, la politica americana non può continuare ad essere bloccata da una fuorviante insistenza sull'unanimità [di voto] nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU.)
Già nel 1998, la PNAC identificava
nell'Iraq il principale obiettivo di quella che sarebbe dovuta essere
la politica americana. Nessuna menzione del rispetto dei diritti
umani, né del carattere dittatoriale del governo iracheno.
Circa un mese dopo i membri della PNAC furono tra i principali
sostenitori del "Iraqi Liberation Act" con cui il Congresso
autorizzava lo stanziamento di 97 milioni di dollari di aiuti ai
gruppi dell'opposizione irachena (ivi incluso l'Iraqi National
Congress: in una certa misura una creazione artificiosa sponsorizzata
con aiuti statunitensi). La volontà di occuparsi di Saddam
Hussein era dunque ben presente prima degli attacchi del 11 settembre
e fu ulteriormente ribadita in una successiva lettera inviata al
presidente Bush il 20 settembre 2001 (9 giorni dopo l'attacco):
It may be that the Iraqi government provided assistance in some form to the recent attack on the United States. But even if evidence does not link Iraq directly to the attack, any strategy aiming at the eradication of terrorism and its sponsors must include a determined effort to remove Saddam Hussein from power in Iraq.
(Potrebbe essere che il governo iracheno abbia fornito una qualche forma di assistenza ai recenti attacchi agli Stati Uniti. Ma anche se non c'è nessuna prova che colleghi l'Iraq all'attacco, ogni strategia tesa ad eradicare il terrorismo e i suoi sponsor deve includere un deciso sforzo indirizzato alla rimozione di Saddam Hussein dal potere.)
Documento interessante nella misura in cui testimonia la propensione
per un intervento armato in Iraq anche in assenza di una diretta
evidenza di connessioni tra Baghdad e al-Qaeda (Cfr. Calabrese 2005).
Nel meeting del 12 settembre 2001 (il giorno dopo l'attacco
terroristico al World Trade Center) del National Security Council (NSC),
Rumsfeld e Cheney si dichiararono a favore di un'immediata azione nei
confronti di Saddam Hussein incontrando però l'opposizione di
Powell che ammonì il presidente ricordando come ogni azione
necessiti dell'appoggio dell'opinione pubblica (Altheide and Grimes
2005, Foyle 2004). L'intervento in Iraq fu rimandato al fine di
guadagnare il tempo necessario per organizzare e raccogliere il
consenso necessario.
In conclusione, l'invasione del Iraq e il
cambiamento di regime erano già stati pianificati e messi in
agenda prima degli attacchi terroristici e prima della vittoria
repubblicana alle elezioni del 2000. Bush in in certo senso ha
ereditato o sposato una linea di politica estera che aveva avuto la
sua gestazione tra le fila della PNAC.
Lo studio di Kull sulle Misperceptions
Steven Kull (insieme a Clay Ramsay e Evan Levis)
dell'Università del Maryland hanno pubblicato un articolo su
Political Science Quarterly che ha avuto molta risonanza in ambiente
accademico. Avvalendosi di una serie di sondaggi, Kull ha condotto
una studio finalizzato a rintracciare la presenza di tre principali
misperceptions (false credenze) nel pubblico americano mettendole di volta in volta in
correlazione con i mass media a cui i soggetti erano esposti e con la
decisione finale di accordare o meno il loro supporto all'intervento
militare in Iraq. Sono state prese in considerazione tre
misperceptions:
- 1- È stata trovata una chiara evidenza di una
collaborazione tra il governo di Saddam Hussein e al-Qaeda.
- 2- Armi
di distruzione di massa (WMD) sono state trovate in Iraq.
- 3- L'opinione pubblica mondiale, nel suo complesso, supportava la
decisione degli US di una guerra in Iraq.
Tutte queste credenze sono
false e contrarie ai fatti. Prima dell'inizio della guerra la
credenza che l'Iraq possedesse WMD, propriamente parlando, non poteva
considerarsi una credenza falsa perché mancavano prove della
sua falsità. In analoga misura, mancando prove a sostegno
della sua validità, andava considerata semplicemente come una
credenza infondata e non supportata da nessuna evidenza, solo
probabilmente falsa dati i resoconti degli ispettori dell'IAEA.
Diverso è il caso della credenza "Sono state ritrovate
WMD in Iraq": dopo l'inizio del conflitto ad oggi, questa
affermazione è semplicemente falsa e contraria ai fatti.
Misperception è da intendersi in quest'ultima accezione. Le
tre credenze sopra elencate sono quindi da considerarsi tutte allo
stesso modo false (per un quadro sugli andamenti dell'opinione pubblica mondiale sull'intervento armato in Iraq si veda Goot 2004).
Il primo risultato, se vogliamo il meno
interessante, è una diretta proporzionalità tra la
presenza di false credenze in un campione di riferimento e la sua
propensione a dichiararsi favorevole ad un intervento armato in Iraq.
I soggetti il cui giudizio era inficiato da una o più delle
misperceprions prese in esame si è dimostrato 4,3 volte più
favorevole alla guerra rispetto a soggetti che non presentavano nessuna di
queste misperceptions (Kull, Ramsay, Lewis 2003-04 p.580). Il passo successivo consisteva
nell'investigare la possibile fonte delle false credenze: il campione
(3334 soggetti) preso in esame ha dichiarato per il 19% di informarsi
principalmente attraverso i quotidiani e per un 80% attraverso
telegiornali televisivi. I risultati mostrano come i soggetti che
seguivano e ottenevano le loro informazioni attraverso alcuni network
erano più soggetti al formarsi di false credenze rispetto ad
altri. Una classifica globale delle tre misperceptions in questione
assegna la maglia nera dell'informazione a Fox News: l'80% dei suoi
ascoltatori presentava una o più false credenze, seguita da
CBS (71%), ABC (61%), CNN (55%), NBC (55%), quotidiani e carta
stampata (47%), NPR/PBS (23%) (Kull, Ramsay, Lewis 2003-04 p.582). Sfortunatamente Fox News
è il più seguito mentre i due network pubblici NPR e
PBS sono il fanalino di coda in termini di ascolti.
