Di Massimo Fini
Quando andavo in bici io, anni Sessanta e dintorni, il ciclista era la vittima designata. Perché la bici non era riconosciuta come un vero mezzo di trasporto. Bisognava arrangiarsi con le alzaie che costeggiano il Naviglio Grande e quello Pavese. Io le sigarette le andavo a prendere a Gaggiano dove c’era un delizioso bar tabacchi, un po’ all’interno rispetto all’Alzaia. Una volta forai ed era un bel pasticcio perché con le mani non so fare assolutamente nulla, mani “gronchie”, rattrappite, come diceva il mi babbo. Alla notoria “sfiga finiana” mi venne in soccorso una contro sfiga: avevo forato proprio davanti ad un negozio di bicilette. Oggi a Milano, di negozi di bici, se ne vedono pochi.
Se avevo gamba mi spingevo, insieme alla mia ragazza, fino a Vigevano, dove avevo il doppio piacere di mangiare un gelato (allora non ero ancora un alcolista) e di veder lei leccare un cono.
Per parecchio tempo queste gite in bici le ho fatte con mio figlio Matteo. Siccome a un certo punto, molto prima di Vigevano, l’Alzaia diventa una vera strada e le auto corrono sfiorandoti, mi mettevo un po’ dietro di lui, più verso il centro, per proteggerlo. Ma un giorno, lo stronzetto mi disse: “Papà, non vengo più”. “Perché?”, chiesi io. “Perché vai troppo piano”.
La bici è un mezzo di trasporto meraviglioso, perché basandosi sul principio della leva, per mandarla avanti ci vuole solo la forza dell’uomo. Non inquina. Ed è ecosostenibile. Dopo anni di incuria in cui era stata relegata nei garage a fianco delle Harley Davidson e degli arroganti macchinoni, in genere americani (siamo nel dopo guerra e gli americani ‘liberatori’ erano ancora un mito) le bici ebbero un ritorno di fiamma durante la crisi del petrolio del 1973. Di nuovo tirate fuori dai garage se ne vedevano in giro un mucchio insieme ai cavalli che pure non inquinano, a parte qualche cacca lasciata sulla strada.
I ciclisti professionisti sono degli autentici acrobati. Una volta, il belga Bruyneel, scendendo a pazza andatura dal Tourmalet, volò fuori strada. Un urlo si levò dagli spettatori, sia quelli che erano sul percorso sia quelli che, come me, seguivano la corsa in tv. Poi si vide che Bruyneel si era aggrappato a un albero. Ridiscese e continuò la corsa, come se nulla fosse. E’ quella discesa che costò la carriera e in definitiva anche la vita a Roger Rivière (record dell’ora nel 1957/1958, al Vigorelli, battendo il precedente record di Fausto Coppi).
Ma anche nel gruppo bisogna stare attenti, bisogna “limare”, come si dice in gergo, per non andare a sbattere con quello che ti sta a fianco o dietro o davanti, causando cadute rovinose, soprattutto in volata quando gli sprinter spingono al massimo. Eppure in gruppo bisogna stare perché il vento se lo prende quello davanti.
Storia a sé fanno le corse a cronometro. Si corre da soli. Ed è una questione di tempi. Non si tratta di andare a tutta dalla partenza all’arrivo, ma di regolare i tempi, quando si deve spingere e quando no. Gli svizzeri, sarà un caso, da Rolf Graf ad Alex Zülle, sono sempre stati dei grandi cronomen. E io mi stupivo, un po’ ingenuamente, che un ciclista che andava più forte di tutti in mezzo al gruppo fosse una pippa. Zülle non ha mai vinto né un tour né un giro anche per sfortuna, perché una prima volta si trovò a competere con l’americano Armstrong drogato fino al midollo (vincerà sette tour che furono tutti annullati) e poi con Pantani al rientro dopo una squalifica per droga. Memorabile resta però la crono di Trieste del Giro del 1998, dove superò Pantani, che era partito prima, come una motocicletta. Quaranta chilometri su strada alla media di 53,77, è un’impresa tuttora insuperata.
