Di Alessia Vignali per ComeDonChisciotte.org
“Dottoressa, mi dica la verità.”
Nei brevi istanti che precedono l’enunciazione della diagnosi, “verità” è una parola pesante. Il medico sa che ciò che sta per dire cambierà la trama della vita che ha davanti. Non consegnerà soltanto una diagnosi, poiché in seguito a ciò che dirà, la vita del paziente potrà essere spaccata in un un “prima” e in un “dopo”. Se il medico è capace, le parole possono arrivare lentamente, non come un verdetto, ma come un racconto rispettoso: spiegano, nominano, sostano. Accolgono. Il paziente ascolta, il suo sguardo è attraversato da qualcosa che sin da subito non è solo paura: è il lavoro silenzioso con cui una storia si spezza, ma già cerca un nuovo inizio.
In quella stanza non si è pronunciato soltanto il nome di una malattia, si è aperto un capitolo imprevisto. E tutto dipenderà da come quel capitolo potrà essere narrato e scritto.
Ci sono parole mediche, impregnate di una sapienza antica, che non curano le ferite del corpo, eppure impediscono che l’anima si laceri del tutto. E c’è la virtù del semplice “stare”: quando la cosa più utile che si possa fare è mettersi in silenzio al cospetto del mistero dell’Altro, quando quell’Altro deve affrontare qualcosa più grande di lui. Quello che si fa, in questo caso, è qualcosa come una veglia.
La medicina moderna ha imparato a misurare, a visualizzare, a intervenire con una precisione che un tempo sarebbe parsa miracolosa. Ha ridotto il dolore, ha allungato la vita e ha trasformato malattie mortali in condizioni croniche. Nel momento della sua massima potenza tecnica, la medicina si è però scoperta fragile nel luogo più delicato: l’incontro tra due vulnerabilità, quella di chi soffre e quella di chi è chiamato a prendersene cura.
Fresco di pubblicazione per Cortina editore, il saggio di Rita Charon “Raccontare la malattia, le nuove frontiere della medicina narrativa” nasce nell’esile spazio in cui la parola-logos restituisce alla scienza la sua missione originaria, essere al servizio dell’uomo. Raccontare la malattia non è un invito sentimentale a essere più empatici; è una proposta epistemologica, una riforma silenziosa dello sguardo clinico. La malattia non è, infatti, soltanto un evento biologico. Essa incrina la continuità del tempo spezzando la fiducia nel corpo come casa abitabile, base sicura su cui inconsapevolmente fondiamo il nostro essere nel mondo. Ogni diagnosi è una frattura nella storia che avevamo scritto per noi stessi che ci rende, forse più di tutto, orfani del futuro immaginato.
Quando una persona entra nello studio medico, porta con sé molto più di sintomi. Dentro ha una storia che cerca forma, una paura che chiede parole, un passato che desidera di essere riconosciuto. Gli appartiene anche la dimensione di un futuro che non vuol essere cancellato, ma, semmai, riprogettato. La medicina narrativa, di cui Charon è eminente portavoce da trent’anni, nasce dalla consapevolezza che, senza la capacità di ascoltare quella storia, il medico vede soltanto frammenti: un organo, un valore ematico, un’immagine radiologica. Vede il danno, non la vita che lo contiene. Chi è, al di là del sintomo o della sua congerie, la persona che ha davanti?
Charon chiede al medico di diventare un lettore capace di riconoscere la voce, il ritmo, le omissioni, le metafore di chi gli sta di fronte. Ogni paziente narra in modo diverso, la forma del suo racconto è già un contenuto. Nella struttura della narrazione si depositano le difese, le speranze, le colpe, le richieste di aiuto. Leggere bene una storia significa riconoscere che il senso non è soltanto in ciò che viene detto, ma nel modo in cui viene detto.
In questo orizzonte la relazione di cura diventa un atto di testimonianza. Il medico non è solo colui che interviene, è colui che riconosce e reca in sé il valore dell’esistenza che ha di fronte. Come ben sa la psicoanalisi, essere riconosciuti nella propria sofferenza è la prima forma di giustizia che cerchiamo, sin da piccolissimi. In assenza di riconoscimento, la malattia tende altrimenti a isolare, a ridurre la persona a caso clinico, a numero di cartella. Il paziente stesso si rinchiuderebbe, come Giobbe, nel muro invalicabile della sua sofferenza. La possibilità di raccontarsi gli restituisce invece non solo dignità, ma anche unicità. “Ci sei solo tu, ad avere una storia così, ad essere, così”.
Nelle pagine di Charon c’è una fiducia profonda nella parola come luogo di autentica ricomposizione. La malattia spezza la continuità narrativa della vita, la parola è il pharmakon, e intrecciarla nel racconto permette di riannodare i fili della trama esistenziale sfilacciata. Non si tratta di illudersi che il racconto cancelli la sofferenza, ma di riconoscere che la sofferenza, quando rimane muta, diventa assi più grande. Quando la sofferenza, invece, può farsi racconto, avviene la magia uno spazio condiviso in cui il caos trova un ordine provvisorio e l’angoscia si lascia contenere. Come si dice nel Piccolo Principe, magari fuori piove, ma sembrerà meno triste, se siamo in due a vedere assieme l’acqua che scende.
Rita Charon, medico internista e studiosa di letteratura, dirige il Programma di medicina narrativa alla Columbia University ed è la personalità più nota a livello mondiale in questo campo.
Di Alessia Vignali per ComeDonChisciotte.org
02.03.2026
natascia 3 marzo 2026
Cancellato.