Davvero non si trovano i lavoratori? Il mito alla prova dei numeri

Davvero non si trovano i lavoratori? Il mito alla prova dei numeri

Di ConiareRivolta.org

Sin dalla nascita della scrittura, ben 3500 anni fa e forse ancora prima, l’essere umano ha fatto ricorso al mito per darsi una spiegazione della realtà, per tramandare il sistema di valori e i principi di una società. Spesso, i miti servivano ad ammonire gli esseri umani a non compiere atti contro natura. Uno dei motivi ricorrenti del mito greco è la hybris, termine che sta a indicare appunto la tracotanza dell’essere umano, l’arroganza. Hanno peccato di hybris, ad esempio, Icaro, Sisifo o Prometeo. Tutti, a loro modo, arroganti verso gli Dei, ma archetipi della lotta dell’uomo per il raggiungimento della conoscenza.

Purtroppo, i nostri tempi amari e reazionari ci stanno consegnando un nuovo mito i cui personaggi, pur peccando di hybris e tracotanza, sono più interessati alla diffusione della menzogna – anche a costo di apparire ridicoli – che a squarciare i veli dell’ignoranza. Si tratta di un mito ben noto ai nostri lettori dato che ne abbiamo spesso smascherato le falsità e la pretestuosità ma che, tuttavia, è di recente tornato all’onore delle cronache. Si tratta del mito del “lavoro che, in Italia, c’è ma mancano i lavoratori”. Basta fare una piccola ricerca su Google per essere praticamente sommersi da risultati recenti. Negli ultimi mesi, ad esempio, ne hanno parlato Il Resto del Carlino, Panorama, la Stampa, La7 e l’Huffington Post. Quando va bene si tratta di dichiarazioni di imprese o cooperative circa le loro aspettative di assunzioni, spesso tuttavia si tratta di vere e proprie illazioni condite dalle solite infamie: i lavoratori sono sfaticati, schizzinosi e non vogliono fare sacrifici. Come detto, non è la prima volta che ci tocca smascherare certa retorica ma, repetitat iuvant e dunque, ripetiamo.

Il problema in Italia merita di essere osservato da almeno due punti di vista: a) quanti sono i posti vacanti, cioè quelle posizioni per cui le imprese cercano lavoratori senza trovarli; b) come reagiscono i salari di fronte a questa presunta abbondanza di domanda di lavoro (ricordiamolo: le imprese domandano lavoro, mentre i lavoratori lo offrono).

L’entità del problema: i posti vacanti in Italia sono insufficienti

Se si vuole studiare lo stato della domanda di lavoro non soddisfatta, una fonte attendibile di dati è l’ISTAT che ogni trimestre fornisce un resoconto sullo stato del mercato del lavoro in cui analizza anche i dati sui posti vacanti nell’industria e nei servizi. Effettivamente, il tasso di posti vacanti (cioè il rapporto tra posti vacanti e offerta di lavoro) ha subito una crescita sostenuta tra il 2020 e il 2022, dopodiché la crescita si è arrestata. Ciononostante, il numero assoluto di posti vacanti è rimasto stabile anche nel 2023 ad un livello prossimo, ma inferiore, ai 500 mila posti vacanti per trimestre. Una cifra quasi doppia rispetto alla media italiana degli ultimi anni. Poiché i posti vacanti segnalano lo stato della domanda di lavoro, è evidente che essa sembra in uno stato di buona salute rispetto alle secche dell’ultimo decennio. Buona salute che, a dirla tutta, sembra comunque essersi raffreddata negli ultimi trimestri dato che il tasso di posti vacanti ha smesso di crescere da almeno un anno, soprattutto nel comparto industriale. Tuttavia, il mercato del lavoro italiano ha sicuramente goduto del rimbalzo post-pandemia attraversando una fase di crescita occupazionale e riduzione della disoccupazione, anche a fronte di ore lavorate pressoché stagnanti. La crescita dei posti vacanti va letta in relazione a questi dati: se l’occupazione cresce è perché cresce la domanda di lavoro. La crescita dei posti vacanti segnala che le imprese stanno cercando lavoratori più di prima. Trovare lavoratori, tuttavia, può richiedere tempo: da qui, i posti vacanti. Ma, la domanda da porsi è se questi posti siano davvero tanti e se, quindi, la disoccupazione in discesa ma elevata, possa dipendere in parte o in tutto da un mancato incontro tra l’offerta (i lavoratori ‘choosy’, schizzinosi e fannulloni) e la domanda (i posti vacanti) o dipenda, piuttosto, dal fatto che ci sia poco lavoro. Il grafico qui sotto riporta qualche dato.

