Di Roberto Concu per ComeDonChisciotte.org
Dal 1657 ad oggi il primo maggio in Sardegna si celebra la festa di Sant’Efisio, compatrono dell’isola e della città di Cagliari. Tra i protagonisti assoluti della festa c’è il giogo dei buoi che, addobbati con corone di fiori e arance infilzate nelle corna, trainano il cocchio con la statua del Santo in processione per le principali vie del centro città. La festa è un tripudio di colori tra quelli dei costumi tradizionali e sa ramadura, il tappetto di petali di rosa che viene steso a mano in via Roma al passaggio del Santo. Che, en passant, è un santo proclamato tale dal popolo e non dalla Chiesa. Quest’anno non è stato possibile ammirare la possente coppia dei buoi che, con la loro aria carducciana e il passo lento, simboleggiano la devozione contadina che ancora resiste tra sacro e profano.
Non è stato possibile perché le autorità romane hanno detto no, i buoi non possono accompagnare il Santo a causa del nuovo focolaio di dermatite bovina scoppiato nel Sarrabus, tra Muravera e Villaputzu. Siamo a oltre 70 km di distanza dal capoluogo ma, dopo un ultimo caso sospetto a Ballao, il Ministero della sanità ha vietato la movimentazione di bovini nel raggio di 50 km, compresa Cagliari. Per sopraggiunta, il Ministero è stato coinvolto dall’omonimo assessorato della Regione Sardegna come se quest’ultimo non fosse in grado di decidere in autonomia.
Che il simulacro del Santo sfili senza il giogo di buoi non è una novità. Ma è pur sempre avvenuto in casi eccezionali, anzi di emergenza. Durante i bombardamenti nella 2a guerra mondiale come durante il Covid nel 2020 quando il Santo venne portato in processione su un pick up della Croce Rossa dietro un corteo di forze dell’ordine e militari. Niente buoi. Niente fedeli.
Il parallelismo non è casuale. La logica emergenziale è la medesima che ormai permea il nostro quotidiano al pari dell’autoritarismo cieco col quale viene amministrata la cosa pubblica e privata. Così, anche la problematica della dermatite nodulare bovina è stata gestita sin dall’inizio (i primi focolai risalgono al giugno 2025) secondo il paradigma dell’admnistrative State teorizzato da Sunstein e Vermeule.
È questo il paradigma che si sta oggi imponendo nelle società industriali avanzate, in cui lo stato sembra risolversi in amministrazione e governo e la «politica» trasformarsi interamente in «polizia». È significativo che, proprio in uno stato concepito in questo senso come «stato di polizia», il termine finisca per designare l’aspetto meno edificante del governo, cioè i corpi tenuti ad assicurare in ultima istanza con la forza la realizzazione della vocazione governamentale dello stato. Giorgio Agamben (2)
È esattamente ciò che è avvenuto in Sardegna nel giugno 2025, e si è ripetuto il mese scorso proprio come in Francia (3). Infatti, mentre altre regioni come la Valle d’Aosta e l’Emilia Romagna hanno adottato, rispettivamente, la vaccinazione obbligatoria e cure alternative alla vaccinazione stessa (con risoluzione dei casi), al contrario la Regione Sardegna è stata più realista del re: oltre la vaccinazione obbligatoria ha scelto la soluzione radicale dell’abbattimento dell’intera mandria anche in presenza di solo alcuni capi infetti. Misura questa non imposta dalla UE come confermato dal TAR Sardegna e dal Consiglio di Stato su istanza di alcuni allevatori per evitare, appunto, l’abbattimento. Del resto, il Regolamento (UE) 2016/429 è pur sempre improntato al principio di precauzione (4).
