Di Hakan Illatiksi
Ciò che abitiamo non è una crisi che interrompe un ordine, ma un ordine la cui ragion d'essere è la stabilizzazione permanente di una crisi senza una chiara via d'uscita. Le categorie con cui per secoli si è pensata la politica, l'economia e la storia - direzione, progresso, sovranità, soggetto, progetto - continuano a circolare nel discorso pubblico, ma lo fanno sempre più come residui semantici. Nominano un mondo che non esiste più con un'efficacia che un tempo possedevano.
Il problema non è soltanto empirico, né tecnico, né morale. È ontologico e linguistico. Continuiamo a descrivere la realtà attraverso una grammatica progettata per un tipo di mondo ormai esaurito: un mondo in cui le azioni potevano essere attribuite a soggetti identificabili, in cui i conflitti producevano direzioni storiche e in cui il futuro appariva come un orizzonte contendibile.
Il linguaggio dominante, strutturato attorno allo schema soggetto-predicato, forza l'imputazione di volontà, intenzione e responsabilità là dove operano dinamiche distribuite, automatismi cumulativi e inerzie strutturali. Il risultato non è soltanto un errore descrittivo, ma una cecità funzionale: personalizzando lo strutturale, diventa possibile amministrare il deterioramento senza interrogare le sue cause profonde.
La politica contemporanea è intrappolata in una grammatica individualizzante che impedisce di pensare le dinamiche sistemiche; la cosiddetta "conduzione" non dirige, ma traduce, ammortizza e amministra la chiusura; nello Spodocene, la politica praticabile non è più la direzione storica, bensì la persistenza abitabile.
La trappola grammaticale
La principale difficoltà nel comprendere la dinamica socioeconomica e politica contemporanea non risiede nella mancanza di informazione né nella complessità tecnica, bensì in una cecità strutturale prodotta dal linguaggio stesso.
Le lingue moderne dominanti si organizzano attorno allo schema soggetto-predicato, un'architettura grammaticale che privilegia l'agenzia individuale, l'intenzionalità cosciente e la causalità personalizzata.
Questo quadro risulta adeguato per narrare azioni puntuali, ma diventa profondamente ingannevole quando tenta di descrivere sistemi complessi - mercati globali, contaminazione ambientale, malattie sistemiche, aumento dell'aggressività sociale e della criminalità, tratta di esseri umani - nei quali gli effetti emergono da interazioni distribuite prive di un autore centrale. Tali interazioni non sono anomalie: costituiscono i meccanismi attraverso cui il sistema riesce a continuare a funzionare anche quando le sue condizioni materiali di riproduzione iniziano a esaurirsi, producendo esiti imprevisti.
Questa grammatica genera una distorsione sistematica: personalizza lo strutturale, moralizza il dinamico e attribuisce volontà a processi privi di autore. La cecità sistemica non è dunque un deficit cognitivo individuale, ma un effetto ontologico del linguaggio ereditato, funzionale alla continuità del sistema in condizioni di crescente deterioramento.
1. Dalla grammatica alla politica: la macchina dell'imputazione
Lo schema soggetto-predicato non organizza soltanto il pensiero quotidiano; configura il campo politico.
Imponendo la domanda "chi ha fatto questo?", il linguaggio pre-struttura l'assegnazione di colpe, responsabilità ed aspettative di correzione, spostando l'attenzione dalle dinamiche strutturali verso attori identificabili.
Caso paradigmatico: la crisi finanziaria del 2008
Il collasso fu spiegato come il risultato dell'avidità di alcuni banchieri o di decisioni politiche errate. Questa narrazione, pur contenendo elementi di verità, spostò l'attenzione dall'architettura sistemica - interdipendenza globale, innovazione finanziaria opaca e meccanismi automatici di retroazione - verso la moralità di attori individuali.
Ciò che tale spiegazione omise fu che la finanziarizzazione non costituì un'anomalia esterna né un semplice eccesso, ma una risposta funzionale del sistema all'esaurimento dell'accumulazione produttiva. Spostando la riproduzione del capitale verso la circolazione finanziaria, il sistema riuscì a differire il proprio collasso materiale, seppur al prezzo di una maggiore fragilità strutturale.
