Di Francesca Piccone e Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org
Piccoli Comuni, spesso "luoghi non luoghi", luoghi di solo passaggio o abbandonati, scollegati. Borghi fantasma che, visti da lontano in cima a una collina, sembrano rifugi solidali. Ma la realtà vista da vicino può essere uno schiaffo in piena faccia. La diffidenza delle aree interne, a volte, arriva a considerare straniero anche chi vive in quel territorio da 40 anni, pur non essendoci nato. Come due realtà parallele, dal dopoguerra in poi sono vissute la vita cittadina e quella rurale. Poi è arrivata l’immigrazione, anche nei piccoli Comuni.
Partiamo dalla legge nazionale voluta nel 2002 (la n. 189), che ha previsto il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (Sprar), gestito da enti pubblici, seguita poi dalla legge 142 del 2015, che ha affiancato ai centri Sprar i Centri di Accoglienza Straordinaria (Cas), a gestione privata.
Ma è stato davvero possibile generare un’integrazione duratura nei Comuni con meno di cinquemila abitanti, andando oltre i tre anni finanziati dalla legge? Una ricerca del 2018 fa il punto della situazione analizzando il Molise, una regione priva dei fenomeni di conurbazione del Nord-Est, ideale per osservare la realtà pura dei piccoli centri.
Quale integrazione è possibile nelle reti relazionali dove si è lontani dalle folle e dal possibile anonimato, ma dove una certa diffidenza verso lo straniero può essersi radicata? Può avvenire un contatto paritario tra immigrati e native?
L’analisi molisana prende in esame realtà diverse: da Campobasso a piccoli paesi come Ripabottoni e Roccamandolfi. A Ripabottoni la posizione centrale del Cas è vista positivamente e favorisce il contatto; a Campobasso e Venafro, invece, le strutture sono in periferia. Per gli abitanti non è l'integrazione l'obiettivo, ma la sicurezza e il controllo: un’espulsione discriminatoria mascherata da bisogno di distanza. A Roccamandolfi, il centro è a quattro chilometri dal paese, generando umana insoddisfazione.
Dove non prevale la fredda distanza, quali sono i reali vantaggi? Una nuova vitalità? Oppure solo la creazione di posti di lavoro (come a Roccamandolfi) o lo sfruttamento manuale (come a Pescopennataro), senza contare l'apertura mentale degli abitanti tra i vantaggi? La ricerca evidenzia un dato chiaro: laddove i Comuni sono stati compartecipi delle decisioni (nel sistema Sprar), le resistenze sono state superate. La visibilità e la vicinanza fisica nel centro del paese favoriscono l’accettazione molto più della marginalizzazione periferica. L’integrazione avviene attraverso la vita quotidiana: il bar, la piazza, le feste patronali.
Lo spopolamento e il "paradosso economico"
L’Italia è uno dei Paesi europei con il maggior numero di piccoli comuni. Oltre 5.500 hanno meno di 5.000 abitanti e molti rischiano il collasso demografico. Negli ultimi cinquant’anni i giovani sono fuggiti verso le città, la popolazione è invecchiata, e la chiusura di scuole e servizi ha creato un circolo vizioso fatale.
In questo contesto, l’arrivo di nuovi abitanti rappresenta una risorsa demografica. Tuttavia, si verifica un paradosso: chi non può permettersi nulla sceglie una casa degradata nel centro storico; chi ha qualcosa da spendere sceglie una villetta. A Sezze, ad esempio, l'aumento della domanda abitativa degli stranieri ha fatto salire i prezzi delle case. Mentre lo spopolamento avanza, la speculazione frenetica blocca il reale ripopolamento delle fasce più deboli.
Il volto burocratico e i fondi PNRR
Se guardiamo alla capacità di spesa del PNRR, i piccoli Comuni sembrano vincenti, come emerso dagli “Stati generali dei piccoli Comuni” del 2026 e dal progetto P.I.C.C.O.L.I. (Anci). Il trend migratorio è positivo: nel 2024, 276.000 persone si sono trasferite nei piccoli centri. Ma con quali risultati reali?
Bisognerebbe scavare caso per caso per capire se i fondi hanno riqualificato il territorio o se sono finiti a clientele locali. Il resoconto del progetto annota, ad esempio, un aumento della spesa per i disabili senza che il loro numero sia cresciuto. Inoltre, assistiamo al paradosso di giunte comunali dove dipendenti pubblici senza laurea vengono trasformati in "tecnici" da piattaforme digitali e dall'Intelligenza Artificiale, in una farsa burocratica lontana dai reali bisogni della comunità.
Il limite dell'integrazione: quando l'incontro si ferma alla superficie
Tuttavia, è necessario guardare all’integrazione con una lente ancora più critica, superando la mera conta demografica o l'inserimento lavorativo. Non va taciuto un dato fondamentale: l'integrazione economica o fisica non coincide sempre con quella culturale.
