Di Lorenzo Maria Pacini per Strategic-culture.su
The Epstein Saga: quegli amici dei servizi segreti
Qualcuno deve fare il lavoro sporco
Una delle informazioni emerse dal materiale desecretato è all’apparenza marginale, ma pur sempre pittoresca: una maglietta del Mossad, uno dei servizi segreti di Israele. Subito la stampa ha cominciato ad attribuire al caro Jeffrey la patente di agente segreto, senza esplorare ulteriormente le ragioni di una maglietta nell’armadio. Nell’attesa dei prossimi documenti che verranno resi pubblici, ci occuperemo adesso di tracciare alcune linee interpretative a riguardo di quella equivoca t-shirt.
Cominciamo con una cornice storica. L’idea che Epstein fosse collegato al Mossad nasce già negli anni Duemila in ambienti investigativi e alternativi, ma si rafforza dopo il suo arresto del 2019 e, soprattutto, dopo la morte in carcere, quando l’opinione pubblica fatica a spiegare come abbia potuto operare per decenni quasi indisturbato. Commentatori e giornalisti notano che, storicamente, l’intelligence israeliana ha usato reti d’influenza economiche e politiche, creando un contesto in cui la figura di Epstein – ricco, con accesso a élite globali e coinvolto in pratiche di ricatto sessuale – appare plausibile come “asset”.
Verso la fine del 2025, diverse inchieste basate sull’analisi di documenti trapelati o resi pubblici di recente — tra cui materiali della House Oversight Committee e archivi di email — sono state riproposte e discusse come elementi indicativi di contatti ripetuti tra Epstein e ambienti israeliani, oltre a schemi di viaggio e flussi finanziari considerati atipici. La CNN ha riferito che i giornalisti hanno passato al setaccio oltre 23.000 pagine di documenti e migliaia di thread di posta elettronica nell’ambito di questo più ampio esame. Secondo commentatori e testate che hanno rilanciato tali materiali, da essi emergerebbero “collaborazioni estese con l’intelligence israeliana” o, quantomeno, interazioni frequenti con figure legate a contesti di intelligence.
Numerosi articoli richiamano legami personali e finanziari — incontri, comunicazioni e presunti riferimenti a trasferimenti di denaro — tra Epstein e figure israeliane di alto livello, in particolare l’ex primo ministro Ehud Barak, nonché voci presenti in agende ed email che, secondo gli investigatori, meritano attenzione. Common Dreams e alcune serie investigative hanno messo in evidenza modelli ricorrenti di interazione tra Epstein e Barak e hanno sostenuto che operatori o collaboratori israeliani avrebbero frequentato a lungo le proprietà di Epstein; tuttavia, l’origine esatta e l’interpretazione di tali documenti restano oggetto di contestazione.
I sostenitori dell’ipotesi di un legame con il Mossad descrivono Epstein come una risorsa reclutata o come un operatore di “honey-trap” incaricato di raccogliere materiale compromettente da utilizzare come leva. Questa narrazione, presente da tempo in vari articoli, è stata ulteriormente amplificata da commentatori e media di parte. Alcuni siti e opinionisti affermano esplicitamente un collegamento con il Mossad, sostenendo che la rete di relazioni di Epstein e la presunta presenza di operatori israeliani nelle sue residenze richiamerebbero pratiche tipiche dell’intelligence.
Esponenti israeliani di primo piano hanno respinto con decisione tali affermazioni. L’ex primo ministro Naftali Bennett — che ha dichiarato di avere avuto il Mossad alle sue dirette dipendenze durante il mandato — ha definito “categoricamente e totalmente falsa” l’idea che Epstein “lavorasse per Israele o per il Mossad”. Testate mainstream come Newsweek e Times of Israel hanno sottolineato la mancanza di prove conclusive che indichino Epstein come agente formale del Mossad e hanno messo in guardia contro letture complottiste, talvolta intrecciate a stereotipi antisemiti.
La risonanza del tema è stata disomogenea e spesso legata a orientamenti politici differenti: alcune testate investigative di area progressista hanno insistito sugli spunti d’indagine, mentre figure e commentatori conservatori hanno talvolta strumentalizzato l’accusa a fini politici. I critici avvertono che ciò favorisce cornici complottiste o narrative antisemite usate in modo opportunistico. Va inoltre rilevato che esponenti politici israeliani, tra cui Benjamin Netanyahu, hanno in alcune occasioni enfatizzato la copertura mediatica sui legami di Epstein con Israele per messaggi di politica interna, rendendo più complessa l’analisi delle motivazioni.
Ma non finisce tutto qui.
Fondi per tutti
Il 2 settembre 2025 la deputata Anna Paulina Luna ha scosso l’opinione pubblica con dichiarazioni esplosive, rilasciate dopo un incontro con alcune sopravvissute di Jeffrey Epstein durante una conferenza stampa al Congresso: «Dopo aver parlato oggi con le vittime di Epstein, è evidente che questa vicenda è molto più ampia di quanto si potesse immaginare: persone ricche e potenti devono finire in prigione. È possibile che Epstein fosse una risorsa di un servizio di intelligence straniero». Le sue parole, riprese in video, hanno innescato una tempesta mediatica: Epstein era soltanto un predatore o anche qualcosa di più? Era forse un agente del Mossad israeliano, incaricato di intrappolare le élite globali per finalità politiche sioniste? Gli indizi sono inquietanti e formano un quadro troppo coerente per essere ignorato. Nel 2025, tra fughe di notizie, trascrizioni e smentite, è arrivato il momento di affrontare la questione apertamente.
L’apparato costruito da Epstein potrebbe ancora oggi esercitare influenza sui vertici del potere. Steven Hoffenberg, suo socio nello schema Ponzi della Towers Financial, si spinse oltre. Prima di morire nel 2022, raccontò ai giornalisti che Epstein gli aveva confidato legami diretti con il Mossad, attribuendo a tali contatti la propria ricchezza e l’accesso ai circoli dell’alta società. Hoffenberg, che finì in carcere mentre Epstein rimase libero, non aveva nulla da guadagnare mentendo, semmai, un conto in sospeso.
