L'algoritmo del male

L'algoritmo del male

Riceviamo e pubblichiamo da Pueblosoberano, Argentina

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Nessuno vuole l'orrore, ma l'orrore accade. E se la violenza non fosse una deviazione, ma una funzione strutturale dei sistemi sociali quando si squilibrano?Hakan Illatiksi

Anche se ogni individuo sembra rifiutare il male, la storia lo riproduce con una precisione quasi matematica. In questo saggio, un dialogo intimo si trasforma in un'esplorazione più profonda: non dell'anima umana, ma della logica nascosta dei sistemi che, nel momento del collasso, rendono la violenza inevitabile. Tra la fisica della complessità, la storia degli imperi e il linguaggio del sacro, una domanda persiste: come disattivare l’algoritmo del male?

Per quanto ci piaccia pensare che il male sia una deviazione —un errore, un incidente, una malattia dell’anima— ci sono domande che insistono, come una riga di codice scritta male: perché, se quasi nessuno vuole la guerra, la guerra continua a verificarsi? Perché, se tutti detestano il genocidio, i genocidi continuano a verificarsi? Perché, se sogniamo la pace, ciò che riappare è la rovina? La barbarie continua a riaffiorare, come una costante storica.

Come si spiega questo divorzio tra la volontà individuale e il comportamento collettivo?

Una scena semplice: una tavola, un mate… un disaccordo. Una conversazione informale che scatena domande profonde. Uno degli interlocutori lancia un’affermazione inquietante: “Ciò che è statisticamente costante nel mondo è la malvagità distribuita del genere umano”. L’altro, pur senza negare gli orrori commessi, preferisce non chiamarla malvagità: la chiama semplicemente “umanità”. E l’aria si fa densa. Perché in quella differenza semantica si apre un abisso ontologico: la crudeltà è un’anomalia o una componente strutturale della nostra specie?

Qualcuno vuole credere che esistano popoli migliori. I cinesi? I mapuche? Qualcuno che abbia evitato il modello? L’altro, più disilluso, sfodera il dossier: “gli spagnoli hanno devastato l’America, gli ebrei che furono vittime oggi massacrano in Palestina, francesi e inglesi hanno venduto oppio, gli americani hanno militarizzato il pianeta… Vuoi che continui?”, chiede. Non serve. Tutti quegli orrori furono giustificati con ideologie, religioni, patriottismi o ragioni di Stato. E furono eseguiti da persone che, in altri contesti, potevano essere padri, fratelli, vicini. Umani.

Sorge allora un’intuizione perturbante: “la somma delle volontà non segue leggi aritmetiche. Il desiderio collettivo non è la somma dei desideri individuali.” Tra la coscienza individuale e l’atto collettivo si inserisce qualcosa: la struttura, il potere, l’ideologia, o —come alcuni ancora osano dire— il “maligno”.

Qui il linguaggio acquista un ruolo centrale. È legittimo usare il linguaggio religioso per parlare dell’umano? Uno degli interlocutori lo sostiene: “L’umanità ha parlato più a lungo in linguaggio religioso che in linguaggio scientifico, e continuerà a farlo”. Forse ha ragione. Il linguaggio religioso, con la sua carica simbolica ed emotiva, permette di nominare ciò che la tecnica non riesce a toccare: il dolore, la colpa, la redenzione, il senso. In quel piano, parlare del “male” o del “maligno” non è necessariamente irrazionale, ma un modo antico di dare forma all’inenarrabile.

Ma se il problema non fosse solo il male, bensì la nostra incapacità di fermarlo collettivamente? Se, come insegna una certa lettura biblica, “la salvezza è individuale”, ci troveremmo intrappolati in una tragedia strutturale: ciascuno può essere buono, ma tutti insieme possiamo essere mostruosi. La storia sembra confermare questa ipotesi.

Esiste una via d’uscita? Il desiderio dell’altro interlocutore —“speriamo che almeno una parte dell’umanità sia migliorata come specie”— è anche una speranza. Ma perché tale miglioramento non sia solo tecnico o materiale, ma autenticamente umano, serve qualcosa in più del progresso: serve coscienza. E forse, come suggerisce il dialogo, è tempo di riabilitare il linguaggio, di riconnettere il simbolico con il razionale, il sensibile con il politico, per capire cosa siamo… e cosa potremmo diventare.