Anche quando si tratta di cittadini europei o di immigrati regolarmente inseriti nel tessuto sociale, permane spesso un distacco netto dalle nostre radici. Si pensi ai paradossi che si vivono all'interno delle nostre scuole: troppo spesso, in nome di un malinteso rispetto delle diversità, si finisce per rimuovere o svuotare di significato i simboli del nostro credo e della nostra identità storica. Questo non crea integrazione, ma un vuoto culturale che impoverisce tutti, vecchi e nuovi arrivati.
A questo si aggiunge un disagio sociale profondo e sempre più diffuso tra la popolazione autoctona, che fatica a comprendere un capovolgimento delle priorità. Cresce il senso di ingiustizia di fronte a casi concreti in cui l'attenzione, le risorse e la priorità sembrano riservate agli immigrati – in alcuni casi persino a quelli irregolari – mentre tanti italiani, cittadini storici che hanno contribuito al bene comune, vengono lasciati indietro, versando in condizioni di grave povertà, malattia e totale abbandono istituzionale. Una vera integrazione non può ignorare il malessere di chi è già parte della comunità.
Quando funziona: esempi di rinascita
Nonostante queste criticità, esistono casi in cui la sinergia funziona e il borgo riprende vita.
Un caso quasi unico è Borgallo, un Comune di 500 abitanti. Famiglie giovani, italiani e stranieri (finlandesi, americani, inglesi), hanno comprato ruderi, li hanno ristrutturati e aperto attività. Qui non c'è una piazza con chiesa e municipio: i bandi pubblici sono stati usati per creare un asilo nido, una farmacia, un laboratorio di trasformazione dei prodotti, una biblioteca diventata punto di aggregazione (dove si gioca anche ai tarocchi), un servizio bus sanitario e una comunità energetica autonoma. Il trend dei cammini, che coinvolge il 60% dei piccoli Comuni, fa il resto, riportando l'essenza del vivere umano in relazione con la natura.
Nella Maremma toscana troviamo Wolfgang Scheibe, un tedesco che si è stabilito a Tatti (Massa Marittima). Ha aperto una stamperia artigianale, la Tattistampa, diventata luogo di incontro culturale e musicale. Come dice lui: "Il mio obiettivo era vivere vicino alla natura e contribuire alla vita culturale del borgo. Qui ho trovato una comunità aperta e curiosa". Un'integrazione vera, fatta di cultura e non solo di presenze fisiche.
Altro esempio è il Giardino dei Tarocchi a Capalbio. Quando Niki de Saint Phalle iniziò l'opera nel 1979, gli abitanti la considerarono eccentrica e in contrasto con l'ambiente. C'è stata opposizione, incomprensione, resistenza al "nuovo". Oggi, il Giardino è uno dei parchi artistici più visitati d'Italia: il pregiudizio iniziale si è trasformato in orgoglio civico, dimostrando come la resistenza al diverso possa ostacolare la comprensione del valore.
Anche Sambuca di Sicilia, con le sue "case a 1 euro", ha attratto famiglie straniere che hanno riqualificato interi isolati, trasformando il degrado in opportunità.
La farsa dell'integrazione e l'annullamento di noi stessi
I casi di Tatti, del Giardino dei Tarocchi o di Borgallo restano esemplari, ma rischiano di mascherare una realtà molto più cupa e generalizzata. Quello che stiamo vivendo nella stragrande maggioranza dei casi non è un'integrazione, ma un'operazione di ingegneria sociale imposta dall'alto, guidata da una volontà ideologica ostinata e spesso cieca, dove la retorica dell'accoglienza si è trasformata in una vera e propria sopraffazione dei nostri diritti più elementari.
Il paradigma è ormai chiaro: tutto deve essere piegato al rispetto della cultura, delle usanze e delle sensibilità dell'immigrato, mentre la nostra identità viene trattata con rigidità burocratica e sospetto, quando non con aperta trascuratezza. È una dinamica perversa che si manifesta quotidianamente sotto i nostri occhi.
Lo vediamo nelle nostre scuole, dove in nome di un "rispetto" verso gli altri si arriva a censire i simboli del nostro credo: dal presepe rimosso per non offendere, ai crocifissi nascosti, fino alla riscrittura della nostra storia per depurarla di ogni connotazione cattolica o occidentale. Lo vediamo nelle mense scolastiche, dove i menù vengono stravolti per non urtare sensibilità altrui, dimenticando che chi migra in Italia dovrebbe – in una logica di vero scambio – conoscere e rispettare le nostre tradizioni, non pretendere che siano cancellate.
Viviamo in un'epoca in cui difendere la propria cultura viene etichettato come "razzismo" o "intolleranza", mentre l'eradicazione delle nostre radici viene celebrata come "progresso". Questa non è integrazione, è resa incondizionata. Una vera integrazione si basa sul reciproco adattamento; ciò che viene invece imposta è una subordinazione unilaterale, dove l'italiano di oggi, e specialmente quello delle aree interne, viene percepito come un ostacolo da superare, un cittadino di serie B costretto a giustificarsi per la propria esistenza.