C’è poi la testimonianza di Maria Farmer, una delle prime vittime di Epstein (identificata come Jane Doe 200 negli atti giudiziari). Farmer ha descritto la rete di Epstein come un sistema di ricatto a sfondo “suprematista ebraico”, collegato al Mega Group, un circolo riservato di miliardari filo-israeliani. Raccontando anche episodi di abuso razziale, indicò Les Wexner come figura centrale. Tre voci indipendenti — Ben-Menashe, Hoffenberg e Farmer — convergono tutte verso il Mossad. Coincidenza o disegno occulto?
La provenienza della fortuna di Epstein resta opaca. Come può un ex studente universitario diventare miliardario con un solo cliente noto? Seguendo i flussi finanziari, il collegamento con Israele appare evidente. Les Wexner, magnate di Victoria’s Secret e cofondatore del Mega Group, regalò a Epstein una villa newyorkese da 77 milioni di dollari — dotata di un sofisticato sistema di sorveglianza — oltre a ingenti somme di denaro. Il Mega Group, creato da Wexner e Charles Bronfman, è noto per finanziare cause filo-israeliane. La carriera finanziaria di Epstein iniziò nel 1976 alla Bear Stearns, grazie ad Alan Greenberg, anch’egli membro del Mega Group, nonostante Epstein non avesse credenziali se non un passato da insegnante di fisica. Parliamo di 77 milioni di dollari.
Documenti giudiziari indicano che Epstein ricevette oltre 7.000 bonifici, alcuni collegati al trafficante d’armi Adnan Khashoggi, a sua volta associato a reti del Mossad. Ben-Menashe sostiene che Epstein fosse coinvolto nel traffico di armi israeliano. Un’indagine privata del 2025, condotta da hedge fund legati al caso Epstein, ipotizza che una parte consistente della sua ricchezza provenisse da finanziamenti israeliani. Non beneficenza, ma il finanziamento di un’operazione di intelligence.
La cerchia di Epstein sembra un elenco di obiettivi d’intelligence. L’ex primo ministro israeliano Ehud Barak visitò decine di volte la residenza di Epstein tra il 2013 e il 2017, come mostrano registri e fotografie. I due furono anche coinvolti nella fondazione di Carbyne, una società tecnologica con numerosi ex membri dell’intelligence israeliana. Email trapelate mostrano Epstein mentre mette in contatto Barak con figure russe e israeliane. Nel 2004 Barak ricevette due milioni di dollari dalla fondazione Wexner per non meglio precisate attività di “ricerca”. Barak nega irregolarità, ma ammette che fu Shimon Peres a presentargli Epstein.
Epstein possedeva più passaporti — un tratto tipico delle operazioni clandestine — e si rifugiò in Israele dopo le accuse del 2008, prima di ottenere un patteggiamento estremamente favorevole. Nel 2025 Tucker Carlson, durante un discorso molto duro, lo accusò apertamente di essere un agente del Mossad. Perché tanti esponenti israeliani avrebbero frequentato un criminale sessuale, se non fosse stato una risorsa strategica?
L’accordo giudiziario del 2008, che garantì a Epstein una pena irrisoria, rappresenta forse l’elemento più rivelatore. L’ex procuratore Alexander Acosta dichiarò in seguito: «Mi fu detto che Epstein “apparteneva all’intelligence” e che dovevo lasciar perdere». L’intesa protesse anche i complici in più Stati, salvaguardando una rete che le vittime, come Virginia Giuffre, hanno descritto come una fabbrica di kompromat, con telecamere nascoste pronte a registrare politici e potenti in situazioni compromettenti. Una pratica che richiama le tecniche attribuite al Mossad, come nelle operazioni di Robert Maxwell (di cui parleremo nel prossimo “capitolo” della nostra Epstein Saga).
La morte di Epstein nel 2019, ufficialmente classificata come suicidio, appare a molti come un insabbiamento, con ipotesi di un coinvolgimento non ufficiale dei servizi israeliani. Nel 2025, la dichiarazione di DOJ e FBI sull’assenza di una “lista clienti”, sotto l’amministrazione Trump — che aveva promesso rivelazioni mai arrivate — non ha fatto che rafforzare i sospetti.
I tasselli combaciano: Epstein, introdotto attraverso reti sioniste, costruì un sistema di ricatto mirato a influenzare decisori politici e mediatici in senso filo-israeliano. I presunti legami con il software PROMIS (secondo alcune fonti modificato da NSA e Mossad per il monitoraggio) e con Palantir, azienda di sorveglianza avanzata, aggiungono ulteriori livelli di inquietudine. La giornalista Whitney Webb parla apertamente di una “operazione congiunta CIA-Mossad”. Ian Carroll spinge ancora oltre, collegando questa rete a eventi come l’omicidio Kennedy e l’11 settembre, individuando un filo conduttore nei servizi israeliani.
È vero: la rete di Epstein coinvolgeva anche Russia e Arabia Saudita. Tuttavia, i legami israeliani — Wexner, Barak, Maxwell, Mega Group — appaiono predominanti. Mancano prove definitive? Forse. Ma il fumo è così denso da rendere difficile ignorare l’incendio.
Le sopravvissute di Epstein hanno appena annunciato l’intenzione di pubblicare una loro lista di nomi: «Sappiamo chi ci ha abusate. Abbiamo visto chi entrava e usciva. Questa lista sarà guidata dalle sopravvissute, per le sopravvissute».
Lo Stato ha esitato. Le vittime no.
Naturalmente, le autorità israeliane respingono ogni accusa. Alan Dershowitz, avvocato di Epstein e noto sostenitore del sionismo, afferma che Epstein avrebbe deriso le accuse di spionaggio, sostenendo che avrebbe usato simili legami per ottenere un accordo ancora migliore. Ma queste negazioni appaiono fragili di fronte a testimonianze, flussi finanziari e connessioni politiche che conducono tutte a una stessa conclusione: l’operazione Epstein ha il sapore di un’azione di intelligence, e la pista porta dritta a Tel Aviv.
Le prove più compromettenti provengono da chi conosceva Epstein dall’interno, persone che hanno rischiato tutto per parlare. Ari Ben-Menashe, ex ufficiale dell’intelligence israeliana, sostiene che Epstein e Ghislaine Maxwell gestissero una “trappola al miele” del Mossad finalizzata al ricatto delle élite mondiali. Afferma di averli incontrati negli anni Ottanta, mentre lavoravano nel traffico d’armi sotto la supervisione di Robert Maxwell, padre di Ghislaine e noto collaboratore del Mossad, morto in circostanze misteriose nel 1991. Al suo funerale parteciparono diversi primi ministri israeliani, con Shimon Peres a pronunciare l’elogio funebre. Una semplice coincidenza? Difficile crederlo.
https://strategic-culture.su/news/2026/01/07/the-epstein-saga-capitolo-3-quegli-amici-dei-servizi-segreti/
The Epstein Saga: il buon Robert
I legami di Epstein con i servizi segreti britannici e israeliani furono facilitati da una figura chiave nota come Robert Maxwell, padre di Ghislaine, moglie di Jeffrey.