Per inciso, la Dermatite Nodulare Contagiosa (o Lumpy Skin Disease - LSD), è una malattia virale che colpisce esclusivamente i bovini. La morbilità può variare dal 5% al 45%, mentre la mortalità è in genere inferiore al 10%. Inoltre, non viene trasmessa all'uomo né per contatto con bovini infetti, né tramite alimenti, né tramite punture di insetti. E non vi è alcun rischio per la salute umana connesso al consumo di prodotti derivati da questi animali.
Nonostante questi dati, vaccinazioni e abbattimenti sono stati eseguiti coercitivamente nelle aziende spesso con preavviso da oggi a domani, da parte di veterinari protetti da polizia ed esercito. Il caso più eclatante sempre nel 2025 è stato quello di un allevatore di Orotelli: 280 capi abbattuti dopo e nonostante la vaccinazione.
Risultato: intere mandrie abbattute senza pietà, sebbene di una razza protetta perché in via di estinzione come la bruna sarda, il lavoro di generazioni disperso, aziende distrutte perché a ben poco servirà la solita elemosina dei ristori. Altro specchietto per le allodole. Altra trappola psicologica del soft power per spingere alla vaccinazione.
Tuttavia, sembra che né le istituzioni né gli allevatori abbiano imparato dall’esperienza del 2025. Tanto che, il 23 aprile scorso, a Feraxi, Castiadas, è stata abbattuta una mandria di 190 capi tutti vaccinati perché 4 di essi risultavano colpiti dalla dermatite bovina. Nonostante, ripetiamo, fossero vaccinati.
A nulla sono valsi gli appelli degli amministratori comunali del Sarrabus e di un’intera comunità. «Abbiamo preso parte ad un vertice in Prefettura – spiega l’assessore al Turismo di Muravera Matteo Plaisant – chiedendo di fermare l’abbattimento. Ci hanno detto che non c’era alcuna via d’uscita. Anzi, avevano intenzione di bloccare anche le strade di accesso a Feraxi. Ci siamo opposti, almeno sul quel fronte non si è andati avanti» (5).
Dal canto suo il sindaco di Castiadas, dopo aver scritto alla Regione e alla Prefettura, si è chiesto: «Come può una legge consentire questo? Non è umano» (6).
Proprio le ultime parole del sindaco di Castiadas rivelano la realtà di uno scontro a tutto campo che coinvolge non solo i cittadini versus le istituzioni, ma anche le istituzioni locali contro quelle regionali e centrali. Scontro che travolge sia i primi che le seconde, portatrici di istanze e valori territoriali e culturali evidentemente privi di peso a fronte di interessi altri e altrui. Perché la domanda che sorge spontanea è la solita: cui prodest?
L’altra faccia della medaglia
Questa distanza valoriale era già emersa chiaramente nel corso dell’incontro tenutosi a Ghilarza il 12 settembre 2025 tra rappresentanti istituzionali, rappresentanti di categoria e allevatori. In realtà, è stato l’unico incontro in cui sindaci e allevatori del centro Sardegna hanno cercato un confronto con i vari assessorati regionali coinvolti. Mentre l’assessore alla Sanità rifiutò di intervenire, al convegno era presente l’allora assessore all’agricoltura (che, guarda caso, si dimise il novembre successivo). L’obiettivo era, soprattutto, capire se fosse possibile adottare misure meno drastiche di quelle messe in campo dalla Regione. L’incontro divenne piuttosto occasione di accesa contestazione da parte degli allevatori nei confronti della Regione. Non solo si contestò la scelta dell’abbattimento ma si mise in evidenza l’assenza di dati sulla sicurezza ed efficacia del vaccino (ci ricorda qualcosa?), l’antiscientificità del procedere alla vaccinazione nel corso dell’epidemia, la mancata considerazione della biodiversità e, dulcis in fundo, il fatto che il ceppo del virus utilizzato per produrre i vaccini in Sudafrica è stato isolato nel 1953! Quindi, il vaccino che viene somministrato è vecchio di 70 anni. In definitiva, l’incontro non portò a nulla di concreto, e la Regione rimase e resta ancora oggi sulle stesse posizioni.
