Alain de Benoist: "Perché non essendo di sinistra, non mi riconosco più nella destra"

Chi gestisce la cultura finisce sempre per dominare lo Stato
Alain de Benoist

Al di là delle etichette ormai consunte "destra" e "sinistra" proponiamo questa intervista al filosofo Alain de Benoist perchè utile e importante, soprattutto dal punto storico e filosofico, e conseguentemente anche economico e politico, sia per decifrare gli equilibri in campo nella nostra contemporaneità, sia per quanto riguarda l'attualità e lo spirito con cui affrontarla.

Buona lettura.

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Da grece-it.com

«Preferisco un’analisi corretta di Alain de Benoist a un’analisi scorretta di Minc, Attali o BHL», ha dichiarato Michel Onfray nel 2015. Ma chi è veramente Alain de Benoist? Filosofo e pensatore della Nuova Destra, Alain de Benoist ha scritto oltre cento saggi sulla metapolitica e sulla storia delle idee. Il suo ultimo libro si intitola «L’Exil intérieur, carnets intimes», recentemente pubblicato dalle Edizioni Krisis. Un saggio che testimonia la forte evoluzione intellettuale e politica di un giovane attivista di estrema destra degli anni Sessanta passato al populismo attuale, invocando Proudhon e Orwell. Livre Noir è lieta di dare il benvenuto ad Alain de Benoist.

Livre noir, canale YouTube: https://www.youtube.com/@LivreNoir

Nell’intervista rilasciata a Michel Marmin «Alain de Benoist – Perché non essendo di sinistra, non mi riconosco più nella destra», ecco cosa penso della Destra, delle etichette, andato nello specifico. L’intervista è stata pubblicata in uno dei cinque volumi della «Bibliographie générale des droites françaises» (Dualpha, Coulommiers, 2004-2005).

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Alain de Benoist: "Perché non essendo di sinistra, non mi riconosco più nella destra"

Con la sua Bibliographie générale des droites françaises (Dualpha, Coulommiers, 2004-2005) Alain de Benoist invita implicitamente tutti coloro che si dicono “di destra” ad interrogarsi sulla loro identità ideologica. Ma lui si considera ancora “di destra”? Una domanda fra le altre tra quelle che Michel Marmin gli ha posto.

  • Michel Marmin: Quattro volumi che contengono in totale quasi tremila pagine, l’opera di una trentina di autori definiti “di destra” passata al setaccio, decine di migliaia di riferimenti: ci si accorge subito dell’immenso lavoro rappresentato dalla tua Bibliographie générale des droites françaises, i cui due ultimi tomi sono da poco usciti. Ma ci si chiede a cosa corrisponda questo lavoro, e per quali ragioni tu lo abbia intrapreso.

Alain de Benoist: Si potrebbe sicuramente parlare di hobby. Per compilare seriamente una bibliografia, bisogna essere minuziosi fino al perfezionismo, fare attenzione ai minimi dettagli, avere una vocazione più o meno “enciclopedica” e, soprattutto, la mentalità del collezionista. Sin dall’infanzia, ho l’impressione di aver collezionato tutto quello che era possibile collezionare. Le cose non sono migliorate quando ho iniziato ad ammassare libri! Ho quindi cominciato a compilare queste bibliografie partendo dalla mia biblioteca personale, dopodiché è arrivato Internet con tutte le sue straordinarie risorse, che mi hanno premesso di accedere ai cataloghi di tutte le biblioteche nazionali e di tutte le biblioteche universitarie del mondo. Io adoro i dizionari, le enciclopedie, i libri di riferimento, le note a piè di pagina (il vecchio sogno “labirintico”, alla Borges, del “libro che contiene tutti i libri”). Ho provato un vero piacere nello scrivere un’altra opera di riferimento. Ciò detto, questo lavoro non ha solo un che di passatempo. Se ci si interessa a un autore, è del tutto naturale volerne possedere la bibliografia. Le bibliografie non si rivolgono soltanto agli studenti o ai ricercatori. A mio parere, sono il complemento naturale di una biblioteca.

  • Michel Marmin: Mi sembra che nelle tue bibliografie manchino quattro nomi importanti: Léon Bloy, Paul Valéry, Robert Poulet e Dominique de Roux. Ne aggiungerei un quinto, che oggi non si legge più (forse a torto), ma la cui influenza è stata almeno altrettanto importante quanto quella di Barrès e di Maurras: Paul Bourget. Perché?

Alain de Benoist: La mia bibliografia ha un bell’essere “generale”, ma non ha mai preteso di essere esaustiva! Inoltre, è il riflesso delle mie letture e delle mie scelte. Nella prefazione al terzo volume, del resto, cito i nomi di molti altri autori che avrei potuto studiare, da Rivarol e Chateaubriand fino a Paul Sérant e a suo fratello, Louis Salleron, passando per Léon Bloy, Jacques Maritain, Paul Morand, La Varende o Roger Nimier. Avrei dovuto aggiungervi quelli di cui tu parli, a cominciare da Paul Bourget, la cui influenza è stata in effetti considerevole, ma anche Hippolyte Taine, Fustel de Coulanges, ecc. Robert Poulet è un caso a parte, poiché era di nazionalità belga. Ti ricordo peraltro che la mia bibliografia riguarda unicamente autori deceduti. Per il momento, non prevedo di pubblicare nuovi volumi, ma sono il primo a sapere che cosa vale questo genere di decisioni… Per adesso, lavoro su un’enorme bibliografia di Carl Schmitt che uscirà in Germania. Non è escluso che ritorni in seguito agli autori francesi.

  • Michel Marmin: Fra gli autori che hai “bibliografato”, qual è quello (quelli) a cui ti senti più vicino e quali sono quelli a cui ti senti più lontano, o addirittura per i quali senti avversione? Personalmente, ho l’impressione che gli autori con i quali hai più affinità siano i meno “di destra”. Péguy in primo luogo, ovviamente (che a mio parere non lo è affatto).

Alain de Benoist: Avendo sempre considerato infermi gli uomini di destra che non hanno una cultura di sinistra e gli uomini di sinistra che non hanno una cultura di destra (il che fa ritenere, non fatico a riconoscerlo, a problemi, che esista una grande maggioranza di infermi), il mio gusto mi porta in effetti verso gli autori meno emiplegici: quelli che hanno saputo sostenere nel contempo, o in sequenza, posizioni “di sinistra” e “di destra”, oppure gli autori di sinistra che hanno esercitato un’influenza a destra (o viceversa). Insomma, gli inclassificabili o i difficilmente classificabili. Péguy ne è un esempio tipico, giacché si è convertito al nazionalismo mistico senza mai rinnegare il socialismo dreyfusardo della sua prima Jeanne d’Arc. Amo altresì l’immenso Renan, che la destra ha accusato di essere una sorta di diavolo per la sua Vità di Gesù, prima di incensarlo meno di dieci anni dopo per la sua Riforma intellettuale e morale. Il caso di Georges Sorel è egualmente esemplare, se si considera la sconcertante diversità della sua progenie. Ecco un autore che non è invecchiato! Ma lo stesso accade con Tocqueville, di cui troppo spesso si conosce solo La democrazia in America, quando invece il suo libro più importante è, a mio parere, L’Antico Regime e la Rivoluzione. Ho, ancora, un favore particolare per Georges Valois, un autore certamente meno importante ma altrettanto “trasversale”. Non il Valois che si è creduto “fascista” per tre o quattro anni, ma il Valois del secondo periodo, il teorico della Repubblica sindacale che difese il distributismo fino alla morte in deportazione. Su un piano più letterario, non mi stanco mai di rileggere Montherlant. Quanto al temperamento, le due figure che più mi toccano, per ragioni completamente opposte, sono senza dubbio quelle di Bernanos e di Drieu.

