Fabbrica dormitorio sequestrata: la politica dei “Brand” produce sfruttamento

Fabbrica dormitorio sequestrata: la politica dei “Brand” produce sfruttamento

Di Davide Amerio per comedonchischiotte.org

Una fabbrica dormitorio sequestrata a Samarate, in provincia di Varese. Lavoratori cinesi albergati dentro un capannone producevano capi di abbigliamento per note marche del settore (1).

Il copione non è certo originale. La Guardia di Finanza intercetta, grazie a controlli incrociati, una azienda operativa da circa tre mesi, che opera nel settore della produzione di capi d’abbigliamento per note griffe di alta moda.

Totale spregio delle norme igienico-sanitarie, di quelle in materia di prevenzione incendi, con relativo sfruttamento della manodopera illecita e clandestina: caporalato in piena regola. Identificati i cittadini cinesi presenti nel capannone e nel dormitorio, alcuni lavoratori “in nero”, e altri minorenni. Accertata l’assenza di qualsiasi autorizzazione necessaria per lo svolgimento dell’attività; totale assenza di qualsivoglia titolo abitativo. Struttura fatiscente posta sotto sequestro per abuso edilizio.

Pensare che situazioni come questa siano rare eccezioni è assolutamente sbagliato. A parte le eventuali responsabilità dei governi locali, bisogna inquadrare questi fenomeni nella tipologia di modello economico che non ci stancheremo mai di denunciare.

Anni or sono ebbi modo di parlare con un giovane imprenditore che aveva ereditato l’azienda del padre, proprio nel settore dell’abbigliamento, e lavorava per le grandi firme. Mi spiegò il mutamento progressivo del lavoro (anni ‘90) rispetto ai tempi in cui lavorava suo padre: oggi – mi spiegò-, produco con la mia azienda una gonna “firmata” che mi viene pagata 40 euro, mentre la stessa viene venduta nei negozi della catena commerciale a 400. In quei 40 euro – aggiunse-, ci devo fare stare tutto: costo della stoffa, ammortamento dei macchinari, stipendi, locazione dei locali, tasse varie.

Morale: tenne duro finché poté, e alla fine chiuse l’azienda licenziando la mano d’opera, in quanto con le “firme” non c’era alcun margine di trattativa.

Quante di queste storie si sono ripetute nel nostro paese? Quanti hanno ceduto e portato l’azienda all’estero per usufruire di mano d’opera a minor costo?

La notizia dell’azienda di Samarate ci illustra il nuovo confine cui è giunto lo sfruttamento delle “firme” che “producono” capi di abbigliamento costosissimi: ovvero utilizzo imprese che non si scomodano più a traslocare l’azienda, ma importano direttamente la mano d’opera da sfruttare. Stiamo parlando di quelle firme che sovente si lamentano per le produzioni “taroccate” che, a loro dire, comprometterebbero la possibilità di creare ulteriori posti di lavoro.

Possiamo allora fare alcune veloci considerazioni.

Ogni Brand ha certamente il sacrosanto diritto di veder riconosciuto, economicamente, il valore della proprio lavoro e talento. Ma quanto vale realmente la sua creazione? Come è quantificabile? Il consumatore è certamente libero di pagare quanto ritiene opportuno, per possedere un capo “firmato”: nessuno gli punta una pistola alla testa per costringerlo ad acquistare una gonna, nell’esempio, a 400 euro.

Ma questo significa che tra il valore del prodotto finito, e quello della sua commercializzazione, c’è un fattore moltiplicativo di 10. Inoltre, la “firma” pubblicizza il suo prodotto, rendendolo “desiderabile” (nel nostro caso per tutte le donne), e attribuendogli (come fa questo tipo di pubblicità) una connotazione di “status” sociale cui ambire. Sappiamo inoltre che, non di rado, il prodotto porta una firma di prestigio, mentre l'idea originale è di qualche giovane stagista pagato magari una miseria.

Avremo quindi una richiesta (desiderio), del prodotto, duplice: quella da parte di coloro che si possono permettere di spendere 400 euro per una gonna, e quella di quanti la desidererebbero ma non se la possono permettere a quel prezzo.

Il fattore di moltiplicazione tra valore di produzione e quello di commercio crea quindi un ampio margine per soddisfare la domanda di quanti non possono spendere i 400 euro. A domanda potenziale, non ci si può stupire del subentro di una “offerta” (taroccata o illegale) indirizzata a soddisfarla. È il mercato bellezza!