La colonnina rossa rappresenta il numero assoluto di posti vacanti. Come si può notare, seppur con una tendenza crescente, resta sempre inferiore alle altre due colonne. Che cosa rappresentano? La colonna gialla rappresenta i disoccupati giovani (tra 15 e 29 anni), la colonna blu i disoccupati totali. Come si può notare, quindi, la quantità di posti vacanti (la colonna rossa) non è tale da occupare neanche tutti i disoccupati giovani (la colonna gialla), figuriamoci l’intero ammontare di disoccupati (la colonna blu). Anche in una fase di riduzione della disoccupazione, questa è ancora 5 volte superiore ai posti vacanti. Possiamo quindi proporre una conclusione a questa prima analisi: il numero di posti di lavoro disponibili è più alto rispetto a quello a cui eravamo abituati negli ultimi decenni, ma è ancora largamente insufficiente a sconfiggere la piaga della disoccupazione. Vale a dire, non vi è (nemmeno stavolta…) alcuna ragione per imputare la disoccupazione alla scarsa disponibilità dei lavoratori a lavorare.

Che fare? Formazione e salari

I disoccupati sono, per definizione, lavoratori e lavoratrici che sono disposti a lavorare e cercano attivamente lavoro, ma non lo trovano. La definizione in sé dovrebbe bastare a spazzare il campo dall’accusa di fannulloni. Ad ogni modo, si potrebbe obiettare – e certo lo si fa – che questi disoccupati non abbiano caratteristiche individuali in linea con le richieste del mercato, non siano sufficientemente formati o preparati. Bene, se si va a guardare l’andamento dei posti vacanti, si vedrà che il settore in cui esso è cresciuto di più è proprio il settore alberghiero e della ristorazione. Si tratta dunque di un settore che non richiede un’elevata specializzazione e nel quale, come vedremo, si annidano le peggiori sacche di sfruttamento e bassi salari. E se davvero fossero così alla ricerca di personale, perché non proporre una formazione interna? Vale a dire, perché non dovrebbe essere proprio l’azienda a garantire la formazione del lavoratore per le mansioni che gli chiede di compiere ma deve farsene carico lo Stato, quindi i lavoratori stessi? Il tema dell’istruzione è strettamente legato al tema dei posti vacanti ma, a nostro parere, da un punto di vista contrario a quello della vulgata liberista. La formazione è cruciale per la vita civile di un lavoratore e lo Stato deve farsene carico indipendentemente dalle logiche e dalle richieste del mercato. Ma, proprio a questo riguardo, vi è un altro settore in sofferenza: quello dell’istruzione. Un settore vessato dalle pochissime assunzioni degli ultimi anni, in cui tutto l’onere dell’educazione delle nuove generazioni poggia sulle spalle di insegnanti precari e mal pagati. È notevole, direte, che proprio dopo anni spesi ad imprecare perché i giovani e le giovani studentesse si impegnassero in studi troppo classici invece di imparare un mestiere, proprio il settore dell’istruzione sia in cerca di maestri, professoresse et similia. Ma come, non ci volevate tutti idraulici, fornai e meccanici pronti ad essere spremuti negli ingranaggi della produzione? Non era tutto tempo sprecato quello perso dietro allo studio delle guerre puniche, della letteratura, delle materie umanistiche?