Non provo avversione per nessuno, ma ci sono effettivamente autori che mi sono completamente estranei. Penso ad esempio a Louis de Bonald, che fra i controrivoluzionari è ben lungi dall’avere la profondità di vedute e il lato visionario di un Joseph de Maistre, o ancora ad Henri Massis, l’autore di Défense de l’Occident (1927). Aggiungiamoci Léon Daudet, formidabile polemista dagli slanci truculenti, ma di cui trovo le opere, in particolare i romanzi, tanto deludenti quanto invecchiati.

  • Michel Marmin: Nella prefazione al tuo libro, sottolinei che la destra francese non ha mai amato molto gli intellettuali, e che i suoi principali talenti non si sono affatto rinnovati. Ti sei tuttavia sforzato di scartare i romanzieri e i poeti per accogliere soprattutto i teorici e gli ideologi. Orbene, quel che caratterizza più profondamente l’“uomo di destra” – lo hai detto tu, del resto – è piuttosto lo stile, l’etica. E non sono forse i romanzieri e i poeti ad esprimere al meglio l’essenza della destra? Diciamo, per rimanere nella “forchetta” storica che hai scelto, da Baudelaire a Michel Houellebecq, passando attraverso Paul Morand, Jean des Vallières, Roger Nimier e Michel Mourlet? I due “veri” pilastri fondatori della destra francese non sono Stendhal e Balzac (che era altresì un grande ideologo), ben più che de Maistre e de Bonald? Inoltre, Jean Cau, Drieu La Rochelle e Montherlant, che tu hai incluso, non sono più di destra (e in ogni caso più grandi scrittori) per i loro romanzi che per i loro scritti politici?

Alain de Benoist: Qui tocchi un argomento vasto. È vero che, per temperamento, mi sono interessato più ai teorici che agli scrittori puri, il che ovviamente non toglie nulla all’importanza che attribuisco alla letteratura. D’altro canto, è egualmente vero che l’“essenza della destra”, ammesso che ne esista una, si è spesso espressa meglio in opere letterarie che in lavori strettamente teorici. Tuttavia, constatiamo un contrasto che colpisce tra la fine del XIX secolo, epoca privilegiata in cui i teorici di destra sono una legione ed era possibile leggere quasi contemporaneamente Taine e Renan, Gobineau e Tocqueville, Barrès e Rochefort, Sorel e Proudhon, e l’epoca successiva. Nel XX secolo, la destra francese diviene essenzialmente letteraria. Maurras e Barrès, ai quali si pensa spontaneamente quando si tratta di evocare dei “teorici di destra”, furono anche, se non principalmente, uomini di lettere. Lo stesso fascismo francese fu soprattutto un fascismo letterario. Vi furono, certo, alcune belle eccezioni (penso in particolare alla galassia dei “non conformisti degli anni Trenta”), ma niente di comparabile a ciò che si era conosciuto nel secolo precedente. Ebbene: quel che è interessante, è il fatto che le cose non vanno allo stesso modo nella destra italiana, spagnola o tedesca, come testimoniano gli esempi di un Giovanni Gentile, di un Ortega y Gasset, di un Ugo Spirito, di un Vilfredo Pareto, di un Oswald Spengler, di un Max Weber, di un Othmar Spann o di un Carl Schmitt. Sembra quindi che in ciò vi sia qualcosa di specificamente francese, che meriterebbe senz’altro di essere analizzato.

Va inoltre detto che, a partire dal caso Dreyfus, la destra francese non ha di fatto mai troppo amato gli intellettuali. Non è un caso se l’espressione “intellettuale di sinistra” è stata a lungo un pleonasma! Per molte persone di destra, gli intellettuali, sempre “in sedia a sdraio”, beninteso, non sono altro che insopportabili “datori di lezioni” che martirizzano le mosche, spaccano il capello in quattro e pubblicano opere inevitabilmente descritte come “indigeste” e “noiose”. Questa vulgata la si ritrova negli ambienti più diversi. Per i liberali, gli intellettuali sono per forza di cose “sconnessi dalla realtà”. Per gli attivisti, essi dissertano del senso degli angeli mentre ci si trova in uno stato di “urgenza”. Ho sentito questi discorsi durante tutta la mia vita. Va da sé che questo atteggiamento ha anche un versante positivo: una certa preoccupazione per la concretezza, una certa diffidenza nei confronti delle astrazioni inutili o del puro intelletto, il desiderio di affermare le prerogative dell’anima su quelle della mente, di far prevalere l’organico sulla “carestia” teorica, la speranza (sempre delusa) di ritornare a una vita non problematica, eccetera. La destra è più sensibile alle qualità umane che alle capacità intellettuali. Le piace ammirare più che capire, attende esempi più che lezioni. Ama lo stile, il gesto, gli atteggiamenti cavallereschi. Non ha torto. Una società composta interamente da intellettuali sarebbe invivibile. Il problema è che un atteggiamento di questo genere, quando diventa sistematico, finisce nel fare a meno di ogni dottrina, nel rifiutare ogni sforzo del pensiero.

L’intellettuale può essere definito come colui che cerca di capire e di far capire. La destra, molto spesso, non cerca più di capire. Addirittura ignora ciò che può essere il lavoro del pensiero. Il risultato è che la cultura di destra oggi è praticamente scomparsa. Sopravvive unicamente in cenacoli confidenziali, nell’editoria marginale, in giornali di cui è l’unica a credere che siano dei veri giornali. L’ostracismo di cui ha potuto essere oggetto non spiega tutto. Non solo Julien Freund, Jules Monnerot, Thierry Maulnier, Stéphane Lupasco, François Perroux, Louis Rougier, Raymond Ruyer e tanti altri sono morti senza essere stati rimpiazzati, ma la maggior parte degli autori di destra sono già stati dimenticati da coloro che dovrebbero o potrebbero richiamarvisi. Sembra che oggi ci siano ancora dei maurrassiani in Francia, ma non se n’è trovato un modesto centinaio disposto ad abbonarsi al Bulletin Charles Maurras, di cui Yves Chiron ha appena annunciato la scomparsa. Joseph de Maistre o Gustave Le Bon attirano l’attenzione dei ricercatori, più che quella degli uomini di destra. Louis Pauwels e Jean Cau, scomparsi in epoca recente, non sono neppure più citati o letti. Non si può non essere colpiti dal modo in cui la destra ha perso l’abitudine di intervenire nei dibattiti di idee. Se si prendono i 100 libri di idee di cui si è più parlato da mezzo secolo a questa parte, ci si accorge che essa non ha praticamente pubblicato una riga in proposito. La cosa non la interessa, non la riguarda. Un solo esempio: non ho mai visto un giornale di destra discutere le tesi di John Rawls, che è senza dubbio l’autore di scienza politica sul quale si è scritto di più durante la seconda parte del XX secolo. Lo stesso è accaduto con Habermas, Bourdieu, Foucault, Norberto Bobbio e tanti altri. La destra non si interessa ad alcun autore estraneo ai suoi riferimenti-feticcio, non ne discute o non ne confuta nessuno. Non trae neppure profitto da coloro che potrebbero fornirle argomenti, da Louis Dumont a Serge Latouche o a Peter Sloterdijk. Sulla dialettica della modernità, sull’evoluzione del campo sociale, sulle molle della logica del mercato, sull’immaginario simbolico, questa destra non ha niente da dire. Come stupirsi, in queste condizioni, che non sia stata capace di formulare una critica della tecnoscienza, una teoria del localismo o del legame sociale, una filosofia dell’ecologia, un’antropologia originale? Semplicemente, non dispone più degli strumenti per farlo. Vi sono sempre stati centinaia di dibattiti teorici – gli uni risibili, gli altri viceversa assai profondi – negli ambienti di sinistra. Chi può citare un esempio di dibattito di idee che abbia segnato la storia della destra francese da mezzo secolo in qua? Mi ricordo di aver sentito Louis Pauwels parlare di “deserto intellettuale”. Siamo sempre allo stesso punto: a destra, in materia di lavoro del pensiero, siamo generalmente al deserto dei Tartari, all’encefalogramma piatto.