Sorprendentemente, quando si è passati all'analisi del livello
di attenzione nel guardare o leggere le news, si è notato come
non vi fosse nessuna significativa correlazione tra esso e la
probabilità di sviluppare false credenze con una singola
eccezione: Fox News. In questo caso all'aumentare del grado di
attenzione con cui i soggetti seguivano le news, si è
riscontrato un aumento percentuale delle false credenze
(sull'atteggiamento parziale di Fox News si veda anche Ryan 2006 e
Kellner 2004a). Lo studio di Kull identifica nella presenza delle
false credenze il fattore più importante nel predire il
supporto alla guerra (Kull, Ramsay, Lewis 2003-04 p.596) tallonato a breve distanza
dall'intenzione di votare per il presidente Bush e il fatto che i
media americani siano la principale fonte di queste false credenze
non può non risultare preoccupante.
I media (in buona parte)
hanno fallito nel loro ruolo di watchdog della democrazia assumendo
posizioni in alcuni casi schiettamente filo governative (es. Fox News) e
abbandonando ogni pretesa di obbiettività e ogni spirito
critico. Noi ci basiamo su informazioni nei nostri processi
decisionali più semplici: se dobbiamo sbrogliare una certa
pratica burocratica cerchiamo di informarci preventivamente sugli
orari di apertura dell'ufficio preposto e pianifichiamo la nostra
agenda di conseguenza. Se questa informazione dovesse risultare falsa
rischiamo di trovare l'ufficio chiuso. Una decisione come quella di
accordare o meno il supporto all'intervento armato in Iraq non è
sotto questo rispetto molto differente: le informazioni ottenute dai
media (semplificando) andranno a costituire gli assiomi o le premesse dei
ragionamenti che addurremo pro o contro una tale decisione ma se
queste premesse sono false è ovvio che la correttezza della
conclusione non può più essere garantita.
Manipolazione
dell'informazione e propaganda: Gli arnesi del mestiere
Senza quanto
accaduto l'11 settembre nessun intervento armato (in Afghanistan o in
Iraq) sarebbe stato possibile (Cfr Foyle 2004). L'opinione pubblica
americana è tradizionalmente contraria a interventi armati
contro altri stati ammenoché non vi sia una minaccia diretta per la
sicurezza nazionale.
Nei giorni immediatamente seguenti l'attacco, il
supporto interno per un intervento armato era molto alto: il 15
settembre (quattro giorni dopo l'attacco) un sondaggio condotto per
Gallup/CNN/USA Today indicava in Osama bin Laden il principale
responsabile dell'attacco (64%) seguito dall'Iraq (41%) mentre parte
del campione nominava anche i palestinesi (35%) e il Pakistan (31%)
(Foyle 2004). L'opinione pubblica, nonostante identificasse come
primo responsabile bin Laden, era per certi versi pronta a supportare
una reazione contro l'Iraq (Cfr. Althaus, Largio 2004). Data la volontà
dell'amministrazione di occuparsi della questione Iraq (preesistente
agli attacchi del 11 settembre: vedi sezione sulla PNAC) rimane
aperta la questione del perché il governo non abbia colto la
palla al balzo e attaccato immediatamente Baghdad. A questo proposito
va detto che scegliere di non occuparsi di al-Qaeda e attaccare
direttamente l'Iraq avrebbe suscitato molte perplessità: se è
vero che il supporto per un'azione militare fu molto alto nei giorni
seguenti all'attacco terroristico alle Twin Tower è
altrettanto vero che il principale responsabile venne individuato in
bin Laden. Un attacco diretto all'Iraq sarebbe risultato
incomprensibile non solo per gran parte dell'opinione pubblica
americana ma anche e soprattutto per l'opinione pubblica mondiale.
Non ultimo sarebbe risultato estremamente problematico ottenere una
qualche forma di legittimazione dall'ONU. In un sondaggio (del
12/8/2002) dell'ABC News/Washington Post il 75% del campione ritenne
che Bush dovesse ottenere il consenso del Congresso prima di
intraprendere un'azione militare contro l'Iraq e in un altro
sondaggio commissionato da Gallup/CNN/USA Today, il 68% degli
intervistati ritenne necessaria un'approvazione dell'ONU (Foyle 2004,
p.278). Un'azione unilaterale contro Baghdad nelle prime settimane o
mesi seguenti l'attacco dell'11 settembre sarebbe quindi risultata
estremamente problematica dal punto di vista della raccolta del
consenso sia interno che internazionale e un attacco simultaneo ad
entrambi gli obiettivi (Afghanistan e Iraq) troppo dispersivo e
rischioso (Foyle 2004, p.275). Nell'amministrazione americana ha
prevalso quindi una tattica più prudente e accurata: nelle
parole di Colin Powell: "Any action needs public support. It's
not just what the international coalition supports; it's what the
American people want to support. The American people want us to do
something about al Quaeda" (Foyle 2004, p.275) (Ogni azione necessita del supporto dell'opinione pubblica. Il punto non è solo cosa la coalizione internazionale sia disposta ad appoggiare ma anche cosa gli americani vogliano appoggiare. Gli americani vogliono che si faccia qualcosa per al Quaeda).
La raccolta del
consenso attuata dall'amministrazione Bush non è stata quindi
lasciata al caso ma ha assunto la forma di un piano particolarmente
curato che possiamo riassumere nei seguenti punti:
- Uso di artifici retorici o di vere e proprie fallace logiche nei discorsi ufficiali
- Uso di giornalisti embedded
- Uso di informazioni false, parziali o decontestualizzate
Lorenzo Ansaloni
Fonte: http://asfalto_bagnato.blog.tiscali.it/
Link: http://asfalto_bagnato.blog.tiscali.it/gm3289987/
05.06.2007
marzian 11 giugno 2007
DI LORENZO ANSALONI
Asfalto Bagnato
La retorica nei discorsi del Governo
Se
l'intervento armato in Afghanistan ha trovato ben poche resistenze,
l'intervento in Iraq andava preparato. I discorsi ufficiali
dell'amministrazione si sono appoggiati su artifici retorici (non
tutti originali e molti precedentemente collaudati) ripresi e
riverberati acriticamente dai media. La dicotomia good vs. evil (bene
vs. male) è stata una costante nei discorsi del presidente
Bush fin dai primi momenti dopo l'attacco. Il terrorismo è
stato dipinto come il male da estirpare dove altri l'hanno definito
più prosaicamente come l'arma dei poveri (Cfr. Eisman 2003 p.63).