L'imputazione morale operò così come un dispositivo di riduzione della complessità: preservò l'intelligibilità del sistema personalizzandone gli effetti, mentre la politica moderna non correggeva questa cecità, bensì la istituzionalizzava e la gestiva come parte dei meccanismi che ne consentono la continuità operativa.
2. Oltre il soggetto sovrano: l'istanza di conduzione sistemica
Di fronte a questo limite, si rende necessario uno spostamento radicale: un approccio sistemico. La domanda sul potere viene riformulata. Non si tratta più di "chi comanda", ma di quale funzione svolga una determinata posizione all'interno di un sistema privo di un centro sovrano.
In questo quadro introduciamo il concetto di istanza di conduzione sistemica, che designa una posizione funzionale - occupata da istituzioni, dispositivi tecnici, media e organismi regolatori - il cui compito non è "dirigere" in senso classico, bensì:
- ridurre la complessità affinché il sistema sia processabile;
- organizzare schemi di imputazione che stabilizzino le aspettative;
- accoppiare dinamiche sistemiche opache con narrazioni socialmente intelligibili, rendendo possibile la continuità del sistema in condizioni di deterioramento strutturale.
Queste istanze non si definiscono per ricchezza, status o intenzioni dichiarate, ma per la loro funzione operativa:
- capacità di definire l'agenda: stabilire che cosa costituisce un "problema" e che cosa viene trattato come "rumore";
- potenza traduttiva: convertire dati complessi in formule politiche comunicabili;
- gestione dell'imputabilità: personalizzare successi e fallimenti, distogliendo lo sguardo dalla struttura.
3. Ciò che non è: limiti delle teorie classiche del potere
Pensare questa istanza come una "classe dirigente" in senso marxista, weberiano o elitista reintroduce l'ontologia del soggetto che qui viene messa in discussione. Una classe presuppone interessi comuni stabili, capacità causale diretta sulla struttura e coordinamento cosciente dotato di direzione storica.
L'istanza di conduzione sistemica non soddisfa strutturalmente questi requisiti. Le sue decisioni sono condizionate, selezionate e limitate da dinamiche che non controlla. Non produce direzione storica: amministra traiettorie ereditate come modalità di sostegno alla riproduzione del sistema in assenza di orizzonti espansivi.
4. Le operazioni fondamentali
L'istanza di conduzione svolge funzioni di accoppiamento e traduzione attraverso tre operazioni principali.
a) Traduzione
Converte la complessità sistemica - economica, ecologica, geopolitica - in narrazioni e decisioni istituzionali processabili. Non genera la dinamica: la rende dicibile e, per questo, politicamente sopportabile.
b) Riduzione della complessità
Seleziona priorità, gerarchizza conflitti e definisce i confini del "realistico". Ogni riduzione implica un'esclusione: rendere visibile qualcosa significa simultaneamente rendere impensabile qualcos'altro.
c) Contenimento dello straripamento simbolico
In contesti di crisi, la sua funzione principale non è risolvere il collasso materiale, ma evitare un collasso di senso che paralizzi il sistema e comprometta la sua capacità di continuare a operare in stato degradato.
5. L'istanza nello Spodocene
Lo Spodocene - era di saturazione strutturale e normalizzazione della rovina - segna il limite storico della direzionalità. In questo contesto, l'istanza di conduzione non può più promettere progresso né pianificare un futuro aperto. La sua funzione si sposta verso l'amministrazione del deterioramento: normalizzare la rovina, frammentare le responsabilità e abbassare le aspettative collettive.
Questa amministrazione del deterioramento non costituisce una deviazione del sistema, ma il modo specifico attraverso cui esso riesce a prolungare la propria esistenza oltre i propri limiti strutturali. Non conduce verso un orizzonte: gestisce l'abitabilità di un presente degradato.
6. Obiezioni frequenti
Determinismo linguistico? No. Viene indicata una tendenza strutturale, non una chiusura assoluta. Nuovi linguaggi e pratiche possono mettere in tensione questo orientamento.
Negazione dell'agenzia politica? No. L'agenzia viene ridefinita: non più come controllo del sistema, ma come interruzione di funzioni, disputa dei quadri di senso e sperimentazione istituzionale.