L’uomo giusto al momento giusto
I collegamenti di Epstein con l’intelligence inglese e israeliana sono passati tramite il personaggio chiave noto come Robert Maxwell, padre di Ghislaine, moglie di Jeffrey.
Robert Maxwell è stato uno dei più controversi magnati dei media del XX secolo: sopravvissuto alla Shoah, arruolato nell’esercito britannico, divenne tycoon dell’editoria, parlamentare laburista e figura al centro di scandali finanziari e di ipotesi di legami con diversi servizi segreti, inclusi MI6 e Mossad. La sua biografia intreccia origine poverissima, ascesa vertiginosa, rapporti con capi di Stato e, dopo la morte in mare nel 1991, la scoperta di enormi frodi sui fondi pensione delle sue aziende.
Nato Ján Ludvík Hyman Binyamin Hoch nel 1923 a Slatinské Doly (oggi Solotvyno, Ucraina), allora Cecoslovacchia, in una famiglia ebrea ortodossa yiddish‑parlante, emigrò in Gran Bretagna durante la Seconda guerra mondiale e combatté nell’esercito britannico. Dopo il conflitto entrò nell’editoria scientifica e fondò Pergamon Press, trasformandola in un grande editore di testi tecnici e accademici, base del futuro impero mediatico.
Negli anni ’80 controllava un vasto impero: Maxwell Communication Corp, Pergamon, Macmillan, il tabloid Daily Mirror e altre testate nel Regno Unito e all’estero, in competizione diretta con Rupert Murdoch.
Morì il 5 novembre 1991, cadendo dal suo yacht Lady Ghislaine al largo delle Canarie; dopo la sua morte emerse che aveva distolto centinaia di milioni di sterline dai fondi pensione del Mirror Group per coprire falle finanziarie.
Dunque… Vendeva libri di testo alle scuole americane. Frequentava re, regine, presidenti e papi. E, lontano dai riflettori, potrebbe aver contribuito alle attività di una delle agenzie di intelligence più riservate al mondo, impegnata a sorvegliare mezzo pianeta. Per alcuni era un innovatore geniale; per altri un impostore senza scrupoli. Per sua figlia Ghislaine — la cui vita successiva si sarebbe intrecciata a quella del trafficante sessuale Jeffrey Epstein — fu l’uomo che le spalancò le porte dell’alta società e forse, inconsapevolmente, anche quelle di una futura rovina.
Maxwell riuscì a scalare i vertici fino a diventare un potente imprenditore dei media nel Regno Unito, costruendo un impero paragonabile a quello di Rupert Murdoch. Quando fondò la Pergamon Press, casa editrice accademica specializzata in manuali di storia e scienze diffusi nelle scuole statunitensi, spesso criticati per un’impostazione filoisraeliana coerente con il forte sionismo di Maxwell, i suoi concorrenti non si sarebbero aspettati un tale successo.
Nel 1984 acquistò il Daily Mirror, trasformandolo in un colosso del giornalismo popolare. Nel momento di massima espansione controllava Maxwell Communication Corporation, Macmillan, Pergamon e numerose testate internazionali. Ghislaine, la sua figlia prediletta, fu educata a Oxford, preparata per i salotti dell’élite e spesso al suo fianco negli eventi mondani tra Londra e New York. Maxwell veniva fotografato in compagnia della regina Elisabetta, del principe Carlo, della principessa Diana, di Margaret Thatcher e persino di Madre Teresa. Altre immagini lo ritraggono accanto ai presidenti statunitensi George W. Bush e Donald Trump.
Diverse fonti indicano che il Foreign Office britannico sospettasse Maxwell di essere un agente doppio o triplo, con collegamenti al MI6, al KGB sovietico e all’intelligence israeliana del Mossad… la mia fonte, che ho consultato per la scrittura di questo testo, conferma la sua appartenenza ai servizi britannici, con un ruolo chiave nelle relazioni con aziende ed altre agenzie, in particolare riguardo le attività con i politici (americani ma non solo).
Maxwell si muoveva con disinvoltura tra la Casa Bianca, il Cremlino, Downing Street e i vertici politici di Francia, Germania e Israele, una cosa che non è affatto facile, né tantomeno “comoda” da mantenere.
Negli anni Sessanta ricoprì per due mandati il ruolo di deputato laburista per Buckingham, conducendo al contempo uno stile di vita estremamente lussuoso. Nella sua residenza di Headington Hill, nei pressi di Oxford, organizzava feste sontuose che, secondo voci persistenti, sarebbero state utilizzate come trappole seduttive per raccogliere informazioni compromettenti su personalità influenti.
Le accuse più gravi lo collegano allo scandalo del software PROMIS, di cui abbiamo parlato nel Capitolo 3 della nostra Saga. Nato come programma del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, PROMIS sarebbe stato sottratto illegalmente, modificato con una “porta di servizio” israeliana e poi distribuito a numerose agenzie di intelligence, forze armate e aziende in tutto il mondo, consentendo a Israele di monitorare praticamente ogni paese che lo utilizzava. Secondo vari informatori, tra cui l’ex agente israeliano Ari Ben-Menashe, Robert Maxwell avrebbe svolto il ruolo di principale promotore globale di questo cavallo di Troia digitale. Queste accuse sono in parte corroborate da elementi indiretti: forte sostegno a Israele, affari in settori sensibili, rapporti stretti con la leadership israeliana e un funerale di Stato in Israele nel 1991, cui parteciparono il premier Yitzhak Shamir, il presidente Chaim Herzog e alti dirigenti dell’intelligence, con elogi pubblici sul fatto che Maxwell “fece più per Israele di quanto si possa dire”.
Gli ultimi anni della sua vita furono segnati dal collasso finanziario. Dopo la sua morte, gli inquirenti scoprirono un buco di 460 milioni di sterline nel fondo pensione del Mirror Group. Maxwell aveva sottratto i risparmi previdenziali dei suoi stessi dipendenti per sostenere un impero ormai sommerso dai debiti. I figli Ian e Kevin Maxwell furono arrestati e accusati di frode (per poi essere assolti), mentre l’opinione pubblica britannica esplose di rabbia per il tradimento subito da migliaia di pensionati.