La stessa definizione di terrorismo, già di per sé
problematica (Cfr. Ryan 2006 p.9), da metodo di lotta è
passata a quella di paura simbolica incarnata nell'idea di un nemico
a volte altrettanto simbolico e vago (Altheide and Grimes 2005). Il
manicheismo dell'Amministrazione Bush è poi proseguito con
altre dicotomie: free vs. oppressed (libero vs. oppresso), security
vs. peril (sicurezza vs. pericolo), human vs. animal (umano vs.
animale). Scelte retoriche che producono una polarizzazione
semplicistica frutto di un pensiero binario. L'imminente
intervento armato diventa una guerra per la libertà, una
guerra della civiltà contro la barbarie (altra dicotomia molto
gettonata) e alcuni notano come i discorsi ufficiali
dell'amministrazione Bush rasentino il bipensiero orwelliano: si va
alla guerra in Iraq per la pace, l'occupazione del territorio
iracheno è la sua liberazione, la distruzione delle sue
infrastrutture e l'uccisione di migliaia di civili è per la
democrazia e la libertà del paese (Kellner 2004).
Sempre nella
retorica dell'Amministrazione Bush, alcuni aspetti sono stati
smussati ed edulcorati con eufemismi: il "cambio di regime"
a cui il governo americano ha più volte fatto riferimento,
altro non è, stando al diritto internazionale, che un
tentativo di sovvertire un governo, dittatoriale si, ma ufficialmente
riconosciuto dalla comunità internazionale alla stregua di
molti altri governi non meno dittatoriali. Per la stessa ragione
"Iraq Freedom" è un eufemismo per "occupazione"
e "coalizione dei volenterosi" un altro eufemismo, se
vogliamo un po' risibile, teso a nascondere la Realpolitik: come se
appoggiare o meno l'intervento USA fosse una faccenda di buona
volontà o amicizia degli alleati (Cfr. Chambers 2003 p.
176-177).
La "demonizzazione" o "hitlerizzazione"
del nemico (terzo punto del war programming esposto da Altheide and
Grimes 2005 p.622) è sempre un prerequisito ad ogni guerra
(stratagemma utilizzato anche dall'altra parte contro gli Stati
Uniti. Kellner 2004 p. 48). Per quanto riguarda Saddam Hussein, era
già stata in parte svolta in occasione della Prima Guerra del
Golfo. Si ricorderà la vicenda dei soldati iracheni, rei di
aver tolto i bambini dalle incubatrici di un ospedale kuwaitiano e
averli lasciati morire sul pavimento. Un atto di gratuita crudeltà
che contribuì non poco alla disumanizzazione-demonizzazione
degli iracheni e di Saddam. Forse pochi americani invece ricorderanno
come la notizia si sia rivelata completamente infondata, e come
l'unica testimone oculare sia poi risultata essere la figlia
dell'ambasciatore kuwaitiano negli Stati Uniti (Cfr. Ryan 2006 p.13).
L'obiettivo dichiarato era quello di presentare Saddam non solo come
un dittatore ma, per quanto possibile, come l'incarnazione stessa del
male. Al fine di raggiungere l'obiettivo, l'amministrazione (non
sorprendentemente) e i media (colpevolmente) hanno taciuto il
supporto militare fornito dai governi USA (in buona compagnia di
altri governi occidentali e non) a Saddam fino all'indomani della
Prima Guerra del Golfo e prima e dopo il massacro dei Curdi con i
gas di cui sarebbe ritenuto responsabile, dimentichi anche del fatto che Saddam non è stato che uno
dei tanti barbari dittatori che il '900 ha conosciuto e probabilmente
nemmeno tra i più sanguinari.
Nei discorsi ufficiali non sono
mancate vere e proprie fallace argomentative. Ragionamenti
apparentemente plausibili ma formalmente sbagliati. L'argomento "con
noi o conto di noi" o la sua variante "con noi o con i
terroristi" o anche "non fare niente o intervenire
militarmente" sono stati uno dei cavalli di battaglia della
propaganda governativa (Cfr. Ryan 2006, p. 8). La struttura formale
del ragionamento è la seguente:
1. È vera solo una delle due affermazioni X e Y
2. L'affermazione Y è falsa
3. Quindi l'affermazione X è vera
Dato che nessuno accetterebbe di
essere annoverato tra gli spalleggiatori del terrorismo
internazionale, la seconda premessa veniva implicitamente aggiunta
dai destinatari dell'argomentazione che pervenivano naturalmente alla
conclusione: "con noi". Tale ragionamento rappresenta un
tipo di fallacia conosciuta come falso dilemma [en.wikipedia.org]. Da un punto di vista
meramente formale il ragionamento è valido: la verità
delle premesse ci consente di affermare la verità della
conclusione ma il trucco si gioca sulla prima premessa e consiste nel
presentare le due affermazioni (X e Y) come esaustive di tutte le
possibilità: è qua che il retore dimostra tutta la sua
abilità. Nella fattispecie, non è vero che un
individuo debba per forza essere contro il Governo degli Stati Uniti
o contro il terrorismo internazionale, potrebbe semplicemente essere
neutrale, non interessarsi di questioni di politica internazionale
preferendovi una birra con gli amici o essere critico verso entrambi.
E ancora, non è vero che non ci siano altre alternative tra
l'intervenire militarmente e il non far niente: Le ispezioni
dell'IAEA erano sicuramente un'ulteriore opzione (e non la sola).
Per
persuadere dei legami tra al-Qaeda e il governo iracheno di Saddam,
l'amministrazione Bush è ricorsa ad un altro tipo di fallacia
ad consequentiam [en.wikipedia.org] con un appello
alle passioni più che alla logica: "Se Saddam vende armi
a Bin Laden allora questi distruggerà l'America".
L'enormità della conclusione (la distruzione dell'America)
viene usata per introdurre surrettiziamente la verità dell'antecedente (Saddam
vende armi a Bin Laden) che invece dovrebbe proprio essere la tesi da
dimostrare (Cfr. Gershkoff, Kushner 2005, p. 528).
L'uso di artifici
retorici è stato costruito sull'assenza di ogni prospettiva
storiografica (Eisman 2003 p.64, Altheide and Grimes 2005): la questione
palestinese, il problema degli insediamenti ebraici dal primo
dopoguerra in poi, l'appoggio allo stesso Saddam in funzione di
contenimento della rivolta degli ayatollah, Mossagued e il colpo di
stato in Iran, il nazionalismo arabo e in generale gli assetti
geopolitici che gli Stati Uniti hanno perseguito nel Golfo
prevalentemente influenzati dal petrolio e sul ruolo di Israele, tutte queste questioni non
hanno trovato spazio nei mass media. I risultato è stato un
quadro stravolto dalla sua semplicità come se la storia fosse
una tragedia manzoniana in cui si muovono figure a tutto tondo: o
completamente buone o completamente cattive. Su questo terreno
fallace la retorica ha costruito le sue tesi: semplici e facilmente
digeribili da chiunque. L'adozione acritica e incondizionata del
paradigma di Hundington ne è un esempio calzante. L'articolo
di Samuel Hundington "The clash of civilizations?"
