Draghi ci indica la direzione giusta. Quella opposta alla sua

Draghi ci indica la direzione giusta. Quella opposta alla sua.

Di Luca Lanzalaco per ComeDonChisciotte.org

Come tutti noi comuni mortali, anche Mario Draghi ha pregi e difetti. Tra i primi ce ne è uno che tutti, sia i suoi adoratori che i suoi detrattori, dobbiamo riconoscergli: Mario Draghi parla e scrive chiaramente. Non lascia spazio all’ambiguità, al dire una cosa per farne capire un’altra, ai distinguo. In altri termini, non è necessario leggere tra le righe, fare defatiganti esercizi di ermeneutica, proporre sottili interpretazioni. Parla e scrive nitidamente, fa capire quello che ha in mente e come vuole realizzarlo. E questo ha fatto anche nel suo intervento del 6 settembre 2023 sull’Economist, tradotto e pubblicato poi su la Repubblica il 7 settembre 2023.

È un articolo lungo, denso, con una struttura argomentativa rigorosa, nel quale vengono individuate linee politiche alternative tra le quali Draghi ne individua una che per lui è preferibile. Insomma, si tratta di un documento che vale la pena analizzare dettagliatamente, non fosse altro che per il fatto che dopo averlo letto, Ursula von der Leyen, Commissario UE uscente, ha ritenuto opportuno affidare all’ex banchiere centrale ed ex presidente del Consiglio italiano il prestigioso ed impegnativo compito di redigere un rapporto sulla competitività dell’Europa nel mondo.

Draghi ci indica la direzione giusta. Quella opposta alla sua

In quanto segue, mi propongo tre obiettivi. Primo, illustrerò sinteticamente e il più fedelmente possibile le tesi di Mario Draghi. Secondo, criticherò queste tesi mettendo in evidenza ciò che dice e, soprattutto, ciò che non dice. Ed entrambi gli aspetti sono a dir poco inquietanti. Terzo, sosterrò che con il suo intervento Mario Draghi definisce uno spartiacque rispetto al quale le forze politiche debbono necessariamente schierarsi. E, ovviamente, dirò da quale parte è opportuno collocarsi. Cioè, dalla parte opposta a quella in cui si trova Mario Draghi.

Un ragionamento impeccabile. L’argomentazione di Mario Draghi si articola in tre passaggi logici tra loro connessi. E questa concatenazione logica è insidiosa in quanto rende il suo ragionamento apparentemente impeccabile.

Punto di partenza dell’articolo è che negli anni passati l’unione fiscale è consistita in un trasferimento di risorse dalle regioni più ricche a quella più fragili, dai Paesi più forti a quelli più deboli. Questa politica, sostiene correttamente Draghi, ha trovato una forte opposizione dell’opinione pubblica, in particolare (lo aggiungiamo noi) quella dei Paesi ricchi, prodighi, virtuosi e con i bilanci pubblici in ordine. Più recentemente, la zona euro si è evoluta in due forme.

La prima, attuata dal 2012 in poi, consiste in “strumenti politici atti ad arginare l’indesiderata divergenza tra gli oneri finanziari Paesi più forti e dei più deboli”. Qui Mario Draghi sta chiaramente alludendo alla nuova governance delle politiche economiche e sociali - dal Fiscal compact al Semestre europeo fino al nuovo Mes - con la quale vi è stata una massiccia ed esorbitante cessione di sovranità dai governi nazionali alle istituzioni europee.

La seconda è più recente, in quanto “l’Europa non sta più affrontando crisi provocate da politiche inadeguate in determinati Paesi. Al contrario, deve confrontarsi con shock comuni esterni come la pandemia, la crisi energetica e la guerra in Ucraina”, che si sono verificati negli ultimi anni, per non dire mesi. Questi problemi comuni, dice Draghi, richiedono soluzioni comuni e, quindi, una azione fiscale comune. Da questo punto di vista, è stata esemplare “la risposta dell’Europa alla pandemia [che] è stata la presa d’atto di questa nuova realtà: è stato infatti istituito un fondo di 750 miliardi di euro per aiutare gli stati membri dell’UE ad affrontare la transizione verde e la transizione digitale”.

Qui vale la pena fermarsi un attimo perché il ragionamento mostra qualche cedimento. Quale rapporto esiste tra la pandemia, e i costi economici e sociali che questa ha sicuramente generato, con la transizione verde e digitale? Nessuno, è pura retorica. Retorica utile a supportare quanto sostenuto immediatamente dopo e cioè che “un prerequisito politico fondamentale affinché una compagine fiscale dell’UE si sviluppi seguendo linee federali è che i Paesi che ricevono questi fondi li usino in modo efficace”.

