TRUMP COME ROOSEVELT: SARÀ RICONDOTTO ALL’OVILE DI LONDRA?

TRUMP COME ROOSEVELT: SARÀ RICONDOTTO ALL’OVILE DI LONDRA?

Di Michele Rallo

Correva l’anno 1932. Gli Stati Uniti erano ancòra intenti a leccarsi le ferite della great depression, la grande depressione che aveva fatto crollare il mercato azionario, demolito l’agricoltura, ridotto della metà la produzione industriale.

Il Presidente (repubblicano) Herbert Hoover aveva affrontato la crisi con le ricette della destra conservatrice, quelle del liberismo, del laissez faire, del lasciate fare, nella certezza che “i mercati” avrebbero risolto tutto. Risultato: gli agricoltori espulsi dalle loro proprietá, pignorate dalle banche, i risparmiatori strangolati dal crollo dei titoli azionari, la classe media gettata sul lastrico, e i ceti meno abbienti ridotti letteralmente alla fame, con 12 milioni di nuovi disoccupati.

Unica oasi di relativa serenità era lo Stato di New York, dove il governatore (democratico) Franklin Delano Roosevelt aveva attuato una politica che era l’esatto contrario di quella del presidente Hoover: non soltanto aveva soccorso e assistito le fasce più deboli della popolazione, ma aveva anche attuato una massiccia campagna di lavori pubblici – finanziati anche in deficit – in modo da contrastare efficacemente la disoccupazione. Erano le ricette che giungevano dagli “eretici” europei: dall’ex liberale inglese John Maynard Keynes, dai teorici italiani dell’economia corporativa, dai kemalisti turchi, eccetera.

E con queste ricette, nel novembre 1932, Franklin Delano Roosevelt trionfava alle elezioni presidenziali americane: nazionalismo economico, interventismo statale, economia mista. Così l’America imboccava la strada del new deal, il “nuovo corso” che l’avrebbe strappata ad una crisi epocale.

Nuovo corso anche in politica estera: Roosevelt non apprezzava il legame totalizzante con l’Inghilterra (che aveva accolto con disappunto la sua vittoria) e si dava da fare per stabilire nuovi rapporti, nuove intese. Nuove intese che avevano un indirizzo preciso: l’Italia fascista, le cui soluzioni sociali, economiche e finanziarie, peraltro, erano oggetto di studio e di attenta considerazione da parte del brain trust, il “trust dei cervelli” rooseveltiano. E l’Italia, non per caso, era stata praticamente l’unica nazione europea ad aver superato indenne la terribile crisi economica mondiale che era stata generata dalla grande depressione americana.

La prima iniziativa diplomatica del nuovo Presidente era – il 14 aprile 1933 – l’invio al Capo del Governo italiano di una lettera ufficiale, con la quale si sollecitava uno scambio di vedute sulle principali questioni che in quel momento agitavano lo scenario mondiale. Il Duce rispondeva a stretto giro, auspicando una forte collaborazione fra Italia ed USA, e preannunziando la visita a Washington del ministro delle Finanze, Guido Jung, in qualitá di suo personale rappresentante: «Egli vi dirá – recitava la missiva – con quanto grande interesse io stia seguendo il lavoro del governo degli Stati Uniti per la soluzione delle attuali difficoltà del mondo...»

La missione Jung si svolgeva già due settimane dopo, ed era un successo clamoroso. Veniva così ufficializzato il reciproco interesse a stabilire una forte intesa bilaterale. Intesa innanzitutto “ideologica” – per così dire – ma tale anche da porre le premesse per una vera e propria alleanza politica (e militare). In quel momento storico, infatti, Franklin Delano Roosevelt pensava seriamente alla possibilitá che gli USA archiviassero la tradizionale alleanza che li legava a Londra, sostituendola con un asse strategico con l’Italia fascista. FDR sembra credere che gli Stati Uniti non avessero alcun interesse a seguíre le regole finanziarie dettate dalla City londinese; e, con queste, anche le linee-guida della politica diplomatica e militare, in particolare nei teatri europeo e mediterraneo.

Mussolini, dal canto suo, era certamente attratto da una tale prospettiva. Dal 1928, infatti, l’Inghilterra aveva gettato alle ortiche i buoni rapporti con l’Italia, scegliendo di aderire al fronte antirevisionista (e antitaliano) guidato dalla Francia. Quanto a Roosevelt, in quel periodo (ma solo in quel periodo) non sembrava amare in modo particolare i cugini britannici, apertamente ostili alla politica monetaria ed alle riforme antiliberiste della nuova amministrazione americana. Il governo di Sua Maestá aveva vissuto come un affronto i primi provvedimenti adottati da FDR all’indomani del suo insediamento: a cominciare da un Ordine Esecutivo che aveva, di fatto, escluso gli Stati Uniti dal sistema monetario del “gold standard” caro alla finanza britannica.