("scontro di civiltà?") venne pubblicato su Foreign
Affairs nel 1993 e generalmente liquidato dalla comunità
accademica come erroneo (Cfr. Abrahamian 2003). Dopo gli attacchi
terroristici il concetto di "scontro di civiltà" fu
ripreso dai media (non solo americani) e il libro di Hundington dal
quasi omonimo titolo si ritrovò in vetta alle classifiche dei
libri più venduti. L'appeal del paradigma era ovviamente
quello di offrire una chiave interpretativa dell'accaduto semplice e
facilmente spendibile sul mercato
mediatico. Lo scontro di civiltà sorvola su ogni retroterra
storico e trascura il fatto che:
Si presenta come un paradigma onnicompensivo ma in realtà
non spiega come mai l'idea di pianificare un tale attentato
terroristico non sia venuta ai mussulmani del Ciad o dell'Indonesia
(tra i tanti paesi a maggioranza islamica), né perché
il bersaglio dovessero essere proprio gli Stati Uniti. Forse i
mussulmani algerini non hanno nessuna buona giustificazione per
motivare uno scontro di civiltà con la Francia visto il
burrascoso e sanguinoso passato coloniale? E ancora, perché lo
scontro di civiltà dovrebbe portare a uno scontro diretto con
i mussulmani afgani e iracheni mentre dovrebbe risolversi in
amichevoli rapporti con Arabia Saudita (alleato e principale
fornitore di petrolio per gli USA) e Pakistan (stato non certo
democratico)? Bizzarro anche il fatto che il regime iracheno di
Saddam Hussein fosse un regime laico con un ministro degli interni
(Tariq Aziz) cristiano, inviso a molti integralismi islamici e non
ultimo allo stesso Osama bin Laden.
Nonostante la sua limitata utilità
esplicativa, il paradigma dello scontro di civiltà ha trovato
ampio spazio nei media (al contrario del conflitto arabo-israeliano)
alimentando anche vari dibattiti televisivi conseguentemente alle
prese con la farsesca distinzione tra mussulmani "buoni" e
mussulmani "cattivi". L'amministrazione Bush (e con essa
buona parte dei media) ha implicitamente assunto la validità
del paradigma di Hundington suggerendo la "reale"
motivazione dietro gli attacchi dell'11 settembre: Gli Stati Uniti
sarebbero stati attaccati da " enemies of freedom [www.whitehouse.gov]"
(nemici della libertà) non certo per qualcosa che gli Stati
Uniti hanno fatto ma per qualcosa che gli Stati Uniti sono, per la
loro libertà, per la loro tolleranza. È all'interno di
questo quadro che l'attacco dell'11 settembre è stato
volutamente interpretato come una attacco alla democrazia e alla
libertà che gli Stati Uniti rappresentano. Il pubblico
americano è stato portato a chiedersi "perché ci
odiano così tanto?" e la risposta alla domanda è
stata quella fornita dal presidente Bush nei suoi discorsi ufficiali:
"Because of our freedom, our democracy" (per la nostra
libertà, per la nostra democrazia). Eppure lo stesso
interessato, Osama bin Laden, nella sua " Letter to America [observer.guardian.co.uk]"
(largamente ignorata dai media americani)
fornisce ben altre motivazioni:
La lettera di bin Laden dimostra che l'attacco al World Trade Center non era certo rivolto agli ideali di libertà e
tolleranza che gli Stati Uniti rappresentano e che i "nemici
della nostra libertà" è stato più che altro
un soggetto inventato dalla propaganda.
Uso di informazioni false
Il
7 settembre 2002, durante una conferenza stampa con Tony Blair, il
presidente Bush citò un rapporto IAEA (presumibilmente
rilasciato nel 1991 secondo ulteriori precisazioni della Casa Bianca)
stando al quale, in quel periodo, l'Iraq si trovava a sei mesi dal
completo sviluppo di armi atomiche concludendo il suo intervento con
le parole: "I don't know what more evidence we need" (non
so di quale altra prova abbiamo bisogno). Nei giorni seguenti
tuttavia pervenne la smentita ufficiale dell'International Atomic
Energy Agency per voce di Mark Gwozdecky (portavoce IAEA): "There's
never been a report like that issued from this agency" (non c'è
mai stato un tale rapporto rilasciato da quest'agenzia) (Joseph Curl,
The Washington Times 27/9/2002). Gwozdecky prosegue nelle sue
dichiarazioni:
Non solo il fantasticato rapporto
allarmista dell'International Atomic Energy Agency (del 1991) citato
da Bush e Blair non esisteva, ma era invece disponibile un rapporto [www.iaea.org]
della stessa IAEA più recente. In quest'ultimo rapporto del
1998
si legge:
Più che una
svista, sembra trattarsi di una vera e propria strategia: un episodio
analogo si verificherà anche con il caso Iran [news.bbc.co.uk]. Il 23
agosto 2006 esce un rapporto del House Permanent Select Committee on
Intelligence [en.wikipedia.org]
(un comitato della United States House of Representatives,
l'equivalente della nostra Camera dei Deputati) dal titolo
" Recognizing Iran as a Strategic Threat: An Intelligence
Challenge for the United States [intelligence.house.gov]" e
l' International Atomic Energy Agency si vede costretta ad
intervenire con una risposta [news.bbc.co.uk] in cui
definisce tale rapporto come erroneo (erroneous) e fuorviante
(misleading) nel riportare i dati resi pubblici dall'IAEA
sull'attività nucleari iraniane. Come già ricordato
nell'introduzione, la nota [www.iaea.org]
del 7 marzo 2003 rilasciata dall'IAEA (poche settimane prima
dell'attacco) ribadiva come non vi fosse nessuna evidenza atta a
supportare le affermazioni della Casa Bianca e riverberate a gran
voce da buona parte dei media. In particolare, stando alla nota:
Sulle stesse conclusioni si assesta un dettagliato rapporto [www.iaea.org] del Carnegie Endowment for International Peace [www.carnegieendowment.org]
pubblicato nel gennaio 2004. Il rapporto prende in considerazione le fonti di intelligence disponibli prima dell'inizio della guerra in Iraq confrontandole con le affermazioni ufficiali della Casa Bianca.