Focalizziamo l’attenzione su quanto scrive Draghi. Anzitutto, la prospettiva verso cui ci si muove è quella federale. Termine che, come vedremo, assume nell’articolo una importanza fondamentale. Questa prospettiva richiede che i fondi – ovvero gli euro – che vengono trasferiti ai singoli Paesi vengano utilizzati opportunamente. Ciò presuppone impegni da parte dei governi e controlli da parte delle istituzioni europee, cioè quella che normalmente viene chiamata condizionalità politica. Mario Draghi mette così in evidenza, con involontario candore, come la perdita della sovranità monetaria – come noto, i governi nazionali e le loro banche centrali non possono emettere euro - implichi necessariamente quella della sovranità politica. O, in altri termini, come la dipendenza monetaria dalla banca centrale europea si traduca in vincoli alle politiche che i governi possono adottare. Ma procediamo con ordine.

Dopo aver richiamato l’esempio “virtuoso” della risposta alla pandemia, Draghi compie il secondo passaggio logico del ragionamento che è quello veramente significativo e, in quanto tale, inquietante.

“L’Europa deve ora affrontare una molteplicità di sfide sovranazionali che richiederanno in un arco di tempo limitato investimenti considerevoli, tra cui quelli per la difesa, la transizione verde e la transizione digitale”.

Sottolineo immediatamente tre punti. Primo, il tempo stringe (“arco di tempo limitato”) e, vale la pena ricordarlo, la pressione del tempo, il dover trovare in fretta una soluzione è elemento costitutivo della costruzione sociale di ogni crisi. Secondo, entra in agenda il tema della difesa, cioè della guerra. Una novità rispetto alla quale bisogna avere una posizione netta. Terzo, si parla di investimenti, cioè si lancia un chiaro messaggio al mondo imprenditoriale e finanziario. Se volete far fruttare i vostri capitali indirizzateli verso difesa, ecologia e informatizzazione perché in quei settori arriveranno fondi europei. Che è esattamente quello che gli operatori finanziari stanno facendo. Ma torniamo al ragionamento di Draghi.

“Al momento, tuttavia, l’Europa non dispone di una strategia federale per finanziarli [gli investimenti in difesa, transizione verde e digitale] e del resto le politiche nazionali non possono farsene carico perché le regole fiscali e le regole per gli aiuti di stato limitano la capacità dei Paesi di agire in modo indipendente”.

Quindi, prosegue Draghi, bisogna fare come “in America, dove per raggiungere gli obiettivi nazionali l’amministrazione di Joe Biden sta allineando spesa federale, cambiamenti normativi e incentivi fiscali”.

L’analogia con gli Usa è chiaramente impropria, se non inaccettabile, in quanto l’Unione europea non è una federazione e non esistono obiettivi “nazionali” che vadano oltre i confini dei singoli Stati.

Insomma, gli Stati Uniti d’Europa non esistono. È bene che su questo punto le forze politiche si esprimano chiaramente: chi li vuole costituire e chi, invece, si oppone a questo disegno politico-istituzionale. L’intervento di Draghi, nella sua brutale chiarezza, impone di prendere una posizione rispetto a questa questione.

Il resto sono chiacchere da salotto. E questo vale per tutti, a destra come a sinistra.

E arriviamo così al terzo ed ultimo passaggio del ragionamento. Se la strada da intraprendere è, come suggerisce Draghi, quella del federalismo fiscale, allora per l’Europa “tornare passivamente alle sue vecchie regole fiscali – sospese durante la pandemia – sarebbe l’esito peggiore”. Qui, a dire il vero, Draghi non ci dice come sia giunto a questa drastica conclusione ma prospetta due strade alternative per far fronte alle sfide comuni del clima e della difesa (la digitalizzazione è passata in secondo piano?).

La prima strada è quella dell’allentamento dei vincoli di bilancio, consentendo ad ogni governo di gestire autonomamente il proprio “spazio fiscale”, cioè il proprio bilancio pubblico e il proprio potenziale di spesa.

Questa alternativa è sconsigliabile in quanto “se alcuni Paesi possono usare il proprio spazio fiscale, ma altri no, l’impatto che avranno tutte le spese è inferiore, perché nessuno sarà in grado di arrivare alla sicurezza climatica o ambientale” in quanto “le sfide comuni, come quelle per il clima e la difesa, sono semplici: o tutti i Paesi raggiungono il loro obiettivo comune, oppure non lo raggiunge nessuno”. Ragionamento esemplare nella sua linearità che, purtroppo, presenta un limite cruciale: presuppone che i Paesi abbiano obiettivi comuni e strategie altrettanto condivise per realizzarli.