  • Michel Marmin: Intendi dire che la destra non “pensa” più?

Alain de Benoist: La maggior parte delle persone di destra non ha idee ma convinzioni. Le idee, naturalmente, possono far nascere convinzioni, e le convinzioni possono basarsi su delle idee; ma i due termini sono diversi. Le convinzioni sono cose nelle quali si crede e che, dal momento che sono oggetto di una credenza, non possono essere oggetto di qualsivoglia esame critico. Le convinzioni sono un sostituto esistenziale della fede. Aiutano a vivere, senza che si senta il bisogno di interrogarsi sulla loro articolazione logica, sul loro valore in rapporto a questo o quel contesto o sui loro limiti.

Ci si fa un punto d’onore del difenderle come se fossero un piccolo catechismo. La destra ama le risposte più delle domande, soprattutto se sono risposte già belle pronte; per questo raramente ha una testa filosofica: non si può filosofare quando la risposta è data preventivamente. Il lavoro del pensiero implica l’imparare dai propri errori. L’atteggiamento di destra consiste piuttosto nel non riconoscerli mai, e quindi nel non cercare di correggersi per andare più lontano: Da ciò l’assenza di autocritica e di dibattito. L’autocritica è considerata una debolezza, un’inutile concessione, se non un tradimento. A destra ci si compiace di non “rimpiangere niente” (“Non, rien de rien… [non, je ne reggette rien”, cantava Edith Piaf, ndt]), e soprattutto non gli errori che si sono commessi. Il dibattito, dal momento che implica una contraddizione, uno scambio di argomenti, viene in genere vissuto come un’aggressione, come qualcosa che non si fa.

  • Michel Marmin: Di recente è stata riedita l’Histoire de dix ans di Jean-Pierre Maxence, la cui prima edizione data dalla fine degli anni Trenta. L’autore vi si interroga sul fallimento di tutti quei raggruppamenti “di destra” che ha visto agitarsi attorno a sé per anni. Constata già allora un “fallimento totale della destra”: fallimento personale, fallimento morale, fallimento politico, fallimento umano. Scrive: “Come spiegare questa carenza? In primo luogo per l’assenza di dottrina. Ho conosciuto, salvo de La Nocque, i principali capi delle leghe. Nessuno aveva l’aspetto di un politico. Erano capaci di avere riflessi piuttosto che pensieri”.

Alain de Benoist: Le cose stanno esattamente così. L’uomo di destra procede per entusiasmo o per indignazione, per ammirazione o per disgusto, non per riflessione. Non è riflessivo ma reattivo. Da ciò le sue reazioni quasi sempre emotive di fronte all’evento. Quel che colpisce è il suo modo ingenuo, se non puerile, di limitarsi sempre alla superficie delle cose, all’aneddoto di attualità, di fare di una mosca un elefante, senza mai risalire alle vere cause. Quando si mostra loro la luna, molte persone di destra guardano il dito. La storia accaduta diventa allora incomprensibile – che cosa fa la Provvidenza? –, anche se si insiste nel farvi riferimento. Ne discende un complottismo semplicistico, che può arrivare fino al delirio interpretativo. La negatività sociale viene spiegata facendo ricorso alle losche manipolazioni di una “cospirazione invisibile”, di una “tenebrosa alleanza” e così via.

Dato che si interessa poco alle idee, la destra tende a ricondurre tutto alle persone. I movimenti politici di destra sono prima di tutto legati ai loro fondatori, e raramente sopravvivono ad essi. Le diatribe di destra sono diatribe personali, con alla base sempre gli stessi pettegolezzi, le stesse dicerie, le stesse imputazioni calunniose – ciò che proprio Maxence chiamava il “flagello degli intrighi e delle scissioni”. Così come i suoi nemici non sono mai sistemi e neppure veramente idee, ma categorie di uomini trasformate in altrettanti capri espiatori (gli ebrei, i “meteci”, i “banchieri”, i massoni, gli stranieri, i “trotzkysti”, gli immigrati e via dicendo). La destra fa un’enorme fatica a capire un sistema globale sprovvisto di soggetto: gli effetti sistemici della logica del capitale, i vincoli strutturali, la genesi dell’individualismo, l’importanza vitale delle minacce ecologiche, la spinta interna della tecnica, ecc. Non vede che gli uomini debbono essere combattuti non per quel che sono ma solo nella misura in cui incarnano e difendono sistemi di pensieri o di valori nefasti. Se la prende con gli uomini che non le piacciono per quel che sono, il che la conduce alla xenofobia o a qualcosa di ancora peggiore.

  • Michel Marmin: Nel tuo libro, sottolinei la straordinaria diversità delle destre francesi, affermando che, contrariamente a quanto molti immaginano, non esiste senz’altro alcun criterio che possa servire loro da denominatore comune. Si può immaginare nondimeno che un lavoro di questo tipo ti abbia condotto a rileggere molti testi e che tu ne abbia tratto qualche insegnamento su ciò che caratterizza “la destra”.

Alain de Benoist: Quando si studiano gli autori di destra, si osservano in effetti alcune convergenze che vanno al di là di quel che le distingue, anche se quel che le distingue rimane il dato più forte. È ciò che consente di fare un discorso globale su di essa. Non esiste un criterio concettuale che possa servire da denominatore comune a tutte queste destre, salvo forse, quantomeno in Francia, un fattore psicologico. Esiste, credo, una mentalità di destra, che avrebbe bisogno di una psicanalisi.

Ma è necessario ritornare al punto di partenza. La destra è stata la grande vinta della storia, dal momento che ha praticamente perso tutte le battaglie nelle quali si è impegnata. La storia degli ultimi due secoli è quella delle sue sconfitte successive. Un simile succedersi di fallimenti fa pensare che la superiorità dei suoi avversari si sia nutrita soprattutto delle sue debolezze. In origine, che cosa possedeva specificamente la destra di migliore? Per farla breve, direi un sistema di pensiero anti-individualistico e anti-utilitaristico, a cui si affiancava un’etica dell’onore, ereditata dall’Ancien Régime.