Quietismo? Al contrario. Smontare l'illusione del "Grande Soggetto" obbliga a una politica più precisa, orientata a funzioni e dispositivi, non soltanto a persone.
L'istanza di conduzione sistemica non dirige né controlla il sistema in senso forte. Riduce la complessità, organizza le imputazioni e amministra il deterioramento. Nello Spodocene non è il motore del collasso, ma un dispositivo di ammortizzazione simbolica che consente al sistema di persistere senza trasformarsi.
La domanda politica decisiva cessa dunque di essere "chi comanda?" e diventa: chi definisce che cosa può essere detto, che cosa deve restare innominabile e che cosa appare come responsabilità individuale in un sistema che non promette più futuro?
Il marxismo come orizzonte di contrasto
Pensare insieme al marxismo è illuminante perché esso rappresenta la formulazione più rigorosa di una certezza che lo Spodocene dissolve: la storia concepita come narrazione di soggetti collettivi dotati di capacità causale. Il marxismo classico costituisce l'apice di un'ontologia della direzionalità storica, in cui il conflitto struttura la possibilità stessa di una riorientazione sistemica.
Questo contrasto delimita, per differenza, la natura del cambiamento d'epoca. Il marxismo operò nella fase espansiva del metabolismo industriale, quando il sistema appariva ancora contendibile: le sue contraddizioni generavano soggetti antagonisti dotati di densità materiale e di una potenzialità storica tangibile. La classe era un operatore causale visibile e la storia conservava l'apparenza di un'arena di progetti in conflitto.
Lo Spodocene inizia là dove questa condizione si esaurisce. Le contraddizioni e i conflitti non scompaiono, ma perdono la loro potenza riorientativa. La dinamica sistemica non si decide più nello scontro tra progetti collettivi, bensì si dispiega come inerzia strutturale, una traiettoria che condiziona tutti gli attori - inclusi quelli collocati in posizioni di apparente dominio - verso la gestione del deterioramento.
Da questa prospettiva, l'istanza di conduzione sistemica emerge non come una "classe dirigente" fallita, ma come sintomo e posizione funzionale di amministrazione di questa chiusura storica. Il marxismo, con la sua lente analitica per individuare interessi e progetti, consente di vedere con chiarezza ciò che questa istanza non è più, né può essere: un soggetto storico dotato di un disegno. Il suo potere è paradossale e posizionale: la capacità di tradurre l'inerzia sistemica in governabilità simbolica entro margini sempre più ristretti.
Il linguaggio marxista, anche nella sua critica più radicale, incontra qui il proprio limite costitutivo. Continua a formulare la domanda sul soggetto della trasformazione in un contesto in cui l'agenzia si è redistribuita in reti tecno-economiche, circuiti di retroazione ecologica e automatismi istituzionali. La critica conserva la sua forza morale, ma perde adeguatezza ontologica quando continua a cercare autori dove vi sono soltanto funzioni, e progetti dove vi è soltanto amministrazione di traiettorie.
Questo non rappresenta un fallimento teorico, ma il segno di un limite storico. Il marxismo illumina con grande potenza analitica la logica di un mondo che svanisce - quello dell'espansione, della disputa e della fede nella riorientazione - e, per contrasto, permette di riconoscere la logica del mondo che emerge: quello dei limiti, della gestione del collasso e della chiusura degli orizzonti.
Lo Spodocene non invalida la resistenza; la ricolloca. Non più nel terreno epico della conquista del futuro, ma nello spazio austero dell'abitabilità tra le rovine. La lucidità critica non consiste più nell'identificare il conducente per prenderne il posto, ma nel comprendere che non esiste una cabina di comando e, nonostante ciò, introdurre frizioni locali o disallineamenti parziali nelle funzioni sistemiche che trasformano il deterioramento in normalità.
La domanda sull'emancipazione si dissolve nella sua formulazione classica e si riformula come questione di posizionamento e di pratica all'interno della chiusura. Non è più "chi porterà la storia alla sua prossima stazione?", ma: da quali posizioni e mediante quali pratiche è possibile ostacolare la traduzione del deterioramento in governabilità, e rendere visibile la chiusura come uno dei fatti politici decisivi di questa fase?
