L’EPOCA PERICOLOSA DEL VITTIMISMO ASSASSINO

L’EPOCA PERICOLOSA DEL VITTIMISMO ASSASSINO
Fonte immagine: Reuters; REUTERS/Jonathan Ernst

Di Andrea Zhok

Quando si scopre che la maggioranza (73% secondo l’ultimo poll) della civile, colta, democratica popolazione israeliana supporta una sorta di “soluzione finale” nei confronti dei palestinesi non ci si può che chiedere: com’è possibile che ciò accada? Com’è possibile che qualcuno di fronte a manifeste, continue forme di prevaricazione e violenza nei confronti di soggetti innocenti (bambini, anziani, civili) continui a difendere serenamente queste attività?

La risposta è in effetti semplice: nel caso della popolazione israeliana si tratta di una popolazione che ha introiettato educativamente una visione di sé come vittime della storia, come soggetti fragili ed oppressi, che perciò hanno un implicito diritto di “autodifesa preventiva” a 360°.

In sostanza, essendo “noi” in credito con la storia e l’umanità, ci possiamo permettere ciò che altri non possono permettersi. La posizione di vittima esemplare ci pone in una insuperabile posizione di superiorità morale, che semplifica di molto ogni decisione: non devo soppesare torti e ragioni perché tutto ciò che faccio ricade per definizione sotto una forma di “legittima difesa preventiva”. Basta assumere che l’altro possa rappresentare, da un qualunque punto di vista, una minaccia per me, e io sono legittimato dal mio ruolo di vittima a ricorrere a qualunque forma di iniziativa soppressiva.

Una dinamica perfettamente analoga può essere scorta nelle legittimazioni “progressiste” che fioccano in questi due giorni dell’omicidio di Charlie Kirk.

In rete sono visibili un gran numero di dibattiti pubblici con Kirk come protagonista. In tutti quelli che ho visto si vede una discussione autentica, con posizioni ragionate e motivate. Non bullismo, non violenza verbale, nessuna censura, ed anzi l’esporsi ad un confronto anche parecchio scomodo come quello che avviene quando di fronte hai numerosi studenti universitari su posizioni avverse. Che in alcuni casi lo scrivente concordi con il ragionamento svolto e in altri no, è ovviamente irrilevante. Nessun confronto di questa qualità è disponibile da decenni, per dire, nel panorama del dibattito televisivo italiano, dove i Talk Show sono arene manipolate dove prevalgono tagli, bullismo, violenza verbale, battute invece di argomentazioni.

Dopo di che in rete circolano una infinita serie di presunti virgolettati in cui le posizioni di Kirk appaiono come attacchi performativi passibili di denuncia come “hate speech”. Ora, conoscendo la severità della legislazione americana a proposito, credo sia legittimo ipotizzare che gran parte di quei presunti virgolettati siano semplicemente dei fake. In alcuni casi la cosa è già emersa (c’è in rete uno scambio abbastanza patetico in cui Stephen King prima attribuisce a Kirk alcune tesi inqualificabili sulla lapidazione dei gay, solo per poi ritirare tutto e chiedere scusa per non aver verificato le fonti).

Come noto esiste in ogni legislazione un confine tra l’argomentazione e il discorso performativo. Se faccio un discorso teorico sul suicidio è una cosa, se consiglio ad un conoscente fragile di suicidarsi è tutt’altra: il secondo è un reato ed è punito dai rigori della legge perché sto usando la parola come un’azione, come una spinta a commettere qualcosa di male (qui un suicidio).

Nelle argomentazioni svolte da Kirk nei campus ciò che traspare spesso è il senso di profonda frustrazione di un uditorio studentesco in generale – spiace dirlo – semplicemente meno sveglio e meno colto dell’opponente. Studenti abituati a darsi reciprocamente ragione su generalizzazioni e luoghi comuni che scoprono, per una volta in cui sono esposti ad un confronto vero, che sanno davvero poco e che hanno capito ancora meno.
La frustrazione è comprensibile.

Ma la frustrazione non basta a spiegare il fiume di commenti entusiasti, divertiti, soddisfatti, compiaciuti, ecc. di fronte all’assassinio di un intellettuale conservatore che si esponeva a pubblici dibattiti nel mezzo di campus a prevalenza progressista.