Per queste sue caratteristiche, essa si contrapponeva frontalmente all’ideologia dei Lumi, il cui motore era costituito dall’individualismo, dal razionalismo, dall’assiomatica dell’interesse e dalla fede nel progresso. I valori cui essa si richiamava erano nel contempo valori aristocratici e valori popolari. La sua missione storica consisteva quindi nel realizzare l’unione naturale fra l’aristocrazia e il popolo contro il loro nemico comune, la borghesia, i cui valori di classe trovavano appunto la loro legittimazione nel pensiero illuminista. Ma tale unione si è realizzata solo in brevissimi periodi, ad esempio all’indomani della Comune di Parigi, fino al momento in cui i deliri antidreyfusardi intervennero a porre fine alle speranze che il boulangismo aveva fatto nascere all’inizio.

La destra ritiene che l’uomo sia naturalmente sociale. Tuttavia non ha mai sviluppato una teoria coerente della comunità o del legame sociale. Non ha mai seriamente esplorato la contrapposizione tra gli idealtipi del sé proprietario (l’uomo definito dal diritto di godimento di ciò di cui è proprietario, come lo considera l’individualismo liberale) e del sé legato ad altri. Né è mai stata capace di formulare una dottrina economica veramente alternativa al sistema della merce. Jean-Pierre Maxence parla anche, con piena ragione, della “mancanza di contatti popolari”: “Ci si proclamava “uomo del popolo” ma si pensava, e in più si sentiva, da piccolo borghese”. Invece di sostenere il movimento operaio e il nascente socialismo, che rappresentava una sana reazione contro l’individualismo che essa stessa criticava, la destra ha troppo spesso difeso i più orrendi sfruttamenti umani e le disuguaglianze più politicamente insopportabili. Si è schierata dalla parte delle classi possidenti, partecipando oggettivamente alla lotta della borghesia contro i “condivisori” e le “classi pericolose”. Vi sono state eccezioni, ma rare. E i teorici troppo spesso sono andati a rimorchio del loro pubblico (si pensi agli scritti del giovane Maurras a favore del socialismo e del federalismo e alla deriva conservatrice dell’Action Française). Difendendo la nazione, la destra ha di rado compreso che la nazione è prima di tutto il popolo. Ha dimenticato la complementarità naturale fra i valori aristocratici e i valori popolari. Ai tempi del Fronte popolare, la si è vista tuonare contro la “cultura delle ferie pagate”. Ha sempre preferito l’ordine alla giustizia, senza capire che l’ingiustizia è un disordine supremo, e che lo stesso ordine assai spesso non è altro che un disordine costituito.

Essa avrebbe potuto sviluppare, come Herder, una filosofia della storia fondata sulla diversità delle culture e sulla necessità di riconoscerne il valore universale, il che l’avrebbe portata a sostenere le lotte a favore dell’autonomia e della libertà dei popoli, cominciando con i popoli del Terzo Mondo, prime vittime dell’ideologia del progresso. Invece di fare questo, ha difeso il colonialismo, che pure in un primo momento aveva a giusto titolo condannato (il che non le impedisce di lamentarsi, di tanto in tanto, di essere a sua volta “invasa” o “colonizzata”).

La destra ha dimenticato che il suo vero nemico è il denaro, e che di conseguenza avrebbe dovuto mettersi alla prova come alleata oggettiva di tutti coloro che contestano il sistema che sul denaro si fonda, e invece è passata per gradi dalla parte di quel sistema. Era attrezzata meglio di chiunque altro per difendere, riformulandoli, valori anti-utilitaristici di gratuità e disinteresse, e a poco a poco si è convertita all’assiomatica dell’interesse e alla difesa del mercato. Parallelamente, è caduta nel moralismo, nel militarismo, nel nazionalismo, che altro non è se non un individualismo collettivo già condannato, in quanto tale, dai primi controrivoluzionari. Il nazionalismo l’ha fatta cadere nella metafisica della soggettività, malattia dello spirito sistematizzata dai moderni, facendole perdere nel contempo la nozione di verità. Avrebbe dovuto essere il partito della generosità, della “common decency”, delle comunità organiche, e invece troppo spesso è diventata il partito dell’esclusione, dell’egoismo collettivo e del risentimento. Insomma, la destra si è tradita da sola quando ha iniziato ad accettare l’individualismo, il modo di vita borghese, la logica del denaro, il modello del mercato.

  • Michel Marmin: Quello che dici vale senza dubbio per la destra versagliese od orleanista. Ma accanto a questa destra orleanista e borghese c’è anche una destra che, in vari momenti della sua storia, si è comunque preoccupata della giustizia sociale. Del resto, esistono ancora oggi cenacoli che hanno la pretesa di incarnare una “vera destra”.

Alain de Benoist: È esatto, ma quelle preoccupazioni sociali non si sono mai collocate al fondo delle cose. Il cattolicesimo sociale, con La Tour du Pin e qualcun altro, ha potuto svolgere un ruolo utile, ma aveva a che vedere soprattutto con il paternalismo. Le realizzazioni sociali dei “fascismi” sono state screditate dal loro autoritarismo, dal loro militarismo, dal loro nazionalismo aggressivo. Il corporativismo non ha avuto alcun esito. Il sindacalismo rivoluzionario, ereditato da Sorel, è stato ucciso dal compromesso fordista, che ha avuto l’effetto di integrare strati sempre più ampi di lavoratori nella classe media borghese. E, soprattutto, questo tipo di preoccupazioni non si è mai accompagnato a un’analisi in profondità della Forma-Capitale. La denuncia delle “grandi fortune” è risibile quando si astiene dall’analizzare la natura stessa del denaro e le modificazioni antropologiche indotte dalla generalizzazione del sistema del mercato, la reificazione dei rapporti sociali che ne è il risultato, le alienazioni che essa genera, ecc.

Quanto alla “vera destra”, non ha mai smesso di marginalizzarsi e di ritirarsi come una pelle di zigrino. Sempre più dimentica della propria storia, tutto il suo implicito sistema di pensiero si riassume, in fondo, in una frase: “Era meglio prima”, sia che quel “prima” risalga agli anni Trenta, sia che rimandi all’Ancien Régime, al Rinascimento, al Medioevo o all’Antichità. Questa convinzione, anche in quel che può avere di puntualmente esatto, alimenta un atteggiamento o restauratore, che la condanna al fallimento, o puramente nostalgico. In ogni caso, ci si limita a contrapporre al mondo reale un mondo passato vissuto a mo’ di fantasticheria idealizzata. Fantasticheria dell’origine, fantasticheria del passato semplice, nostalgia irreprimibile della matrice originaria che segna l’incapacità di accedere all’età adulta. Lo scopo è tentare di conservare, di preservare, di frenare o di trattenere il corso delle cose (viene da pensare al katechon di cui parlava Carl Schmitt), senza una chiara consapevolezza delle ineluttabili concatenazioni storiche. La grande speranza sarebbe quella di far ricomparire il prima, di ritornare indietro – al tempo in cui tutto era così migliore. Ma dato che, ovviamente, ciò è impossibile, ci si limita a un atteggiamento etico, con lo scopo di “testimoniare”. Politicamente, questa destra non ha più alcun particolare telos da realizzare, giacché i suoi modelli appartengono al passato. Siamo arrivati al punto in cui essa non sa neppure più bene che tipo di regime politico vorrebbe vedere affermarsi.

La storia diventa un rifugio: idealizzata, ricostruita in maniera selettiva e più o meno fantasiosa, conferisce la certezza di avere un’“eredità” stabile, portatrice di esempi significativi, che si possono contrapporre agli orrori del tempo presente.

