Lo Spodocene: abitare le rovine del progresso

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Di Hakan Illatikdi

Quando l’economia smette di produrre futuro e la politica diventa gestione dello scarto

Non è un’altra crisi. Non è un ciclo recessivo che una politica monetaria ingegnosa o uno stimolo fiscale tempestivo possano invertire. Ciò che stiamo attraversando è più profondo, più strutturale e, per molti aspetti, terminale: l’esaurimento della logica energetica che ha sostenuto l’espansione civilizzatrice degli ultimi secoli. Per comprendere questa disfunzione non bastano i racconti morali sull’avidità o sulla cattiva gestione. È necessario abbandonare l’illusione etica e tornare a una grammatica più implacabile: quella della fisica politica dell’energia, dell’entropia e del residuo, come avevano già avvertito coloro che, a partire dall’economia biofisica, misero in discussione il mito della crescita infinita.

Il capitalismo storico ha funzionato come un motore termico su scala planetaria. La sua espansione si è alimentata di gradienti energetici eccezionali: carbone e petrolio abbondanti, lavoro umano a basso costo e disciplinato, territori da colonizzare (serbatoio caldo in termodinamica) e una natura concepita come pozzo di assorbimento illimitato (serbatoio freddo in termodinamica). Questa energia esterna permetteva di trasformare le risorse in “lavoro utile” — merci, plusvalore, potere geopolitico — mentre il calore residuo del processo veniva sistematicamente esternalizzato (calore dissipato) Come aveva già indicato la critica termodinamica dell’economia, ogni trasformazione produttiva implica una perdita irreversibile di energia disponibile: l’entropia non scompare, si sposta. La necessità di un pozzo di assorbimento (serbatoio freddo) non è un difetto del sistema, ma una condizione necessaria del suo funzionamento

Per secoli il sistema ha potuto spostare (dissipare) questo residuo verso le sue periferie: colonie, popolazioni sacrificabili, ecosistemi degradati e, soprattutto, il futuro. Questa è stata la grande finzione materiale del progresso.

Ma nessun pozzo di assorbimento è infinito in un sistema chiuso come la Terra. Quando la capacità di assorbimento si esaurisce, la legge termodinamica si impone senza possibilità di negoziazione: l’entropia ritorna nel sistema e il rendimento crolla non per errori di gestione, ma per limite fisico-strutturale. È questo che definisce il nostro presente storico. Il pianeta è saturo come pozzo materiale, le società sono sature come pozzi sociali e il futuro stesso è stato colonizzato come pozzo temporale attraverso debito, precarietà e promesse mancate. Il sistema globale ha perso il suo “fuori”. Non esiste più uno spazio dove scaricare le contraddizioni senza che ritornino amplificate al centro.

Questa chiusura non è solo materiale. È politica. La politica moderna si è costruita su una premessa oggi esaurita: la possibilità di redistribuire eccedenze future. Finché la crescita è stata possibile, il conflitto sociale poteva essere contenuto attraverso promesse di integrazione differita. Quando questa promessa evapora, non collassa solo l’economia: collassa il patto politico che la sosteneva. Come ha mostrato la grande trasformazione del XX secolo, i mercati non si autoregolano senza distruggere il tessuto sociale che li contiene.

In questo contesto emerge la finanziarizzazione, non come anomalia, ma come metabolismo inevitabile di un sistema esausto. Incapace di estrarre nuova energia materiale, il capitale si ripiega su se stesso. La sfera finanziaria non crea ricchezza sostanziale: accelera la circolazione del valore residuo. Redistribuisce ciò che è già stato prodotto attraverso debito, derivati e speculazione. È un’economia del tempo catturato: trasforma aspettative di crescita inesistente in attivi presenti, ipotecando intere generazioni per sostenere l’illusione di continuità. Il debito non è altro che lavoro futuro anticipato e trasformato in obbligazione permanente.