La seconda strada, cioè ridefinire il quadro fiscale dell’Unione europea, è contenuta nel progetto di riforma del patto di stabilità presentato dalla Commissione europea “proprio quando – con l’ulteriore allargamento dell’UE previsto – è arrivato il momento giusto per prendere in considerazione questi cambiamenti”. Quindi, le sfide sono, da un lato, gli shock esterni, già ampiamente trattati, a cui va ad aggiungersi, dall’altro lato, quella dell’allargamento per includere i Balcani e l’Ucraina. Per far fronte ad entrambe le sfide “le regole fiscali dovrebbero essere allo stesso tempo sia rigide, per permettere che le finanze dei governi siano convincenti sul medio termine, sia flessibili, per consentire ai governi di reagire a shock inattesi”.

Quelle attuali, dice Draghi, non sono né l’una né l’altra, quindi vanno necessariamente cambiate. D’altronde, la proposta della Commissione, pur muovendosi nella giusta direzione, “anche se messa in atto completamente non risolverebbe del tutto il compromesso tra regole rigide – che per essere credibili debbono essere automatiche – e flessibilità”. Senza argomentare ulteriormente questa sua drastica affermazione Draghi conclude che “soltanto trasferendo maggiori poteri di spesa al centro sono possibili regole più automatiche per gli stati membri”.

Quindi, sempre sulla base del modello americano, sarebbe opportuno pensare a un sistema duale. Al livello centrale di bilancio federale (sic!) sarebbero riservate le spese discrezionali per gli investimenti e la realizzazione degli obiettivi comuni, che immaginiamo siano la difesa, la transizione verde e (forse) quella digitale.

A livello di singoli stati “le politiche fiscali nazionali potrebbero a quel punto essere più mirate, concentrarsi sulla riduzione del debito e sulla costituzione di riserve per i tempi peggiori. Regole fiscali più automatiche diventerebbero, quindi, più praticabili”.

Ovviamente Draghi è consapevole del fatto che queste riforme avrebbero rilevanza politica e istituzionale in quanto “implicherebbero di mettere in comune più sovranità, e di conseguenza richiederebbero nuove forme di nuove forme di rappresentanza e un processo decisionale più centralizzato”.

E giunge così alla conclusione che “quando l’UE si si allargherà per includere i Balcani e l’Ucraina, queste due agende confluiranno in tutt’uno in modo naturale”.

Allargamento verso Est e federalismo fiscale saranno parte di un unico processo di rafforzamento dell’Unione attraverso la revisione dei Trattati e un potenziamento delle istituzioni europee rispetto ai singoli Stati.

Questa prospettiva idilliaca, tuttavia, ci avverte Draghi, è “irrealistica, perché molti cittadini e molti governi sono contrari alla perdita di sovranità che una riforma del Trattato comporterebbe”. Tuttavia, dato che la “paralisi è chiaramente intollerabile per i cittadini, mentre la drastica opzione di uscire dall’UE ha dato risultati contrastanti”, il rafforzamento dell’Unione – “più Europa” in linguaggio giornalistico – diventerà con il tempo l’unica strada percorribile.

Draghi ci indica la direzione giusta. Quella opposta alla sua.

Un ragionamento utile. La struttura dell’argomentazione di Draghi è, salvo qualche increspatura che abbiamo segnalato, logicamente impeccabile e, in quanto tale, è utile in quanto ci impone di adottare un metodo rigoroso nell’affrontare questioni che saranno al centro del dibattito politico nazionale ed internazionale sicuramente nei prossimi mesi e probabilmente nei prossimi anni. Un metodo che anche recentemente Giorgia Meloni ha invocato.

Il ragionamento di Mario Draghi è utile, e non va respinto con supponenza e semplici affermazioni polemiche, perché mette in evidenza alcuni aspetti che normalmente vengono fagocitati dal dibattito politico corrente.

Primo punto, Draghi ci segnala che ci troviamo in quella che l’analisi istituzionale definisce una giuntura critica. Nella storia si alternano lunghissime fasi di stasi, di reiterazione di routine e procedure prestabilite, di comportamenti individuali e collettivi consuetudinari, a rare e brevi fasi in cui questi elementi di stabilità e prevedibilità si infrangono e gli attori sociali riacquisiscono la possibilità di decidere, di imprimere una direzione al proprio futuro, di utilizzare margini di discrezionalità che nei periodi ordinari sono loro preclusi. Ecco, ci avverte Draghi, questa che stiamo vivendo è una giuntura critica, è “il momento giusto per prendere in considerazione questi cambiamenti”.

Secondo, se non si riconosce il fatto che ci si trova in una giuntura critica si rischia di rimanere in mezzo al guado, di decidere di non decidere, con un progressivo deterioramento della legittimità delle istituzioni europee, senza che nulla di nuovo emerga.