Ma cosa accumuna il settore della ristorazione e il settore dell’istruzione? I bassi salari e il livello di sfruttamento. L’Italia è fanalino di coda nella crescita dei salari reali. È ormai noto che siamo l’unico paese OCSE in cui i salari reali si sono ridotti nell’ultimo trentennio. Vari studi certificano che la povertà lavorativa, vale a dire la povertà che attanaglia chi pure un lavoro ce l’ha, è un fenomeno diffusissimo che riguarda circa il 30% dei lavoratori e delle lavoratrici. Eppure, neanche questa fantomatica e disperata richiesta di lavoratori riesce a dare una spinta decisa ai salari. Se si guarda alle retribuzioni, dalla fine del 2022 sono cresciute in media di circa il 3%, un livello infimo dopo anni di inflazione elevata che ne ha eroso drammaticamente il potere d’acquisto: in termini reali siamo di fronte a una riduzione del salario. Sia nella ristorazione che nell’istruzione, tuttavia, le retribuzioni sono cresciute meno della media. Nell’istruzione si osserva un 2% di crescita, nella ristorazione addirittura uno 0,8%. A fronte di cosa? A fronte di una crescita delle ore lavorate per dipendente superiore a più di 3 volte la media nazionale. Cosa vuol dire? Che nella ristorazione i lavoratori stanno lavorando di più, ma i salari non crescono affatto. Ma se davvero mancano così tanto i lavoratori, perché non li pagate di più, verrebbe da dire.

È evidente, dunque, non solo che la domanda di lavoro da parte delle imprese non sia esplosa e non sia ancora sufficiente, ma anche che l’interesse che si cela dietro ai titoloni dei giornali sia quello di trovare, celermente, lavoratori da spremere e pronti a lavorare per salari da fame e ritmi di lavoro stressanti. Si tratta, niente di più, niente di meno, di un’arma di persuasione con la quale si cerca di scaricare ancora una volta sui lavoratori l’onere della propria condizione di miseria. Ma la realtà non dice questo: i posti di lavoro sono pochi e sono pagati peggio. Insomma, non è il lavoratore italiano che è pigro e svogliato, è il padrone che è avaro e ingordo.

Di ConiareRivolta.org

23.03.2024

ConiareRivolta è un collettivo di economisti indipendenti.

Fonte: https://coniarerivolta.org/2024/03/23/davvero-non-si-trovano-i-lavoratori-il-mito-alla-prova-dei-numeri/

Commenti (25)

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    1. dana74 27 marzo 2024

      assolutamente vero, c'è una rubrica de il Fatto Quotidiano, una ragazza risponde a degli annunci, fingendosi interessata e chiede informazioni. Sono tanti questi annunci, li analizza e sono tutti sottopagati quando va bene se non tutti a nero. Non va a cercare casi strani per fare audience, basta guardare su qualsiasi sito di ricerca lavoro, incluse le agenzie interinali. Per non parlare dopo i 50 anni....in realtà si è espulsi dal mercato

    1. Teopratico 25 marzo 2024

      Lavoro, ambito a me sconosciuto. Lavoro, dall' età dell' adoscelenza, consegnavo rassegne stampa ( non c'era la mail) per tutte le testate della città, e polizze auto da riscuotere. Lavori, pure di responsabilità, ché un regazzino svejo col motorino faceva normalmente e si metteva in tasca dalle dieci alle ventimila lire l' ora, neri cone la pece. Lavoro, se inteso sotto padrone, mai più cercato, ho imparato altro: un mestiere, per questo di lavoro non so nulla oggi.
      Lavoro. Allora se non partiamo dalle leggi di Treu e tutte le successive non possiamo comprendere come sia diventato un inferno questo mondo; del Lavoro intendo. Gli attentati di quegli anni sembrano essere stati propedeuci al non contrasto di quelle leggi.
      Ho un amico responsabile delle risorse umane ( si dice così oggi?), la sua azienda che si occupa di pulizie in piccole strutture ricettive sparse nella città, è da un paio di anni a corto di personale perché il Lavoro è cresciuto. Beh, offrono un contratto a tempo indeterminato a norma di legge, il Lavoro non sarà leggero e bisogna spostarsi per un quartiere che varia ogni giorno, ma non riescono a trovare persone, non dico idonee, ma che almeno si presentino agli appuntamenti. Mi racconta di umanità disperse, disgregate ( i pochi italiani che si presentano sono quelli forse messi peggio, senza nemmeno uno smartphone indispensabile per aprire e chiudere le strutture), che non accettano o non si presentano perché impossibilitati nell' offrire una continuità, lavorativa, abitativa, famigliare etc... La lucida fotografia della società liquida, ma di un liquido che ricorda la merda.