Pochi mesi dopo, in luglio, si registrava un evento apparentemente solo “di colore”, ma in realtá carico di una forte valenza politico-diplomatica. Era l’accoglienza trionfale – nel senso letterale del termine – che gli Stati Uniti riservavano ad un altro ministro fascista, Italo Balbo, ed ai suoi “trasvolatori atlantici”. Le grandiose sfilate di Chicago e di New York, le folle strabocchevoli che facevano ala, il genuino entusiasmo popolare, le tante dichiarazioni laudatorie formulate da esponenti politici e governativi all’indirizzo dell’Italia fascista, erano tutti segnali che testimoniavano inequivocabilmente un clima che certo andava al di lá di una semplice seppur marcata sympathy.

Questo clima idilliaco perdurava fino a tutto il 1934. Roosvelt sembrava sempre piú convinto della prospettiva di una stretta collaborazione col Duce («Mussolini ed io potremo fare insieme molte buone cose») e, in ottobre, inviava a Roma il piú autorevole dei suoi consiglieri, l’economista Rexford Tugwell, per una prima diretta ricognizione della realtá italiana.

Tugwell aveva numerosi colloqui ai piú alti livelli, e veniva anche ricevuto da Mussolini. Era fortemente colpito dall’incontro col Duce e, in genere, da tutto ció che aveva visto durante la sua missione italiana, come chiaramente traspare dalle notazioni del suo diario: «La sua forza e l’intelligenza sono evidenti, come anche l’efficienza dell’amministrazione italiana. É il piú pulito, il piú lineare, il piú efficiente campione di macchina sociale che abbia mai visto. Mi rende invidioso.»

Ma l’Inghilterra non stava a guardare, e già dall’inizio di quello stesso 1934 aveva messo in opera tutta una serie di manovre che miravano a scongiurare il pericolo che prendesse forma un’alleanza USA-Italia, favorendo invece il ritorno al totale allineamento di Washington con la politica britannica.

Manovra tutta inglese, rassegnazione tutta americana. Nessuna responsabilità italiana nel naufragio dell’alleanza con Washington. Non è minimamente credibile, infatti, una certa vulgata “moderata” che ascrive a Benito Mussolini la responsabilitá di aver sacrificato l’amicizia degli Stati Uniti, scegliendo invece di legarsi alla Germania hitleriana e adottando una linea politica antisemita. In realtá, in quegli anni l’Italia non era affatto legata alla Germania, né Mussolini era in qualche modo ostile agli ebrei.

Era semplicemente accaduto che la cosiddetta “Anglosfera” (e cioè USA, Inghilterra, Canada, Australia e altri Dominions britannici) aveva regolarizzato una situazione divenuta insostenibile. Gli equilibri anglosassoni erano stati messi in discussione dall’anomalo risultato elettorale del novembre 1932, ma in un tempo relativamente breve chi deteneva il potere reale nell’intera Anglosfera – e cioè i grandi potentati economici della City ed i loro ausiliari di Wall Street – erano riusciti a ricondurre all’ovile il presidente “eretico”, riportando l’America ribelle agli ordini di Londra.

Fin qui, in rapidissima sintesi, una pagina (censuratissima) della storia diplomatica occidentale. Ma come resistere alla tentazione di tracciare un parallelo tra quegli eventi e quanto sta avvenendo in questi giorni in America?

Dunque, vediamo: nel novembre 2024 un risultato anomalo delle elezioni presidenziali americane vede la vittoria dell’eretico Donald John Trump. Appena eletto, Trump mette sùbito in discussione la monoliticità dell’Anglosfera: sia arginando la guerra strisciante contro la Russia, da secoli oggetto di una politica d’accerchiamento made in London; sia dichiarando di voler annettere il Canada, membro del Commonwealth e con Capo di Stato il medesimo sovrano dell’Inghilterra.

Londra reagisce: sia promuovendo una coalizione di “volenterosi” pro-Kiev e smorzando gli ardori russofili di Trump; sia “offrendo” al Canada come Primo Ministro l’ex governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, legato a filo doppio anche con gli ambienti di Wall Street e dei “mercati” statunitensi (fra le altre cose è stato un alto papavero della Goldman Sachs); sia – è una mia malignità – manovrando sotto sotto perché i soliti “mercati” affossino la pur rodomontesca politica daziaria del neo Presidente.

Gli avvenimenti delle prossime settimane diranno se questa nuova guerra interna al mondo anglosassone si risolverà come la precedente: se Trump – cioè – sarà “normalizzato” come a suo tempo Roosevelt, o se l’Anglosfera andrà definitivamente in pezzi. Con immensi benefìci per il mondo intero.