Terzo, onde evitare la “paralisi”, come la chiama Draghi, è necessario riconoscere che ci sono solo due alternative o “Più Europa” o “Meno Europa”. Tertium non datur. L’immobilismo genera solo sfiducia nei cittadini, cinismo nei politici e incancrenirsi dei problemi.

Da questo punto di vista l’articolo di Draghi va “preso sul serio”, in quanto è un invito a tutti a chiarire fino in fondo le proprie posizioni nella consapevolezza di quali conseguenze queste implichino. Chi è per federalista – e auspica la nascita degli Stati Uniti d’Europa - lo dica chiaramente, evitando quella strategia di integrazione graduale, invisibile, furtiva, by stealth dicono gli inglesi, che sta ammorbando il dibattito politico. Chi è sovranista sia altrettanto chiaro e non proponga soluzioni irrealizzabili solo per acquisire un minimo di consenso elettorale, ma avanzi progetti credibili come, vale la pena ricordarlo, fu fatto in passato.

Draghi ci indica la direzione giusta. Quella opposta alla sua.

Un ragionamento sbagliato. Se dal punto di vista del metodo la proposta di Mario Draghi è istruttiva e, in quanto tale, condivisibile, non lo è dal punto di vista del merito. In parole povere, Draghi ci dice: siamo a un bivio, o da un lato, o dall’altro. E poi sceglie la strada sbagliata e, così facendo ci indica la strada giusta.

Il ragionamento di Draghi per quanto rigoroso e utile è sbagliato per quattro ordini di motivi.

Anzitutto, non è condivisibile il modo in cui individua le sfide a cui ci troveremmo di fronte. Partiamo dall’esempio più banale: in che senso la digitalizzazione è una sfida? Se non digitalizziamo tutto quello che ci capita sotto mano cosa succede? Passiamo a qualcosa di più serio: se la difesa, termine che compare ben sette volte nel suo articolo, è una sfida, vuole dire che pensiamo ad una guerra permanente, come ha ben evidenziato Alessandro Di Battista in un recente video. E, questa prospettiva viene data per scontato? Forse, la vera sfida oggi è la pace. Ma vi è di più. Ci sono altre sfide che Draghi non menziona minimamente, pensiamo anzitutto, all’immigrazione o alla disoccupazione. L’abbiamo già detto, prima di ragionare su come far fronte a sfide comuni, forse bisognerebbe ragionare su quali sfide abbiamo veramente in comune. Le priorità e le emergenze che costituiscono l’agenda politica, non sono date in natura, ma sono un costrutto sociale definito nell’arena politica. Se non si riconosce questo il rischio è di mobilitare risorse per risolvere sfide che non ci riguardano, lasciando irrisolte le emergenze che ci interessano direttamente.

Secondo punto criticabile del ragionamento di Draghi è la distinzione tra settori di intervento e stili di governo. Qui l’ex premier è chiarissimo. Da un lato, la sfera delle decisioni di spesa discrezionali, relative alle emergenze e agli investimenti per i presunti obiettivi comuni, che competono agli organismi comunitari e al bilancio federale.

Dall’altro lato, la sfera degli automatismi, relativi alle politiche di contenimento del deficit e del debito (dette anche politiche di austerità), di pertinenza dei singoli stati nazionali. Corollario di tutto ciò è che, secondo Draghi, è necessaria la centralizzazione dei processi decisionali e dei poteri di spesa (e si suppone anche delle risorse per esercitarli). L’esito di questa proposta, che non a caso è stata avanzata da un banchiere, è un massiccio ridimensionamento della sfera e della decisione politica. La politica, come scelta tra linee d’azione alternative, verrebbe ridotta a livello nazionale dall’operare degli automatismi, ovviamente attivati da potenti tecnocrazie, e a livello comunitario dal suo confinamento alle sole politiche di gestione delle sfide che ammesso siano prioritarie, riguardano eventi rari (pandemia), da evitare categoricamente (guerra) o non reiterabili (la digitalizzazione ha una soglia oltre la quale non c’è più nulla da digitalizzare).

Terza obiezione, che in effetti Draghi per primo solleva, è la presenza di forze politiche e di orientamenti nell’opinione pubblica ostili alla cessione di sovranità alle élite e alle istituzioni europee. Più le politiche istituzionali a livello europeo rafforzano le tecnocrazie e centralizzano i processi decisionali, come Draghi suggerisce di fare, più queste forze politiche, siano esse di destra o di sinistra, radicalizzano le loro posizioni. Rimane l’alternativa, attuata in Grecia e, parzialmente in Italia, di “sospendere” la democrazia in modo tale da neutralizzare le forze antiestablishment. Meglio evitare.