    2. Moderatore 25 marzo 2024

      Il suo commento era finito in moderazione, in automatico, per via della parola "me**a".
      Lo abbiamo approvato, ma con l'occasione la invitiamo ad evitare di usarla in futuro o di usare gli asterischi, così da non incappare nel filtro automatico.
      La scelta è quella di evitare il turpiloquio, sebbene non ci sfugga che la parola è orami di uso comune e certamente nel suo commento non aveva tale finalità.
      Ci scusiamo del disguido.

    3. Teopratico 25 marzo 2024

      Mentre la scrivevo ci ho pensato, non ho trovato lì per lì un sinonimo meno volgare e ugualmente incisivo. Grazie per la spiegazione.

    4. Teopratico 25 marzo 2024

      La fogna, immagine più liquida tra l' altro...

    1. Ummon 25 marzo 2024

      Non sono così sicuro che un quarantenne che rinuncia a _ogni_ offerta di lavoro (non solo quelle che bisognerebbe meglio chiamare "schiavitù") per farsi mantenere dai genitori e sentirsi sempre in vacanza sia così "felice".

      O meglio: sono pochissimo convinto che quel genere di felicità duri negli anni.

      Mi capita di parlare quotidianamente con persone che oggi hanno 70-80 anni: hanno avuto una vita dura, logorandosi per paghe che oggi ci sembrano miserabile... ma quando ci parli intanto ti raccontano che "hanno vissuto".

      Le (troppe) comodità e il (troppo) tempo libero a una certa età si trasforma in un senso di vuoto e di fallimento, le difficoltà e i sacrifici si trasformano nella soddisfazione di aver messo da parte un tesoretto di prove ed emozioni ed esperienze.

    1. uomospeciale 25 marzo 2024

      E a proposito del defunto reddito di cittadinanza, non so quanto sia indicativo della situazione, ma anche nel locale del paesello mio dove andavo sempre a bere il caffè, a suo tempo il titolare mi diceva che più di un dipendente si era licenziato perché preferivano prendere il reddito, invece di dover lavorare.
      Ricordo anche una ragazza con la quale non potei evitare di fare una piccola polemica, quando mi disse che a fine mese se ne sarebbe andata via perché vivendo con la madre già titolare di una buona pensione e avendo anche la casa di proprietà lasciatagli dal defunto padre, il reddito gli bastava e non c'era:
      "bisogno di buttar via la vita lavorando"

      ( Queste sono state le sue ESATTE PAROLE assunta da appena 8 mesi ( !! ).....

      Aggiungendo pure per buona misura:

      "E poi forse mi sposo, e magari faccio la casalinga"

      ( Ma chi se la piglia questa )?

      PS:

      Anche quel locale come tantissimi altri anche nei paesi vicini, è poi stato venduto ai soliti cinesi.

    2. ric 25 marzo 2024

      ma li trovi tutti tu ?

      anche io ho un nipote che da studente , aveva trovato lavoro occasionale come lavapiatti in un ristorante prestigioso in una nota stazione sciistica Piemontese , per il sabato e domenica. Paga 8 euro all ora. ( ovviamente in nero ) . accettabile si potrebbe dire... resta in fatto che trascorreva circa 12 ore nella stazione , peccato che glie ne pagavano solo 5 / 6 al massimo , poiche' con cronometro alla mano gli pagavano le ore effettive del lavaggio piatti , poi seduto su una sedia nell attesa che si accumulassero altri piatti da lavare...