E tutto questo avviene mentre lo Stato gira lo sguardo dall'altra parte di fronte al disagio dei suoi stessi cittadini. È inaccettabile che ci siano italiani storici, anziani soli, malati terminali o famiglie in povertà assoluta che non riescono ad accedere a cure dignitose o a un sussidio, mentre si trovano fondi illimitati, sportelli dedicati e assistenze gold per chi arriva da fuori, in alcuni casi persuno in modo irregolare. La priorità non è più il benessere della comunità che accoglie, ma la gestione del "fenomeno" migratorio in sé, spesso vero e proprio business per cooperative e intermediazioni.
Se i piccoli Comuni, come dimostrano le statistiche, sono l'ultimo baluardo demografico dell'Italia, essi non possono sopravvivere come vuoti contenitori demografici. Un borgo senza la sua identità, senza le sue feste patronali, senza i suoi simboli e senza il diritto di essere fiero della propria storia, non è un luogo integrato: è solo un dormitorio transitorio.
Se accogliere significa cancellare chi siamo per far posto a chi arriva, allora non stiamo salvando i nostri piccoli Comuni. Stiamo solo decretandone la morte culturale, sostituendo un popolo con un'altra massa di individui senza radici, in un'operazione di svuotamento che non ha nulla a che fare con il rispetto umano, ma tutto a che fare con l'omologazione globale.
Di Francesca Piccone e Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org
16.04.2026
FONTI
https://www.pibinko.org/abramo-the-jug-band-monterotondo-m-mo-31-10-2017/
https://ilgiardinodeitarocchi.it
https://www.ancicomunicare.it/wp-content/uploads/2026/02/Dossier-Persone-finale-1-1.pdf
https://sciencespo.hal.science/hal-02385444/file/2016-cremaschi-fioretti-inclusione-fragile.pdf
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oriundo2006 18 aprile 2026
Ho messo un commento ieri ma non lo trovo più...i famosi algoritmi da rivedere, forse !
oriundo2006 21 aprile 2026
Siccome ogni tanto faccio dei backup ve lo ripropongo:
Forse si dimentica una componente essenziale, quella che spesso nei piccoli paesi ha costituito la legittimazione principale all' accoglienza, con tutti i suoi risvolti: la chiesa cattolica con le sue parrocchie, elemento fondamentale proprio nei piccoli comuni, costituendo l' unico o principale centro di identità storica collettiva.
Queste sono state e sono tuttora il vero e principale 'cavallo di troia' per dare asilo, assistenza, aiuti a milioni di extracomunitari, fosse cristiani o no: a legittimare la loro presenza sul territorio sulla base del vangelo ed a permettere ogni discriminazione verso i residenti italiani, oggi assolutamente indifesi di fronte a politiche migratorie distruttive.
Qui ovviamente non si tratta di voler respingimenti globali o altre forme di ritorno ad epoche lontane, passate, 'etnicamente' suprematiste, specie a parole.
Se sono qui dobbiamo aiutarli. E non c'è santo che tenga. Altrimenti andiamo verso le bidonvilles.
Si tratta di capire specie per chi è cristiano, che il vero nemico dell' Italia è sempre stato il vaticano e trarne le debite conseguenze, che per un italiano ahinoi sono sempre diluite in un rimando al 'vediamo poi', 'vedrai che adesso'...e poi il sempiterno 'che ci possiamo fà...'.
e avanti con la messa cantata...
Quando Trump è 'irritato' con Leone lo fa proprio per temi immigrazionisti e connessi, a parte ogni possibile ipocrisia, tipo quella di servirsi del papato quando ha fatto comodo agli USA nella sua crociata anticomunista e criticarlo oggi per le sue aperture terzomondialiste assolutamente ridicole perchè sono avulse da quello che un tempo era l'obiettivo della colonizzazione: la conversione.
Avendo giustamente fatto a meno di questa, e ben lungi dal capire che venuta meno la stessa sparisce ogni possibile impulso ad una società 'mista' su basi coattive unificate religiosamente, la si è sostituita, direi surrogata con un pietismo stupidissimo, quello che ha eroso la ragione stessa dello stare insieme come 'italiani', come popolo identitario anche se portatore di una cultura unificante assai fragile.
Questa è stata la dissoluzione della ragione profonda del rimanere comunque in Italia: a che pro stare qui se è terra straniera a tutti gli effetti ?
Rimedi ?
Nessuno. Almeno per ora.
Semplicemente prima la sostituzione etnica, poi quella religiosa ed infine quella giuridica: la sharià per il popolo reso ignorante e straccione ed il diritto anglosassone per le majors multinazionali.
E' il papato che ha voluto questo. Ne è statao deliberatamente il coautore perchè realizza la 'road map' cattolica, sia pure per interposta persona ( e religione ! ).
Rendetevene conto.
Il papato che mette le sue finanze nelle mani anglosassoni massoniche e nel contempo predica di 'pace' quando ha sempre investito nelle aziende USA più redditizie, ovvero negli armamenti o nei famosi detentori degli 'algoritmi'.
Il papato che butta fuori sulla strada chi non può pagare l'affitto di una delle sue infinite abitazioni. Chiedete se è vero.
Il papato che fa la predica agli altri e MAI a sè stesso. MAI.
Non lamentatevi allora.