Da un giorno all’altro, Maxwell passò da tycoon rispettato a figura detestata. I manifestanti lo ribattezzarono “Robber Bob”.
Il 5 novembre 1991 scomparve dal suo yacht di 180 piedi al largo delle Isole Canarie. Fu ritrovato morto poche ore dopo, a faccia in su nell’oceano. La versione ufficiale parlò di infarto seguito da annegamento accidentale. Sua figlia, invece, ritenne che fosse stato ucciso.
L’autopsia rivelò che Maxwell soffriva già di gravi patologie cardiache e polmonari.
Gli furono tributati funerali di Stato in Israele, alla presenza dell’allora primo ministro Yitzhak Shamir e di numerosi esponenti dei servizi di intelligence.
A braccetto, tanto da sposarne la figlia
Epstein conobbe Ghislaine Maxwell negli anni ’90, e la loro relazione iniziò come breve rapporto sentimentale prima di trasformarsi in un’alleanza professionale e personale molto intensa. Ghislaine divenne la principale assistente di Epstein, gestendo le sue proprietà, organizzando il suo staff e svolgendo un ruolo centrale nel reclutamento delle vittime per gli abusi sessuali.
I legami col padre, Robert, furono sin da subito importanti, anche se forse lo sono stati di più dopo la sua morte: Epstein è stato introdotto nella cerchia del Signor Maxwell, grazie ai contatti e alle reti della famiglia. Una ricostruzione riportata dal Telegraph nel 2022 sostiene che Epstein possa aver aiutato Robert Maxwell a nascondere parte del denaro sottratto dai fondi pensione del Mirror Group, utilizzando canali offshore.
Robert fu fondamentale per introdurre Epstein nel mondo dell’intelligence israeliana, dove fu bravo a farsi strada anche da solo.
La fonte consultata, proveniente dal mondo dell’intelligence, mi ha rivelato che anche Ghislaine è fondamentale in questa storia: lei, seguendo le orme del padre, si è fatta strada all’interno dell’intelligence britannica e israeliana, tessendo relazioni, coperture e favori anche per il suo amato Jeffrey.
D’altronde, niente di meglio che sposarsi la figlia di una “spia” con la garanzia di trarne “l’eredità”. Senza Ghislaine, Epstein non avrebbe avuto accesso a molti dei VIP con cui ha intessuto regolari relazioni, e soprattutto non avrebbe avuto la copertura necessaria per operare indisturbatamente per molti anni.
https://strategic-culture.su/news/2026/01/19/the-epstein-saga-capitolo-4-il-buon-robert/
The Epstein Saga: l’uomo contro il sistema
Tra i volti forse più inaspettati che emergono dai documenti declassificati sul caso Epstein c’è quello di Noam Chomsky.
Quell’uomo di Philadelphia
Fra i volti forse più inattesi emersi nei documenti desecretati sul caso Epstein, è emerso quello di Noam Chomsky, in assoluto uno dei più importanti linguisti e intellettuali del Novecento e del XXI secolo, noto sia per la rivoluzione che ha introdotto nello studio del linguaggio sia per la sua critica radicale alla politica estera statunitense, ai media e alle strutture di potere. Nella nostra Epstein Saga non possiamo non dedicarli qualche pagina.
Noam Avram Chomsky nasce il 7 dicembre 1928 a Philadelphia, in una famiglia di ebrei ashkenaziti immigrati dall’Europa orientale. Il padre, William (Zev) Chomsky, era un rinomato studioso di ebraico, emigrato dall’area dell’odierna Ucraina per sfuggire alla coscrizione nell’esercito zarista, mentre la madre, Elsie Simonofsky, proveniva da una famiglia ebrea russa ed era politicamente attiva negli anni Trenta.
Cresce in un ambiente intellettuale e politicamente molto vivace, circondato da discussioni su socialismo, antifascismo e questione operaia, che contribuiscono a formare la sua precoce coscienza politica. Giovanissimo, frequenta scuole progressiste dove viene incoraggiato a sviluppare interessi autonomi e, a soli dieci anni, scrive un articolo sul giornale scolastico contro l’ascesa del fascismo in Europa dopo la guerra di Spagna.
Entra all’Università della Pennsylvania a soli 16 anni, dove studia linguistica, filosofia e matematica, e nel corso del dottorato, sviluppato in parte presso la Harvard Society of Fellows, elabora la teoria della grammatica trasformazionale, che gli vale il PhD nel 1955. Poco dopo inizia la sua lunga carriera al Massachusetts Institute of Technology (MIT), dove diventerà professore di linguistica e una figura centrale nella nascita della scienza cognitiva contemporanea.
Il successo rivoluzionario
Chomsky è spesso definito il “padre della linguistica moderna” perché ha rivoluzionato l’idea di linguaggio opponendosi al comportamentismo dominante negli anni Cinquanta. In opere come Syntactic Structures e negli sviluppi successivi, sostiene che negli esseri umani esista una grammatica universale innata, una struttura mentale che rende possibile l’acquisizione del linguaggio e che sposta l’attenzione dalla mera osservazione del comportamento linguistico ai processi cognitivi interni.
Questa impostazione contribuisce in modo decisivo alla cosiddetta “rivoluzione cognitiva”, che trasforma psicologia, linguistica e filosofia della mente, influenzando l’idea moderna di mente come sistema computazionale. Parallelamente, Chomsky diventa una figura pubblica a livello mondiale per il suo impegno contro la guerra del Vietnam: già dalla fine degli anni Sessanta firma saggi e tiene conferenze in cui denuncia i crimini di guerra e la natura imperialista della politica estera statunitense, distinguendosi per l’uso rigoroso di documenti ufficiali e fonti primarie.
La sua celebrità cresce anche grazie a libri divulgativi e interviste che riescono a presentare argomenti complessi in modo accessibile, facendone un riferimento per generazioni di studenti, attivisti e movimenti sociali. È inoltre riconosciuto come uno degli intellettuali più citati al mondo, non solo in linguistica, ma anche in studi politici, comunicazione e filosofia.