    3. Brule 25 marzo 2024

      Infatti. Esistono lavori che non è economico accettare, ma proprio in termini di calorie spese e comprate.

    4. uomospeciale 25 marzo 2024

      Ci sono anche i disonesti, mai detto di no.
      io parlo solo per le mie esperienze e sono quelle che ho riportato.
      Alcuni miei parenti per dire nel settore ristorazione turistico e alberghiero, so che pagano circa 9 euro netti l'ora, tutto in regola + ovviamente eventuali straordinari, ferie, tredicesima ecc ecc.
      Ma ormai pure loro stanno uscendo tutti da questo settore anche in previsione della Bolkestein.
      Ormai ci sono troppi problemi, burocrazia, concorrenza, tasse e troppe norme che cambiano di continuo.
      Fare impresa oggi in Italia è da pazzi ce li hai tutti contro, è diventato troppo stressante.

    1. Giovanni01 25 marzo 2024

      Una disoccupazione intorno al 10% garantisce salari bassi per chi assume. Così ho più volte letto.
      Per quanto ho personalmente appurato vi sono certamente possibilità di impiego, a due condizioni : la prima è la disponibilità senza riserve, qualunque siano orari e/o giorni lavorativi; la seconda è il salario/stipendio da fame.
      Per essere più semplice, lo schiavo non è mai privo di occupazione.

    2. ric 25 marzo 2024

      questa e' la verita' !

    1. uomospeciale 25 marzo 2024

      Beh!... Alcuni miei parenti che stanno nel settore balneare e turistico alberghiero sostengono che l'eliminazione del reddito di cittadinanza
      ha migliorato di parecchio la situazione.

      Prima in moltissimi settori non c'era verso di trovare gente disposta a lavorare il sabato la domenica oppure la sera tardi.
      Volevano tutti andarsi a divertire

      Parecchi stavano, ( e stanno ancora ) con i genitori che li spesano di tutto fino a 35/40 anni e oltre, si fanno assumere giusto per tre quattro mesi per comprarsi lo smartphone nuovo oppure per mettersi via qualche migliaio di euro per farsi una vacanza all'estero.

      Il problema sta coinvolgendo anche l'imprenditoria di basso livello
      vale a dire le bancarelle dei vari mercati, o le migliaia di piccoli bar e negozietti di paese, dove sempre più spesso trovi uno straniero
      ( solitamente un cinese ) dietro il banco, perché ormai non è solo il dipendente a volere vivere rilassatamente ma anche l'imprenditore di una volta quello che ci moriva dietro un banco o dietro la scrivania della sua azienda, sta scomparendo.

      Il cambio di mentalità riguarda ogni settore al punto che quasi la metà dei figli dei mie parenti e conoscenti hanno licenziato tutti e venduto aziende floridissime, motivo:

      -Troppo impegnative, meglio limitarsi a mangiare i soldi di famiglia girando il mondo e stando in ferie 365 giorni all'anno -

      Tra pochi anni tutta la generazione che oggi ha in mano il 90% della ricchezza del paese sarà scomparsa e mi pare che un pò dappertutto gli eredi non siano molto intenzionati a inseguire a loro volta grandi traguardi, pensano solo a godersi la vita.

      E se una volta li disprezzavo, oggi devo dire che in fondo hanno ragione loro:

      - A che pro correre come dei criceti dentro la ruota potendo farne a meno?
      Alla fine si vive una volta sola.. -

      Insomma alla lunga si fermerà tutto, perché tirare la carretta è troppo faticoso e ci vogliono dei motivi per volerlo fare.
      Persino per alzarsi dal letto ci vuole un motivo, ma sono almeno 60 anni che ogni motivazione viene sistematicamente svuotata demolita e distrutta.

    2. ric 26 marzo 2024

      del settore balneare serebbe meglio sbattere in galere il 90% dei "gestori"

      le spiagge sono demaniali quindi libere sono di tutti e devono essere libere.

      ecco erche' la FRANCIA sara' sempre avanti agli taglioti.