Forse il problema non è la “malvagità” come deviazione individuale, ma il conflitto come motore strutturale. Ilya Prigogine, dalla fisica dei sistemi complessi, ha dimostrato che ogni equilibrio dinamico contiene soglie critiche: punti di biforcazione in cui il sistema può trasformarsi… o collassare. Immanuel Wallerstein, dalla teoria dei sistemi-mondo, ha mostrato come gli ordini storici si espandono, si saturano, entrano in crisi e si trasformano o si distruggono. Non c’è linearità storica. Ci sono tensioni, fasi, rotture.

In questo quadro, la violenza non è l’eccezione, ma il sintomo. È ciò che emerge quando il sistema non riesce più ad assorbire le proprie tensioni interne. La storia non avanza per consenso, ma per fratture. E ciò che chiamiamo “male” può essere, semplicemente, la forma in cui i sistemi espellono il proprio squilibrio.

A cosa serve, allora, il linguaggio? A molto. Perché quando gli algoritmi, i grafici o la geopolitica non bastano più, il simbolico riemerge. Per questo uno degli interlocutori ricorre al linguaggio religioso. Non per invocare un dio, ma per riconoscere l’umano nella sua ambiguità radicale. “L’umanità ha parlato più a lungo in linguaggio religioso che scientifico”, ripete. E ha ragione: ci sono dolori che solo parole antiche sanno nominare.

“Mi salvo io”, dice ognuno, mentre il mondo brucia. Ma la salvezza solitaria non è altro che una forma di impotenza mascherata da virtù.

Forse dobbiamo cambiare la domanda. Non se siamo buoni o cattivi. Non se il male è essenziale o contingente. Ma come si organizza il conflitto, come si trasforma la violenza, come si anticipano i punti di rottura. E soprattutto: come si costruiscono sistemi capaci di sostenere il disaccordo senza dover produrre rovina per sopravvivere.

Come ha insegnato Prigogine, i sistemi viventi si biforcano: crollano o si reinventano. Wallerstein lo sapeva: nessun sistema storico è eterno. La chiave non è il giudizio morale, ma la diagnosi dinamica. Il male non si estirpa: si gestisce, si canalizza, si disattiva.

Non ci sono garanzie. Nessun ordine è eterno, nessuna pace è definitiva, nessuna civiltà è immune al proprio esaurimento. Ma se almeno comprendiamo la logica della dinamica sistemica —quel flusso di tensioni, squilibri e rotture— forse possiamo rimandare per un po’ il caos e il collasso. E con essi, evitare —o almeno ritardare— la forma più brutale della violenza: quella che distrugge corpi, popoli, territori.

Tuttavia, rimandare il collasso non è neutrale. Ogni tentativo di stabilizzare un sistema richiede intervento, disciplina, modellamento dei comportamenti. Evitare l’esplosione non significa semplicemente conservare l’armonia: significa gestire il conflitto affinché non diventi ingovernabile. E questo, quasi sempre, implica un altro tipo di violenza. Più sottile, più elegante, più “civilizzata”. Ciò che chiamiamo soft power non è assenza di violenza: è il suo spostamento. Dal corpo alla mente, dalla punizione al consenso indotto, dalla paura alla manipolazione emotiva.

In nome dell’ordine si producono soggettività docili, si censurano affetti, si uniformano discorsi. E questa violenza simbolica —come ha detto Bourdieu— può essere persino più efficace della repressione aperta. Perché non si impone dall’esterno: agisce da dentro.

Così, il vero dilemma non è solo come evitare il collasso, ma a quale prezzo si sostiene l’equilibrio. E soprattutto: per chi. Perché se stabilizzare un sistema significa riprodurre disuguaglianze, zittire dissidenze e amministrare vite come risorse, forse quella pace non è altro che un’altra forma di guerra.

Allora, la sfida non è scegliere tra violenza fisica e simbolica, tra caos e controllo. La vera sfida è prepararsi a ciò che verrà dopo il collasso. Formare nuclei consapevoli, capaci di leggere il momento storico, di riconoscere le forme destinate a scomparire e le tendenze —ancora embrionali— che annunciano il mondo che verrà. Gruppi che non abbiano la coscienza anestetizzata, né la comprensione paralizzata dalla paura del cambiamento. Che non sacrifichino soggettività in nome della stabilità, né chiamino “ordine” ciò che, in fondo, è solo dominazione modulata.