Contro al sistema, ma…
Sul piano politico Chomsky si definisce libertario socialista o anarchico di tradizione socialista, critico tanto del capitalismo corporativo quanto delle forme autoritarie di socialismo di Stato. Il nucleo del suo pensiero è che le strutture di potere – Stati, grandi corporation, burocrazie militari e finanziarie – tendono a riprodursi e a giustificarsi attraverso il controllo dell’informazione e l’uso della violenza, spesso mascherata da “difesa” o “intervento umanitario”.
Un punto centrale della sua critica riguarda i media mainstream nelle democrazie liberali. Nel libro Manifacturing Consent, scritto con Edward S. Herman, propone il cosiddetto “modello della propaganda”: secondo gli autori, stampa e televisione non funzionano principalmente come strumenti di informazione neutrale, ma come meccanismi che filtrano notizie in modo sistematico, favorendo gli interessi economici e geopolitici di élite politiche e aziendali.
Questa analisi non si limita agli Stati Uniti, ma viene applicata a numerosi casi internazionali, come l’intervento americano in Vietnam, l’appoggio a dittature in America Latina o la copertura mediatica dei conflitti in Medio Oriente e dell’occupazione di Timor Est da parte dell’Indonesia. In tutti questi casi, Chomsky sostiene che il linguaggio politico – parole come “democrazia”, “sicurezza”, “ordine” – viene usato per nascondere rapporti di forza e interessi materiali, invitando i cittadini a un atteggiamento di costante scetticismo verso le versioni ufficiali.
Tutti, nella vita, abbiamo almeno una volta citato Chomsky quando abbiamo parlato di complotti e potere. La sua è una figura che è diventata iconica in questo contesto. Quando si pensa a Chomsky, si pensa a “quello che sfida il sistema”. Perché? È “semplice”: è stato una combinazione rara di alta autorità accademica in un campo tecnico, la linguistica, e un impegno politico radicale e costante contro la politica estera statunitense e il neoliberismo. Ha poi realizzato una produzione sterminata di libri, articoli e conferenze, che coprono temi come guerre, globalizzazione, ruolo delle multinazionali, crisi ambientale e diritti umani, sempre accompagnati da un ampio apparato di documenti e dati. Da ultimo, ma non meno importante, ha sempre tenuto una posizione fortemente minoritaria nel panorama mediatico statunitense, che lo ha reso un punto di riferimento per chi cerca una critica strutturale del sistema piuttosto che un semplice dibattito tra partiti.
…ma non con l’amico Jeffrey
E poi, sbam! Compare prima nella lista e poi nelle immagini di Epstein.
L’uomo contro il potere era, in realtà, un grande amico di quel sistema perverso, corrotto e disgustoso. Lui, il grande critico, aveva a che fare con i potenti della stessa società che criticava, con quelli che il potere lo usano per dominare e soggiogare.
Chomsky avrebbe incontrato Epstein più volte tra il 2015 e il 2016, spiegando che i colloqui riguardavano temi politici e accademici. Uno degli incontri avrebbe incluso anche l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak. In un’altra occasione, Epstein avrebbe organizzato un volo per consentire a Chomsky di cenare con il regista Woody Allen e la moglie Soon-Yi Previn. Interpellato dal WSJ, Chomsky ha dichiarato che tali incontri rientravano nella sua sfera privata e che Epstein, avendo scontato la pena, era considerato riabilitato secondo la legge.
Vi ricordate gli 850.000 dollari investiti da Epstein al MIT? Sarà un caso, ma li ha devoluti proprio nel periodo in cui vi insegnava Chomsky. I resoconti, inotlre, indicano che Chomsky avrebbe chiesto a Epstein anche un aiuto di consulenza per la gestione di fondi comuni legati alla defunta prima moglie, con trasferimenti complessivi di circa 270.000 dollari da conti collegati a Epstein verso conti intestati a Chomsky, pur sostenendo che il denaro non provenisse dal finanziere ma da fondi già suoi.
Chomsky ha riconosciuto di aver conosciuto Epstein e di averlo incontrato “occasionally”, difendendo la scelta di frequentarlo dopo la prima condanna sostenendo che, avendo scontato la pena, avesse una sorta di “clean slate”, cioè fedina ripulita. Questa posizione chiaramente ha suscitato critiche, perché molte persone considerano moralmente inaccettabile intrattenere relazioni personali o finanziarie con Epstein anche dopo la condanna, soprattutto per un intellettuale che ha costruito gran parte della propria autorità morale sulla denuncia dei crimini e degli abusi di potere. Ma la verità è che…
Utili eroi
… no, non c’è mai stato nessun Chomsky nemico del sistema, paladino della libertà o teoforo della democrazia.
Chomsky è stato perfettamente funzionale al sistema, tanto da “andarci a letto” insieme.
Cresciuto nelle fila delle università americane Dem, luogo prediletto della sperimentazione dell’intelligence americana e luogo di cooptazione di molti “collaboratori”, si è fatto megafono a tempi alterni delle varie narrative democratiche, riuscendo sì a criticare il potere, ma sempre e solo dal profilo che risultava utile al potere – come quando, nel 2021, invitava a sostenere i Big Pharma e discriminare quanti criticavano la narrativa pandemica.
Sicuramente ha fornito un aiuto per molte persone per assumere consapevolezza riguardo alcuni meccanismi del potere, soprattutto nella comunicazione, ma ciò è sempre avvenuto nel perimetro della funzionalità del sistema. Ed ora che ne escono le evidenze, non si può che confermare ancora una volta quanto il sistema sia eccellente nel produrre i suoi stessi contestatori, rendendoli credibili e carismatici, ma pur sempre sotto il controllo del sistema, così che esso non venga mai veramente colpito.
The Epstein Saga: Cuomo
Cuomo. Sì, proprio lui. Un nome inevitabile nella lista di Epstein.
Tanti anni fa, a New York
Cuomo. Proprio lui. Immancabile nome presente nella lista di Epstein. Siamo al capitolo 6.
La famiglia Cuomo incarna in modo quasi paradigmatico l’ascesa dell’italo‑americanismo nella New York del dopoguerra, passando dal retrobottega di un negozio di alimentari al vertice dello Stato di New York. La loro storia intreccia immigrazione, politica democratica, stereotipi mafiosi e, nel caso di Andrew, anche le zone grigie delle élite che hanno orbitato attorno a Jeffrey Epstein.