Di Michele Rallo

15.05.2025

Michele Rallo è storico e saggista, ex parlamentare della Repubblica Italiana.

Commenti (12)

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    1. mingo 18 maggio 2025

      L'autore gli deve essere sfuggito che UK , a parte la City e i suoi Lord è a pezzi e sono loro ad aver disperatamente bisogno degli USA e non il viceversa .
      Stanno esplodendo ( come anche la Francia) nelle loro contradizioni interne e per la prima volta ormai gli Americani li considerano non partner ma vassalli da zittire e comandare a l'occorrenza.

    1. Vocenellanotte 17 maggio 2025

      Mi piacerebbe sapere quali sono state le innumerevoli manovre messe in atto da Londra per riportare Roosevelt all'ovile.

    1. Ismaele386 17 maggio 2025

      Articolo molto interessante, peccato che finisce proprio sul più bello, ovvero: come ha fatto il Regno Unito a riportare Roosvelt all'ovile?
      Sarebbe bello se l'autore lo spiegasse, se non a commento, magari in un altro articolo.

    2. Martin 17 maggio 2025

      Non può spiegarlo perchè non corrisponde minimamente alla realtà storica. Churchill è diventato PM nel maggio 1940, mentre Roosevelt già dal 1937 tramava per aizzare la Seconda Guerra Mondiale. Esistono ricerche storiche ed un ampio consenso in merito.
      Poi come ovvio una volta arrivato Churchill, l'intesa si è enormemente rafforzata, ma resta che Roosevelt ha fatto tutto il possibile per aizzare e coinvolgere gli USA nella WW2 a partire dal 1937-38.
      Non è che l'ha convinto Churchill, come l'articolo tende ad accreditare. Non ne aveva alcun bisogno, ha preso in giro per molti anni il suo elettorato, in maggioranza contrario alla guerra.

    1. mago 17 maggio 2025

      Leggo che Nvidia porta la produzione in USA leggo poi che aprono un centro a Taiwan leggo che Apple sposta la produzione dalla Cina in India e. Leggo che Trump vuole portare a 0 i dazi con l’India tanta confusione tanta tattica chissà come andrà a finire per Trump.

    2. Martin 17 maggio 2025

      Mago c'è piuttosto da preoccuparsi su come finiremo noi qui nell' UE..è chiarissimo che l'UE più Gb Francia Germania Polonia e nanerottoli baltici (modello barboncini del vicino, LOL) vogliono la continuazione della guerra e comunque del confronto con la Russia. Va dato un premio alla Meloni per essersi chiamata fuori dai volenterosi della guerra.

      Trump si è già accordato con la Siria, e molto probabilmente troverà un accordo con l' Iran. In sintesi, se scoppia una guerra in Europa, non è che gli USA dovrebbero ricaderci per forza.

    3. mago 17 maggio 2025

      Abbiamo pur sempre la Svizzera dove rifugiarsi anche se ultimamente la stanno svendendo,figurati un presidente con doppio passaporto di origine italiana …. La Meloni ha capito o le hanno consigliato che se entra in guerra viene il diluvio,non so se resisterà a quelli che vogliono la guerra e sono tanti…alla peggio faremo come allora si entra in guerra quando si capisce che è vinta per un tozzo di pane al tavolo delle trattative,salvo magari prenderla in quel posto come allora..

    1. PietroGE 17 maggio 2025

      L'articolo non lo dice chiaramente ma è stata la lobby ebraica, da sempre padrona della City, e il famoso 'Giudea declares war on Germany' che hanno radicalmente cambiato le cose. Il motivo vero? La paura da parte ebraica che si implementasse il programma del NSDAP che prevedeva l'esclusione dei non ariani dalla proprietà dei mezzi di informazione (al tempo i giornali) e dalla gestione del credito. Se attuato il programma avrebbe di fatto azzerato l'influenza ebraica in Europa e quindi reso impossibile la creazione del 'focolare ebraico' in Palestina come volevano i sionisti. Roosevelt, che era di ascendenza ebraica, cercò in tutti i modi di assecondare il volere della lobby che era quello di distruggere la Germania, non solo economicamente con il boicottaggio iniziato nel 33, ma anche con la guerra vera e propria. A guidare il tutto, la lobby e la City di Londra con le 'garanzie' (fasulle) date, (insieme alla Francia) alla Polonia, le quali hanno fatto poi, come è noto, precipitare le cose. Francamente non vedo nessuna analogia con quanto sta succedendo oggi se non il fatto che Trump è anche lui in mano alla lobby ebraica, come si vede da quel che succede nel campo di sterminio di Gaza e dal tentativo di pulizia etnica. Trump è un immobiliarista che di politica non capisce nulla, una banderuola che si muove al vento degli affari, anche personali, che sono al centro della sua politica.