La quarta obiezione è quella decisiva. Pensando ad una agenda unica – che include sia l’allargamento a Est che la centralizzazione dei processi decisionali e di controllo della spesa – Mario Draghi fa lo stesso errore già compiuto in passato che ha portato all’attuale situazione. Storicamente, le istituzioni politiche possono svilupparsi o estensivamente includendo nuovi territori o intensivamente centralizzando nuove funzioni. Non possono espandersi contemporaneamente lungo entrambe le dimensioni, pena il loro fallimento. Quello che Draghi propone è esattamente questo: espandere la periferia e contemporaneamente potenziare il centro. Si tratta di una strategia che presenta almeno due limiti. Il primo, un sovraccarico funzionale delle tecnocrazie europee con la loro ulteriore espansione. Secondo luogo, l’ulteriore standardizzazione delle politiche adottate nei vari Paesi a prescindere dalle loro caratteristiche strutturali, dalla loro storia e dalle loro reali esigenze.

Draghi ci indica la direzione giusta. Quella opposta alla sua.

Immediatamente dopo la fine del governo Draghi si è aperta una discussione sull’esistenza o meno di una agenda Draghi. Secondo alcuni inesistente, secondo altri incombente e, per molti aspetti, attuata dal governo Meloni. Con l’intervento del 6 settembre 2023, che riprende posizioni già sostenute da Mario Draghi, il problema non si pone.

L’articolo, infatti, ha il pregio di illustrare in modo chiaro e definitivo una precisa linea politica. Questa volta l’agenda Draghi esiste e non è escluso che la realizzi, dato che alcuni osservatori hanno visto l’intervento su l’Economist come una velata candidatura a futuri incarichi a livello comunitario. E, se il metodo seguito da Draghi è giusto, ma le sue conclusioni sono sbagliate, è possibile e doveroso definire, con altrettanto rigore metodologico, una agenda anti-Draghi. Meglio mettersi subito al lavoro, le elezioni europee sono tra nove mesi.

Di Luca Lanzalaco per ComeDonChisciotte.org

17.09.2023

Luca Lanzalaco è professore ordinario di Scienza politica presso l’Università di Macerata. Ha recentemente pubblicato, con Giampiero Cama e Sara Rocchi, Le banche centrali prima e dopo la crisi. Politica e politiche monetarie non convenzionali (ATì editore, 2019) e Fragile Boundaries. The Power of Global Finance and the Weakness of Political Institutions (Rivista Italiana di Politiche pubbliche, 2/2015, il Mulino). E’ autore del libro L’Euro e la Democrazia – dalla Crisi Greca al nuovo Mes (Youcanprint, Bari, 2022).

Commenti (27)

Per commentare accedi all area riservata con un account abilitato.

Mostra commenti 27 caricati
    1. mingo 17 settembre 2023

      Come ci tiene il signor Draghi a difendere quel 1% che tanto ha investito (si intende capitali) nel progetto UE ,come ci tiene tutto a discapito delle popolazioni Europee si intende .
      Mi sa che ha paura che il giocattolo UE gli si rompa e per sempre, speriamo!

    1. carla 17 settembre 2023

      Non lo si deve combattere, rigettare o altro, lo si deve sbeffeggiare come uno che non sa nemmeno quello che dice.
      « Una risata vi seppellirà"
      Michail Bakunin,

    1. carla 17 settembre 2023

      L'Oscar delle buffonate gliel'hanno già dato per il "non ti vaxxini ti ammali e poi muori"?
      Quello per intenderci che rendeva superate o nulle in partenza le multe perchè non si sa chi le avrebbe pagate.

    1. Gear of destiny 17 settembre 2023

      il metodo è sempre lo stesso, mediato dai suoi padroni usurai: creare/intravedere futuri problemi (molto spesso inesistenti) ed individuarne le soluzioni ad esclusivo vantaggio di chi lo paga; lo ha fatto con la famosa lettera a berlusconi, con l'invenzione dello spread pilotato, con il whatever it takes, con il blocco del superbonus etc..sempre.
      Che il metodo draghi sia giusto, come afferma l'autore, è opinabile e denota un'ingenuità sorprendente

    1. gix 17 settembre 2023

      Certo Il drago ha indicato la strada verso la luce..il faro europeo da seguire, fuori dalla via illuminata è tutto buio.... Sarebbe interessante sapere se lui ci crede veramente a quello che dice, ovvero se lo considera realizzabile...