Rimandare il collasso, sì. Ma non al prezzo di spegnere il pensiero. Perché una società può anche non esplodere… e tuttavia essere rotta dentro.

Di Pueblosoberano, Argentina

P.S.: Per gli effetti collaterali del potere morbido —l’ansia di vivere in una società apparentemente stabile ma simbolicamente soffocante, il vuoto lasciato dall’obbedienza indotta, l’angoscia di non esplodere anche quando tutto è già rotto— esiste il clonazepam… e i suoi affini. Il sistema non reprime: ti calma. Non proibisce: ti seda. Non tortura: ti medicalizza. E se il male non si vede più, è perché trema nascosto sotto la dose giusta. Come se la pace non fosse l’assenza di guerra, ma la presenza di psicofarmaci.

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08.05.2025

Commenti (3)

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Mostra commenti 3 caricati
    1. sim 8 maggio 2025

      Le derive morali, individualmente, alimentano la deriva collettiva; le virtù morali, al contrario, la stemperano. Per questo è fondamentale, individualmente, fare del proprio meglio per contribuire al benessere di tutti, seguendo l'eterna Legge:
      fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te.
      Questo però implica abnegazione, ossia una 'sofferta rinuncia' al proprio egoismo. È la 'via stretta' di cui parlano i Vangeli, la sola che conduce alla salvezza: prima individuale, poi collettiva.
      La deriva del mondo contemporaneo è stata descritta sinteticamente, ma anche molto efficacemente, nelle Sacre Scritture già molti secoli fa:
      https://sfero.me/article/apocalisse-punto-siamo-cosa-sta-accadere-1742683269328
      Sempre nelle Sacre Scritture si possono trovano le indicazioni su come (e dove) attingere a quella forza necessaria per far emergere, anche in un delirio di violenza, la nostra natura divina, servendoci di queste prove e tribolazioni per elevarci, piuttosto che abbatterci.
      Che lo Spirito Santo rifulga in noi in questa lotta contro il male!

    1. Deimos 8 maggio 2025

      E se il male fosse solo il "mi salvo io" che vuol anche dire "muoiano tutti gli altri"...
      L'ansia è forse che tutti si vogliono "salvare" e tutti collettivamente lo sappiamo, l'umano di fianco a te è li per "salvarsi" mica per salvarti, d'altra parte nessuno è autonomo, il nostro benessere deriva dalla divisione del lavoro e delle competenze quindi abbiamo interiorizzato la lotta fino all'animo, ci siamo corazzati per una guerra che non ha limiti o regole. L'assunto è che chi vince "ha ragione", vinto riscrivi tutto, con i soldi, con il potere, con le conoscenze e con mille altri mezzi, il costo in sofferenze e magari vite umane alla meglio è una postilla alla storia, i nativi americani sempre nelle riserve stanno in fondo!

      Stiamo morendo, uccisi da noi stessi! Abbiamo creato un tritacarne pensando che lo spezzatino fosse solo per "tutti gli altri" senza renderci conto che per qualcuno e sempre gli "altri" siamo noi.

      Le società che potevano contare solo sull'auto sussistenza erano società vere, l'altro era vicino e supporto perchè altrimenti da soli si diventa cadaveri. Oggi non più, forse.
      D'altra parte un villaggio agricolo autosufficiente del medioevo era più "proprietà comuni" che private, la raccolta era collettiva (perchè raccogliere richiede tanta gente a mano) e lo stoccaggio comune e collettivo (case con granaio annesso non se ne trovano molte), una comunità per necessità con sistemi raffinati per risolvere ma soprattutto PREVENIRE i conflitti interni perchè anche il nemico comunque SERVE: la forza lavoro era sempre meno del necessario ed eventualmente se proprio si poteva oziare esistevano mille lavoretti, festività da preparare e simili, un posto per vecchi e bambini e una loro "utilità" era sempre possibile.

      Quanti dei nostri "valori" derivano da quella struttura? Quanti possono sopravvivere senza la necessità?
      Il mio personale giudizio è che senza la necessità i "valori" sono prassi vuote da sbandierare, sepolcri imbiancati li definì qualcuno.

    1. pablushispanium 8 maggio 2025

      Siguen con la estupidez negrolegendaria inventada por los anglosajones y franceses? Los argentinos no pensamos eso. Fueron nuestros líderes soberanistas los que instauraron el Día de la Raza (Perón e Yrigoyen)

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