La società zombie

Perché lo Spodoceno immagina, ancora e ancora, popolazioni che continuano a funzionare dopo aver perso il futuro.

La società zombie



Di Hakan Illatiksi


Lo Spodoceno designa la fase estrema dell'esaurimento sistemico: una civiltà nella quale la produzione di residui cessa di essere un effetto secondario e diventa un principio strutturale. Il sistema non si limita più a consumare risorse per produrre beni; consuma anche le proprie condizioni di riproduzione. Trasforma l'esperienza in procedura, la conoscenza in dato, il lavoro in costo, la cittadinanza in pubblico, la natura in risorsa, il tempo in disponibilità e l'identità in merce. Infine, trasforma in residuo proprio ciò di cui un tempo aveva bisogno per sostenersi.

Una civiltà non comincia a morire quando smette di funzionare, ma quando continua a funzionare dopo aver perso la capacità di produrre ciò di cui ha bisogno per avere un futuro.

Ci sono immagini che un'epoca abbandona e altre alle quali ritorna con insistenza. La ricorrenza di una figura culturale non rivela, da sola, il significato di una società, ma può portare alla luce alcune delle domande che quella società sente il bisogno di porsi ancora e ancora. Lo zombie sembra essere diventato una di queste figure.

Non si tratta soltanto della sopravvivenza di un genere cinematografico. Negli ultimi decenni si è consolidata una famiglia narrativa molto più ampia, nella quale ricompare una stessa situazione fondamentale: popolazioni che perdono autonomia, coscienza, identità o capacità di agire e che, tuttavia, continuano a funzionare. A volte sono morti viventi; altre volte infetti, corpi assoggettati, coscienze catturate, moltitudini spersonalizzate o individui il cui comportamento sembra aver cessato di appartenergli completamente.

La portata culturale del fenomeno è visibile persino nell'organizzazione delle grandi piattaforme. Netflix mantiene una categoria specifica di «Serie zombie», nella quale convivono produzioni come The Walking Dead, All of Us Are Dead, Kingdom, Black Summer, Resident Evil, Happiness, Daybreak e Reality Z, insieme a formati ibridi come Zombieverse. La figura ha attraversato registri molto diversi: horror, dramma, commedia, animazione, produzioni giovanili e persino reality show.

Il fenomeno, inoltre, non appartiene a un'unica piattaforma, generazione o tradizione culturale. Disney+ ha ampliato il proprio franchise giovanile ZOMBIES con un quinto capitolo dopo quattro film precedenti. Lo zombie ha dimostrato anche una straordinaria capacità di attraversare società diverse e di assumere significati differenti in ciascuna di esse. Gli studi su Kingdom e sull'ascesa della narrativa zombie sudcoreana hanno messo in evidenza proprio questa plasticità: il morto vivente può essere riformulato per esprimere ansie culturali, sociali ed economiche specifiche, comprese quelle legate alle trasformazioni prodotte dal neoliberismo.

Forse, dunque, formuliamo male la domanda quando ci chiediamo semplicemente perché ricompaiano così tante storie di zombie. La domanda più interessante sarebbe un'altra:


quale esperienza del presente questa figura permette di rappresentare, tanto da spingere la nostra cultura a ritornarvi continuamente?


Per molto tempo abbiamo interpretato lo zombie soprattutto come una figura della morte. Il morto si rialza. Il corpo continua a muoversi dopo che ciò che lo rendeva una persona è scomparso. Cammina, insegue, consuma, contagia. Il confine apparentemente evidente tra essere vivi ed essere morti si dissolve. Ma proprio qui può emergere un altro significato.


Ciò che davvero inquieta nello zombie non è soltanto che sia morto, ma che continui.


Continua a muoversi dopo aver perso la volontà, a consumare dopo aver perso un progetto, a reagire dopo aver perso la coscienza, a far parte di una moltitudine dopo aver perso l'identità. Continua a svolgere funzioni dopo aver perso la capacità di interrogarsi sulla loro finalità.

Forse è proprio per questo che questa figura trova una risonanza particolare nel nostro tempo. La paura contemporanea potrebbe non essere soltanto che la nostra civiltà si fermi, ma qualcosa di forse ancora più inquietante: che non si fermi.

Che continuiamo a lavorare, consumare, studiare, produrre, votare, comunicare, spostarci e divertirci mentre le strutture all'interno delle quali svolgiamo tutte queste attività perdono progressivamente la capacità di produrre sicurezza, appartenenza, conoscenza, comunità, autonomia, sovranità o futuro.

