Di Niccolò Alfieri, artverkaro.altervista.org
Il 15 marzo 1945 non è la prima volta che Pierre Drieu La Rochelle pensa al suicidio, e non è la prima volta che cerca di metterlo in atto. È da tanti anni che la morte silenziosamente lo tenta nella sua solitudine.
Chiude gli occhi. Colette. Non è mai finita. È l’unica che ha amato? O forse è l’unica che non ha amato, che non è stata consumata nella morsa del suo amore gelido e irruente? E lei? Forse neanche lei lo ama.
Ma Colette gli ha dato un figlio, ha avuto il terribile onere di prolificare il suo sangue, di far rinascere la vita da lui che invece bramava la morte.
Se Colette lo protegge è solo per via di questo figlio? È così inquietante, per Drieu, essere parte di qualcosa, appartenervi, riconoscervici. Il suo egoismo, così divino e così profondamente umano, vuole la chiusura e la radicalità.
Egoismo e amore – due forme dello stesso primitivo attaccamento alla vita, di un’energia irrazionale che lo divora fino all’autodistruzione. Il suo amor vitae combacia anche col suo amor mortis, come il ribellarsi di una vitalità e di una sensibilità incapace di manifestarsi in un’esistenza contingente e mediocre.
È una brutta malattia quella di cui Drieu soffre: un’estrema sensibilità intellettuale ed emotiva che gli impedisce di aderire pienamente alla vita, e, al contrario, lo porta a svuotarla, e infine a disprezzarla e rifiutarla. È il simbolo della condizione dell’uomo moderno che, prigioniero dell’introspezione e dell’intellettualismo, si scopre privo di ogni possibilità di radicamento, separato irresolubilmente dalla vita. Questa vera e propria incompatibilità ontologica con l’ordine pratico dell’essere si scontra con la tensione di Drieu a una forma d’esistenza superiore, alla sua sete di cosmos, ordine, bellezza, sedi dove poter canalizzare la propria «volontà di potenza»: la politica, il sesso e l’arte sono il medesimo tentativo di elevarsi, entrare nella vita, scatenare all’esterno un primordiale istinto di grandezza che sennò, interiorizzato e compresso nella quotidianità borghese, muterebbe in un atavico bisogno di distruzione auto-diretta.
Infatti, davanti all’impossibilità di inscrivere la propria necessità di assoluto in una realtà che respinge ogni altezza, uno come Drieu non può fare altro che rivoltare le armi contro sé stesso, annichilendosi, accelerando la propria caducità, come abbracciando la mostruosità della decadenza.
«Perfetta clausura dell’egoismo, impermeabilità totale della gioia più introversa. Talvolta passavo da lei, non per godere delle sue forme e far l’amore con una Venere di Milo senza braccia che trattengano, ma per contemplare quell’impeccabile mostruosità. Mi dicevo: ecco il fondo di Parigi, il fondo della mia vita».1
Le idee, la Francia, le donne, l’arte — tutti gli oggetti della passione vitale di Drieu finiscono sempre per corrompersi, smarrire sostanza e direzione, trasformarsi in contenitori vuoti, fino a perdere autenticità. In questo svuotamento la vita si avvia verso un esaurimento inevitabile, una disgregazione che porta a un lento spegnimento, oppure, invece, alla cancellazione di sé stessi.
Pierre si chiede se, in fin dei conti, ha davvero amato. «Non sono mai riuscito a fare entrare una donna nella mia vita, né a entrare nella vita di una donna. Mi domando pure se sono stato amato».2 Niente turba la sua solitudine siderale, ogni tentativo di evaderla si risolve, invece, nella sua fortificazione.
Ogni qualvolta che questo fragile e narcisistico dandy ha avuto l’occasione di uscire dal proprio isolamento, ha fatto invece in modo di chiudersi più ferocemente di prima, di alimentare il proprio egoismo, di espugnare ogni forma di connessione con la vita al di fuori dell’Io.
Jeanne. Tutto il centro autobiografico di Journal d’un délicat si sviluppa sulla riflessione che Drieu fa partendo dalla natura dei suoi sentimenti per la donna, dei suoi sentimenti contradditori, ambigui, freddi: Jeanne è la vita ma è anche la negazione della vita, è l’assoluto e il quotidiano. Il suo corpo è paragonato al Partenone, che per Drieu ha un alto valore simbolico come capolavoro delle civiltà ariane, luogo del sacro e del divino, sito della perfezione: ma la fecondità mette a repentaglio l’integrità di questo corpo, è la vita stessa a diventare nemica della bellezza, con la sua promessa di declino fisico.