È in questo silenzio - dopo l'esaurimento delle grandi narrazioni direzionali - che il pensiero critico, spogliato della certezza del soggetto redentore, trova il suo punto di ripresa più esigente: pensare e agire senza promessa di istituzione, e contro la macchina che trasforma questa impossibilità in stabilità.
Sintesi
Non conducono il sistema: sono condotti da esso mentre lo amministrano.
L'istanza di conduzione sistemica non dirige, non controlla né progetta il sistema. Traduce la complessità, riduce l'incertezza, organizza l'imputabilità e amministra il deterioramento. Nello Spodocene non è il motore del collasso, ma un dispositivo centrale di ammortizzazione simbolica.
La domanda politica decisiva smette di cercare un conducente e si sposta verso i meccanismi di traduzione: chi definisce che cosa può essere detto, che cosa deve restare innominabile e che cosa viene registrato come responsabilità individuale in un sistema che ha chiuso i propri orizzonti di futuro?
Il compito politico non consiste più nell'identificare il timoniere né nel contendere la conduzione del sistema. Lontano dal condurre al quietismo, questo spostamento concettuale apre un altro campo d'azione: una politica intesa come ecologia della persistenza, orientata alla costruzione frammentaria dell'abitabilità ai margini di sistemi in decomposizione. Non si tratta di contendersi il timone di una nave senza timone, ma di sviluppare pratiche, saperi e forme di coordinamento capaci di sostenere vita, senso e cooperazione là dove il sistema amministra soltanto il proprio esaurimento.
La possibilità politica non risiede più in un progetto totale di mondo, ma nella costituzione graduale di nuclei abitabili, inizialmente frammentari e debolmente connessi, capaci di sostenere vita, senso e cooperazione là dove il sistema amministra soltanto il proprio esaurimento.
Un esempio storico: la rete dei vescovi integrata nell'Impero Romano d'Oriente
Dopo la disintegrazione dell'Impero Romano d'Occidente, non emerse un nuovo ordine per sostituzione cosciente né per sconfitta politica del sistema precedente. Ciò che avvenne fu la riarticolazione di resti funzionali capaci di sostenere la continuità sociale là dove la capacità amministrativa imperiale si indeboliva: una rete di vescovi.
Questa rete non competé con l'impero, non tentò di rovesciarlo né si propose di sostituirlo. Abitò la sua decomposizione. In un contesto di indebolimento statale, crisi fiscale, frammentazione territoriale e perdita di capacità amministrativa, tale rete iniziò a svolgere funzioni elementari là dove il sistema imperiale non arrivava più:
- organizzando cure di base;
- garantendo una normatività minima;
- assicurando continuità simbolica;
- permettendo forme di coordinamento locale in territori sempre più scollegati dal centro.
La sua azione non rispose a un progetto storico né a una volontà di conduzione, ma alla necessità pragmatica di sostenere vita e senso in condizioni di deterioramento strutturale. Ciò che si produsse fu altro: la riarticolazione di resti funzionali dell'ordine in decomposizione, orientati anzitutto alla sopravvivenza sociale.
Essa organizzò assistenza ai poveri, ai malati e agli sfollati; sostenne una normatività minima quando il diritto romano diveniva inoperante; garantì continuità simbolica in un mondo che perdeva riferimenti comuni; rese possibili forme di coordinamento locale in territori sempre più distanti dal centro. Tutto ciò avvenne senza contendere la sovranità né pretendere di condurre la storia.
- Non furono un soggetto storico in senso classico.
- Non progettarono un futuro.
- Non pianificarono una transizione.
Furono infrastruttura di sopravvivenza
Solo retrospettivamente è possibile riconoscere che tali pratiche contribuirono alla gestazione di un ordine differente. Nel loro tempo operarono come dispositivi di persistenza, non come avanguardia. Il nuovo ordine non nacque da una decisione né da una conquista, ma dalla disponibilità funzionale di forme capaci di mantenere l'abitabilità quando il sistema precedente non era più in grado di farlo.