Lo zombie cessa allora di essere semplicemente il morto che cammina e diventa una figura molto più perturbante: il funzionamento che sopravvive alla perdita della propria finalità.

È qui che la ricorrenza culturale dello zombie può incontrare lo Spodoceno.

Non perché ogni film o serie di zombie costituisca una rappresentazione consapevole dell'esaurimento sistemico, né perché dietro di essi esista un messaggio comune deliberatamente costruito. Il rapporto diventa più interessante se evitiamo una simile semplificazione. Le narrazioni possono funzionare come superfici culturali sulle quali società differenti proiettano ansie differenti.

Queste ansie assumono oggi un'importanza particolare: la possibilità di continuare a vivere all'interno di sistemi che funzionano ancora mentre perdono progressivamente le capacità che permettono loro di riprodursi e di dare senso al proprio funzionamento.

Lo zombie può allora diventare una figura culturale dello Spodoceno.


  • Conserva la forma, ma perde la capacità.

  • Mantiene il movimento, ma perde la direzione.

  • Risponde agli stimoli, ma non costruisce un progetto.

  • Consuma, ma non riproduce.

  • Continua, ma non produce futuro.


È questo ciò che la nostra epoca riconosce, senza bisogno di formularlo esplicitamente, ogni volta che torna a immaginare una moltitudine di morti che continuano a camminare?


L'esaurimento come forma

Il sistema può continuare a funzionare molto tempo dopo aver cominciato a perdere le capacità che ne avevano reso possibile il funzionamento.


Prima di procedere è opportuno fissare una distinzione. L'esaurimento sistemico non è una metafora morale né un'intuizione pessimistica. Designa un processo osservabile: una società può perdere capacità -formare persone, mantenere infrastrutture, produrre conoscenza strategica, coordinare interessi divergenti, immaginare alternative- pur conservando le proprie strutture, procedure e risultati accumulati.

La zombificazione è una delle forme attraverso le quali questo esaurimento può diventare invisibile: il sistema continua a funzionare come se le capacità perdute fossero ancora disponibili.

Lo Spodoceno designa una condizione più profonda. Non è semplicemente la fase nella quale il sistema non si accorge di ciò che perde, ma quella nella quale la perdita cessa di essere una disfunzione e comincia a integrarsi nella riproduzione del sistema stesso. Non si tratta più soltanto del fatto che il sistema ignori ciò che sta smettendo di produrre, ma del fatto che continui a funzionare attraverso processi che degradano alcune delle condizioni necessarie alla propria continuità futura.

Il residuo cessa allora di essere semplicemente ciò che avanza. Può essere anche ciò che il funzionamento produce mentre consuma le condizioni che lo sostengono.

Possiamo distinguere tre momenti:

  • prima, il sistema perde capacità;

  • poi continua a funzionare facendo affidamento su capacità e risultati accumulati;

  • infine, quella stessa continuità contribuisce ad approfondire la perdita delle condizioni che dovrebbe riprodurre.

Lo zombie è la figura culturale di questo paradosso. Non perché lo rappresenti consapevolmente, ma perché offre una forma sensibile -un corpo, un movimento, una moltitudine- a un processo che altrimenti sarebbe difficile riconoscere.


Il mostro che non si ferma

Ciò che inquieta nello zombie non è che sia morto, ma che continui a funzionare.


Ogni mostro culturale organizza in modo diverso il rapporto tra vita, morte, volontà e identità. Il fantasma conserva generalmente una storia che lo trattiene tra i vivi. Il vampiro mantiene desiderio, intelligenza e volontà. Lo zombie introduce un'altra possibilità: un corpo la cui attività sopravvive alla perdita di un progetto.

Si muove senza sapere dove andare. Consuma senza bisogno di costruire. Insegue senza finalità. Riproduce la propria condizione trasmettendola agli altri.

Non è paralizzato: è straordinariamente attivo.

Questa caratteristica permette di comprendere perché la figura possa acquisire una risonanza particolare nelle società contemporanee, caratterizzate proprio da un'enorme intensità di attività. Non abbiamo mai prodotto tanta informazione, non sono mai circolati così tanti messaggi, non sono mai esistiti così tanti indicatori, riunioni, procedure, valutazioni, comunicazioni, transazioni e contenuti.

La società contemporanea difficilmente potrebbe essere descritta come immobile. Il problema è un altro:

attività non significa necessariamente capacità.