    1. ton1957 17 settembre 2023

      Sarà sempre chiaro ed esplicito ma io quando parla non capisco mai dove vuole andare a parare (non capisco ma lo sò già), Draghi è come: "venditore di vasellina in spiaggia nudisti" chiaro o non chiaro, appena apre bocca, appoggio natiche a scoglio.
      Unione fiscale ne sento parlare da un pò ma non ho ancora capito cosa sià oltre lo slogan A) pago le tasse con le aliquote Olandesi? B) sono gli Olandesi che pagano con le mie aliquote? C)chi incassa le tasse la U,E. lo stato o le banche? D) chi mi pagherà la pensione la U:e: lo stato o le banche autorizzate?
      Direi che è meglio aspettare maggiori dettagli prima di prendere posizione lontana da scoglio.

    2. sbregaverse 17 settembre 2023

      Si sta profilando oltre il saggio del monte il saggio dello SCOGLIO.

    1. sarah 17 settembre 2023

      Queste sono persone anziane, rappresentanti di istituzioni invecchiate sia nei fatti che nei metodi. In questo modo, nonostante le apparenze, faticano a perpetuare all'infinito la loro politica di controllo del mondo anche e soprattutto nel confronto con i paesi emergenti. Non mi faccio illusioni, non affermo che presto assisteremo alla vittoria del bene sui nostri mali ma rilevo alcuni fatti. La pretesa di questi oligarchi di scrivere il futuro di altre due, tre, quattro e forse più generazioni mi sembra patetica e non mi sento di darla per certa così, con queste caratteristiche. Infatti i loro toni, sempre più perentori e altisonanti, non vorrei nascondessero proprio i loro timori e la loro mancanza di "contromisure" per fronteggiare una realtà diversa dalle loro attese. Non hanno più nulla con cui illuderci e dunque passano ai discorsi forti, vorrebbero che noi accettassimo il sacrificio di buon grado per la loro salvezza. È pur vero che il piano sembra procedere senza problemi eppure questo stesso articolo, per fare un esempio, abbonda di elementi che sono nient'altro che difficoltà da affrontare per loro. E i mezzi scarseggiano. Fate bene a rimarcare l'inutilità dell'astensione o del voto, ma non rassegniamoci ad apparire mansueti e arresi. Forse lo strumento elettorale non sarà l'unico possibile per contrastarli ( e non potrebbe esserlo ) ma anche prendere il controllo di forze politiche non collaboranti costerà loro fatica e denaro e contribuirà a svelare la loro natur

    2. Arthur 17 settembre 2023

      Dice che non hanno molto tempo.
      Sa che sono al capolinea.

    3. SDL 17 settembre 2023

      È chiaro che se posi la matita devi prendere il fucile.

    1. oriundo2006 17 settembre 2023

      Alla Ue manca, per realizzare i desideri di banchieri come Draghi o Monti, una idea fondativa del 'perchè' limitare la sovranità.
      Questo aspetto non viene mai enucleato in quanto tale ma solo nascosto da apodittiche asserzioni sul 'meglio' da attendersi dal mettere tutto e tutto insieme sulla base di Trattati giganteschi e iperburocratici.
      Data la sua inverosimile mancanza, questa oggi è surrogata dai suoi corifei dalla guerra in Ucraina che peraltro non ci riguarda strettamente parlando. E' stata voluta, pianificata dagli USA per altre ragioni del tutto estranee alla Eu.
      Oltre all'idea fondativa manca anche un minimo comun denominatore delle diverse, anzi diversissime componenti sociali, etniche, giuridiche, religiose dei diversi Paesi europei.
      Questo minimo comun denominatore poteva essere l' 'uomo bianco' 'indoeuropeo' 'cristiano' senonchè questa idea è stata resa improponibile sia dalla storia stessa di questa idea sia dall' immigrazione incontrollata o controllata che sia da paesi estranei all' orbe cultural-storico dell' Europa propriamente detta.
      Dall'assenza di questi due elementi e dalle aporie che ne sono derivate non si è usciti se non immaginando una Eu copia conforme agli USA, con tutti i problemi e le distopie che ne possono derivare sia oggi sia soprattutto domani, concorrenza ed agibilità politica autonoma in primo piano, necessarie entrambe proprio per realizzare i postulati politici dell' intervento di Draghi e le sottese componenti economiche.

    2. oriundo2006 17 settembre 2023

      Detto questo, la tavola dei desideri del banchiere, astutamente presentata come tavola di valori necessari, si trova ad essere contraddittoria non solo con sè stessa ma anche con le relazioni internazionali oggi vigenti nell'orbe 'atlantico': è un non sequitur made in Washington ed è dunque allo stato attuale irrealizzabile.
      Perchè, ed è questo il terzo punto fondamentale, manca alla Eu l'agibilità politica autonoma per realizzare almeno alcuni dei suoi obiettivi primari.
      Dopo possiamo contarci tutti delle favolette, specie se scritte nella neolingua dei Padroni e sopratutto nel sito eminente ( UK ) di chi ha fatto proprio perciò l' exit che sappiamo.