Questo esempio illumina con precisione la tesi centrale dello Spodocene: gli inizi di un nuovo ordine non si fondano contro il sistema dominante, ma sui suoi resti funzionali, inizialmente orientati alla sopravvivenza e non alla direzione storica. La politica, nelle fasi di collasso, cessa di essere conduzione e diventa ecologia della persistenza. Non inaugura il futuro: mantiene abitabile il presente fino a quando un altro ordine, non pianificato, può emergere.
L'approccio sistemico non chiude la ricerca di senso, ma rende visibile la chiusura; non promette un futuro, ma tenta di sgomberare il terreno per pensare quali forme di esistenza restino possibili quando il mondo proiettabile ha cessato di esistere. In questo gesto - critico, scomodo e necessariamente parziale - si gioca la scommessa centrale di queste pagine.
Di Hakan Illatiksi
03.01.2026
oriundo2006 16 gennaio 2026
In una parola: il manovratore del sistema automatico non 'esiste'.
E' il sistema stesso che conduce il treno in via automatica servendosi di residui presi qua e là.
Poco rassicurante, ad esempio nella famosa 'mano morta' russa, tranne che nella tesi centrale: tutto questo è in attesa di una nuova direzione del processo.
La parte migliore del saggio, interessante, è sul fatto che la grammatica occulta la struttura.
Abituati a pensare in termini 'soggettivi' non riusciamo a capire nè tantomeno a descrivere l'interazione esistente fra gli aspetti strutturali, oggettivi, che danno significato al tutto ma che sono occultati dallo stesso.
Vero. La 'coproduzione condizionata' ( termine buddista ) è velata dai limiti 'soggettivi', personali, di causalità diretta, del pensiero occidentale.
In oriente è un poco differente: i soggetti si situano in una dimensione dello spazio propria a tutti, il famoso 'sunyata', che definisce le proprietà indivise dei soggetti al suo interno e non le loro istanze, anzi pretese, soggettive: è un termine 'ad quem' non un termine 'a quo' se non per la sua natura impersonale: un 'contenitore', un ambiente isolato per favorire l'interazione 'a stella', un vettore di significato e non una cristallizzazione di un soggetto.
Leggevo proprio ieri qualcosa su questo argomento:
https://www.multipolarpress.com/p/why-the-japanese-self-is-not-an-object?publication_id=5531312&post_id=184448170&isFreemail=true&r=b07l3&triedRedirect=true&utm_source=substack&utm_medium=email
L'Essere in definitiva è definito dallo spazio, 'vuoto' per sua natura, per il pensiero orientale, non il 'tempo' come da noi, tempo che istituisce gerarchie e modella comportamenti 'verticali' e che sovente ci impedisce di uscire dalla nostra 'prigione caratteriale' e relativa 'armatura'.
E' un discorso impegnativo ma proficuo da seguire: ''..poiché esiste un solo luogo in cui il dialogo esiste, ci sono casi in cui persino il soggetto che definisce quel luogo non esiste..''.
Forse è questa la direzione del nostro futuro.
Hakan 16 gennaio 2026
Il commento introduce osservazioni di grande rilievo che è opportuno valorizzare sin dall’inizio. In particolare, risulta pienamente pertinente l’affermazione secondo cui non esiste un manovratore consapevole del sistema, così come l’insistenza sul fatto che le dinamiche storiche e sociali operino attraverso accoppiamenti impersonali, residui funzionali e causalità distribuite. Su questo punto, la critica alla centralità del soggetto moderno e all’illusione di un controllo intenzionale converge con una delle tesi centrali del testo.
Parimenti significativa è l’osservazione secondo cui la grammatica dominante — strutturata attorno a categorie soggettive — tende a occultare la struttura. Il riferimento alla “coproduzione condizionata” e ai limiti del pensiero causale lineare segnala, a partire da un’altra tradizione concettuale, un problema analogo: la difficoltà del pensiero occidentale nel descrivere interazioni sistemiche non riducibili ad agenti individuali. In questo senso, lo spostamento verso quadri ontologici non sostanzialisti — come quelli elaborati in alcune tradizioni orientali — illumina efficacemente l’insufficienza di una logica centrata sull’agenzialità sovrana e rafforza la critica alla personalizzazione dei processi strutturali.