Questo frenetico circuito non riduce l’entropia: la moltiplica. Aumenta il disordine interno del sistema e produce il suo vero output terminale: il residuo.

È qui che diventa necessario nominare la nostra epoca con un concetto preciso. Lo Spodocene — dal greco spodos, cenere, residuo — non è una metafora poetica, ma una definizione ontologica di epoca. A differenza dell’Antropocene, che diluisce le responsabilità in un’“umanità” astratta, lo Spodocene individua la logica specifica di un regime civilizzatorio esausto. Non descrive l’impatto umano sulla Terra, ma la produzione sistematica della rovina come principio organizzatore della vita sociale.

Nello Spodocene, l’energia smette di essere espansiva e diventa residuo riciclato. L’entropia non è più un effetto collaterale, ma la condizione basale del sistema. E il residuo smette di essere un sottoprodotto indesiderato per diventare il nucleo dell’ordine sociale. Residui materiali — plastiche, infrastrutture obsolete, territori invivibili — convivono con residui umani e simbolici: popolazioni eccedenti, soggettività disancorate, linguaggi svuotati di senso e futuri chiusi prima ancora di cominciare.

Questo residuo umano non è una patologia del sistema: è funzionale. Quando un ambiente si satura e perde capacità espansiva, emergono dinamiche di disintegrazione relazionale, isolamento e collasso del legame sociale. Lo Spodocene non produce comunità, ma aggregati umani gestiti. Il vecchio ideale dell’inclusione diventa impraticabile in un mondo senza espansione; ciò che resta è l’amministrazione degli eccedenti umani.

Guerra, entropia e pozzi di assorbimento: la violenza come tentativo di ripristinare il rendimento

Se la finanziarizzazione costituisce il metabolismo interno d’emergenza di un sistema esausto, la guerra ne rappresenta il complemento esterno estremo. Nella logica termodinamica che struttura i sistemi sociali, la guerra ha storicamente svolto una funzione precisa: forzare violentemente la riapertura dei pozzi di assorbimento quando questi iniziano a saturarsi. Così come nessuna macchina termica può sostenere il proprio rendimento senza un pozzo capace di assorbire il calore residuo, nessun sistema economico può mantenere la produzione di valore senza spazi dove scaricare i rifiuti materiali, sociali e umani del proprio funzionamento.

Durante le fasi espansive del capitalismo, la guerra ha operato come meccanismo straordinario di ripristino dell’efficienza sistemica. Distruggendo capitale fisso obsoleto — come avvenne paradigmaticamente nelle guerre industriali del XX secolo —, spostando popolazioni, riconfigurando territori e riorganizzando le gerarchie geopolitiche, la guerra ha permesso di creare o imporre nuovi pozzi di assorbimento. Intere regioni sono state trasformate in zone di sacrificio capaci di assorbire entropia: rovina materiale, corpi scartabili, natura devastata e futuri annullati.

Da questa prospettiva, la guerra non era un incidente esterno al sistema, ma un’operazione termodinamica estrema. Trasformava le contraddizioni interne in distruzione esterna organizzata. L’energia sociale accumulata si dissipava sotto forma di violenza, ma tale dissipazione non era caotica: svolgeva la funzione di decomprimere il sistema centrale, permettendogli di riavviare il ciclo di accumulazione su una base “ripulita” dalla devastazione.

In termini rigorosi, la guerra funzionava come un’ampliamento forzato del pozzo di assorbimento. Lì dove il metabolismo economico non riusciva più ad assorbire i propri residui, la violenza apriva spazi dove depositarli.

Tuttavia, questa funzione dipendeva da una condizione oggi inesistente: l’esistenza di un fuori. Finché il sistema ha potuto esternalizzare l’entropia verso colonie, periferie o territori relativamente scollegati dal nucleo produttivo, la guerra ha conservato la sua efficacia sistemica. Per questo le grandi guerre del XX secolo sono state seguite da fasi di ricostruzione ed espansione: il pozzo di assorbimento era ancora sufficientemente ampio da inglobare la devastazione.