Si ritiene che la storia dia delle “lezioni”, benché non si sappia mai granché bene quali se ne debbano trarre. La destra non ha mai capito che la storia, a cui fa così tanto caso, può anche paralizzare. Quando Nietzsche dice che “l’uomo del futuro è quello che avrà la memoria più lunga”, vuole dire che la modernità sarà tanto schiacciata dalla memoria che finirà col diventare impotente. Per questo egli richiama all’“innocenza” di un nuovo inizio, che implica un’ampia componente di oblio. Non si ha mai tanto il gusto della storia come quando non si è più capaci di farlo – quando essa si fa al di fuori di noi o contro di noi. Ostile alle novità, la “vera destra” non riesce ad analizzare i tempi che vengono, forieri di inedito, se non con strumenti concettuali obsoleti. Giudica tutto in funzione del mondo che ha conosciuto, mondo familiare e dunque rassicurante.

Confonde la fine di questo mondo con la fine del mondo. Fronteggia il futuro con l’occhio fisso al retrovisore. Incapace di analizzare il momento storico, di risalire dalle conseguenze alle cause lontane, di ricostruire la genealogia dei fenomeni che deplora, di cogliere le linee di forza della postmodernità, non può capire più niente del mondo attuale, di cui si accontenta di registrare l’evoluzione come una “decadenza” senza fine. Il fatto di essere stata costantemente sconfitta

ha spesso diffuso al suo interno un’inimitabile miscela di ironia brontolona, di derisione insistente, di amarezza, di sogghigno voluto, caratteristica del lungo lamento reazionario. A ciò si aggiunge l’apocalittismo mediocre del “tutto è perduto!”. In una simile ottica, si è sempre in stato di “urgenza”, manca sempre un minuto alla “mezzanotte”. Di fronte alle “catastrofi” che si annunciano, si attende un “soprassalto”, un “risveglio”. Si fa appello alla “maggioranza silenziosa”, alla “vera Francia” e così via. Lo si scriveva già nel 1895. Nel frattempo, la storia ha continuato a fare il suo corso.

Il tratto più caratteristico della “vera destra” è un narcisismo politico e morale fondato su un’immutabile divisione del mondo in due (noi i buoni, loro i cattivi), semplice esteriorizzazione di una linea divisoria che in realtà passa in ciascuno di noi. Questa dicotomia “noi contro gli altri”, data come la chiave di tutto, è di fatto connessa a quella metafisica della soggettività di cui ho già parlato, che legittima tutte le forme di egoismo e di esclusione. Certo, questa destra parla molto di difesa della propria “identità”, ma generalmente fa un’enorme fatica a definirla. Nella maggior parte dei casi, la trae esclusivamente dal fatto di non essere ciò che pone sotto accusa. È l’esistenza dei nemici a definire la sua esistenza, un’esistenza incavata, a contrario. L’emarginazione di cui soffre alimenta una mentalità da stato d’assedio, che stimola a sua volta il rifiuto dell’Altro. Vi è qualcosa di cataro in questa ossessione dell’assedio: il mondo è cattivo, serriamo i ranghi dell’“ultimo quadrato”. I titoli dei suoi libri prediletti sono altrettanto rivelatori: i maledetti, gli eretici, i proscritti, i nostalgici, il campo dei santi. Insomma, gli ultimi dei Moicani. In un mondo di tribù, per il quale non prova simpatia, la “vera destra” non costituisce, in effetti, nulla più che una tribù di sopravvissuti che vivono nella convivenza e nella reciproca frequentazione. Ha i suoi riti e le sue parole d’ordine, i suoi slogan e i suoi rancori, e ogni giorno che passa la vede tenersi sempre un po’ più in disparte rispetto ad un mondo “esterno” respinto e demonizzato, senza alcuna possibilità di indirizzare il corso delle cose. Non le resta, allora, che la commemorazione delle sue sconfitte (Camerine, Diên Biên Phu, il soffocamento della rivolta di Budapest, la caduta dell’Alcazar, le fucilate della rue d’Isly, il martirio degli uni o degli altri), cosa che fa con una tale costanza da indurre al sospetto che in segreto vi sia affezionata, dal momento che le sconfitte sono spesso più “eroiche” delle vittorie. Questa destra parlerebbe ancora di Brasillach, se non fosse stato fucilato? O di Mishima, se non si fosse suicidato?

  • Michel Marmin: Sembri dire che, in fondo, la destra ha sempre sbagliato nemico.

Alain de Benoist: È la mia sensazione. Della lotta contro il sistema del denaro, che era il suo nemico principale, la destra non ha mai fatto una priorità. Ha prima di tutto combattuto la Repubblica in un’epoca nella quale era evidente che la monarchia di diritto divino non sarebbe mai più ritornata. Dopo il 1871 si è lanciata a corpo morto nella denuncia dei “Boches” [i “Crucchi”, ndt] (e addirittura dei “Judéo-Boches”, come diceva Léon Daudet), il che l’ha condotta, in nome dell’“union sacrée”, a legittimare l’abominevole carneficina del 1914-18, che ha generato tutti gli orrori del XX secolo. A partire dalla fine della Prima guerra mondiale, si è gettata a testa bassa nella lotta contro il comunismo e la sua “barbarie pagana” (parole del maresciallo Pétain). All’epoca della guerra fredda, per paura di quel medesimo comunismo, che avrebbe dovuto considerare un

concorrente piuttosto che un nemico, si è dichiarata solidale con un “mondo libero” che consacrava la potenza dell’America, il potere della borghesia e il predominio mondiale del liberalismo predatore – come se tutti gli orrori del Gulag giustificassero gli abomini del sistema della merce. Ciò l’ha condotta a sostenere l’“atlantismo”, ad approvare il massacro del popolo vietnamita, a solidarizzare con le dittature più miserabili, dai colonnelli greci ai generali argentini, passando per Pinochet e i suoi Chicago boys, senza dimenticare i torturatori dell’operazione Condor, specialisti nell’assassinio di “sovversivi” che, per la maggior parte, non chiedevano altro che una maggiore giustizia sociale. Quando il sistema sovietico è crollato, rendendo nel contempo possibile la globalizzazione, gli immigrati sono provvidenzialmente venuti a dare il cambio per occupare il ruolo statutario della “minaccia”. Confondendo gli immigrati con l’islam, poi l’islam con l’islamismo, infine l’islamismo con il terrorismo, essa attualmente cade nella recidiva gettandosi nell’islamofobia, atteggiamento veramente suicida e, per sovrappiù, assolutamente incoerente dal punto di vista geopolitico. La “vera destra”, in fin dei conti, è fondamentalmente impolitica, per riprendere il termine a cui era affezionato Julien Freund. La stessa essenza del politico le è estranea: la riduce all’etica, così come la sinistra tende a ridurla alla morale.

Crede che la politica sia una questione d’onore, di coraggio, di virtù sacrificali, di eroismo; vale a dire, nel migliore dei casi, di qualità militari. Ne fa perciò il prolungamento della guerra con altri mezzi, il che corrisponde all’esatto rovesciamento della formula di Clausewitz. Non capisce che la politica è solamente un’attività, un’arte, che mira a definire in modo prudente, e non “ideale”, la maniera migliore di servire il bene comune – cioè un bene che non può essere oggetto di suddivisione –, a decretare il successo di alcune delle aspirazioni contraddittorie che nascono dalla diversità umana a discapito di altre, ad arbitrare fra le necessità della coesistenza civica e le esigenze della cura di se stessi.