Il rapporto conclude che non solo le fonti di intelligence avrebbero sovrastimato il "pericolo" Iraq ma i discorsi ufficiali dell'amministrazione avrebbero travisato le già allarmistiche fonti:
Per quanto riguarda l'altra principale ragione addotta
dall'amministrazione americana a sostegno dell'intervento armato, il
collegamento tra Saddam e al-Qaeda, la situazione è solo
leggermente differente. Possiamo dire che, se nel primo caso l'accusa
è stata montata su premesse false, in quest'ultimo caso
l'accusa è semplicemente stata montata sul nulla. Prendendo in
esame una vasta rassegna degli articoli comparsi sulla carta stampata
statunitense pubblicati tra l'attacco del 11 settembre e l'agosto del
2003 si evince chiaramente come il principale bersaglio della Casa
Bianca fosse, almeno fino a settembre 2002, Osama bin Laden. Il picco
viene raggiunto intorno a Novembre 2001 in cui Osama viene nominato
in circa 5000 articoli. Nello stesso periodo si può notare
come Saddam e l'Iraq non vengano praticamente nominati. Nei mesi
successivi questa percentuale scema fino a quando intorno a settembre
2002 il nome di Saddam Hussein inizia ad essere più presente
sulla stampa di quello di bin Laden raggiungendo l'acme intorno a
marzo 2003 con circa 6000 articoli (Althaus, Largio 2004 p.796).
Passando dai numeri ai contenuti, il collegamento tra Osama bin Laden
e Saddam Hussein fu prima di tutto stabilito e appurato nei discorsi
di esponenti dell'amministrazione a partire dallo stesso Bush che
nell'ottobre del 2002 dichiarava: "We know that Iraq and the al
Qaeda terrorist network share a common enemy" (sappiamo che
l'Iraq e la rete terroristica di al Qaeda condividono uno stesso
nemico) (Calabrese 2005, p. 156). Il collegamento tra bin Laden e
l'Iraq è stato principalmente un mantra ripetuto
instancabilmente dalle fonti ufficiali del governo statunitense, ripreso e
diffuso dai media fino a generare false
credenze nell'opinione pubblica americana: in sondaggi effettuati
alla fine del 2002 ed inizio 2003 appare come quasi metà del
campione credesse in una connessione tra l'Iraq e gli attacchi del
9/11 con una percentuale consistente di soggetti addirittura convinti
che alcuni dirottatori fossero iracheni (la lista dei 19 dirottatori
fu resa disponibile dal FBI il 14 settembre, 3 giorni dopo l'attacco,
e messa a disposizione dei media. Tra i dirottatori quindici erano di
nazionalità saudita, un egiziano, un libanese e due degli
Emirati Arabi Uniti, nessun iracheno) (Kumar 2006 p.54). Tra le poche
"prove" addotte, figura un supposto incontro tra Mohamed
Atta (uno dei dirottatori) e un Ahmad Khalil Ibrahim Samir al Ani (un
diplomatico iracheno) avvenuto nel aprile 2001 a Praga. Questo
supposto incontro fu inizialmente proposto come prova (proveniente da
fonti d'intelligence ceche) da James Woolsey (ex direttore della CIA,
membro fondatore della PNAC e firmatario della lettera della PNAC
inviata a Clinton) ma scartata come non credibile dai servizi segreti
americani [news.bbc.co.uk],
britannici [news.bbc.co.uk], francesi,
israeliani (Kumar 2006 p.54) e in ultimo dagli stessi cechi [news.independent.co.uk] da cui
era partita la voce. Alla stessa
conclusione arriverà la National Commission on Terrorist
Attacks Upon the United States (conosciuta anche come 9-11
Commission) che nel suo rapporto finale [www.9-11commission.gov] (p. 229) dichiarerà
priva di fondamento l'intera vicenda:
Non c'è nessuna prova dell'incontro tra
Atta e il diplomatico iracheno, figuriamoci se si possa avere anche
solo un'idea approssimativa su quello che ipoteticamente si sarebbero
detti.
Controllo dell'informazione
proveniente dal fronte: I giornalisti embedded
Nelle parole di
Charles David, direttore del Freedom of Information Centre
dell'Università del Missouri School of Journalism, osservare
una guerra attraverso le telecamere dei giornalisti embedded è
come osservarla attraverso l'estremità di una cannuccia:
frammenti di azione completamente decontestualizzati e senza nessun
tentativo di comprendere ciò che accade (Altheide, Grimes
2005. p. 630). I giornalisti embedded (incorporati) sono quei
giornalisti aggregati all'esercito: partecipano in una certa misura
alla vita militare e viene ad essi permesso di raggiungere il fronte
con le truppe. Questo sistema di controllo dell'informazione è
il risultato più compiuto di quello definito da Kumar system
of war information management (Kumar 2006) già accennato
nell'introduzione.
Nell'invasione di Grenada (1983) si cercò
di centrare l'obiettivo impedendo ai giornalisti di recarsi sul
posto. Sei anni dopo, 1989, nell'invasione di Panama, il segretario
della difesa Dick Cheney cercò di formare un pool di
giornalisti con base a Washington tenendo i reporters (per quanto
possibile) lontano dal fronte e dalle sue possibili efferatezze
(Kumar 2006, p.50): prove generali di un sistema di controllo
dell'informazione proveniente zone di guerra che si andava via via
affinando. Un sistema di questo tipo dovrebbe almeno permettere di
centrare i seguenti punti:
1. L'informazione deve riflettere il punto di vista ufficiale e conseguentemente deve essere ridotta al minimo la possibilità, nei reportage, dell'assunzione di un altro punto di vista: critico nei confronti di quello ufficiale o addirittura simpatizzante per quello avversario.
2. Manipolazione dei fatti: vale a dire la possibilità di censurare certi fatti e di decidere se e come darli in pasto all'opinione pubblica.
3. Ridurre al minimo il rischio di un effetto "Kim Phuc": i corpi delle vittime, il sangue e i particolari più cruenti di un conflitto devono poter essere filtrati ed eventualmente smussati o eliminati.
I primi tre punti non rappresentano una sostanziale
novità: ogni guerra necessita di supporto e consenso
interno e in questa funzione anche i totalitarismi del '900 non hanno
esitato a implementarli in un tentativo di controllo. Gli Stati Uniti
non sono un regime totalitario e non possono attingere agli strumenti
di controllo capillare dall'alto di una dittatura e, forse più
importante ancora, i conflitti in cui si sono trovati impegnati dal
secondo dopoguerra hanno ricevuto una massiccia copertura dalla
stampa internazionale. Volenti o nolenti, sia durante la Guerra
Fredda che dopo, gli Stati Uniti hanno ricoperto un ruolo da
protagonisti sulla scena della politica internazionale agendo sotto i
riflettori della stampa internazionale. A questi
tre punti andrebbe quindi aggiunto il seguente:
4. Per quanto possibile, tutta l'informazione proveniente dagli scenari di guerra deve soddisfare i precedenti tre requisiti.