      C'e' qualcuno che il rubare soldi ai vacanzieri lo chiama creare ricchezza,,, tipo la santacche' e banda .

      https://www.gedistatic.it/content/gnn/img/ilsecoloxix/2022/09/30/002758969-13724b4b-77d7-4cd2-ad6a-5ced2b7d1146.jpg?webp

      https://www.ilsecoloxix.it/italia/2019/07/20/news/parigi-anticipa-la-bolkestein-e-spazza-via-gli-stabilimenti-1.37161827
      .

    3. uomospeciale 26 marzo 2024

      Più che altro, è sempre da fessi investire denaro e decenni di lavoro su qualcosa che non ti appartiene ma è dello stato.
      Mio nonno e mio padre lo dicevano ancora nel 1950.
      il loro motto era:

      " Abbi di tuo che non ti mancherà mai nulla "

    1. pippo123 25 marzo 2024

      alla fine pagare poco e male chi lavora è controproducente

    2. ric 25 marzo 2024

      tutti gli imprenditori vorrebbero pagarae pochissimo i proprii dipendenti , sperando che tutti gli altri avessero abbasrtanza denari per conperare i loro prodotti. ne e' Un plateale esempioe' l' imprenditore che fa produrre in Bangladesch le scarpe o i pantaloni e l vende un europa--- No ...lui no !! ... SLAPA EL KAN non ferebbe mai una cosa simile !.

    1. Bertozzi 25 marzo 2024

      Buongiorno!
      Finalmente tra mille Mila articoli di geo tinellica buoni da sollazzare vecchi indivanati e annoiati eccone uno che affronta il gigantesco elefante nella stanza italico; il lavoro ? Non c'è e quando c'è è sinonimo di sfruttamento. Eh vabbè, che ce ne frega a noi, noi siamo belli coperti dal sistema previdenziale che per coprire noi lascerà scoperti tutti gli altri e ai tempi i nostri il lavoro era comodo comodo senza Ai senza immigrati senza debunking salariale, con quattro buchi nella lamiera un paio di telefonate due timbri e due fotocopie ci si comprava casa più casa al mare e pure in montagna. Per cui cazxi dei giovani che stanno sempre sullo smartphone e han voglia di fare niente mica come noi cavalieri del lavoro, e pure, da qualche anno, esperti di geo tinellica. Poi su, mica è così importante il lavoro, torniamo a fare la conta degli assalitori terroristi e risolviamo la questione palestinese prima di mezzogiorno, che poi alle 13 dopo un aperitivino sulla spiaggia parte il burraco senile.

    2. ric 25 marzo 2024

      che strano discorso...

    3. Brule 25 marzo 2024

      Ma no, non è strano.
      Negli anni /7080 e primi 90, chi cercava lavoro lo trovava più facilmente.
      Erano lavori e a tempo pieno e tempo indeterminato, secondo CCNL, che anche nelle retribuzioni più basse consentivano perlomeno di fare delle proiezioni sulle spese future, e di chiedere prestiti o mutui.
      Poi, la situazione è cambiata.
      Delocalizzazione, de-industrializzazione, trasformazione dal produttivo di beni a produttivo di servizi, sabotaggio di tutto il diritto del lavoro, e alla cialtronaggine è stato consentito non solo di esistere, ma di essere paradigma.
      Lo stesso imprenditore che, precedentemente da dipendente aveva preteso le 14 mensilità e che usciva dall'ufficio alla caduta della penna, si è messo a cercare di reclutare più fedayn del lavoro (non ho affetti, non ho orari, fatemi di tutto) che dipendenti.
      Certo, parallelamente si è formata una sensibilità diversa da parte dei dipendenti (chiedere dello smart working al primo colloquio, perchè si deve tenere il cane, o perchè se c'è lo sciopero dei mezzi, non si va al lavoro), ma i due approcci non si escludono a vicenda, anzi, per certi versi sono i due lati della stessa medaglia.