Il risultato della campagna vaccinale è stato quanto meno disastroso. Sia perché a seguito dell’inoculazione gli stessi allevatori hanno evidenziato che le vacche prima sane iniziavano a star male e a produrre meno latte (sino al 90% in meno). Sia perché i capi si ammalavano ugualmente come nel caso della mandria di Feraxi. Un amico allevatore ha cercato di resistere e opporsi alla vaccinazione, memore di ciò che era già accaduto in passato con la vaccinazione delle pecore contro la lingua blu. Ma ha poi ceduto: già provato dall’aumento esponenziale dei costi fissi di gestione dell’azienda di famiglia, dai fertilizzanti all’energia elettrica al carburante, aveva smesso di produrre formaggio e deciso di chiudere. Così, vaccinate le vacche la maggior parte le ha poi vendute.
Emerge qui un altro aspetto culturale della vicenda che è un po’ l’altra faccia della medaglia. Ovvero, il fatto che gli allevatori non siano riusciti a far fronte comune contro una Regione che non ha incontrato resistenza nell’attuare misure distruttive e disumane. Né c’è stato un supporto delle comunità alle proteste degli stessi allevatori. Dove, per comunità, intendo anche quei soggetti, come i veterinari, direttamente coinvolti. Ancora una volta, divide et impera.
A differenza, almeno in parte, della resistenza che i sardi hanno opposto alla speculazione energetica, a volte con successo, altre con lo stesso esito dell’abbattimento coercitivo delle mandrie. Ovvero, l’espropriazione forzata delle terre agricole e lo sgombero di presidi da parte della polizia di stato. O dello stato di polizia.
Resistere come a Pratobello
La vicenda della dermatite bovina, se considerata a sé stante, potrebbe apparire come una pura faccenda di sanità pubblica, sebbene con conseguenze sociali ed economiche pesanti per i territori interessati. Non ultimo, il problema del consumo della carne, del latte e dei derivati del latte dei capi vaccinati: che effetti possono avere sulla salute umana?
Ma se tale vicenda venisse analizzata nel più ampio contesto e nel clima di occupazione che continuiamo a vivere in Sardegna, allora la visione cambierebbe.
Questa analisi potremo prenderla veramente alla lontana perché sono ancora aperte certe ferite storiche il cui vero obiettivo abbiamo iniziato a capire solo di recente. Accenno soltanto alla messa al bando del codice barbaricino (con conseguente riduzione a reato penale di taluni usi che, al contrario, erano stati codificati per garantire l’armonia delle comunità locali), o alla demonizzazione della lingua sarda.
Va però ricordato un dato imprescindibile: il 65% del demanio militare e delle servitù militari in Italia si trovano in Sardegna. Al demanio militare è destinata una superficie di 237,65 km2 , mentre le servitù militari occupano 136,07 km2. Per un totale di 373,72 km2 su 24.100 km² di superficie complessiva dell’Isola. Vanno aggiunti i 20.000 km² di mare che vengono interdetti in caso di esercitazioni (7). Il dato quantitativo va integrato con quello qualitativo: nel Salto di Quirra – Perdasdefogu c’è il poligono più grande d’Europa che viene utilizzato per la sperimentazione di missili e nuove tecnologie belliche senza alcuna analisi delle conseguenze ambientali e sulla salute dei cittadini.
In proposito, è del maggio 2025 un ulteriore tentativo di colpo di mano da parte del Governo con la proposta di legge 1887, che introduceva rilevanti modifiche al Codice dell’Ordinamento Militare. Due disposizioni erano particolarmente allarmanti: la previsione secondo cui i siti militari e le aree addestrative permanenti sarebbero stati assimilati ai siti industriali dismessi, e quella che subordinava alla previa autorizzazione dello Stato Maggiore della Difesa l’apposizione di vincoli ambientali e paesaggistici da parte delle Regioni. In particolare, con la prima previsione l’equiparazione ai siti industriali dismessi avrebbe comportato, nei fatti, l’adozione di soglie di contaminazione del suolo più elevate - ad esempio metalli pesanti, idrocarburi o esplosivi residui - rispetto a quelle previste per uso residenziale o agricolo, riducendo le garanzie di tutela ambientale e sanitaria per la popolazione e per gli ecosistemi.