Nello Spodocene, questa condizione è venuta meno. Il pianeta è saturo come pozzo materiale, le società sono sature come pozzi sociali e il futuro è stato colonizzato come pozzo temporale attraverso debito, precarizzazione e promesse disattese. La guerra contemporanea non può più creare nuovi pozzi di assorbimento; può solo redistribuire e moltiplicare il residuo all’interno di un sistema chiuso. Conflitti prolungati come quelli in Siria, Ucraina o Yemen non aprono nuove frontiere di accumulazione: generano crisi migratorie, instabilità geopolitica e danni ambientali che retro alimentano la crisi sistemica.

Dal punto di vista termodinamico, ciò implica una rottura decisiva: la guerra smette di ripristinare il rendimento e diventa moltiplicatore entropico. Non distrugge capitale per riavviare il ciclo produttivo, ma genera rovina che non può essere né assorbita né riciclata. Popolazioni sfollate senza ritorno, territori inutilizzabili, infrastrutture che non vengono ricostruite e generazioni senza orizzonte storico.

La guerra non apre più spazio per il lavoro utile; accelera soltanto la conversione dell’energia sociale in residuo. Per questo non produce dopoguerra stabili né nuovi ordini duraturi. Produce frammentazione cronica e stati di eccezione permanenti. Non c’è chiusura, perché non esiste un pozzo sufficiente ad assorbire ciò che è stato distrutto.

In questo senso, la proliferazione delle guerre contemporanee non è segno di forza né di espansione, ma di disperazione sistemica. È il tentativo finale di un ordine esausto di ricreare violentemente le condizioni materiali che avevano reso possibile il suo funzionamento. Ma in un mondo senza fuori, questo tentativo non può che fallire.

Nello Spodocene, la violenza smette di essere levatrice di nuovi mondi e diventa la conferma brutale che il pozzo di assorbimento è collassato.

Politica dello scarto e gestione della rovina

In questo quadro, la politica subisce una mutazione decisiva. Smette di essere l’arte di proiettare un futuro comune e diventa la tecnica di amministrazione dello scarto. Se la politica industriale organizzava la produzione e la politica sociale distribuiva eccedenze, la politica dello Spodocene gestisce rovine. Governare significa decidere quali residui vengono riciclati — trasformati in nuovi attivi finanziari —, quali vengono spinti ai margini e quali vengono abbandonati al proprio destino.

Il potere non governa più producendo consenso, ma amministrando scarsità. Il conflitto centrale non ruota più attorno alla distribuzione della ricchezza, ma alla distribuzione della rovina.

Abitare lo Spodocene richiede dunque un realismo radicale. Non esiste una via d’uscita attraverso un “Green New Deal” che pretenda di riattivare il vecchio motore termodinamico con tecnologie verdi senza mettere in discussione la logica che lo ha distrutto. Né basta denunciare la disuguaglianza se non si affronta la struttura entropica che la produce. Il compito politico e intellettuale più urgente è imparare a pensare, organizzare e contendere la vita a partire dai residui e con i residui.

Questo non è un invito al disfattismo, ma alla chiarezza. Implica riconoscere che la promessa del progresso lineare e infinito è essa stessa il residuo concettuale più pesante che ci portiamo dietro. Di fronte a questo fardello, si apre un cammino aspro ma ineludibile: smettere di fantasticare su un ritorno all’espansione e costruire forme di senso, comunità e giustizia compatibili con un mondo finito.

La domanda dello Spodocene non è come tornare a crescere, ma come imparare ad abitare un mondo che non può più nascondere i propri rifiuti. La nostra epoca non è quella del collasso improvviso, ma dell’esaurimento gestito. Ed è nel modo in cui questa gestione viene contesa — o naturalizzata — che si decide il futuro.