  • Michel Marmin: Torniamo al tuo libro. Alla luce di quel che hai appena detto, questo compendio bibliografico fa un po’ l’effetto di una tomba. È come se tu avessi voluto adempiere ad un ultimo compito nei confronti di una “famiglia” di pensiero da cui ti sei un poco alla volta separato. È un regalo di rottura? Si direbbe che l’etichetta “di destra” sia per te come una camicia di Nesso…

Alain de Benoist: Dopo aver rotto con il comunismo, la ex stalinista Annie Kriegel era diventata un’eccellente specialista della storia del Partito comunista. Il Libro nero del comunismo è stato scritto da un ex maoista. Ciò dimostra che una precedente appartenenza può agevolmente trasformarsi in oggetto di studi. Per quanto mi riguarda, da almeno un quarto di secolo non mi riconosco più in nessuna delle famiglie della destra francese, e meno che mai solidarizzo con qualcuna di esse. Non è un mistero: l’ho detto e scritto ad innumerevoli riprese – anche se, in effetti, la “camicia di Nesso” a volte mi si incolla ancora addosso. Ma non per questo ritengo che la destra sia un argomento privo di interesse. E ancor meno che sia un argomento spregevole. Quando la critico – e si esita sempre a criticarla, sia perché non è onorevole sparare sulle ambulanze, sia per non urlare assieme ai lupi –, ovviamente, sono obbligato a generalizzare, e quando si generalizza si corre sempre il rischio di essere ingiusti. Ma non ne ignoro i meriti. Come si hanno i difetti delle proprie qualità, così si hanno le qualità dei propri difetti. In molte occasioni, la destra è stata (e rimane) ammirevole per il suo coraggio, la sua ostinazione, il suo spirito di sacrificio. Tante qualità, ohimé, per così magri risultati…

Aggiungerò che non mi riconosco neanche in una qualunque delle famiglie dell’attuale sinistra, il che mi evita di coltivare il benché minimo desiderio di essere “riconosciuto” da essa. Mi si potrebbe sicuramente definire con un uomo di sinistra di destra, o anche come un uomo che ha idee di sinistra e valori di destra. Ciò mi consente di dare ragione sia agli uomini di sinistra che agli uomini di destra ogni volta che sostengono idee che considero giuste. Ma di fatto da un pezzo non mi preoccupo più delle etichette. Me ne preoccupo tanto meno quanto più il binomio destra-sinistra diventa ogni giorno più inoperante come strumento di analisi. Qual è la “posizione di destra” sull’occupazione americana dell’Iraq, e qual è la “posizione di sinistra”?

Semplicemente, non ne esistono: a destra come a sinistra, questa occupazione ha sostenitori e avversari. Lo stesso accade con tutti i problemi attuali: la costruzione europea, la geopolitica, l’ecologia, la crisi petrolifera che si annuncia, ecc. L’unica cosa che conta è ciò che le persone pensano di un problema particolare, qualunque sia peraltro il modo in cui si collocano (o non si collocano) sullo scacchiere politico tradizionale.

  • Michel Marmin: Adesso, la logica della tua evoluzione non dovrebbe condurti a comporre una bibliografia generale delle sinistre francesi?

Alain de Benoist: Eccellente idea, ma vasto compito!

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05.12.2022

link fonte: https://www.grece-it.com/2022/12/05/la-video-intervista-rilasciata-a-livre-noir-alain-de-benoist-intellettuale-populista-e-vero-aristocratico-e-perche-non-essendo-di-sinistra-non-mi-riconosco-piu-nella-destra/

Commenti (20)

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    1. BrunoWald 18 dicembre 2022

      De Benoist è uno di quelli che non hanno mai dovuto sporcarsi le mani. Nel suo mondo non c'è avversione, al massimo autori che gli risultano "estranei".
      Nel mondo di quaggiù l'estraneità è già un lusso, perché esiste il nemico, e a volte il sangue che ti inzuppa: il suo, o il tuo. Nel mondo di quaggiù ci sono decisioni da prendere, gravide di conseguenze; nel mondo di de Benoist ci sono giudizi ex cathedra.

      Ha comunque ragione quando afferma che il vero nemico della destra è il denaro: potere liquido, indifferenziato, quantitativo e dissolutore, affine alle Acque Corrosive, esso è la negazione stessa di tutto ciò che la destra dovrebbe rappresentare. Ed era inevitabile che questa perdesse tutte le sue battaglie, che da secoli combatte sulla difensiva.
      L'unica volta che è passata all'offensiva (magnificamente, a mio parere, ma impastoiata da inevitabili compromessi e limiti imposti dalle circostanze storiche) ha finito per giocare il ruolo del Male Assoluto, impostole dall'avversario che è padrone del teatro, in definitiva rafforzando le dinamiche che voleva combattere.

      Come osservò Spengler, le bandiere della destra sono Idee Senza Parole: quelle verità che percepiamo attraverso l'intuizione, se l'anima è sufficientemente sana, ma che è arduo difendere sul terreno della dialettica e del razionalismo. La salute non può discutere con la malattia: o possiede anticorpi sufficienti, o soccombe.
      Se sostituiamo il concetto di progresso con quelli di decadenza e dissoluzione, comprendiamo la dinamica del tempo e l'impossibilità di contrastarla: come disse Evola, non si può arrestare una valanga. Si può solo togliersi di mezzo, aspettando che arrivi a fondo valle.

    1. ignorans 18 dicembre 2022

      La politica è uno strumento troppo limitato allo scopo dell'osservazione e del giudizio della realtà

    1. PietroGE 18 dicembre 2022

      Destra e sinistra sono due concetti che deformano la realtà sostituendo l'ideologia a quello che dovrebbe essere la ricerca della verità e della conoscenza dal lato intellettuale, o l'interesse del popolo che si rappresenta (o che si vorrebbe rappresentare) dall'altra. Come si vede nei Paesi di Serie A i rappresentanti politici fanno (o cercano di fare) solo gli interessi del popolo, in quelli di Serie B fanno gli interessi dell'ideologia e si scannano a vicenda cercando di mascherare così il loro status subalterno di servitori degli interessi dei poteri forti.
      Più sofisticata invece la dimensione intellettuale della dicotomia che spazia dalla religione alla tradizione alle identità dei popoli e degli autori. Destra e sinistra sono etichette che hanno rappresentato per un lungo periodo, e che anche oggi vorrebbero rappresentare, qualcosa di storico e ideale, credo però che questa finestra temporale si stia inesorabilmente chiudendo. Rimangono i concetti indipendenti dalle vicende contingenti : identità etniche, religiose, culturali e in generale la 'Wille zur Macht', secondo qualcuno vera levatrice della storia.