Alla frustrazione bisogna aggiungere il meccanismo mentale del VITTIMISMO, di cui sopra. Per una parte significativa del progressismo è un dato culturale acquisito che essi stanno parlando dal punto di vista degli oppressi, anzi, di soggetti costantemente minacciati esistenzialmente. (Si immaginano proletari spossessati anche se sono figli di Bezos. Si immaginano minoranze sessuali oppresse anche se sono notori fruitori di sesso mercenario.) L’onnipresente riferimento al “fascismo” delle controparti serve ad evocare l’immagine di una situazione in cui la violenza è motivata ed anzi doverosa, in quanto è autodifesa contro la prevaricazione violenta altrui. Comprensibilmente con le SS non si discute di filosofia, perché mi mettono su un carro blindato, dunque qui la violenza è giusta.

Il problema, naturalmente, è che un ponte di iperboli retoriche conduce molti degli odierni progressisti a proiettare quel passato storico su situazioni presenti che non hanno niente a che vedere con quegli antecedenti. Se qualcuno sostiene il binarismo sessuale, non sta conducendo nessuno ad un forno crematorio; se qualcuno sostiene l’erroneità dell’aborto non ti sta puntando un fucile addosso, ecc.

Questa che sembra un’ovvietà non viene affatto percepita come un’ovvietà da un’enorme parte della popolazione progressista, dove infatti prosperano meccanismi mentali come la cancel culture, che è appunto il tentativo di rimuovere dall’esistenza, retrospettivamente, tutto ciò che minaccia o destabilizza le mie convinzioni presenti. Siccome le ragioni a sostegno di quelle che per me sono diventate convinzioni esistenziali sono traballanti, e siccome io, sotto sotto, so che lo sono, allora mi sento esistenzialmente minacciato dal fatto stesso che qualcuno porti alla luce opinioni frontalmente avverse.

Una volta innescato questo meccanismo, io, progressista fragile, per definizione oppresso o dalla parte degli oppressi, appaio ai miei propri occhi come vittima attuale o potenziale, vittima di ragioni altrui che, se lasciate libere di esistere, potrebbero mettere a repentaglio la mia fragile esistenza, la mia stessa tremolante identità.

E dunque, bando agli indugi, a chi viene designato come “fascista”, “negazionista”, ecc. è legittimo fare tutto, perché qualunque risposta sarà semplicemente una forma di autodifesa preventiva.

Va da sé che un tale meccanismo di polarizzazione, incapace di dare spazio alle mediazioni argomentative, genera progressivamente un’atmosfera da guerra civile, da lotta senza esclusioni di colpi di tutti contro tutti. È del tutto prevedibile che eventi come l’assassinio di Kirk diano il via libera non ad un ampliamento degli spazi di dibattito e libertà di parola, ma al contrario a forme di stigmatizzazioni aggressive ed ottuse, eguali e contrarie – molto lontane da ciò che Kirk faceva.
Così come un conservatore razionale può essere giustiziato in quanto minaccia fascista, similmente accadrà che un sinistrorso “marxista” potrà essere inquadrato come un pericolo pubblico potenziale (storia peraltro già ampiamente vista negli USA).

E quando gli argomenti scompaiono e rimane solo il conflitto, senza mediazione, gli esiti sono sempre catastrofici, chiunque alla fine prevalga.

Di Andrea Zhok

14.09.2025

Andrea Zhok si è formato studiando e lavorando presso le università di Trieste, Milano, Vienna ed Essex. È attualmente professore di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano; collabora con numerose te¬state giornalistiche e riviste. Tra le sue pubblicazioni monografiche ricordiamo: “Lo spirito del denaro e la liquidazione del mondo” (2006), “La realtà e i suoi sensi” (2013), “Libertà e natura” (2017), “Identità della persona e senso dell’esistenza” (2018), “Critica della ragione liberale” (2020), “Il senso dei valori” (2024).

Fonte: canale Telegram di Andrea Zhok - https://t.me/andreazhok/651

Commenti (12)

Per commentare accedi all area riservata con un account abilitato.