Prima di lagnarsi della contraffazione, bisognerebbe valutare le “conseguenze” di certe scelte commerciali; ma, in genere, i “liberal” amano il consumatore se ubbidisce alla legge del loro profitto: se si comporta diversamente – compiendo una scelta di convenienza personale-, allora gridano allo scandalo.

Nello stesso ambito di ipocrisia, potremmo far ricadere i numerosi casi in cui certi imprenditori hanno chiuso aziende prospere in Italia, per trasferire all’estero la produzione: guarda caso dove la mano d’opera ha costi inferiori, o ci si trova in una condizione di tassazione più favorevole (e qui non apriamo ora il capitolo dei numerosi “paradisi fiscali” in ambito della Unione Europea).

Possiamo però ragionare su una differenza di non poco conto che, in genere, sfugge: quella tra Liberismo e Neo-Liberismo. Esemplifichiamo la questione facendo riferimento all’economista Nino Galloni il quale, in un suo saggio, dà conto della differenza.

Nel Liberismo il “Capitalista” si attende un profitto che va da zero a una determinata cifra. Cioè è consapevole – e accetta-, che la sua azienda, sana e funzionale, a causa di circostanze economiche esterne, può produrre, in un determinato anno, pochi profitti, oppure nessun profitto. Rappresenta il caso in cui tutti i “fornitori” sono stati regolarmente pagati (compresi i dipendenti), assolti i doveri di imposizione fiscale, ma, a fine anno, il Capitalista non ha guadagnato profitti.

Nel Neo Liberismo il Capitalista può fare una scelta a priori, in base a quale profitto vuole raggiungere con l’investimento del suo capitale: può scegliere se investire nella economia “reale”, producendo beni o servizi, oppure nell’economia “finanziaria”, la quale può garantirgli lo stesso rendimento, oppure superiore (ma anche perdite, ovviamente).

Ecco come l’economia finanziaria si trasforma da “supporto” all’economia reale, in “alternativa” e in “competizione” alla stessa. Ne consegue un minor numero di investimenti in ambito produttivo, maggiore “gioco d’azzardo” a livello dell’economia nel suo complesso, e la chiusura (o il trasferimento) di aziende “sane”, ma che non garantiscono il livello di profitto desiderato dal Capitalista (o dagli azionisti).

Nella selva Neo Liberista c’è ovviamente spazio per “imprenditori” privi di scrupoli, e i casi di caporalato, come quelli degli innumerevoli incidenti sul lavoro che costano la vita a troppe persone, non si contano più. Gli appelli (anche quelli del Presidente Mattarella), per maggiori controlli, suonano piuttosto ipocriti: i controlli comportano la necessità di risorse economiche da spendere, in personale, e in strutture. Ma questo risulta impossibile all’interno di una Unione Europea che fa dell’austerità un mantra, e del vincolo di bilancio una fede cui genuflettersi.

L’esempio dell’azienda di Samarate è solamente la “punta dell’iceberg” di una economia farlocca, priva di scrupoli, e non più a misura delle persone.

Di Davide Amerio per comedonchisciotte.org

05.11.2024

NOTE

(1) = https://www.ansa.it/lombardia/notizie/2024/11/04/immigrati-cucivano-vestiti-per-alta-moda-a-8-euro-lora-in-nero_afbf30bb-0642-43ee-a92a-6174e299125e.html

Commenti (19)

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Mostra commenti 19 caricati
    1. Phantom 6 novembre 2024

      Aveva ragione Vanna Marchi,i coglioni vanno fregati.La finanza dovrebbe perseguire i grossi marchi della moda e non le fabbriche dove producono i capi di abbigliamento,altrimenti non cambierà mai nulla.Ma è sempre meglio condannare qualche piccolo imprenditore,che i collusi con il sistema.

    2. ric 6 novembre 2024

      non e' possibile....tutto orchestrato a dovere per far pagare solo al popolino tutti gli oneri...

    1. BrunoWald 5 novembre 2024

      Il padrone della fabbrica in questione è di fatto un delinquente, responsabile di diversi reati. Sarà perseguito dalla giustizia come i portuali di Trieste, rei di essersi seduti per terra all'ingresso del Molo VII?