    1. Nestor Halak 17 settembre 2023

      A me Draghi ricorda un film di qualche anno fa intitolato Oltre il Giardino in cui un vecchio giardiniere analfabeta, alla morte del padrone, finisce per caso per ritrovarsi in una posizione di grande influenza. Riesce ad articolare solo pochi e smozzicati discorsi che riguardano esclusivamente il giardinaggio (per esempio chi non si vaccina muore e fa morire il nonno), ma tutti li prendono per profondi, arguti e saggi insegnamenti.
      Nella fattispecie mi pare che Draghi semplicemente ripeta la retorica che va per la maggiore, quella delle tre o quattro "sfide" come piace oggi chiamarle e lo fa come un devoto servente alla causa.
      Mi pare ovvio che il fine ultimo dell'U.E. sia il federalismo il che di per sé non mi sembrerebbe nemmeno un male: del resto è meglio l'Italia o la serie degli stati preunitari? La questione è opinabile, ma va de sé che se unità dev'essere ci dovrà essere anche un trasferimento di fiscalità dalle zone più ricche a quelle meno, altrimenti che paese è? Del resto non sono gli stessi temi dei leghisti in ambito nazionale di qualche anno fa?
      Il problema è politico e istituzionale: bisogna vedere di quale Europa stiamo parlando. l'Europa reale di oggi non è un organismo democratico, il governo non è elettivo, il parlamento non ha poteri, di fatto è comandata da una burocrazia in mano ai lobbisti, agli Stati Uniti e dalla Nato.
      Francamente Draghi non mi pare particolarmente brillante, ma del resto neppure la Von der Layen lo è.

    1. ducadiGrumello 17 settembre 2023

      toccante la sezione iconografica che accompagna il pezzo (che per quel che vale a me è piaciuto), dall'agghiacciante primo piano iniziale che sarebbe veramente da vietare ai minori di qualunque età ai ritratti del Nostro in compagnia di altri noti criminali di conclamata sociopatia

    1. Arthur 17 settembre 2023

      Di quello che auspica Draghi non si farà nulla perché quasi tutti i Paesi europei non vogliono.
      Germania, Francia, Olanda unite fiscalmente ad altri Paesi?
      Probabilità: 0!
      Nessuno vuole un esercito europeo, ma davvero nessuno, soprattutto la Germania; lo stesso i Paesi più piccoli e quelli che sono stati trattati in un certo modo nel corso degli anni.
      E, dato che la tendenza politica va verso governi nazionali di destra che sono ancora più restii a queste idiozie, il progetto di Draghi è palesemente inattuabile.
      Anche il Parlamento UE probabilmente virerà a destra.

      L'UE e la zona euro hanno i giorni contati e lo sanno benissimo, ecco come si spiega l'assurdo rialzo dei tassi: devono mangiare il più possibile prima di essere estromessi e lo stesso hanno fatto con le speculazioni energetiche.
      E che sia effettivamente così lo dimostra Draghi stesso quando dice che non c'è molto tempo.
      La sostituzione delle élites occidentali si avvicina.

    2. me-stesso 17 settembre 2023

      Vorrei sperarlo ma nessuno ai piani alti credo che mollerà il colpo così facilmente. Più probabile che siano i popoli ad avere i giorni contati ed essere sacrificati...

    3. Arthur 17 settembre 2023

      Non capisco tutto questo pessimismo da parte di alcuni di voi.
      Un pessimismo cosmico. Mah...
      Io invece dico che se un ceto politico (e mi riferisco a quello europeo) porta avanti un'agenda politico-economica così palesemente distruttiva, e distruttiva anche dal punto di vista sociale, culturale e morale, prima o poi i nodi vengono al pettine e i politici responsabili saranno sostituiti.
      Sarà un epilogo naturalissimo.
      Occorre solo aspettare.
      E sperare che gli elettori europei si sveglino e che, invece di disertare le urne vadano a votare.
      I partiti ignobili che sono la rovina dell'Europa hanno una parte di elettorato fanatico che a votare ci va sempre e comunque, qualsiasi cosa venga fatta dai loro politicanti di riferimento.
      Urge pertanto che la gente vada a votare mandando all'opposizione certa gentaglia, sia nei parlamenti nazionali che in quello europeo.
      E quando parlo di partiti ignobili mi riferisco ai responsabili, che ovviamente sono quattro partiti: Socialisti, Verdi e Liberali, con la vile complicità dei Popolari che pur di restare al potere hanno accettato di tutto.
      Ma alla fine, quando questi quattro non avranno più la maggioranza, i Popolari saranno costretti ad allearsi con i gruppi di destra.
      In quel momento si capirà.

    4. SDL 17 settembre 2023

      Giusto, io voterò Arthur del partito comedonchisciotte, punto e basta..