Mostra commenti 12 caricati
    1. A.V.Congiarov 16 settembre 2025

      Articolo e commenti molto interessanti. Non conosco adeguatamente la realtà israeliana per potermi esprimere con cognizione di causa, ma per quanto riguarda l'Occidente in senso stretto, che conosco meglio, quanto sta accadendo è figlio di dinamiche interne alla sinistra, almeno hic et nunc da un trentennio o poco più, negli USA già tra la fine degli anni Sessanta e inizio Settanta (in epoca pre-internet le colonie USA ne assorbivano l'influenza a distanza di dieci-vent'anni).
      Ho spedito alla redazione un articolo che individua una corrente interna che ha offerto un contributo decisivo alla rapida integrazione nel capitalismo globalista di quest'area politica, ma anche a conferirle un'anima fortemente intollerante nei confronti del dissenso per quanto camuffata dietro parole d'ordine moralmente ineccepibili.
      Conosco bene i miei polli come si suol dire, perchè sono cresciuto a pane e sinistra (frequentazioni, letture...), ne conosco pregi, pochi, e difetti, tanti, insomma il modus pensandi-operandi, e questo ha fatto sì che, pur partecipandovi, abbia mantenuto sempre un certo distacco critico, non da conservatore tout court ma da socialista democratico, alla George Orwell tanto per intenderci.
      Se e quando la redazione lo pubblicherà, credo possa offrire un contributo non irrilevante al dibattito.

    2. absitiniuriaverbis 16 settembre 2025

      George Orwell: quando avevo letto il suo libro 1984 lo avevo considerato del genere distopico.
      Che sciocco sono stato! Non avevo capito che si trattava invece un manuale di istruzioni.

    3. A.V.Congiarov 16 settembre 2025

      1984 è certamente un romanzo di genere distopico, scrivi bene, ma io facevo riferimento alla persona George Orwell (non stavo facendo riferimento alla letteratura), in altri termini a Eric Arthur Blair, che era una socialista democratico. George Orwell ha scritto anche numerosi saggi, in buona parte capolavori, e che consentono di conoscere la sua visione politica, cioè il suo socialismo democratico.

    1. nicolass 16 settembre 2025

      Riguardo all'omicidio di Kirk secondo me pochi hanno centrato i veri termini del problema. Fingiamo di credere per l'ennesima volta all'assassino solitario che spinto da un odio atavico uccide il politicante di turno per le sue idee contrarie. Ma questa è una semplificazione o se preferite una mistificazione dei fatti a mio avviso ovvero il solito teatrino orchestrato dietro le quinte per liquidare da una parte un personaggio diventato ormai scomodo e dell'altra scatenare la rabbia e l'odio tra opposte fazioni. Bingo!!! sembra che gli Usa siano la patria degli sparatori solitari appostati sui tetti degli edifici pronti a sparare alla bisogna per eliminare il mal capitato di turno che sia JFK o il fratello piuttosto che Martin Luther King o Kirk alla fine poco importa a chi è pronto a trarne un vantaggio politico. Tanto un fesso che si intesti la paternità di un gesto con cui evidentemente non c'entra niente si trova sempre per cui si andrà avanti così probabilmente all'infinito. Nessuno ha voluto vedere che Kirk poco prima di morire si era inimicato la potente lobby ebraica e lo stesso Netanyahu per aver osato mettere in dubbio la versione ufficiale del 7 Ottobre paventando palesi complicità e negligenze israeliane sull'accaduto. Nessuno si sofferma sul fatto che a detta degli amici più stretti Kirk avesse paura delle persone a cui evidentemente aveva pestato i piedi con le sue dichiarazioni pubbliche improvvide. Abbastanza da giustificare la sua eliminazione fisica per togliere di mezzo qualcuno che ormai era diventato scomodo ma sembra che sia più rassicurante credere alla versione dello sparatore solitario sui tetti che fa il lavoro sporco per sedare le coscienze di tutti.

    2. absitiniuriaverbis 16 settembre 2025

      Un assassino può anche essere il mandante mentre il mandante ha bisogno di un assassino.