      È lecito dubitarne, perché le logiche criminali sono ormai intrinseche ad ogni ambito del sistema, le organizzazioni criminali essendone solo un caso particolare. A ben vedere, viviamo in una società che non ha autorità morale per giudicare i mafiosi "veri e propri": le differenze sono alquanto sfumate, più che altro una questione di ipocrisia.

      Immagino infatti che il nostro "imprenditore" consideri del tutto naturale agire come un delinquente, al pari di tanti altri operatori economici: non solo perché "così fan tutti" (quelli che agiscono in nome del profitto), ma perché tale mentalità è ampiamente condivisa a livello sociale. Tanto è vero che il pubblico continua a premiare queste logiche.

    2. maghi 6 novembre 2024

      normalmente accetta di essere condannato con la condizionale, poi l'attività continua allo stesso modo con un imprenditore diverso. Le mafie hanno un bel carnet dove scegliere i loro affiliati. In fondo loro non sono nemici dello stato mafioso, i portuali di Trieste sì. Personalmente sono un anti conformista da sempre. A 16 anni indossavo i jeans, che allora erano vestiti solo dagli operai, quando lavoravano in fabbrica, ma di anti conformisti non ne ho mai conosciuti tanti, quindi tutti ad acquistare le griffe e zitti.
      D'altra parte l'unico modo di far crollare il capitalismo sarebbe rifiutare le trappole, ma queste sono strutturate sull'indole umana, che è poco più di quella degli animali, come il pavone. Battaglia persa ante litteram.

    3. Cleon XIII 6 novembre 2024

      Non spetta al pubblico sanzionare i delinquenti, spetta allo Stato, quindi lo Stato deve poter spendere per avere strumenti efficienti per contrastare i criminali. Il neoliberismo teorizza uno Stato che non può spendere agitando lo spauracchio dell’inflazione e, contemporaneamente, promuove l’importazione illegale di manodopera. Pensate che il consumatore sensibilizzato che smette di comprare i brand possa impressionare i delinquenti? Non è altro che un corollario del solito mito del Mercato che si autoregola. Se le grandi firme pagassero 80 anziché 40, che farebbe il padroncino? Se li metterebbe in tasca e continuerebbe a sfruttare i lavoratori. Ci vogliono manette, non premi in denaro. Certi appelli al boicottaggio servono soltanto a ripulire le coscienze

    1. Loire 5 novembre 2024

      La tua idea è fare chiudere uno degli ultimi settori dell'economia reale che funziona con migliaia di posti di lavoro qualificati e pagamento di tasse in italia dei cosiddetti brand? Se ti informassi sapresti che chi sfrutta il lavoro e ha lo scarto stratosferico fra costo iniziale e finale sono i marchi a basso costo delle grandi catene che vendono una giacca a 30 euro e le calze a 3 euro..Ma chi scrive sti articoli....Tu che ti vesti da Zara non capisci perchè molti sono disposti a pagare molto una cosa quando si potrebbe indossare anche uno straccetto per coprirsi. Per fortuna gli altri si, si chiama Made in Italy, mai sentito?

    2. BrunoWald 5 novembre 2024

      Sarà, ma l'articolo dice che questo "imprenditore" lavorava per note griffe d'alta moda. Non è che faccia molta differenza, in ogni caso.

      Te lo chiedo solo per curiosità: se non ho frainteso le tue parole, stai dicendo che chi è disposto a spendere migliaia di euro per capi e accessori firmati, anziché straccetti, lo farebbe per sensibilità sociale? Per scoraggiare lo sfruttamento e sostenere il Made in Italy?

    3. Loire 5 novembre 2024

      No, non l'ho scritto da nessuna parte ma di fatto è così. Il Made in Italy oramai lo sostengono gli stranieri. Agli italiani scarpe cinesi da 29 euro con l'amianto nelle suole, L'articolista parte da uno (o qualche caso isolato) per sparare a zero contro tutto il settore senza sapere di cosa sta parlando e fare la solita vecchia retorica imprenditori contro lavoratori, ricchi contro poveri.

    4. BrunoWald 6 novembre 2024

      Non direi. Infatti l'autore cita il caso di un piccolo imprenditore - categoria che è stata notoriamente la spina dorsale dell'economia italiana - costretto a chiudere dalle logiche di un sistema mafioso che è nemico di tutti, imprenditori e lavoratori, diciamo pure che è nemico degli italiani.

    5. ric 6 novembre 2024

      tutti questi marchi " firmati " devono essere sequestrati e di conseguenza sbattuti in Siberia i loro proprietari dal momento che hanno nulla a che vedere con l'economia reale del paese.