Il punto di divergenza, tuttavia, non riguarda l’esistenza o meno di un soggetto conduttore, né l’opportunità di adottare un’ontologia relazionale o impersonale. Il disaccordo emerge su un altro piano. Il testo non propone un’ontologia alternativa dell’essere, né mira a sostituire una metafisica del soggetto con una metafisica del vuoto, dello spazio o della coproduzione impersonale. La sua interrogazione è di carattere storico-politico e si concentra sulla funzione che determinate categorie hanno svolto — e continuano a svolgere — nell’organizzazione del senso, nell’imputazione delle responsabilità e nella governabilità di sistemi complessi in contesti di deterioramento strutturale.
Da questa prospettiva, negare l’esistenza di un manovratore non esaurisce il problema se si conserva, anche in forma depersonalizzata, l’idea di un processo “in attesa di una nuova direzione”. Tale aspettativa — pur non essendo più associata a un soggetto consapevole — mantiene una forma residuale di teleologia storica che il testo intende precisamente problematizzare. Il nucleo dell’argomentazione non è che qualcuno conduca male il sistema, né tantomeno che nessuno lo conduca, bensì che continuiamo a descrivere il divenire storico attraverso una grammatica della direzionalità, del processo e del futuro, anche laddove il sistema non produce più orizzonti espansivi né reali possibilità di riorientamento.
Lo spostamento verso un’ontologia spaziale dell’essere, o verso nozioni come sunyata, è filosoficamente stimolante, ma rischia di destoricizzare il problema. Il testo non si interroga su come pensare l’essere in astratto, bensì su come determinate forme di pensiero — incluse quelle che dissolvono il soggetto — possano continuare a funzionare come dispositivi di senso che rendono politicamente sopportabile la chiusura storica. In altri termini, il problema non è soltanto ontologico, ma ontologico-politico: non si tratta di stabilire quale concezione dell’essere sia più adeguata, bensì di interrogare gli effetti prodotti dal continuare a pensare la storia come processo dotato di senso, anche in assenza di un soggetto.
Per questa ragione, il riferimento a un possibile “futuro” definito da una nuova orientazione del pensiero, sebbene formulato in termini ipotetici, reintroduce proprio ciò che il testo tenta di sospendere: l’aspettativa di una direzione. Il percorso argomentativo sviluppato non afferma che non possa emergere nulla di diverso, ma sostiene che, nello Spodocene, tale emergenza non può più essere pensata sotto la forma di un progetto, di una direzione o di un orizzonte anticipabile. Ciò che si impone è una logica differente: non quella della conduzione, bensì quella dell’amministrazione del deterioramento e, ai suoi margini, di pratiche di persistenza e abitabilità che non si presentano come portatrici di un senso storico globale.
In questo quadro, il disaccordo non oppone pensiero occidentale e pensiero orientale, né soggetto e non-soggetto, né tempo e spazio. Esso riguarda due modi distinti di comprendere il divenire: uno che, pur privo di agente, conserva la struttura del processo orientato; e un altro che assume la possibilità di una dinamica senza direzione, senza esito garantito e senza promessa di ricomposizione totale. La scommessa del testo si colloca in questo secondo registro, non come affermazione ontologica definitiva, bensì come ipotesi critica adeguata a una fase storica caratterizzata dalla saturazione strutturale e dalla normalizzazione della rovina.
In questo senso, i contributi del commento arricchiscono la discussione mostrando l’insufficienza del paradigma soggettivo classico. Ma il problema che il testo intende formulare inizia precisamente là dove tale insufficienza è già stata riconosciuta: nella necessità di interrogare non solo il soggetto, ma la persistenza di una grammatica della direzionalità che continua a organizzare la nostra immaginazione politica anche quando la cabina di comando è ormai vuota.