    1. Fedeledellacroce 18 dicembre 2022

      Il nulla, la vacuitá. Poi li chiamano filosofi...
      Bah!!
      Il "filosofo" ha pubblicato piú di 100 libri e 2000 articoli.
      E ancora lo lasciano parlare...ma quante cazzo di cose c'ha da dire questo? La destra e la sinistra? Ma per piacere, ancora con 'sta politica marcia?
      Gli intellettuali, di nuovo, il nulla.
      Di solito piú dannosi che utili.
      Via le penne e fuori le zappe!
      Preferisco Michel Onfray, nonostante anche lui vanti i fatidici 100 libri pubblicati.
      E' molto piú "filosofo" di Benoist, che é antipatico, vanitoso e inutile.
      https://youtu.be/199DHDzTajU

    1. oriundo2006 18 dicembre 2022

      L' idea centrale del lungo ed interessante saggio è che la destra è ( sovente ) a 'ricalco' della sinistra. La sua mancanza di iniziativa, se non 'a ritroso' verso modelli politico sociali defunti, con spirito antiquario e volutamente démodé e deresponsabilizzante, è dovuta a questa incapacità, già presente in parte degli 'irrazionalisti' del passato, di essere propositiva ed efficace nel 'corso della storia', a patto si capisce di non riesumare il lascito funesto degli anni '30 del passato secolo.
      Tutto giusto.
      Ora che il 'corso della storia' vira verso situazioni non-marxiane, materialismo storico compreso, anche se i cultori della sinistra si beano del cripto-comunismo di uno Schwab, cosa può dire e fare la dx, che spazio le si apre di proiezione nel futuro con idee proprie e non derivate 'a contrario' da quelle altrui ?
      Di tutti l'armamentario 'irrazionalista' passato ( interessante però il riferimento a Sorel ), di tutte le macerie ed i sentieri interrotti in cui è inciampata nel suo cammino, in cosa potrebbe ancora essere utile, in cosa propositiva, in cosa innovativa che non sia già stato materiale per sinistrismi in voga momentanea, dalla lotta ambientale pseudo-ecologica a posizioni deliranti ucronazi, ad esempio ?
      Io suggerirei il recupero del paganesimo antico, con tutte le sue connessioni filosofiche e metastoriche con il pensiero dell' Oriente induista e buddista.
      Là si può ancora scavare per capire le interesenzioni profonde del nostro mondo indoeuropeo, dunque la nostra attualità come deposito delle potenzialità non ancora espresse.
      Non abbiamo ancora detto tutto noi indoeuropei 'bianchi'.
      Non vedo più coerente invece con i tempi attuali rifarsi da dx ad un cattolicesimo medievalizzante e passatista oppure da sx ad una critica superficiale della 'modernità' salottiera e del tutto ininfluente.
      Questa 'modernità' è il parto diretto delle idee cristiane, deformate e annacquate ma applicate ovunque nel nostro mondo. L' omogeneità che ne deriva è proprio dovuta a questo lascito antico: dal culto del 'soggetto' a quello della storia come meta-storia provvidenziale verso il 'bene', alle istituzioni economiche come deputate alla 'realizzazione' del 'soggetto' monade con la sua 'anima' separata e scissa da quella Universale e 'responsabile' solo del suo destino individuale e non anche del destino della sua società, idea oggi completamente scomparsa almeno qui da noi.
      Il 'mondialismo' è solo il lato evidente della monade soggettiva che ci è imposta ( telefonino dove sei ? ) ed ascosa ne è la sua origine metafisica nefasta ma presente nell' immagine collettiva mediatizzata.
      Il crollo della destra non è solo il crollo del modo di pensiero tradizionale suo proprio. Le sue macerie sono il residuo che lascia dietro di sè la sinistra, come 'spirito del mondo' che 'oggettivamente' deve realizzare la 'storia', ed ora ne vediamo bene gli abissi disumani dell' 'oggettività', con la sua falsa 'luce' 'illuministicamente intesa...
      Se oggi che siamo tutti 'ossi di seppia' gettati sulla spiaggia, se la destra tace e la sinistra acconsente, è perchè il fallimento ha traversato tutto e tutti lasciando solo il vuoto simulacro della vita.
      Prendiamone atto. Non lasciamo a Shwab o a Soros dettarci le future regole di vita. Non riduciamoci ad essere solo individui.

    2. Primadellesabbie 18 dicembre 2022

      Scrivi:

      "...il recupero del paganesimo antico, con tutte le sue connessioni filosofiche e metastoriche con il pensiero dell’ Oriente induista e buddista..."

      Questo pensiero mi riporta al passaggio dall'artigianato medioevale (più vicino del paganesimo), che è il momento che accomuna l'Occidente e l'Oriente (come osserva e spiega Coomaraswamy) e quindi in grado di ricollegarli, allo sviluppo dell'industria che è la via di fuga verso la modernità.

      Temo che la diffusione del digitale abbia compromesso definitivamente questa possibilità.

    3. Arian Van Heisen 18 dicembre 2022

      ........io suggerirei il recupero del paganesimo antico, con tutte le sue connessioni filosofiche e metastoriche con il pensiero dell’ Oriente induista e buddista............

      Infatti le cose sono cominciate ad andar male quando abbiamo abbandonato gli Dei.

      Arian

    1. IlContadino 18 dicembre 2022

      Esistono due tipi di persone, le puoi distinguere dal verduraio, davanti al cesto delle mele.
      Mentre scelgono le mele più belle e mature da comprare, una scivola e cade a terra, rotola tra le sporco, la prima persona raccoglie la mela caduta, le dà una pulita, la mette nel proprio sacchetto, paga e porta via; la seconda persona la raccoglie, si dà un'occhiata intorno e la rimette nel cesto grande, cazzi di chi arriva dopo.
      Non conosco il filosofo qui sopra eccetto che per questo articolo, quindi non vorrei esprimere un giudizio affrettato, però, per quel che ho percepito leggendo, mi auguro di non incontrarlo mai dal verduraio.
      Buona domenica.

    2. Fantine 18 dicembre 2022

      Caro Conta,
      a lui la mela non sarebbe caduta o gliel'avrebbero raccolta o l'avrebbe raccolta e presa o altre mille eventualità.
      Non mi permetto di giudicare cosa hai percepito dalla lettura di questo articolo, tuttavia me ne sorprendo, tanto più e soprattutto perché proviene da te (in ragione delle opinioni che mi sono fatta del tuo pensare e del tuo sentire, leggendoti, caro Conta).
      Buona domenica anche a te.

    3. IlContadino 18 dicembre 2022

      Ciao Fantine, ti rispondo con queste parole, non sono mie, non ti dico chi le ha pronunciate, ma forse lo capisci da te:-))

      "Io non ho alcuna biografia. E qualsiasi cosa sia ritenuta una biografia è del tutto priva di significato. In che giorno sono nato, in che Paese sono nato, non ha alcuna importanza. Ciò che conta è cosa sono adesso, in questo preciso istante.
      Il filosofo pensa alle cose: è un approccio mentale. Il mio è un approccio non mentale, è l’esatto opposto del filosofeggiare. Non è pensare alle cose, alle idee, ma vedere con una chiarezza che nasce quando metti da parte la mente, quando vedi attraverso il silenzio, non attraverso la logica. Vedere non è pensare. Il sole sta sorgendo: se ci pensi, te lo perdi perché, mentre ci stai pensando, te ne allontani. E con il pensiero si può andare lontano mille miglia… e i pensieri vanno più veloci di qualsiasi altra cosa. Se stai vedendo il sorgere del sole, una cosa può essere certa: non ci stai pensando; solo allora lo puoi vedere. Pensare diventa un velo sugli occhi: conferisce un suo colore, una sua idea alla realtà. Non permette alla realtà di raggiungerti, si impone sulla realtà: è una deviazione dalla realtà. Ecco perché nessun filosofo è mai riuscito a conoscere la verità. Tutti i filosofi hanno pensato alla verità; ma pensare alla verità è una cosa impossibile. O la conosci o non la conosci: se la conosci non c’è alcun bisogno di pensarci, se non la conosci come puoi pensarci? Un filosofo che pensa alla verità è come un cieco che pensa alla luce. Se hai gli occhi, non pensi alla luce, la vedi. Vedere è un processo totalmente diverso: è una conseguenza della meditazione. Perciò io non vorrei che il mio modo di vivere venisse mai chiamato filosofia, perché non ha nulla a che fare con la filosofia. Potete chiamarlo filosia. La parola “filo” significa amore, “sofia” significa saggezza, conoscenza: amore per la conoscenza. Nella parola filosia “filo” indica lo stesso amore, e “sia” significa vedere: amore, non per la conoscenza, ma per l’essere, non per la saggezza, ma per lo sperimentare"

    4. fuffolo 18 dicembre 2022

      L'idea è fissa, lo sperimentare permette il divenire. Per paura dell'esperienza ci si nasconde nel pensiero ma così si impedisce al nuovo cognitivo di farti conoscere la realtà e di agire coscientemente.
      Il serpente ti tiene nel suo mondo utilizzando le tue paure.