È quest'ultimo punto a
diventare importante in un contesto in cui anche l'informazione tende ad essere globalizzata. L'uso di giornalisti
embedded rappresenta uno degli risultati più evoluti verso la
realizzazione di tale system of war information management. I
giornalisti embedded devono firmare un contratto di 50 punti che
regola quello che può o non può essere riportato (Kumar
2006, p. 60). Capiamo meglio cosa questo significhi dalle parole di
Richard Gaisford, giornalista embedded della BBC:
Non solo i giornalisti embedded partecipano della vita
militare delle truppe di cui sono al seguito ma sono prevalentemente
della stessa nazionalità dei militari, mangiano insieme,
dormono insieme, condividono con loro parte del tempo libero e non
possono non essere inclini ad adottarne il punto di vista (punto 1).
A questo va aggiunto che i reportage filmati dai giornalisti
embedded, essendo a seguito delle truppe, vengono filmati in
soggettiva [it.wikipedia.org] inducendo lo
spettatore ad assumere il punto di vista delle truppe americane (o
inglesi), mettendo subito in chiaro chi sono i "buoni" e
chi i "cattivi" e il tutto a discapito di una obiettività
a questo punto irrimediabilmente compromessa (Kumar 2006, p. 61).
Per realizzare il quarto punto del
programma, l'amministrazione USA ha lavorato anche su altri fronti.
Subito dopo l'attacco del 11/9 (esattamente il 30 ottobre 2001), è
stato formato un gruppo al pentagono chiamato Office of Strategic
Influence (OSI) con lo scopo di sviluppare piani al fine di fornire
informazioni (eventualmente anche false) ai media stranieri [news.bbc.co.uk]
(Calabrese 2005, p. 163). L'intento era quello di limitare il rischio
che i media americani potessero raccogliere informazioni sconvenienti
dai media internazionali e darne risalto all'interno del paese.
L'ufficio si proponeva anche di istruire ex militari che sarebbero
poi stati proposti in qualità di esperti per interviste con i
media (Kumar 2006. p. 63). In seguito ad un articolo del New York
Times che ne rivelò l'esistenza, l'ufficio venne chiuso (nel
febbraio 2002) e parte dei suoi incarichi passati ad un'altra
istituzione, l'Information Operations Task Force, ed è quindi
lecito dubitare che i propositi di tale organismo siano stati
abbandonati con la sua chiusura.
La grossa sfida è stata rappresentata da Al Jazeera: il network
televisivo con sede in Quatar ha costituito una importante novità
rispetto all'analogo scenario della Prima Guerra del Golfo. Se
durante quest'ultima, gran parte degli stessi media arabi dipendevano
dalle news della CNN, durante la Seconda Guerra del Golfo, Al Jazeera
salirà ai clamori della cronaca trasmettendo alcuni clip di
Osama bin Laden che verranno poi ripresi e ritrasmessi da alcuni
media occidentali. Il rapporto, per certi versi sembra essersi
invertito e anche negli Stati Uniti, nel frattempo, alcune cose sono
cambiate: il più seguito canale di news è Fox che
ha scalzato la CNN dal primo posto. Al Jazeera in più
occasioni si è dimostrata una voce fuori dal coro dei media
occidentali (e statunitensi in particolare) dando voce anche alle
posizioni dei terroristi (la dove l'amministrazione Bush aveva
esplicitamente richiesto ai network americani di non trasmettere tali
filmati) e portando sullo schermo gli orrori della guerra con corpi
di civili e militari ben presenti nei reportage a testimonianza delle
conseguenze del conflitto (dove invece al pubblico americano veniva
presentato un reportage edulcorato) (Cfr. Altheide, Grimes 2005).
Al
Jazeera ha rappresentato forse una delle sfide più serie al
quarto punto del programma (Cfr. Calabrese 2005, p. 163) e la
risposta del governo Bush è stata tutt'altro che transigente.
Nel novembre 2001 un aereo americano sgancia due bombe sull'ufficio
di Al Jazeera in Kabul. Fortunatamente non si registrerà
nessuna vittima e fonti ufficiali americane affermeranno di disporre
di prove secondo le quali gli uffici sarebbero stati utilizzati da al
Qaeda e di ignorare che il sito fosse utilizzato da Al Jazeera.
Memore dell'accaduto, Al Jazeera informerà più volte i
vertici militari americani sull'esatta locazione dei loro uffici in
Baghdad. Nel aprile del 2003 tuttavia un missile americano colpisce
gli uffici dell'emittente araba uccidendo un giornalista giordano di
34 anni (Calabrese 2005, p. 162). Lo stesso giorno le truppe USA
aprono il fuoco sul Palestine Hotel dove risiedevano gran parte dei
giornalisti non embedded della stampa internazionale con un bilancio
di due morti (Kumar 2006, p. 64). Nel novembre 2005 il The Daily
Mirror [www.mirror.co.uk]
pubblica un articolo in cui si sostenevano le intenzione del governo
americano di bombardare la sede centrale di Al Jazeera in Quatar
(intenzioni ovviamente smentite dalla Casa Bianca). Stando ad una
fonte anonima, il piano sarebbe stato frustrato dalle obiezioni di
Blair.
I soft media
I risultati e le tesi di Matthew Baum nel suo
Sex, Lies, and War: How Soft News Brings Foreign Policy to the
Inattentive Public (Sesso, Bugie e Guerra: Come le Soft News Portano
la Politica Internazionale ad un Pubblico Disimpegnato) costituiscono
un importante approccio per capire quali fattori abbiano contribuito
alla propaganda e alla formazione del consenso attorno alle linee
dell'amministrazione Bush.
Soft News è un
termine definito in relazione al panorama statunitense delle news (in
prevalenza televisive). In Italia forse il telegiornale che assume un
taglio da soft news più marcato potrebbe essere Studio Aperto
di Italia 1. Con soft news si intende tutto un insieme di news che
vanno dal gossip ai delitti di cronaca (vedi caso Cogne per la realtà
italiana), scandali, disastri naturali e storie umane drammatiche e/o
particolarmente toccanti. Il panorama italiano potrebbe includere
anche i vari servizi su cosa mangeranno gli italiani per il pranzo di
Natale o il cenone di capodanno, dove andranno in vacanza per
ferragosto e quanto sarà calda l'estate entrante (evitando
possibilmente ogni riferimento al global warming).