Nota:
Si veda, a titolo di contrasto linguistico-culturale, l’articolo Why the Japanese Self Is Not an Object, che mostra come, nella pratica comunicativa giapponese, il significato emerga da posizioni relazionali all’interno di uno spazio condiviso piuttosto che dall’affermazione di un soggetto sovrano. Tale osservazione consente di denaturalizzare la grammatica occidentale centrata sullo schema soggetto–oggetto, ma non costituisce di per sé un’alternativa politica. La dissoluzione grammaticale del soggetto non elimina i meccanismi di imputazione, esclusione o normalizzazione, che possono operare in forma altrettanto impersonale. Il problema qui affrontato non è ontologico in senso stretto, bensì storico-politico: riguarda il modo in cui differenti grammatiche rendono governabile un sistema che ha già chiuso i propri orizzonti di direzione.
oriundo2006 17 gennaio 2026
Salve, qui io divergo: il senso è coessenziale all' Essere. Il Logos è il suo campo di forze, la sua 'coproduzione in-condizionata' perchè riferibile ad ogni senziente.
La direzione del Divenire è prefissata dalla grammatica che ci portiamo dentro di noi. Se l'inconscio è 'strutturato come un linguaggio', nota formulazione, è perchè la sua grammatica è grammatica del nostro Essere intero, insita nel nostro DNA.
Dunque il senso di pertiene, ci ap-partiene come modalità della nostra vita.
La Storia, che ne costituisce l'esplicazione profonda, ne svolge la causalità immanente: non è casuale il divenire e dunque l'essente, come il nichilismo vorrebbe.
Non è un 'caso', non è gioco degli dei', 'lila'.
E' motivato dal percorso che è dentro di noi, percorso che è anche 'discorso', embrionalmente decrittabile sin dai primordi dell' Umanità.
Qui chiaramente la 'libertà' 'esiste-e-non-esiste' se non nei limiti alla nostra azione esterna, non circa la nostra 'coscienza' interiore.
Del resto grammatica e sintassi di formazioni storico-mitiche antecedenti il nostro tempo erano molto più sviluppate che non successivamente, ad esempio nel caso 'duale', oggi scomparso pressochè ovunque, con in una ricchezza di vocabolario che oggi non abbiamo più e con connessi poteri psichici oggi impensabili davvero.
Perchè ?
Perchè si sono 'entificate' nel percorso storico delle società umane e sono divenute 'spodocene' nel prosieguo della loro epoca.
I 'residui' di spodocene, come lei li chiama, sono parte del DNA 'spazzatura' solo parzialmente tale, in attesa di esplicare il loro 'svolgimento' nel futuro, come d'altra parte sono i 'residui' di tale sviluppo 'morti' perchè hanno esaurito la loro funzione: per arrivare fin dove oggi siamo.
Lei forse attribuisce una valenza eccessiva a questi elementi, almeno come formulazione 'negativa', perchè ( sempre forse ) li vorrebbe 'attualizzati' in una politica che non c'è, proprio a partire da loro come 'progetto' futuro.
Non lo sono ma se li consideriamo 'non-irrelati', dunque da sempre connessi al tutto, sono stati costitutivi del divenire in passato.
In questo non sono neppure più 'comprensibili' proprio perchè il loro senso pertineva alla loro essenza che è tramontata.
Da loro non ci possiamo attendere alcuna 'politica', proprio perchè sono divenuti 'a-soggettivi', avendo perduto la 'coscienza' del proprio 'futuro', il 'filo' che li faceva 'comprensibili' perchè 'attualizzati' almeno in riferimento ad una 'politica' possibile.
In definitiva, c'è speranza perchè è coscienza cristallizzata, fissata dentro di noi e di cui noi svolgiamo il filo, come nella mitologia antica.
Il resto sono riflesso di formazioni esterne, passate, presenti e potenzialmente future, di cui ce ne serviremo sia come progetto ( è questo il 'progresso' ) sia come calco del negativo, che sarà respinto perchè 'passato', cioè privo di funzione e di fruizione 'attualizzabile' perchè già 'attualizzata' a suo tempo, nei limiti in cui lo è stata.
Infine, nessun 'nichilismo' nel considerare lo spodocene come entificazione fissa della Storia umana, arrivata al suo punto di 'crisi' definitiva.
Anche se è qui, tutti lo vediamo, ed imprime il suo marchio negativo all' 'essente', in realtà è l' imago del demone che divora sè stesso nel Tempo e si rende così inutile.