I Cuomo sono originari della Campania: il nonno Donato emigra negli Stati Uniti nel 1896, mentre Andrea Cuomo, padre di Mario, nasce a New York nel 1901 e viene da bambino riportato in un villaggio vicino Salerno, per poi rientrare negli USA da adulto. La famiglia si stabilisce nel Queens, gestendo Kessler’s Grocery, un piccolo negozio di alimentari a South Jamaica che diventerà lo sfondo formativo dell’infanzia di Mario.
Mario cresce dietro il negozio, in un ambiente di immigrati poveri, dove lavoro manuale, famiglia e istruzione sono i pilastri di una mobilità sociale ancora incerta. Questa traiettoria – dai quartieri popolari del Queens ai grattacieli di Manhattan – alimenterà il mito politico dei Cuomo come famiglia “self‑made”, capace di trasformare il capitale sociale della comunità italo‑americana in potere istituzionale.
Fin dagli anni Ottanta Mario Cuomo viene bersagliato da insinuazioni su presunti legami con la mafia italo‑americana, in parte perché rifiuta a lungo di riconoscere pubblicamente l’esistenza di Cosa Nostra e perché, da governatore, insiste nel denunciare gli stereotipi sugli italiani come “mafiosi naturali”. Nel 1985, di fronte alle domande dei giornalisti, liquida la “mafia” come “a lot of baloney”, alimentando sospetti e dietrologie che circoleranno anche come spiegazione del suo mancato ingresso nelle primarie presidenziali del 1992.
Ciononostante, le indagini e la storiografia disponibili non documentano un coinvolgimento organico dei Cuomo in reti mafiose paragonabile a quello di alcuni politici locali italo‑americani dell’epoca. Anzi, nel 1992 la stessa Cosa Nostra siciliana avrebbe progettato di assassinare Mario durante una visita istituzionale in Italia, segno che il governatore, per la mafia, era un obiettivo da colpire e non un alleato da proteggere.
Mario Cuomo diventa una figura centrale del liberalismo democratico: dopo la carriera da avvocato, è eletto governatore di New York nel 1982 e resterà in carica fino al 1994, trasformandosi in un’icona della sinistra cattolica per i suoi discorsi sul sogno americano e la povertà urbana. È più volte considerato papabile candidato presidenziale (1988 e 1992), ma rinuncia a correre, guadagnandosi il soprannome di “Hamlet on the Hudson” per la sua indecisione.
Su questa base nasce la vera e propria “house of Cuomo”: i figli Andrew e Chris capitalizzano il cognome in politica e nei media, con Andrew come prosecutore e poi governatore, e Chris come anchor televisivo nazionale. New York Magazine descrive Andrew come l’“id” del padre, ovvero aggressivo, operativo, il braccio muscolare che traduce in potere concreto il capitale simbolico accumulato da Mario.
Arriviamo ad oggi, con un bel futuro spianato davanti
Arriviamo ad oggi. Andrew Cuomo inizia come consigliere e “enforcer” del padre, costruendo la propria rete nelle retrovie del Partito Democratico newyorkese. Dopo un periodo a Washington come segretario dello Housing and Urban Development nell’amministrazione Clinton, rientra in New York e viene eletto procuratore generale dello Stato nel 2006, posizionato come riformatore e “sheriff of Wall Street”.
Nel 2010 conquista il governatorato, che manterrà fino al 2021 con tre mandati, giocando abilmente tra retorica progressista e pragmatismo pro‑business, stringendo rapporti stretti con l’establishment finanziario, mediatico e immobiliare. La gestione della pandemia di Covid‑19 lo trasforma, per un breve momento, in figura nazionale quasi candidata alla presidenza, ma una serie di inchieste su molestie sessuali e gestione opaca dei dati sulle case di riposo porta alle sue dimissioni nell’agosto 2021, segnando la fine della sua parabola come governatore.
I collegamenti tra Andrew Cuomo e Jeffrey Epstein non sono di natura giudiziaria ma di ecosistema: emergono perché Cuomo si muove nella stessa élite newyorkese – finanziaria, immobiliare, filantropica – in cui Epstein opera e investe. Andrew Cuomo compare nel cosiddetto “black book” di Epstein insieme all’allora moglie Kerry Kennedy, il che indica l’esistenza di un rapporto di contatto o frequentazione mondana, ma non costituisce prova di complicità nei crimini di Epstein.
Più interessanti, sul piano strutturale, sono le intersezioni attraverso figure terze: alcuni grandi donatori e alleati di Cuomo, attivi nel real estate e nella finanza newyorkese, hanno intrattenuto rapporti d’affari con Epstein anche dopo la condanna del 2008, beneficiando di sue intermediazioni o donazioni a fondazioni collegate; avvocati e lobbisti vicini al network politico di Cuomo hanno difeso Epstein o i suoi partner, partecipando alla costruzione del “sweetheart deal” che nel 2008 gli garantisce un trattamento estremamente favorevole in Florida.
Negli ultimi mesi, il mandato di Donald Trump è stato scosso dalle continue polemiche relative alla sua stretta e lunga relazione con Jeffrey Epstein. Tuttavia, Trump non è l’unica figura politica di spicco di New York il cui passato legame con il finanziere caduto in disgrazia e condannato per reati sessuali solleva interrogativi scomodi. Anche l’ex governatore di New York Andrew Cuomo ha legami che sono stati oggetto di rinnovato scrutinio.
I legami di Cuomo con Epstein sono riemersi di recente dopo essere stati messi in evidenza dal suo rivale nella corsa alla carica di sindaco di New York, Zohran Mamdani, che li ha citati in un video elettorale incentrato sulle attività di consulenza privata di Cuomo. Mamdani ha sottolineato una transazione immobiliare nelle Isole Vergini del 2007 che ha coinvolto Epstein – proprietario dell’ormai famigerata isola privata dove sarebbero avvenuti alcuni dei suoi abusi – e l’erede del settore retail Andrew Farkas, un uomo d’affari la cui organizzazione no profit ha ricevuto ingenti donazioni da Epstein.
Così, l’attenzione si è concentrata sul rapporto di Cuomo con Farkas: a partire dai primi anni 2000, i due hanno sviluppato un rapporto finanziariamente redditizio in cui Farkas ha pagato a Cuomo più di 2,5 milioni di dollari per attività di consulenza, ha poi presieduto il comitato finanziario della sua campagna per la carica di procuratore generale e ha donato ingenti somme alle sue iniziative politiche.