Una società può aumentare straordinariamente la quantità di operazioni che compie mentre diminuisce la propria capacità di modificare la propria traiettoria. Può muoversi sempre più velocemente e disporre, nello stesso tempo, di possibilità sempre minori di decidere verso dove dirigersi.

Lo zombie rappresenta esattamente questo paradosso: movimento senza direzione.


La crisi di corrispondenza

Il problema comincia quando le istituzioni continuano a rispondere correttamente a domande che il mondo ha già smesso di porre.


Ogni architettura istituzionale nasce all'interno di determinate condizioni storiche. La scuola, l'università, lo Stato amministrativo, i partiti politici, le imprese, i mezzi di comunicazione, gli organismi internazionali e i sistemi di rappresentanza sono stati costruiti per risolvere determinati problemi all'interno di determinati contesti.

Per un certo periodo esiste una ragionevole corrispondenza tra istituzioni, capacità e ambiente.

Ma l'ambiente è dinamico. Cambiano la tecnologia, la demografia, l'energia, le strutture produttive, le forme di comunicazione, le relazioni internazionali e le fonti del potere.

Le istituzioni, tuttavia, possiedono inerzia e continuano a selezionare, insegnare, amministrare, regolare e legittimare secondo categorie prodotte dal mondo precedente.

Si produce allora ciò che possiamo chiamare crisi di corrispondenza.

Non significa necessariamente che le istituzioni abbiano smesso di funzionare. Precisamente il contrario: possono continuare a funzionare correttamente secondo le proprie procedure mentre perdono corrispondenza con i problemi che dovrebbero affrontare.

L'università continua a conferire titoli. L'amministrazione continua a produrre norme. I partiti continuano a celebrare congressi e consultazioni interne. Le imprese continuano a presentare bilanci. Gli organismi internazionali continuano a organizzare riunioni. I media continuano a produrre informazione. Gli individui continuano a rispettare orari.

Formalmente, tutto funziona, ma funzionamento e capacità cominciano a separarsi.

Quando questa separazione si stabilizza, l'esperienza si trasforma in procedura: non viene più necessariamente trasmesso un sapere; si esegue una routine. La procedura, che originariamente condensava esperienza, le sopravvive e si trasforma nel meccanismo attraverso il quale l'istituzione continua a funzionare quando parte dell'esperienza che la giustificava ha cessato di corrispondere all'ambiente.

Questa separazione costituisce una delle condizioni fondamentali della zombificazione sistemica.

Ma il disallineamento istituzionale non è l'unico modo in cui l'esaurimento diventa invisibile. Ne esiste un altro, più silenzioso, che non dipende soltanto dall'inerzia delle organizzazioni, ma dalla natura stessa dei risultati accumulati.


Persistenza senza riproduzione

I risultati accumulati possono sopravvivere molto a lungo alle capacità che un tempo permisero di produrli.


Una difficoltà fondamentale nel riconoscere l'esaurimento di una società consiste nel fatto che i sistemi complessi accumulano risultati: infrastrutture, conoscenze, istituzioni, capitale, fiducia, reti, risorse, tecnologie e abitudini sociali sono stati costruiti nel corso di generazioni.

Per questo una società può continuare a beneficiare, per un certo periodo, di risultati prodotti da capacità che hanno già cominciato a deteriorarsi.

Un'infrastruttura continua a esistere anche se diminuisce la capacità di ricostruirla. Un'università conserva prestigio anche se perde la capacità di identificare le competenze di cui avrà bisogno la società futura. Uno Stato conserva istituzioni anche se diminuisce la sua capacità effettiva di intervenire sui processi strategici. Un'economia può continuare a consumare ricchezza mentre riduce gli investimenti necessari a riprodurla. Una democrazia può continuare a celebrare elezioni mentre diminuisce la propria capacità di produrre decisioni collettive di lungo periodo.

L'esaurimento sistemico appare allora sotto una forma ingannevole: la continuità dei risultati nasconde il deterioramento delle capacità.

La società sembra ancora viva. Proprio per questo è così difficile accorgersi di ciò che sta accadendo.

Ciò che è stato prodotto da capacità che il sistema smette di riprodurre comincia progressivamente a funzionare come stock: qualcosa di disponibile per essere consumato, ma sempre meno rinnovato.

La società comincia allora a vivere delle proprie accumulazioni senza riconoscere ancora che alcune di esse si stanno trasformando in resti.


Il soggetto funzionale

La zombificazione non elimina l'individuo: conserva precisamente le funzioni di cui il sistema ha ancora bisogno.