Le rimostranze della Regione Sardegna hanno indotto al ritiro della proposta di legge (8). Ma, intanto, è chiaro che, anche in questo caso, lo Stato ha agito secondo il paradigma dell’admnistrative State, dello stato di polizia, cancellando di fatto i poteri costituzionali della Regione a statuto speciale in nome di una non meglio identificata sicurezza nazionale.
Le istanze territoriali vengono da sempre ignorate da Roma. Non solo riguardo all’occupazione militare ma anche e soprattutto per l’installazione di nuovi parchi eolici e solari. Grazie al famoso Decreto Energia (DL 17/2022) varato dal governo Draghi, secondo i dati forniti da Terna e MASE ad oggi sono stati presentati circa 700 progetti di impianti a terra per un totale di 50 GW (una cifra enorme, considerando che il fabbisogno medio dell'isola è di circa 1,2 GW), e 24 progetti di eolico offshore, cioè in mare. Dietro il paravento dell’interesse nazionale, il decreto Draghi ha:
- fissato per la Sardegna l'obiettivo di installare impianti per la produzione di almeno 6,2 GW di energia rinnovabile (eolico e fotovoltaico) entro il 2030
- semplificato la procedura di autorizzazione di nuovi parchi eolici e solari, centralizzandola in capo al Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), e definendo i criteri per le cosiddette aree idonee.
Questo provvedimento ha provocato un vero e proprio assalto all’isola da parte di speculatori a cui persino il quotidiano londinese The Times ha dedicato ampio spazio in un articolo dell’8 luglio 2024 dal titolo significativo: La Sardegna esplode per l'invasione dei parchi eolici (9). Contro questo ennesimo tentativo di depredazione delle risorse naturali della Sardegna, ci siamo mossi in parecchi con manifestazioni pubbliche, convegni e soprattutto con la creazione di un presidio permanente sulle terre agricole di Selargius contro il progetto Tyrrhenian Link di Terna (10).
Per posare il cavidotto Terna che dovrebbe convogliare tutta l’energia eolica prodotta in Sardegna verso un cavo marino che dalla Sardegna arriva in Sicilia, sono state espropriate forzatamente terre già coltivate soprattutto a vite e oliveti. Su alcune di queste terre private, a seguito della notifica dell’esproprio, ai primi di luglio era stato organizzato spontaneamente il presidio permanente chiamato “La rivolta degli ulivi”. Nel presidio alcuni dormivano a turno, altri contribuivano portando acqua e cibo, partecipavano agli eventi organizzati sul tema e alla piantumazione di nuove piante in sostituzione di quelle eradicate da Terna.
Nella mattina del 20 novembre 2024 il presidio è stato sgomberato dalle forze dell’ordine, e l’area sottoposta a sequestro preventivo e consegnata a Terna nonostante le procedure di esproprio dei terreni privati non fossero ancora formalmente concluse. Otto persone sono state denunciate per l’occupazione del terreno.
Durante l’esecuzione dei lavori da parte di Terna, le strade di penetrazione agraria di accesso all’area sono state chiuse e presidiate da posti di blocco della polizia. A parte l’impatto ambientale ai sardi non deriva alcun vantaggio dalla realizzazione di un’opera come il Tyrrhenian Link considerata strategica per la nazione (quale?) ma non per noi.