    5. Fantine 18 dicembre 2022

      Caro Conta, credo profondamente e intimamente che il "sapere" non sia fatto in compartimenti stagni, così come l'uomo.
      L'equilibrio tra le tante cose che è l'uomo è meta e al tempo stesso percorso.
      Amo nuotare e salire in montagna.
      Sono sicura che sai di cosa parlo.
      Ma altrettanto amo leggere, amo suonare la musica e ascoltarla, amo la leggerezza (vera) nei rapporti quotidiani, la giustizia e sopra ogni cosa amo l'uomo.
      E il tempo che passa è sempre ricchezza.
      Perciò merita rispetto il capo canuto e il giovane e il bambino.
      Ora ci vorrebbe un intervento di @sbregaverse, che tempo addietro mi ha simpaticamente messa in mezzo tra Osho e Seneca, con l'affetto "virtuale" e virtuoso che ha per me (più che ricambiato), facendomi ridere di cuore con quel suo commento ;)
      Intanto ti lascio una poesia di Hikmet, che ho postato qualche giorno fa a Danone e rinnovo l'augurio di una buona domenica a te e ai tuoi cari.

      Prima di tutto l'uomo

      Non vivere su questa terra come un estraneo o come un turista della natura.
      Vivi in questo mondo come nella casa di tuo padre:
      credi al grano, alla terra, al mare, ma prima di tutto credi nell'uomo.
      Ama le nuvole, le macchine,
      i libri, ma prima di tutto ama l'uomo.
      Senti la tristezza del ramo che si secca,
      dell'astro che si spegne,
      dell'animale ferito che rantola,
      ma prima di tutto senti la tristezza e il dolore dell'uomo.
      Ti diano gioia tutti i beni della terra:
      l'ombra e la luce ti diano gioia,
      le quattro stagioni ti diano gioia,
      ma soprattutto
      a piene mani ti dia gioia l'uomo!

      Ps: più si ascende, più ci si avvicina all'amore e l'amore ci rivolge/riporta all'uomo e all'amare.
      Non c'è separazione, Conta.

    1. Martin 18 dicembre 2022

      La destra francese dello scorso secolo rappresenta un limitato fenomeno di natura essenzialmente letteraria, assolutamente marginale, provinciale e di scarsissima rilevanza nel contesto europeo, rispetto al pensiero ideologico, filosofico e politico della destra italiana, tedesca e anche spagnola.

      Il tentativo di de Benoist di rendere importante una destra provinciale e chiaramente colonizzata dal pensiero italiano, tedesco e spagnolo attraverso addirittura una specifica "bibliografia" e' tanto patetico quanto - come sempre - petulante e impertinente nel suo becero e provinciale nazionalismo piccolo borghese.

      Siamo sempre alle solite: copiano da Tedeschi e Italiani con versioni letterarie infarcite di trombonerie da rotocalchi scandalistici da sala d'attesa dal parrucchiere o dal dentista, e poi pretendono anche di essere presi sul serio.
      In sintesi: mero becchime per polli PDioti.

    2. Primadellesabbie 18 dicembre 2022

      Santamariadileuca: non pervenuta.

    3. Fantine 18 dicembre 2022

      Martin, forse non hai letto la sua riflessione sulla differenza - a suo dire - tra la destra francese (o le destre francesi) e quella italiana, tedesca e spagnola.

    4. Fantine 18 dicembre 2022

      Ringrazio la redazione per aver dato voce ad uno dei più grandi pensatori viventi.
      Domando, tuttavia, perché la scelta del titolo in quei termini e il richiamo all'opera sulle destre francesi (Bibliographie générale des droites françaises - Dualpha, Coulommiers, 2004-2005), con l'articolo riportato, che non ha nulla a che vedere con la recente intervista di Livre noir, di cui si riporta solo l'incipit della "descrizione" della pubblicazione della detta intervista (titolata: Alain de Benoist: intellectuel populiste et vrai aristocrate), che parla di tutt'altro.

      Alain de Benoist: intellectuel populiste et vrai aristocrate
      https://youtu.be/cKFyAKVWe2o

    5. Arian Van Heisen 18 dicembre 2022

      Ma quale pensatore...? che pensiero ha costui se non criticare e scrivere libri sugli altri, è solo uno scrittore
      di Best Sellers che da un colpo alla botte ed una al cerchio
      cosi i suoi libri li comprano tutte le allodole ..!

    6. Fantine 18 dicembre 2022

      Credo che tu non ne abbia letto nessuno dei suoi libri, "Arian".
      Non che tu sia tenuto a farlo, ma prima di esprimere uno specifico giudizio su uno scrittore, bisognerebbe almeno averlo letto.
      Parimenti, è sempre più corretto esprimere le proprie opinioni sul pensare di qualcuno dopo averlo conosciuto il suo pensiero (nei limiti della sua esposizione, scritta o verbale), così da attribuirgli ciò che gli "appartiene" realmente.
      Con cordialità, Arian.

    7. Arian Van Heisen 18 dicembre 2022

      Mi basta ed avanza metà di questo articolo
      per capire ..!
      non è un pensatore , ma solo un critico, magari pure bravo.
      Ciao Fantine.

    8. Fantine 18 dicembre 2022

      Caro Arian, la verità è che ha superato destra e sinistra da molto.
      E tuttavia, poiché "pensatore di destra" non gli ha regalato niente nessuno, al contrario.
      Ma il suo spessore è notevole.
      Le sue opere, da molto, non si lasciano inserire in tale dicotomia (di certo non nella sua versione più recente, a mio modo di vedere), perciò mi ha sorpresa la scelta della redazione di richiamare una intervista di qualche giorno fa rilasciata a Livre noir, proponendo un articolo e un' intervista di quasi vent'anni fa, relativa e legata alla sua Bibliografia generale delle destre francesi, pubblicata all'epoca. Articolo legato a quella pubblicazione, che non c'entra nulla con l'intervista rilasciata giorni fa.
      Che poi una parte di mondo pseudo-intellettuale - di sinistra (?) - voglia tirarlo per la giacchetta a convenienza, ciò mostra solo la bassa natura di chi lo fa. Ma si tratta di limiti umani, prima che di limiti e carenza di onestà intellettuale, che è dote rara. Fortunatamente non così tanto rara, come si potrebbe ritenere.
      O forse, poiché il suo "spessore" è innegabile, allora si cerca di colorarlo secondo le proprie tonalità ;)
      Buona domenica, Arian, a te e ai tuoi cari.

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