Prima del cambiamento di stato sistemico

In termodinamica, un sistema non collassa necessariamente quando si esaurisce la sua energia. Prima attraversa una fase più inquietante: il punto che precede il cambiamento di stato. È il momento in cui la materia è formalmente la stessa, ma non si comporta più come prima. La temperatura aumenta, la pressione si accumula, le molecole si agitano senza trovare una nuova forma stabile. Nulla sembra cambiato e, tuttavia, tutto sta per cambiare.

La nostra epoca si trova esattamente lì.

Lo Spodocene non è ancora lo stato successivo. È l’anticamera. Il sistema continua a funzionare, ma lo fa in modo erratico, inefficiente e sempre più violento contro se stesso. L’energia che circola non produce più ordine, ma attrito. I meccanismi che un tempo garantivano stabilità — mercati, istituzioni, narrazioni del progresso — continuano a operare, ma hanno perso la capacità di strutturare l’insieme. Il risultato non è il collasso immediato, ma un’instabilità prolungata: un riscaldamento sociale, politico e soggettivo che annuncia una transizione inevitabile.

Il cambiamento di stato non è una decisione morale né un atto volontario. Avviene quando si raggiunge una soglia critica. L’errore più frequente è confondere questa fase con un’anomalia correggibile. L’errore più costoso è tentare di forzare la vecchia forma quando le condizioni che la rendevano possibile non esistono più.

È questo che definisce il nostro presente. Le élite continuano ad agire come se bastasse regolare la temperatura, redistribuire pressioni o aggiustare variabili per recuperare l’equilibrio precedente. Ma quell’equilibrio non è più disponibile. Il sistema non è disordinato: è saturo. Non ha bisogno di correzioni, ma di trasformazione.

Lo Spodocene nomina precisamente questa saturazione. È la fase in cui il residuo si accumula perché la forma precedente non riesce più a riorganizzarlo. È il momento in cui la politica si riduce alla gestione del calore sociale: contenimento, ammortizzazione, distrazione e spostamento delle tensioni.

La domanda decisiva non è se ci sarà un cambiamento di stato, ma quale tipo di stato emergerà. La stessa energia accumulata può produrre configurazioni radicalmente diverse. In termini storici, questo equivale a una disgiuntiva brutale: o una solidificazione autoritaria del disordine — più controllo, più esclusione, più violenza amministrata — oppure una riorganizzazione deliberata della vita attorno a limiti assunti, legami ricostruiti e sensi non fondati sull’espansione.

Nulla garantisce che l’esito sia emancipatorio. La storia non premia la lucidità. Ma non concede nemmeno seconde opportunità ai sistemi che si rifiutano di riconoscere le proprie soglie.

Siamo ancora nell’istante precedente. Il mondo non ha cambiato stato, ma non può più tornare a quello precedente. Questo intervallo — instabile, scomodo, carico di tensioni — è l’unico spazio reale di disputa. Lo Spodocene non è la fine della storia: è il momento in cui la storia torna ad essere aperta, non per promessa di progresso, ma per esaurimento di tutte le illusioni che lo sostenevano.

Abitare questa soglia richiede qualcosa di più difficile della speranza: richiede precisione. Perché quando il cambiamento di stato avviene, non lo fa lentamente. E chi non avrà imparato a leggere i segnali preliminari potrà descriverlo solo dopo come catastrofe.

Di Hakan Illatikdi

21.12.2025

Commenti (4)

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Mostra commenti 4 caricati
    1. oriundo2006 25 dicembre 2025

      Dunque, dobbiamo fermare la 'molla segreta' sistemica che questo magnifico articolo lascia indeterminata.

      La molla è data dalla ricerca del profitto, come accumulazione originaria e poi derivata, amplificata a dismisura ed oggi resa 'astratta' dal mondo finanziarizzato, che ipoteca un futuro che non ci sarà mai nei suoi termini perchè immaginato a partire dall' ipostasi di sè stesso.