    2. Martin 17 maggio 2025

      Roosevelt ha agito per anni per aizzare e scatenare la WW2 primariamente per affermare gli interessi USA.
      Quanto a Trump, affermare che non capisca nulla di politica è assolutamente ridicolo. Ovvio che ha lasciato mano libera a Israele a Gaza, ma intanto sta cercando un accordo con l'Iran ed anche con la Siria, entrambi nemici di Israele. Con il che gli USA non si troverebbero esposti in una guerra generalizzata se l'UE scatenasse una guerra contro la Russia......
      La verità e' che la linea dell' UE, ossia gettare il sasso e nascondere la mano, o parlare di pace mentre si fa la guerra, Obama style, funziona perfettamente, ed infatti la maggioranza dell'elettorato e dell'opinione pubbica europea non ha capito che l'UE è in mano a guerrafondai che aspettano solo l'occasione giusta per portarci alla guerra.

    1. Martin 17 maggio 2025

      Il paragone storico è infondato. E' storicamente accertato che Roosevelt fece l'impossibile già da ben prima dell'ascesa dell'altro guerrafondaio Churchill per aizzare e scatenare la WW2.

      Trump non ha la minima intenzione di coinvolgere gli USA in una guerra UE- Russia. Si continua a non afferrare che la guerra russo ucraina non e' stata voluta solo dai Dem USA via accerchiamento della Russia attraverso la Nato, ma anche dalla Commissione UE, il cui primo (non dichiarato) obiettivo strategico è l'estensione nelle ex repubbliche sovietiche (Bielorussia, Ucraina, Georgia, etc) in conflitto cronico con la Russia.

      L'Europa è già secondo mondo, perchè è tagliata fuori da ormai 30 anni dalla rivoluzione internet tech e telecom che accade negli USA, Cina e diversi Paesi asiatici e perchè rovinata dal modello di sviluppo fallimentare di immigrazione & welfare (più green energy e sussidi a Est), ma i mega tarati di Bruxelles pensano di poter sopperire al gap di sviluppo attraverso l'espansione imperiale dell' UE in Russia.

      I mega tarati di Bruxelles, insieme a GB, Francia e Germania, ossia i Paesi primariamente responsabili per le due WW, puntano sulla guerra alla Russia e dobbiamo sinceramente ringraziare la Meloni - la Meloni, di certo non Tajani - che si sta chiamando fuori.

      Non penserete che Trump non abbia compreso che aria tira..... se fa l'accordo con l'Iran, una guerra "limitata" in Europa non esporrebbe necessariamente gli USA....

      Ripeto, c'e' solo da gioire per la scelta della Meloni di chiamarsi fuori dai "volenterosi" - della guerra. I Russi lo hanno ovviamente notato, e le armi nucleari in Italia sono sotto chiave USA, non dell' UE.
      In sintesi, l'Italia è sempre meno tra i primi obiettivi di una guerra europea. Nel frattempo, auguroni a Polonia & Baltici, LOL.

    1. nicolcass 17 maggio 2025

      NO, dopo Suez 1956 le cose sono cambiate...gli albioni entro 50 anni torneranno alla pastorizia...e alla pirateria

    2. ric 17 maggio 2025

      la pirateria non l' hanno mai abbandonata...

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      Il "regno predatorio" nel contesto britannico si riferisce ad un sistema di potere e influenza esercitato da individui o gruppi, spesso con l'utilizzo di metodi poco ortodossi o addirittura illegali, per arricchire se stessi o la propria cerchia. Si tratta di un concetto che spesso si associa alla corruzione, all'abuso di potere e all'egoismo, dove gli interessi personali prevalgono rispetto al bene comune.

      Ecco alcuni aspetti che caratterizzano il "regno predatorio" nel contesto britannico:

      • Corruzione:
      • L'uso improprio della propria posizione per ottenere vantaggi personali, spesso tramite l'uso di tangenti, corruzione e illeciti vari.
      • Influenza:
      • L'esercizio di un potere non ufficiale per manipolare decisioni politiche, economiche o aziendali, spesso a scapito del pubblico.
      • Sfruttamento:
      • L'uso di persone o risorse per ottenere benefici personali, senza un'equa compensazione o senza rispetto per i diritti dei soggetti coinvolti.
      • Network di potere:
      • La presenza di reti di amicizia, parentela o collaborazioni che consentono di proteggere gli interessi di alcuni e di escludere altri.
      • Illeciti:
      • L'uso di pratiche irregolari o addirittura illegali per ottenere vantaggi, come frodi, evasione fiscale o riciclaggio di denaro.

      Il "regno predatorio" si manifesta in diversi settori, tra cui la politica, l'economia, il mondo aziendale e la finanza. Questo tipo di comportamento è dannoso per la società, in quanto erode la fiducia nelle istituzioni, crea disuguaglianze e ostacola lo sviluppo sostenibile.

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