«La vita era davanti a me e rifiutavo la vita. Perché sapevo che la mia decisione era immutabile. […] C’era in me un terribile rifiuto della vita, dell’amore. Ammiravo Jeanne e non amavo Jeanne. Vedevo la sua bellezza e vedevo i difetti della sua bellezza; vedevo il suo carattere leale e i nodi entro cui si strozzava questa lealtà»3
Jeanne non solo può e vuole avere un figlio, ma è incinta — questo è il dramma umano. E per Drieu – l’abbiamo già chiarito – un figlio è un terrificante paradosso, è il «suicidio comune» dei genitori, è l’invito ad entrare in un ritmo borghese e normale di esistenza.
Un figlio non vuole dire solo accettare la vita, ma accettare la decadenza nella vita, la mediocrità.
La sua resistenza diventa decisa, impassibile, crudele: Jeanne abortisce. Pierre subisce con compiacimento, da buon autolesionista, l’onta dell’egoismo.
Jeanne è abbandonata e rifiutata. E Drieu è solo.
Anni dopo verrà a sapere che, a causa dell’operazione, Jeanne è diventata sterile, che non potrà mai avere figli, e che il marito di lei, soldato nella seconda guerra mondiale, deve stare al fronte rischiando la pelle sapendo che non potrà mai avere un’erede.
Quello di Drieu non è il racconto di un uomo divorato dalla colpa: tutta la faccenda è vista da fuori, col solito distacco emotivo dello scrittore, che guarda alle sue vicissitudini con una specie di ghigno beffardo, di gusto perverso, con la stessa introversione che è cagione della sua distanza dalle cose e dalla vita.
Negli ultimi anni, Drieu assiste al crollo della civiltà, e quindi de facto alla propria sconfitta politica: il materialismo s’impone sul mondo con fuoco e sangue, l’Europa agognata da La Rochelle – la restaurazione di un’ordine assoluto e superiore – si corrompe e lascia spazio a un mucchio di macerie su cui verrà edificato una volta per tutte il miserabile regno della civiltà plebea, il regno della democrazia. È la catastrofe del 1945.
Il mondo moderno condanna a morte l’«inattuale» Drieu, che è costretto a fuggire, messo di fronte sia al fallimento della sua missione politica che al fallimento della sua esistenza.
«La decadenza invade il Mondo soltanto le ignobili verità sono credute, cresce delle automobili il numero e l’insulsa velocità frantuma le anime. Si costruiscono grandi edifici, ma crollano le grandi cause».4
È disonorevole vivere in un mondo materialistico, brutale, degradante, nichilistico. Ma com’è ridicola e volgare la vita, come s’infrange miseramente. E allora perché reggere questo peso devastante?
«Il suicidio è la risorsa degli uomini la cui molla è stata corrosa dalla ruggine, la ruggine del quotidiano. Sono nati per l’azione, ma l’hanno ritardata; allora, l’azione si ritorce nuovamente su di loro come un boomerang. Il suicidio è un atto, l’atto di coloro che non ne hanno potuto compiere altri».5
Nell’agosto del 1944 Pierre prova a suicidarsi in due occasioni, ma fallisce, sopravvivendo a sé stesso. Se a lungo ha cercato – seppur autosabotandosi – di attaccarsi alla vita, porre le sue radici in essa per unirvisi definitivamente, e così salvarsi dal suo destino, ora lotta per abbandonarsi e morire.
È la sua ex moglie e madre del suo unico figlio, Colette Jeramec, che lo ospita nei suoi ultimi giorni.
Viene emesso un mandato di cattura contro di lui dal governo De Gaulle. È l’ora drammatica. Il 15 marzo 1945 Pierre Drieu La Rochelle stacca il tubo del gas e ingerisce una dose letale di barbiturici. Verrà trovato il giorno successivo dalla cameriera.
La morte ha trionfato. Il suicidio di Drieu è il mantenimento di una promessa fatta in gioventù, la promessa di non lasciarsi corrompere dalla mediocrità borghese, ed è la sua sconfitta di fronte all’incapacità di accettare pienamente la vita. Ma il suicida «ama la vita; se la toglie è perché quella vita cui intende rinunciare non lo soddisfa più in quanto vita ed è, per lui, autenticazione di morte»6 e il suicidio medesimo non è che è l’atto in cui ci si fonde con la potenza stessa della vita, in cui si giunge a coincidere pienamente con essa, svanendo nel suo stesso ritmo, aderendo «finalmente, alle cose».
Di Niccolò Alfieri, artverkaro.altervista.org
NOTE
1 Diario di un delicato, Pierre Drieu La Rochelle
2 Ibidem
3 Ibidem
4 Yukio Mishima
5 Fuoco fatuo, Pierre Drieu La Rochelle
6 Colloquio con Evola, Benito Mussolini
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Fonte: https://artverkaro.altervista.org/gas-e-barbiturici-contro-il-mondo-moderno/
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