    4. uomospeciale 25 marzo 2024

      Comunque il brutto vizio di lavorare, lo stanno perdendo in tanti.
      Parecchi che conosco io e che negli anni '90 e 2000 si sparavano anche più di 80 ore a settimana, oggi vivrebbero anche solo di riso in bianco Sky e Neflix, tenendosi la macchina vecchia anche più di 20 anni pur di poter dormire fino a mezzogiorno e stare stesi in pace sotto un albero a guardare l'erba che cresce.
      E' letteralmente cambiato il mondo.
      Questo in breve tempo avrà conseguenze su ogni cosa

    5. Brule 25 marzo 2024

      Sì sì, però è anche vero che si chiedono alle volte ritmi serrati e le famose balene dal cilindro, manco più un coniglio.
      Dopo un po' uno getta la spugna.

    6. ric 25 marzo 2024

      cosi e' piu' chiaro e condivido.

    7. uomospeciale 25 marzo 2024

      Già ed è meglio gettarla troppo presto, che troppo tardi.

    8. Ligeti 26 marzo 2024

      "Erano lavori e a tempo pieno e tempo indeterminato, secondo CCNL, che anche nelle retribuzioni più basse consentivano perlomeno di fare delle proiezioni sulle spese future, e di chiedere prestiti o mutui."

      Giustissimo. La spiegazione è tutta qui: la generazione di attuali pensionati o in procinto di (Nati tra il 50-60), anche con professioni normali riusciva a garantirsi una vita dignitosa e verso i sessant'anni, molti anche prima, pure una discreta pensione.
      Certo, c'era anche allora chi comprava la villa e chi il bilocale, però ora anche un modestissimo bilocale per un trentenne senza aiuti dalla suddetta generazione e con un lavoro persino decente diventa il massimo a cui può ambire, in termini materiali, e significa un mutuo di oltre vent'anni e una vita di privazioni. Posso quindi comprendere chi preferisce campare alla giornata, piuttosto che fare grandi proiezioni verso il futuro. Perchè per quanto potrà impegnarsi e sbattersi, la prospettiva sarà quella di possedere finalmente qualche metro quadrato quando sarà a un passo dalla misera pensione che gli spetterà. A questo punto, meglio passare il tempo in modi più gratificanti.
      L'errore forse più grave però lo imputo alla mia generazione: ovvero ai nati negli anni '80. Siamo quelli dello stage non pagato, della gavetta infinita e del miraggio dei 1.000€ come primo impiego dopo tre, spesso cinque anni di laurea. In quel momento, agli inizi del 2000, complice anche l'avvento dell'euro, abbiamo sbracato, ci siamo infilati in un pozzo da cui pochi sono usciti con uno stipendio finalmente decente dopo magari cinque o addirittura dieci anni di esperienza, precariato e vari gradi di servilismo, quando non schiavismo vero e proprio. Le imprese ne hanno ovviamente approfittato e ora piangono, nessuno crede più alla favola della gavetta e del futuro radioso conquistato con la dura fatica. Noi abbiamo sbagliato, credendo a quella retorica, noi primi "lauerati di massa", ora sta ai giovani ventenni impuntarsi e pretendere una paga e condizioni adeguate. Per quanto posso, io sto con loro, evitando orari assurdi, appoggiando le richieste di orari ridotti e più flessibilità. Solo loro possono spuntarla e se ci riusciranno ne gioveranno tutti, perchè se alzeranno i salari per loro, dovranno farlo per tutti. Non capisco chi invece, mugugnando nostalgico, avversa le richieste dei giovani, perpetuando uno stile lavorativo malsano, pronto ad immolarsi per l'azienda, primo ad entrare e ultimo ad uscire. Per cosa? Una pacca sulla spalle, se va bene, e forse un aumentino del 2% tra qualche anno.
      E' in atto una sorta di rivoluzione silenziosa, forse tra qualche anno porterà i suoi frutti. Almeno me lo auguro, l'alternativa è sprofondare nella depressione cosmica.

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