Un riflesso del riflesso che vuole attingere la potenza ma non lo può. Perchè la potenza è quella 'materia' sui cui la coscienza infligge il suo marchio, come Shiva nella Prakriti. Lo fa perchè è 'lei'. In fondo la direzione del percorso umano è proprio questa, l'assimilazione della natura esterna in una modalità fruibile dalla nostra volontà.
Dialettica dell' Illuminismo realizzata...come ad esempio nella Quabbalah in cui Essere e Pensiero sono uniti nelle loro formulazioni verbali e matematiche.
oriundo2006 17 gennaio 2026
Scusate tutti la lunghezza !
Hakan 17 gennaio 2026
Grazie per la risposta, che è ricca di riferimenti e mostra un’elaborazione concettuale densa. Ritengo tuttavia necessario chiarire che l’impostazione che proponi si colloca su un piano ontologico–metafisico, mentre il testo che commenti opera deliberatamente su un piano sistemico–funzionale. Questo scarto di livello non è secondario, perché produce diagnosi radicalmente diverse del presente.
La tua argomentazione riconduce il problema del significato, della grammatica e del divenire a una ontologia dell’Essere, nella quale il senso appare come proprietà immanente, la grammatica come struttura interna (inconscio, DNA, Logos) e la storia come dispiegamento di una causalità necessaria. In tale cornice, la crisi viene integrata come momento funzionale di una traiettoria complessiva, e il divenire conserva una direzionalità, anche se non più attribuita a un soggetto cosciente.
Il testo che propongo assume invece un presupposto differente: non interroga il senso del divenire, ma analizza le operazioni attraverso cui sistemi sociali complessi si riproducono operativamente in condizioni di saturazione strutturale. La grammatica che viene messa a tema non è una struttura ontologica interna, bensì un meccanismo storico-linguistico di riduzione della complessità, che consente di rendere processabili dinamiche sistemiche opache, prive di centro decisionale e di finalità intrinseca.
Da questo punto di vista, affermare che “la direzione del divenire è predeterminata dalla grammatica che portiamo dentro” significa reintrodurre una teleologia forte, incompatibile con un’analisi sistemica. Nel quadro qui sviluppato, il problema è precisamente che il sistema non è orientato, non “va” verso alcun esito e non realizza alcuna finalità storica. Esso persiste attraverso meccanismi automatici di selezione, traduzione e stabilizzazione, che permettono la continuità operativa anche in assenza di orizzonti espansivi.
In modo analogo, la lettura dello Spodocene come fase funzionale dello sviluppo umano — in cui i residui apparirebbero come materiali in attesa di una futura attualizzazione — presuppone una logica evolutiva che il testo intende sospendere. Nel lessico sistemico adottato, il residuo non è una latenza, bensì una eccedenza non riassorbibile, un output che il sistema non può reintegrare nella propria autopoiesi e che viene quindi gestito mediante operazioni simboliche di normalizzazione. Lo Spodocene non designa una tappa necessaria del processo storico, ma una condizione di chiusura strutturale, nella quale il sistema continua a operare amministrando il proprio deterioramento.
Anche il richiamo alla coscienza, alla speranza interiorizzata o all’assimilazione progressiva della natura sposta l’analisi sul piano della soggettività. L’approccio sistemico qui adottato procede in direzione opposta: il potere non è concepito come emanazione della coscienza, ma come funzione impersonale, come posizione all’interno di reti istituzionali, tecniche e comunicative che operano secondo logiche proprie, spesso indipendenti — e talvolta antagonistiche — rispetto alla coscienza degli attori coinvolti.
In sintesi, non si tratta di una divergenza sul valore del senso o della storia, ma di una differenza di livello analitico. La tua risposta interpreta il divenire a partire da una ontologia dell’Essere; il testo che commenti tenta invece di descrivere come sistemi privi di telos e di centro producano comunque ordine, imputazione e governabilità, mediante grammatiche ereditate che continuano a funzionare anche quando il mondo che le ha generate non esiste più. Non è una negazione del senso, ma una critica delle operazioni di senso attraverso cui la chiusura storica viene trasformata in normalità amministrata.