      E' solo questo il fatto sistemico da considerare oggi proiettabile nel futuro, futuro che Hakan Illatikdi lascia però indeterminato se non nella sua prima tappa come 'gestione dei residui'.

      Qui vengono individuati come sottoprodotti 'sociali' dell'azione economica, quindi ancora in senso latamente 'marxiano' ma forse può soccorrere Pareto, che individuò nel termine 'residi' il mondo degli impulsi istintuali e emotivi non gestibili socialmente in via diretta 'razionale'. I 'residui' rappresenterebbero tendenze psicologiche innate, manifestazioni di istinti e sentimenti, che relativamente immutati, che costituiscono il motore delle azioni umane 'politiche' ( queste poi vengono 'razionalizzate dalle 'derivazioni', epifenomeni culturali 'rappresentativi' astratti tipico delle diverse 'civilità' ).

      Insomma, se seguiamo Pareto, ( e con esso Schopenhauer ) non dobbiamo 'gestire' i residui come dice l'articolo ma contribuire a formarli, a custodirli dentro e fuori il nostro microcosmo, considerato che il macrocosmo ci è e ci sarà ostile per lungo tempo.
      I 'residui' siamo noi, nelle nostre 'macchine desideranti' eterne fondate sulla ricerca del 'valore' e la sua affermazione finale.

      Brr...come dire a certe anime belle che si va verso il disastro prossimo venturo al cui confronto il Medioevo di Vacca o Eco parrà post-romantico ed inguaribilmente ottimista ?

    1. Vocenellanotte 24 dicembre 2025

      Lo spiegare in termini fisici lo stato attuale delle cose la trovo una forzatura. Tra l'altro non parla della moneta a debito, della finanza speculativa, della mafia kazara, e soprattutto non parla di transumanesimo che è il destino più prossimo degli esseri umani sulla terra.

    1. TizianoS 24 dicembre 2025

      Sono d'accordo con l'autore quando dice che l’economia sta smettendo di produrre futuro e la politica sta diventando gestione dello scarto ma questo avviene a mio parere soprattutto nella "civiltà occidentale" (USA + UE + ASKENAZIA anzi ASKENAZIA + USA +UE).
      Il resto del mondo, sempre a mio parere, è molto meno toccato da questa crisi mortale e pertanto si può prevedere che la suddetta "civiltà occidentale" lentamente si estinguerà, come nei passati millenni si sono estinte tante altre civiltà, per decadenza dei costumi, errori e corruzione dei governanti, sconfitte militari, ecc.

    1. A.P. 23 dicembre 2025

      Articolo piuttosto prolisso che potrebbe essere condensato e riassunto riportandoci al concetto aristotelico di "metron". Tuttavia l'ho letto con interesse perché l'autore vuol tentare di fare chiarezza utilizzando un concetto scientifico per far comprendere che infine il problema è sostanzialmente politico. Perché ho scritto di "metron"? Semplicemente perché come dice l'autore l'amministrazione del sistema chiuso impone una riflessione sul futuro e la continua espansione porta inevitabilmente all'implosione e conseguentemente alla rovina, ergo è l'espansione che va controllata e il controllo dell'espansione va attuata seguendo il concetto di "metron", misura. Quindi in questo caso dobbiamo riconsiderare che la concettualtà di heidegger che ha portato alla giustificazione dell'espansione senza controllo, ed è per questo che si lasciò convincere dal nazismo, dobbiamo riconsiderare il concetto di gunther anders come monito dell'impossibilità della svalutazione dell'uomo e infine bisogna riconsiderare il concetto marxiano come ultima possibilità di salvezza del nostro sistema chiuso. Repetita juvant: non consideriamo il concetto marxiano con l'esperienza storica del socialismo reale di stampo sovietico. Quel sistema che ha fallito la sua "missione storica" non prevedeva il concetto marxiano-aristotelico di amministrazione del limite, ma diede una risposta sbagliata a una domanda giusta: fermare l'espansione incontrollata e senza misura del capitalismo.

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