Nonostante questo, la voce del popolo sardo non è scemata. A tutela del nostro territorio e della cultura con cui fa tutt’uno, abbiamo raccolto oltre 211.000 firme per portare in Regione una proposta di legge di iniziativa popolare con l’obiettivo di limitare le aree idonee per l'installazione di energie rinnovabili, ponendo vincoli paesaggistici. L’abbiamo chiamata “Pratobello24” in riferimento alla rivolta della comunità di Orgosolo che nel 1969 si mobilitò per impedire che nel suo territorio venisse creato un poligono militare. La proposta è in discussione proprio in questi giorni in Consiglio Regionale.
Lo sbilanciamento tra l’interesse alla tutela ambientale e l’interesse nazionale, e, soprattutto, la questione delle aree idonee hanno innescato un vero e proprio conflitto di competenza tra Stato e Regione Sardegna, con reciproche impugnazioni di provvedimenti presso la Corte costituzionale. Il risultato è un caos normativo che favorisce esclusivamente gli interessi del business che sta dietro le società fittizie che avanzano i progetti.
E qui aggiungiamo un altro tassello. Nei registri del Ministero dell’Ambiente (11) è depositato il progetto «Ploaghe–Chiaramonti», un impianto agrivoltaico da 264,7 MWp, collegato direttamente alla rete elettrica nazionale. Non un’ipotesi, ma un atto ufficiale consultabile.
Dietro questo progetto emerge il nome di DTEK Renewables International (DRI), controllata europea del colosso ucraino DTEK, parte della galassia SCM (System Capital Management) dell’oligarca Rinat Akhmetov, già padrone dell’acciaio e del carbone del Donbas. La stessa società elenca nel proprio portafoglio l’Erula Agrivoltaic Solar Park e ha annunciato l’acquisizione di 166 MWp di progetti in Sardegna, con lavori previsti dal 2026.
Questi impianti dovrebbero sorgere su grandi estensioni agricole e pastorali, con logiche assolutamente estranee alle comunità locali, ma portate avanti da un oligarca oggi riconvertito all’oro “verde” dell’energia rinnovabile.
Per inciso, allo stesso oligarca afferisce la società Elements Green, collegata a UMG Investments, veicolo finanziario del gruppo Akhmetov. Elements Green, attiva realmente in Europa e nel Regno Unito, parla del progetto di installazione in Sardegna di 29 mega-centrali di accumulo del litio. Un progetto che se realizzato avrebbe un effetto catastrofico: impianti altamente infiammabili e tossici disseminati in un territorio già fragile. La logica è sempre la stessa: prestanome, società di comodo con poche migliaia di euro di capitale dichiarato, domande ministeriali firmate da figure insospettabili.
Il grande incendio del luglio 2021
Il 24 e 25 luglio 2021 un incendio ha devastato tra i 13.000 e i 20.000 ettari di bosco primario e macchia mediterranea nell’area del Montiferru, uno dei polmoni verdi più suggestivi dell’Oristanese e parte integrante dell’economia locale. Colpiti 10 comuni, evacuate centinaia di persone, morte migliaia di animali e ingenti danni ad aziende agricole. Difficile non pensare a una mano ‘straniera’ vista la cura con la quale le comunità hanno sempre preservato il Montiferru, e di cui sono stato testimone diretto.
Dopo tre anni dal rogo, per la stessa zona sono stati presentati non 1 ma ben 11 progetti di impianti eolici. Coinvolte società come Enel Green Power, Wind Energy, Sorgenia per un totale di 900 megawatt, energia sufficiente per quasi un milione di persone in un territorio che non conta più di 20.000 abitanti. Ma le norme comunitarie non impongono il criterio della “prossimità”, la vicinanza assoluta tra la produzione e il consumo delle “rinnovabili”? (12).