    6. Loire 6 novembre 2024

      L'articolista cita il fallimento del piccolo imprenditore dando la colpa alla "politica dei brand". Ignoranza crassa: la colpa del fallimento di piccoli e medi imprenditori è delle grandi catene che producono in Cina e paesi esteri a basso costo che fanno prodotti da due lire che si sono mangiati i prodotti di buona qualità italiana a prezzi medi. I brand di lusso (vestiti da 400 euro) non sono mai stati in competizione coi piccoli e medi imprenditori (sono target diversi). Essere "saggisti per caso" non giustifica scrivere boiate

    1. pieros 5 novembre 2024

      Sono 24 anni che Naomi klein ha pubblicato " no logo".non è cambiato nulla.lei,poi,in una intervista, si è lasciata scappare che comprava i jeans di armani e gli levava l'etichetta per non far vedere che anche lei cedeva alla moda del marchio.
      Perché anche i rivoluzionari anticapitalisti hanno il rolex vero nascosto sotto il polsino. Insomma,sepolcri imbiancati.

    1. Nonso 5 novembre 2024

      L'importante è apparire, soprattutto se sei alle porte dell'europa.

      Come quei giovani odierni che indossano 1000 euro di smartphone e ne hanno in tasca 10, ma la colpa è dei genitori.

    2. ric 6 novembre 2024

      la colpa e' esclusivamente dei governi.

    3. uomospeciale 6 novembre 2024

      Del governo?
      Davvero?🤔
      io se avessi un figlio imbecille dopo aver fatto un buon test di paternità:
      ( Perché non si sa mai, magari è figlio del postino, del personal trainer, o dell'ex fidanzato di mia moglie )

      Se poi il figlio è veramente mio ed è imbecille lo stesso, allora la colpa è proprio mia, non del governo o di altri.

    1. Ummon 5 novembre 2024

      Chi compra la gonna firmata da 400 euro, _cosa_ sta acquistando esattamente?
      Un indumento bello e di qualità, certo... ma potrebbe trovarli a un quarto del prezzo.
      E allora dove sta il valore particolare di quella gonna?

      Il brand è, stringi stringi, quell' etichetta che permette all'acquirente di dimostrare a tutti di poter spendere tanto .
      Cioè: perché siamo disposti a pagare tanto? Proprio per dimostrare a tutti gli altri che possiamo permetterci di spendere quei soldi.

      L'industria della moda, a tutti i livelli, dagli abiti da sera alle scarpe da tennis, sono uno dei modi che la nostra società si è data perché chiunque di noi vada in giro con un cartello ben visibile che informa tutti gli altri sul suo status sociale e quanto in alto siede nella catena alimentare.

    2. Cleon XIII 6 novembre 2024

      Se ai dipendenti viene corrisposto un giusto salario, se l'orario di lavoro è sostenibile e nella fabbrica sono applicate le misure di sicurezza imposte dalla legge, non ci vedo nessun problema. Nel mondo ci sono fior di fabbriche che producono borse da 20 euro che impiegano schiavi-bambini, quello è il problema, mica il logo.

    3. uomospeciale 6 novembre 2024

      L'industria della moda si regge su chi pur di apparire, è disposto a pagare a peso d'oro degli stracci prodotti da schiavi per pochi centesimi al chilo poi rivenduti ai fessi con margini di guadagno del 2000%.
      il cliente tipico di questo mercato, di questi cosidetti vestiti "alla moda" è uguale a chi è disposto a pagare 60-70 euro un pezzo di carne alto 4 dita, buttato sulla griglia alla brutta Eva per 3-4 minuti per lato e poi servito non marinato, non battuto, non speziato....Bruciato fuori e sanguinolento dentro* e dopo averlo fatto invece di sentirsi truffati, sono tutti felici e contenti.😄
      Di queste persone stiamo parlando, che cosa pretendi?

      *Piena di parassiti e di batteri resistenti agli antibiotici dentro e coperta di sostanze tossiche e cancerogene fuori, praticamente il modo peggiore in assoluto di mangiare la carne.
      Sarebbe molto più sana cuocendola dentro il reattore spento di Chernobyl.

    1. Don1952 5 novembre 2024

      Per ”fà i danee” è obbligatorio fare così ovvero come si è sempre fatto nelle PMI sin dal millennio scorso.

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