    1. piero deola 17 settembre 2023

      Quì si sta parlando di un criminale di gran peso internazionale.In un mondo giusto tali personaggi che hanno fatto gli interessi dei ricchi ladri e punito nazioni provocando morte,disoccupazione e miseria meritano un solo luogo di residenza:la galera.

    1. Megas Alexandros 17 settembre 2023

      Finalmente si comincia a renderci conto di quello che scrivo da più di un anno. Esattamente da quando, in maniera del tutto inedita, i nostri ultimi due governi (Draghi e Meloni), si sono opposti in maniera netta alla riforma del Mes. Intendiamoci non sono affatto per il Mes (come sapete)! - ma questa ferma posizione, unica nel suo genere, tenuta dai governi italiani nei confronti dei poteri UE, è una posizione dettata dalla Agenda Draghi, che di contro vuole l'unione bancaria ed oggi addirittura l'unione fiscale. Tale posizione è dettata da quei poteri che beneficiano dell'euro e della sua struttura (molti dei quali figli delle fratellanze con sede in Italia), ed è chiaramente una posizione che vuole rafforzare questa unione monetaria, oggi come non mai a rischio, per i motivi che Draghi ben conosce e che ho spiegato nel mio ultimo articolo sulla interista di Draghi all'Economist, pubblicato pochi giorni fa.

    1. Jimbo 17 settembre 2023

      La penso esattamente come l'autore.
      Draghi é al momento il faro piú pericoloso, va studiato e combatt... non si puó.... rigettato.
      Anche se purtroppo non serve a niente rigettarlo.
      Svuotamento di sovranitá, grecizzazione, digitalizzazione, impero europeista, furto agli italiani per produrre guerre, deindustrializzazione tramite il suicidio green.
      É dichiarato: nero su bianco.
      Siamo oltre il Male Assoluto.
      E sono tutti pronti a seguire la sua agenda, dalla dx traditrice della Meloni alla finta sx della Schl.... di Mattarella.
      Le europee serviranno a qualcosa? No.
      Perché non votare soprattutto alle europee non serve a un benemerito kaz, e votare é inutile perché non c'é un partito che confligge contro gli adepti del Male Assoluto.
      Quindi? Quindi niente.
      La strada dell'agenda Draghi all'interno di quella 2030 é la strada che intendono percorrere e ce la faranno percorrere.
      Con le buone e con le cattive.

    2. me-stesso 17 settembre 2023

      È esattamente così se decideranno per quella strada: con le buone o con le cattive.
      Ma unicamente e sempre perché i popoli dormono beatamente sonni tranquilli...

    3. Jimbo 17 settembre 2023

      E con le cattive, temo (non o).
      Le cattive fanno parte del programma.
      Per la chiusura del post concordo in pieno: alla fin fine il sonno perpetuo della massa ovina a prescindere, qualsiasi cosa accada, é la chiave.
      Gli italiani si sveglieranno?
      Ci sará un evento che li sveglierá di soprassalto?
      Per svegliarsi non intendo solo interpretare l'attuale situazione in vista del futuro, quello un buon 10-15% lo ha fatto grazie alla strattonata del coso19 ma é servito solo per limitare i danni dei vazzini.
      No, intendo un risveglio completo di chessó un 40%.
      Troppo, basterebbe il 30%.

    4. Arthur 17 settembre 2023

      La vera agenda 2030 è la derattizzazione.
      Prima stanano per bene i topi, facendoli venire tutti fuori allo scoperto.
      Poi i ratti, caduti nella trappola, vengono eliminati.

    1. logos 17 settembre 2023

      Certo. Concordo che con una Germania liquefatta (in dura recessione) e una Francia ad un centimetro dal perdere il franco cfa (vedi fatti del continente nero) ed una Olanda in cui si sta distruggendo a tavolino il settore primario è il momento giusto, nell'interesse di tutti (hahahaha), di puntare agli stati uniti d'Europa. Soprattutto per noi mangia spaghetti (l'unica volta nella storia che essere occupati dagli Usa ci dava un minimo vantaggio geopolitico). Grazie di esistere nonno banchiere. Se non c'eri tu saremmo belli che fritti. Tu che storicamente hai combattuto con grande e "vibrante" determinazione per i nostri interessi (whatever it takes). Non mi dilungo ulteriormente (potrei). Meglio prendere un bel caffè e non rovinare del tutto questo Settimo giorno che "l'Europa" mi ha concesso. l.

    2. arkalia 19 settembre 2023

      Ti sei dimenticato il 1992 e il panfilo Britannia?

    3. logos 19 settembre 2023

      Insieme ad altri abomini era compreso nel "(potrei)". l.

Visualizzati 27 di 27 commenti approvati.