Negli Stati Uniti, a
partire dagli anni '80, prima con l'affermarsi della TV via cavo e
successivamente la tecnologia satellitare e Internet si è
arrivati ad un crescente livello di competitività con la
conseguente esigenza da parte dei grossi network (soprattutto
televisivi) di massimizzare i profitti sia aumentando l'audience, sia
diminuendo i costi di realizzazione. In questo quadro le soft news si
sono affermate essenzialmente perché la loro produzione e
realizzazione è sensibilmente più economica di prodotti che richiedono inchieste giornalistiche o
professionisti qualificati e al tempo stesso riscuote il gradimento
di spettatori che altrimenti vi avrebbero preferito un talk show. I
network commerciali preferiscono così selezionare news che
possano in qualche modo sposarsi con il punto di vista dei loro
spettatori e che vadano incontro alle loro aspettative (Altheide,
Grimes 2005, p. 628-629). La percentuale di soft news è
gradualmente aumentata dagli anni '80 ma sono anche aumentate le
trasmissioni che offrono tale tipo di informazione (Cfr. Baum 2002,
p. 94 e Altheide, Grimes 2005, p. 620). In una ricerca sui trends dei
network dell'informazione tra il 1977 e il 1997 le hard news hanno
avuto un declino passando da una percentuale complessiva del 67.3% al
41.3% a cui corrisponde un massiccio incremento della presenza di
soft news passate da un 13.5% a un 25% (Altheide, Grimes 2005, p.
621). Divario che si è ulteriormente accentuato negli ultimi
anni. Non è solo l'argomento trattato che decide se una
notizia è soft o meno ma anche il taglio di un servizio:
argomenti importanti che si prestano ad un'analisi critica possono
essere trattati con un taglio "soft": il salvataggio del
soldato Jessica Lynch in seno al più ampio e complesso
conflitto iracheno ne può essere un esempio. La vicenda
di Jessica Lynch, catturata dalle truppe irachene, è
stata confezionata dai media americani come una classica soft news.
Una sorta di storia nella storia, presentata facendo leva
sull'emotività e con tanto di lieto fine è risultata di
facile appeal anche per chi non segue normalmente vicende di politica
internazionale né forse ha un'idea chiara dell'esatta
collocazione geografica dell'Iraq. Otto giorni dopo la cattura
vari media americani trasmisero il filmato della sua "liberazione":
le truppe statunitensi entrano nell'ospedale come se fossero sotto il
fuoco della controparte irachena, si muovono con circospezione,
seminano il panico e strappano Jessica dalle grinfie del nemico a
sprezzo del pericolo. I dottori presenti nell'ospedale,
successivamente intervistati da alcuni media, forniranno una versione
completamente differente dichiarando che:
Anche se la
guerra in Iraq in sé non è un argomento da soft news,
può comunque essere confezionata come tale ritagliando certi
particolari avvenimenti dal contesto: i
"soft news media are in the business of packaging human drama as
entertainement" (Baum 2002, p. 91). La pratica di confezionare
un pezzo di informazione come intrattenimento riduce il costo
cognitivo per lo spettatore. Anche soggetti che normalmente non
seguono le news potrebbero essere interessati a un tale tipo di
informazione-intrattenimento che richiede un basso livello di
attenzione. Anche l'intervento americano in Bosnia (soggetto di per
sé più da hard news che da soft news) è stato
affrontato in due maniere differenti. I media che hanno prediletto un
approccio più hard hanno dato spazio a una serie di questioni
dal peso dell'appartenenza etnica nel conflitto al ruolo della NATO
ad aspetti di strategia militare. Contrariamente i media che
adottarono l'approccio soft, si concentrarono quasi esclusivamente
sulla storia del pilota Scott O'Grady e di come sopravvisse per
cinque giorni dietro le linee nemiche cibandosi solo di insetti e
erba (Baum 2002 p.94).
Baum individua e argomenta quattro tesi
principali. Cito e traduco direttamente dall'articolo le prime due
(p. 96):
1.le persone guardano le soft news come intrattenimento non per essere informate su politica o affari internazionali.
2.le persone che non sono interessate in politica o affari internazionali ma consumano soft news sono più attente alle crisi internazionali (o simili argomenti) della controparte che similmente non è interessata a simili questioni ma non consuma soft news.
La visione del pubblico americano sulle faccende e le crisi di
politica internazionale è essenzialmente quella presentata dai
newscasts serali di ABC, NBC, CBS, CNN, Fox e via dicendo (Altheide,
Grimes 2005, p. 619). Le soft news espongono (per il target a cui si
rivolgono) soggetti ad argomenti a cui probabilmente non si sarebbero
mai interessati se non fossero stati confezionati alla stregua di
intrattenimento e conseguentemente spingono questi soggetti al
formarsi di un opinione su tali questioni. Nel caso specifico del
conflitto iracheno, per la loro stessa natura, le soft news
costituiscono una breccia per la propaganda dell'amministrazione
americana e prestano il fianco a tutti gli argomenti della retorica
che abbiamo passato in rassegna. Il basso costo di realizzazione
spinge tali format ad usufruire dell'informazione preconfezionata
messa a disposizione dal governo (senza passarle al vaglio di
inchieste e verifiche più o meno impegnative) e al tempo
stesso le dicotomie e gli altri strumenti della retorica di facile
digeribilità si sposano con il target ti tale tipo di news più
interessato ad una forma di intrattenimento che ad una vera e propria
informazione. In conclusione le soft news si sono rivelate uno
strumento per propagare la linea ufficiale dell'amministrazione Bush
senza frapporre nessun filtro critico all'informazione veicolata e
raggiungendo segmenti di potenziale consenso che altrimenti sarebbero
rimasti contrassegnati da una certa indifferenza verso il conflitto.
Non a caso la contrapposizione "noi vs. loro"
(ampiamente utilizzata nei discorsi ufficiali) è al tempo
stesso uno dei temi preferiti dai soft news media. La dove un
informazione hard avrebbe forse concesso uno spazio ad un
approfondimento storiografico e al problema mediorientale,
le soft news hanno funzionato, più o meno
inconsapevolmente, come cassa risonanza per la propaganda ufficiale.
La tirannide della maggioranza
Dan Guthrie, un colonnista del Oregon
Daily Courier [www.thefirstpost.co.uk] e Tom
Gutting del Texas City Sun furono licenziati per aver criticato la
reazione di Bush all'attacco dell'undici settembre (Ryan 2006,
p. 14). Nel 2002 è la volta di Tim McCarthy, licenziato dal
settimanale The Courier, verosimilmente per le sue posizioni
fortemente critiche nei confronti della politica irachena
dell'amministrazione Bush.