Il rapporto con Farkas è solo uno dei tanti esempi che illustrano come persone vicine o sostenitrici di Cuomo abbiano avuto legami preoccupanti con il caro Jeffrey.
Lo stesso Cuomo era notoriamente presente, insieme alla sua allora moglie Kerry Kennedy, nella rubrica di Epstein. Sebbene questo fatto da solo non sia prova di alcun illecito, si inserisce in un quadro più ampio, per il quale nel corso della sua carriera, Cuomo ha annoverato tra i suoi donatori, alleati, collaboratori e amici diverse figure profondamente radicate nell’orbita sociale e professionale di Epstein.
A onor del vero, Cuomo non risulta essere stato direttamente accusato di reati sessuali che coinvolgono Epstein o minori.mI suoi scandali si limitano alle accuse di ripetute molestie sessuali nei confronti di membri adulti del suo staff, che alla fine hanno portato alle sue dimissioni da governatore nel 2021, accuse che lui continua a negare. Tuttavia, queste reti sovrapposte indicano la vicinanza di Cuomo agli stessi circoli dell’élite newyorkese che Epstein coltivava e frequentava, circoli che Cuomo dovrebbe sfidare se incaricato di affrontare i problemi radicati della città.
Forse il legame più diretto con Epstein nella cerchia ristretta di Cuomo è Dan Klores, da tempo potente agente di pubbliche relazioni per l’élite politica e aziendale di New York. Klores è stato uno dei primi e più stretti alleati politici di Cuomo, diventando il primo cliente importante della sua nuova società di pubbliche relazioni e fungendo da suo consigliere capo durante la fallita candidatura a governatore di Cuomo nel 2002. Su incoraggiamento di Cuomo, Klores ha poi contribuito a fondare il Committee to Save New York, un gruppo di pressione finanziato dalle aziende che ha svolto un ruolo chiave nel neutralizzare l’opposizione dei sindacati al primo bilancio di austerità di Cuomo. L’agenzia di Klores avrebbe poi fatto pressioni aggressive a favore dell’industria del gioco d’azzardo quando Cuomo ha sostenuto la legalizzazione dei casinò.
Al di là della politica, Klores e Cuomo erano legati da una stretta amicizia personale, frequentandosi spesso e festeggiando insieme i compleanni per anni. Klores è stato presente in momenti personali fondamentali della vita di Cuomo ed è diventato un fedele sostenitore politico, contribuendo sia all’attuale campagna elettorale di Cuomo a sindaco che alle sue precedenti campagne elettorali a livello statale.
Klores era anche un cliente di Jeffrey Epstein. Dopo l’arresto di Epstein nel 2006 in Florida, Klores si unì a un potente team di PR incaricato di gestire le conseguenze e difendere l’immagine pubblica di Epstein tra le accuse di abusi sessuali su ragazze minorenni. Come lo stesso Klores osservò all’epoca, il team di Epstein era ansioso di plasmare la narrazione.
L’altra figura di spicco nella difesa PR di Epstein quell’anno era Howard Rubenstein, un altro importante pubblicitario newyorkese e mentore professionale di Klores. Rubenstein ha ricoperto il ruolo di portavoce di Epstein durante le prime fasi del procedimento legale, guadagnando ingenti compensi mentre offriva referenze pubbliche entusiastiche e screditava in modo aggressivo le accusatrici di Epstein. Ha liquidato le cause legali come opportunistiche e ha negato che le donne coinvolte fossero vittime, affermazioni che da allora sono state notoriamente smentite. Rubenstein era anche un caro amico e sostenitore politico di Cuomo, organizzando raccolte fondi per suo conto e donando ingenti somme alle sue campagne elettorali. Dopo la morte di Rubenstein, Cuomo lo ha pubblicamente elogiato come una figura leggendaria di cui sia lui che suo padre avevano apprezzato l’amicizia.
L’influenza di Rubenstein si estendeva attraverso istituzioni come il Real Estate Board of New York, una potente organizzazione che ha svolto un ruolo centrale nel promuovere l’agenda politica iniziale di Cuomo. Da allora, molti dei suoi membri hanno investito ingenti somme di denaro in iniziative politiche a favore di Cuomo, opponendosi ai suoi attuali rivali.
Un’altra figura che ha fatto da ponte tra Cuomo ed Epstein è stata il magnate dei media Mort Zuckerman, da tempo potente broker nel mondo dell’editoria newyorkese. Zuckerman figurava nella rubrica di Epstein e ha contribuito all’album del cinquantesimo compleanno di Epstein, esplicitamente etichettato tra i suoi “amici”. I due erano anche soci in diverse iniziative imprenditoriali, tra cui un tentativo fallito di acquisire il New York Magazine e la rivista di gossip Radar, di breve durata.
Zuckerman, come Klores e Rubenstein, ha sostenuto le prime politiche di austerità di Cuomo e ha mantenuto uno stretto rapporto personale con lui. Cuomo ha persino portato Zuckerman come unico ospite non familiare in un viaggio ufficiale in Israele nel 2014, sottolineando la loro vicinanza. Negli anni successivi, Cuomo ha pubblicamente elogiato Zuckerman e lo ha nominato a importanti ruoli onorari legati alle iniziative statali.
L’orbita personale e politica di Cuomo si è anche sovrapposta a quella di Robert F. Kennedy Jr., suo ex cognato, che ha ammesso di conoscere Epstein e di aver volato sul suo jet privato. Ghislaine Maxwell ha affermato che Kennedy ed Epstein si conoscevano personalmente e che lei stessa conosceva Cuomo attraverso legami familiari, anche se ha negato una relazione diretta tra Cuomo ed Epstein.
Anche molti dei principali donatori di Cuomo avevano rapporti documentati con Epstein. Tra questi c’è il miliardario degli hedge fund Glenn Dubin, che ha contribuito con decine di migliaia di dollari alla campagna elettorale di Cuomo per la carica di sindaco e con molto di più nel corso della carriera di Cuomo. Dubin e sua moglie hanno mantenuto un rapporto particolarmente stretto con Epstein anche dopo la sua condanna, e Epstein ha svolto un ruolo importante nella mediazione di importanti accordi commerciali per l’azienda di Dubin. Da allora sono emerse accuse, fortemente negate da Dubin, che collegano questi accordi finanziari all’attività criminale di Epstein.