Unire i puntini
A questo punto sintetizzo lo scenario:
- espropriazione forzata di terre già dedicate all’agricoltura e all’allevamento ovino e bovino per consentire la realizzazione di progetti di impianti eolici e fotovoltaici anche oltre il fabbisogno energetico locale, e i 6,2 GW imposti dalla normativa nazionale
- uso della forza per rimuovere la resistenza dei cittadini alla realizzazione di tali impianti
- incendi devastanti dolosamente appiccati in aree per decenni preservate dalla popolazione locale e che, dopo qualche anno, vengono interessate da una valanga di progetti eolici
- focolai di dermatite bovina che scoppiano in determinate aree della Sardegna anche in aziende con i capi vaccinati
- intere mandrie abbattute forzatamente sebbene risulti infetto un numero esiguo di capi con conseguente chiusura o comunque inattività delle aziende agro-pastorali colpite
- tentativi dello Stato di bypassare le competenze degli enti locali per gestire direttamente l’imposizione di vincoli ambientali, e allentare quelli esistenti sulle servitù militari
- impugnazione da parte del Governo delle leggi della Regione Sardegna ritenute non in linea con supremi interessi nazionali.
Da questi elementi emerge chiaro che la questione dermatite bovina non può essere analizzata e compresa al di fuori della realtà complessiva della Sardegna. Se, a seguito dell’abbattimento indiscriminato e privo di qualsiasi fondamento di intere mandrie, le aziende chiudono o si trovano comunque nell’impossibilità di ricominciare da capo l’attività, è chiaro che le terre così liberate diventano facilmente appetibili per il business dell’eolico e del solare. Sorge in me, come nel mio amico allevatore, il sospetto che anche l’operazione dermatite bovina sia uno strumento per piegare la resistenza della popolazione in modo subdolo a favore dei soliti interessi stranieri.
Di Roberto Concu per ComeDonChisciotte.org
09.05.2026
NOTE
(1) Jared Diamond - Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni. Einaudi, 2014
(2) Giorgio Agamben - Ancora su cuochi e politica. Rubrica Una voce su Quodlibet - 8 gennaio 2026
(3) Vedi l'articolo su comedonchisciotte Kyria Gay, volto di una contadina francese che resiste e viene soffocata
(4) Qui il testo del Regolamento (UE) 2016/429
(5) Tratto dall’articolo de L’Unione sarda del 23 aprile 2026 Sterminate 190 mucche, quasi tutte sane e vaccinate: “Vanificati gli sforzi di tre famiglie”
(6) Cfr. nota 4
(7) C’è una differenza sostanziale tra demanio militare e servitù militari.
Il Demanio militare comprende i beni di proprietà dello Stato destinati all’attività militare, quindi i poligoni e le caserme ma anche altre strutture come basi navali e aeroporti militari, depositi per munizioni, depositi di combustibile e oleodotti, stazioni radiogoniometriche, impianti di telecomunicazioni, fari ed ex batterie.
La Servitù militare, termine talvolta usato erroneamente per intendere tutto il terreno occupato militarmente, invece è un istituto della legge italiana che prevede la limitazione del diritto di proprietà nelle aree confinanti con gli impianti del Demanio militare per motivi di funzionalità e sicurezza degli impianti stessi. Le limitazioni possono essere il divieto di edificazione in prossimità dei siti o lo sgombero di terreni e abitazioni in concomitanza con operazioni di esercitazione militare. Fonte: Assemblea Nazionale Sarda
(8) Sulla posizione critica espressa dalla Regione Sardegna leggi l’articolo Servitù militari e tutela ambientale: la Regione esprime forte preoccupazione sulla proposta di modifica del Codice Ordinamento Militare
(9) L’articolo comparso sul The Times è citato sul sito del Gruppo di intervento giuridico
(10) Vedi il sito di Terna il Progetto Tyrrhenian Link
(11) Verificabile sul sito del Ministero dell’ambiente a questo link: registri del Ministero dell’Ambiente
(12) Vedi l'articolo a firma di Mauro Pili su L'Unione sarda del 24 agosto 2024 - Montiferru, dopo gli incendi le pale: 11 progetti per 147 aerogeneratori
ric 9 maggio 2026
avete finito di censurare ?
la sardegna ospita pure assassini....