In alcuni casi la decisione di licenziare
le voci fuori dal coro non è partita come iniziativa dalla
testata giornalistica o del network televisivo ma è stata il
risultato di pressioni provenienti dall'alto, da pressioni da parte
degli sponsor che hanno minacciato di ritirare le loro inserzioni
pubblicitarie (per la possibile impopolarità in cui sarebbe
incorsa la testata o il programma)(Cfr. Calabrese 2005, p.171) o per
proteste da parte degli stessi lettori-spettatori. Peter Arnett [news.bbc.co.uk], per
esempio,
(premio Pulitzer 1966 per i suoi reportage dal Vietnam) fu
inizialmente difeso dalla NBC ma questo non gli evitò il
licenziamento. Arnett era in Iraq come reporter per la NBC e per il
National Geographic [news.nationalgeographic.com]
e fu licenziato da entrambi in seguito ad alcune sue dichiarazioni
rilasciate in un'intervista alla TV irachena in cui esprimeva forti
perplessità sulle aspettative USA di aver ragione della
resistenza. Il National Geographic, in particolare, ammise senza
problemi che la causa del licenziamento era da attribuirsi alle
opinioni espresse da Arnett (Cfr. Kumar 2006). Lo show di Phil
Donahue [www.fair.org] per MSNBC fu
cancellato ufficialmente per bassi ascolti anche se nell'ultimo mese
aveva registrato ottime performance che lo avevano portato ad essere
il più seguito show per MSNBC. Nel suo show Phil Donahue
presentava spesso pacifisti o ospiti critici o scettici verso le
motivazioni ufficiali della Casa Bianca (Kumar 2005, p. 60). Robert
Scheer [www.fair.org], giornalista del Los Angeles Times fu licenziato l'undici
novembre 2005, dopo trent'anni di lavoro per la testata e tredici
spesi come uno dei suoi migliori articolisti. FAIR (Fairness and
Accurancy in Reporting) avvalla le accuse del giornalista che imputa
il licenziamento a pressioni provenienti da ambienti conservativi e
motivate dalle sue aspre critiche verso la Casa Bianca e la guerra in
Iraq.
Singoli episodi senza
pretese di completezza che probabilmente costituiscono la punta
dell'iceberg a cui corrisponde la parte sommersa di tutti quei
giornalisti che hanno preferito tacere per non rischiare sanzioni. Il clima
generale in cui i giornalisti statunitensi si sono trovati ad operare
dopo l'undici settembre, viene perfettamente restituito nelle parole
di Dan Rather, anchorman della CBS:
Le parole di Rather ricordano gli ammonimenti di
Tocqueville sulla possibilità di una "tirannide della
maggioranza", pericolo insito in ogni democrazia:
Negli Stati Uniti il pericolo di una "tirannide
della maggioranza" sembra essersi concretizzato immediatamente
dopo gli attacchi dell'undici settembre. Una volontà politica
preesistente ha trovato un prolungamento nei mass media. In alcuni
casi questa alleanza è stata esplicita e cosciente (Fox News)
arrivando ad omettere fonti contrarie alla versione ufficiale,
presentando prove facilmente riconoscibili come false e ridicolizzando in alcuni casi le voci pacifiste
o contrarie all'intervento armato che pur hanno caratterizzato la
società americana. In altri casi l'alleanza è stata il
risultato, almeno in parte, di un clima generale teso a stigmatizzare
come anti patriottiche le voci fuori dal coro.
Conclusioni
L'effetto
"rally 'round the flag" (stringersi attorno alla bandiera)
sarebbe stato inspiegabile senza quanto successo l'undici settembre:
gli attacchi terroristici, in tutta la loro simbolicità, si
prestavano ad essere percepiti come una nuova Pearl Harbor.
L'amministrazione Bush ha cavalcato l'inevitabile coesione
dell'opinione pubblica di fronte alla scioccante percezione di un
nuovo nemico esterno, alimentando e sovrastimando l'idea di una nuova
minaccia per il popolo americano nell'era post Guerra Fredda.
Il successo dell'amministrazione Bush è però consistito nel presentare l'intervento
in Iraq come una estensione della risposta americana alla proclamata
"guerra al terrorismo" basandola su premesse infondate. A
questo successo politico fa da contrappeso un fallimento mediatico: i
media americani hanno in gran parte fallito nei loro ruolo di
guardiani della democrazia limitandosi a presentare acriticamente le
tesi ufficiali dell'amministrazione nel loro doppio ruolo di vittime
e artefici dell'effetto rally 'round the flag. I fattori e le
variabili che hanno contribuito a questo risultato sono stati
molteplici (in parte esaminati nelle precedenti sezioni), senza voler
semplificare un quadro così composito va però notato
come anche un sistema democratico come gli Stati Uniti con un sistema mediatico pluralistico non sia stato in grado di impedire ad una compagine di governo di presentare la sua linea come l'unica linea marginalizzando e minimizzando il dissenso. Il caso Fox News [en.wikipedia.org] è stato indicato come l'esempio più evidente di convergenza tra i media e gli interessi politici dell'amministrazione ma mette in luce anche una più generale vulnerabilità delle grosse media corporations. Da un lato, interessi economici tesi alla massimizzazione del profitto non sembrano essersi sposati in questo caso ad un'etica dell'informazione portando i grossi media commerciali a presentare le news in modo che potessero raccogliere i favori del pubblico e un taglio soft e narrativo ha sovente prevalso a discapito di approfondimenti e inchieste (Cfr. Altheide,and Grimes, 2005 p. 628-629). Dall'altro lato i grossi gruppi si sono dimostrati più sensibili al "richiamo del potere" la dove esistevano convergenze tra i loro interessi economici e interessi politici dell'amministrazione (Cfr. Kumar, 2006 p.51). Di fronte al fallimento dei media "tradizionali", chi ha resistito all'effetto centripeto della "tirannide della maggioranza" dopo gli attacchi terroristici dell'undici settembre e stata Internet (Cfr. Kellner 2004 p.59). La struttura decentralizzata di quest'ultima si è rivelata più resistente permettendo di accedere direttamente alle informazioni e alle fonti ponendosi come il miglior mezzo d'informazione anche se solo per un pubblico più attento e attivo.
Bibliografia:
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Lorenzo Ansaloni
Fonte: http://asfalto_bagnato.blog.tiscali.it/
Link: http://asfalto_bagnato.blog.tiscali.it/gm3289987/
05.06.2007