Anche Michael Bloomberg, un altro miliardario sostenitore di Cuomo, compare nei registri dei contatti di Epstein e condivideva molte delle stesse relazioni sociali e professionali. Epstein ha persino elogiato pubblicamente Bloomberg in passato, descrivendosi come un suo sostenitore di lunga data.
Forse la sovrapposizione più sorprendente è quella di Donald Trump stesso. L’amicizia estesa e ben documentata di Trump con Epstein è stata esaminata in dettaglio altrove, ma Trump ha anche mantenuto un rapporto di lunga data con Cuomo. Sebbene Trump non abbia donato direttamente alla campagna attuale di Cuomo, lui ha riconosciuto che Trump ha offerto assistenza politica dietro le quinte, influenzando anche gli elettori repubblicani a favore di Cuomo.
Le famiglie dei due uomini si conoscono da decenni e i loro percorsi professionali si sono incrociati ripetutamente nel corso degli anni, dalla raccolta di fondi politici alla condivisione di consulenti ed eventi sociali. Trump ha sostenuto il lavoro senza scopo di lucro di Cuomo, ha socializzato spesso con lui e ha chiesto consiglio a figure che facevano parte della rete politica di Cuomo.
Nel loro insieme, queste connessioni rivelano più di un numero insolitamente elevato di relazioni sovrapposte fra Cuomo ed Epstein ed illustrano quanto il potere politico, finanziario e mediatico sia stato fortemente concentrato in una ristretta cerchia dell’élite newyorkese, un ecosistema sociale che Epstein ha attivamente coltivato e sfruttato.
Sebbene lo scandalo Epstein possa non danneggiare politicamente Cuomo allo stesso modo in cui ha influenzato Trump, solleva comunque questioni scomode.
https://strategic-culture.su/news/2026/02/04/the-epstein-saga-capitolo-6-cuomo/
Di Lorenzo Maria Pacini per Strategic-culture.su
04.01.2026
CONTINUA...




Tatiana Billi 6 febbraio 2026
Il Dio della Bibbia e Satana non esistono non ci credo, la prova della loro esistenza la chiederei ai sacerdoti dei due, li metto tutti insieme nella ganascia di una gru dal lungo braccio e la giro in mezzo al burrone, vediamo chi sale... Quelli che salgono, apro la ganascia e vediamo se il loro Dio, viene a salvarli, okkei? Questo pianetino ha 4,5 miliardi di anni, ma siccome lo dicono gli scenziati pagati dai padroni delle multinazionali, sarà vero? Sono la bugia fatto uomo! Diamo per buona l'età che ci hanno detto, in 4,5 ,iliardi di anni quante civiltà di ogni tipo ci saranno state? Potrebbe essere che in antichissime civiltà hanno creato l'uomo, certo che sono stati bravi, siamo una vera meraviglia a guardarci bene, un bel mistero... Eppure non valiamo niente. Mio marito un giorno mi ha detto "l'uomo è l'animale più intelligente e più stupido che esista". Ecco, questo intelligentestupido essere che va dal bianco latte al nero pece ha la possibilità di poter scegliere quale colore, quale tonalità vuole essere. Il bianco latte saà pura follia, in pratica neppure un uomo materiale, solo il corpo lo è. Quello nero pece è la morte fatta persona, non vivrà neppure, si nutrirà del disagio altrui, del dolore altrui, e nella sindrome psicopatica dell'accumulo compulsivo troverà la sua ragione di vita per scacciare la paura folle che lo pervade 24h per sempre, probabilmente l'ispirazione della figura del vampiro lo ha data questo tipo di uomo... Io credo che tutto avvenga qui, noi e solo noi ci siamo, altro che Dio e Satana, che sono il riflesso di noi stessi. Questi esseri nero pece, vampiri, sopra descritti, in pratica sono i padroni dell'Occidente e solo morte, miseria morale e materiale possono produrre perchè sono uomini estremi neri dentro. E sono altresì convinta che il Dio degli ebrei è uno psicopatico. Hanno disegnato uno psicopatico... A ben vedere quello che vuole "Satana" è uguale a quello che vuole "Dio". Diverso è il Dio di Ggesù Cristo, antitesi perfetta del Dio degli ebrei. Ma anche il Dio di Gesù è una narrazione dell'umano, in fondo. Se ne ricava che gli ebrei sono un'accozzaglia dalla natura nera, il Cristo una figura nobile. Ridurre il mistero che NON CAPIREMO MAI ad escutore delle smanie di possesso di un popolino è VOMITEVOLE. E' VOLGARE. L'umanità sana ha un nemico terribile: questi qui sopra, il gotha della natura mafiosa, maestri supremi di Matteo Messina Denaro, sono l'incarnazione della loro invenzione Satana, l'hanno disegnata come loro esattamente sono, In fondo si potrebbe pensare, data la similitudine, che il Dio degli ebrei altro non è che il disegno Satana. Ma può essere credibile che il mistero di tutto ciò che è sia un'entità a parte dalla creazione e se ne vada in giro per pianetini a buttare giù muri per darli a 4 gatti, ordinando cose folli, tipo di uccidere tutti gli abitanti delle città conquistate, passarli tutti ia fil di spada? Ma siamo scemi? Ultimo, distruggere GAZA e sterminare i suoi abitanti per fare una città per miliardari? E dicono che lo fanno nella gloria del loro Dio!!!! Saimo alla follia totale! Ecco, appunto, con dei folli si gioca il futuro dell'umanità, che Dio ci aiuti, il Dio quello vero, quello che non capiremo MAI, ma di cui siamo parte, non siamo "fuori", non è che passeggia e ci guarda, TUTTO e' CIO CHE E'. E questo mistero non è però così mistero, una cosa la sappiamo, ci sono regole matematiche severissime, chi fa la cosa giusta starà bene, sarà in sintonia con il TUTTO che quindi starà bene. Con chi fa la cosa sbagliata l'Universo prenderà le relative misure, è MATEMATICA, se sbagliamo finiremo male... Autoannientarci perchè agiamo male è MATEMATICA. Maledettissimi vampiri... Io credo in Dio, il Dio INZIO, l'ORIGINE, che non potremo MAI comprendere, non abbiamo i requisiti per farlo, è la materia e l'antimateria, noi siamo parte di questo, non siamo "fuori", siamo "dentro", siamo un mistero come lo è Lui... Mi snto molto positiva, io credo nelle leggi matematiche cosmiche, sono severissime... Attenti vampiri...