      Chi decide per l'assassinio (colui o coloro ai quali giova) necessita di uno o più che pagano chi organizza e chi spara e chi assicura il prelievo la fuga e la copertura.
      Poi c'è tutto il lavoro investigativo e legale e carcerario non necessariamente fuori libro paga.

    3. Martin 16 settembre 2025

      Sorry ma sulla stampa Usa sono usciti decine di articoli sul cambio di visione di Kirk su Israele. Resta il fatto che il colpevole e' stato arrestato, ed e' un altro giovane squilibrato, come anche negli ultimi 5 mass murders nelle scuole e negli attentati a Trump e al DG di United Health. Capisco che non piaccia ma e' cosi'.

    1. BrunoWald 16 settembre 2025

      Mi sembra che Zhok, in buona fede, razionalizzi qualcosa che è molto peggio di come se lo rappresenta.

      I sionisti non hanno alcun bisogno di fare le vittime o sentirsi minacciati, quella è solo la recita per fregare i Goyim. Presso tutti i popoli esiste una percentuale di criminali e psicopatici che non saprei quantificare, ma che è ben lontana dal 73% del sondaggio. È questo il dettaglio che bisognerebbe spiegare.

      Lo stesso discorso vale per chi festeggia l'assassinio di Kirk. La storia non c'entra, è una questione di sostanza umana: e non mi riferisco agli studenti, poveri ragazzi indottrinati, ma al ceto politico-intellettuale di sinistra, una mafia che perde il pelo ma non il vizio. Gli è sempre piaciuto chiudere la bocca agli avversari, solo che una volta c'era il paravento dell'ideologia, mentre adesso si rivelano per quello che sono: degli odiatori ipocriti e rancorosi.

    2. BrunoWald 16 settembre 2025

      Poi, diciamoci la verità: l'ordine bipartisan del dopoguerra si è sempre fondato sulla disumanizzazione del nemico fascista, perciò non fingiamo di sorprenderci quando qualcuno si comporta di conseguenza.

    3. absitiniuriaverbis 16 settembre 2025

      Vogliamo dimenticarci del 'popolo eletto'?

    1. Sic 15 settembre 2025

      mh.

    1. PietroGE 15 settembre 2025

      Il vittimismo della sinistra e di certi strati 'liberal' della società occidentale serve a riempire il vuoto di valori e di ideologia che si è aperto ed è diventato imponente dopo che sono stati abbandonati i contenuti ideologici classici come l'emancipazione delle classi economiche più deboli e un sistema di welfare più giusto capace di costituire un ascensore sociale e di dare protezione e sicurezza a tutti. La sinistra storica è scomparsa e al suo posto è subentrata una pseudo ideologia basata sul nulla, sulla fuffa intellettuale e la sconnessione con la realtà sociale. Tipico rappresentante di questa melma : l'assassino di Kirk. Più certa gente si accorge che sta credendo nel vuoto e più si sente vittima di prevaricazioni e accusa tutto e tutti di 'nazismo, razzismo, fascismo dietro ogni angolo e chi più ne ha più ne metta'. Il passo poi dal vittimismo alla violenza è breve. È il suicida che si scaglia contro chi lo vorrebbe salvare.

    1. ailavioni 15 settembre 2025

      Chi non ha sviluppato una sua identità / personalità tende ad appoggiarsi ad un pensiero corrente in voga in quel momento, tanto più se a questo pensiero è stato accostata l' idea di progresso, di risveglio
      (woke), e di bene in generale.
      E' il bisogno di essere dalla parte del giusto, o almeno il tipo di giusto in voga o di moda in quel momento.
      C' è una frase attribuita a Winston Churchill che spiega bene il concetto:
      “Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti…”
      Oggi è di moda essere woke, I giovani possono anche essere scusati per via dell loro immaturità , ma non così gli adulti, perchè è evidente che questo modo di pensare non crea nulla di buono e non migliora la società.
      Anzi così non si fa altro che spianare la strada a chi in alto crea e diffonde certe linee di pensiero con l' intento di rimbecillire il popolo che in buona parte lo è già abbastanza di suo, per meglio assogettarlo ai suoi fini.

Visualizzati 12 di 12 commenti approvati.