Zülle era fortemente miope, anche per questo mi identificavo in lui, e doveva portare gli occhiali. I problemi venivano quando pioveva. Nel Campionato del mondo a cronometro del 1996 a Lugano, Zülle, svizzero, che oltretutto correva in casa, era il grande favorito. Ma a Lugano pioveva a dirotto e lui dovette correre senza occhiali come facevano tutti gli altri. Quando partì il cronista ebbe un’espressione dispregiativa, come dire che era spacciato. L’ho visto scendere dal Monte Ceneri, percorso che conosco benissimo, che faceva le curve quadre a una velocità pazzesca. Eppure vinse. Al traguardo, Alex, che normalmente è un ragazzo tranquillo, si mise a piangere. Aveva capito di aver fatto una grande impresa. Il giorno dopo comprai la Gazzetta dello Sport per leggere che cosa scrivesse della corsa. Era una cronaca arida che non dava conto dell’impresa. Perché oggi che pur, coi mezzi che ci sono, puoi vedere tutto fin nei minimi dettagli, sia nel ciclismo che nel calcio, i cronisti non sanno più raccontare, non sanno più restituire l’épos di un’impresa.
Com’ero io da ciclista? Premesso che non ho mai fatto corse, nemmeno da dilettante, ero passabile in pianura, disastroso in salita, e questo è strano perché ho sempre avuto un fisico leggero, ma fortissimo in discesa perché venivo giù a velocità altissima anche se facevo le curve quadre, come Zulle.
Oggi la bici normale non esiste quasi più, ci sono le e-bike, elettriche (anche i monopattini sono diventati elettrici). Il principio che ha fatto la fortuna della bici, cioè di basarsi solo sulla forza umana, bici, che nel tempo ha avuto grandi trasformazioni, da quella col ruotone dietro, “Penny- Farthing” del 1870, alle attuali bici da corsa, che per disposizione della UCI non possono superare i 7,8 chili, si potrebbe scendere ancora più in basso, ma sarebbe troppo pericoloso per i ciclisti.
A Milano, città quasi totalmente piatta, come Amsterdam, le piste ciclabili avrebbero potuto essere introdotte un secolo fa. Oggi costituiscono un imbuto per gli automobilisti, ne sanno qualcosa i tassisti.
A Milano il traffico è diventato un pericolo per i ciclisti e impossibile per gli automobilisti. Non c’è nessun bisogno di bici elettriche. Diversa è la situazione di Roma con i suoi mitici ‘Sette Colli’. Di piste ciclabili neanche a parlarne. Inoltre sotto il piano stradale ci sono infiniti reperti archeologici dell’antica Roma, il che rende molto difficile introdurre delle metropolitane (Roma ne ha solo tre). E poi c’è quasi sempre qualche visita di un Capo di Stato straniero e il nostro stesso Presidente della Repubblica è un ingombro con la sua sola presenza. Per cui il traffico caotico di Roma è, almeno in parte, giustificabile. Quello di Milano no.
Di Massimo Fini
Massimo Fini. Giornalista e scrittore.
Fonte: https://www.massimofini.it/articoli-recenti/2508-dai-pedali-all-elettrica
DrCaligari 19 ottobre 2025
Grande delusione questo articolo ma dato che Fini mi piace lo considero l'eccezione che conferma la regola. Un conto è l'elegia, un altro la mera realtà quotidiana: chi usa la bici per andare al lavoro e muoversi in una metropoli per quale ragione non dovrebbe possederne una elettrica? Poi il grande rebus del nuovo codice della strada, che impone doveri a iosa ma senza distribuire sacrosanti diritti e regolarizzare palesi incongruenze: ai monopattini rimane vietato fruire delle ciclabili, perché di grazia? Quelli che hanno il doppio motore sono fuori legge, lo sapevate? I monoruota idem. Eppure entrambi sono regolarmente in vendita nei negozi e non hanno caratteristiche che possano essere di pericolo per gli altri. Una chiosa su Zulle: personalmente dubito che si possa andare 5 volte sul podio di una grande giro, con due primi posti, restando candidi come lo yogurt magro (e i quasi 54 orari tenuti su per 40 km ne "sussurrano" conferma). Suggerisco la lettura di Bestie da vittorie di Danilo Di Luca per capirne qualcosa di più a riguardo. Comunque un affettuoso saluto al sempre caro Massimo: tempore procedente omnia ignoscuntur -allo scorrere del tempo si perdona tutto- (cit.me stesso in un pigro pomeriggio domenicale).