Il passaggio successivo diventa inevitabile: se possono esistere istituzioni che continuano a funzionare dopo aver perso corrispondenza con il proprio ambiente, può accadere qualcosa di simile agli individui?

Il soggetto contemporaneo continua a compiere un'enorme quantità di operazioni: lavora, consuma, si informa, produce dati, risponde a messaggi, ottiene certificazioni, aggiorna competenze, si sposta, pubblica, valuta ed è valutato. Ma la moltiplicazione di queste attività non garantisce un aumento equivalente della sua capacità di comprendere le strutture all'interno delle quali vive né di intervenire su di esse.

Può persino accadere il contrario: quante più operazioni deve compiere per mantenersi integrato nel sistema, tanto meno tempo possiede per interrogarsi sul sistema stesso.

Qui compare il soggetto funzionale. Non è un individuo passivo, ma un individuo permanentemente attivo la cui attività viene assorbita in misura crescente dalle esigenze della riproduzione immediata.

In lui compare un'altra delle conversioni caratteristiche dello Spodoceno: la conoscenza può ridursi a dato. Ciò che il soggetto sa cessa di organizzarsi prioritariamente come comprensione e comincia a essere valorizzato come informazione disponibile, intercambiabile ed elaborabile.

Il tempo, a sua volta, si trasforma in disponibilità: cessa di essere vissuto soltanto come durata e viene amministrato sempre più come risorsa.

La figura dello zombie torna a risultare perturbantemente appropriata. Neppure lo zombie è immobile: non smette mai di muoversi.


Quando consumare sostituisce il costruire

Lo zombie consuma perché ha perso la capacità di produrre ciò di cui ha bisogno.


Esiste un'altra caratteristica particolarmente fertile di questa figura: lo zombie consuma, ma non costruisce. Non fonda istituzioni, non trasmette conoscenza, non immagina generazioni future, non produce un mondo. Consuma ciò che trova e, una volta consumato, continua a cercare.

L'immagine permette di rappresentare metaforicamente una differenza decisiva tra due forme di relazione con il mondo: consumare risultati e riprodurre capacità.

Una società sostenibile ha bisogno di entrambe. Deve consumare una parte di ciò che produce, ma deve anche riprodurre le condizioni che le permetteranno di continuare a produrlo.

Quando questo rapporto si rompe, comincia a vivere di accumulazioni precedenti: infrastrutture senza manutenzione, conoscenza senza trasmissione, diritti senza capacità materiale di garantirli, istituzioni senza legittimità sufficiente per sostenerli, tecnologia senza autonomia per produrla, risorse naturali senza capacità industriali associate, ricchezza senza riproduzione delle condizioni che la generano.

Qui compare una delle conversioni fondamentali dello Spodoceno: la natura in risorsa.

Ciò che costituisce una condizione di possibilità dell'attività comincia a essere trattato esclusivamente come una riserva disponibile. E altre capacità ereditate possono subire una trasformazione analoga: cessano di essere considerate condizioni da riprodurre e cominciano a essere amministrate come risorse disponibili da consumare.

È a questo punto che l'esaurimento assume pienamente la logica dello Spodoceno: quando una civiltà comincia a sostenere il proprio funzionamento consumando le condizioni che dovrebbe riprodurre per avere un futuro.


Il contagio

Una condotta individualmente razionale può produrre collettivamente una traiettoria distruttiva.


Le storie di zombie devono spiegare come un'anomalia locale diventi un fenomeno sistemico. Per questo esiste il contagio.

Ma, trasferito all'analisi sociale, il contagio non deve necessariamente assumere la forma di una cospirazione, di un'ideologia o di un meccanismo centralizzato. Può nascere semplicemente dagli incentivi.

Se tutti gli attori devono sopravvivere all'interno di una determinata architettura, ciascuno impara ad adattare a essa il proprio comportamento.

L'impresa riduce gli investimenti per preservare i risultati immediati. Il dirigente privilegia il breve periodo perché la prossima elezione condiziona la sua sopravvivenza politica. L'università adatta i propri indicatori per competere all'interno dei sistemi di valutazione esistenti. Il lavoratore accumula certificazioni perché sono necessarie per conservare la propria posizione. I media privilegiano ciò che cattura l'attenzione. Le piattaforme ottimizzano ciò che prolunga la permanenza degli utenti.

Ogni decisione può risultare comprensibile se considerata isolatamente, ma la somma di decisioni razionali può produrre una conseguenza collettivamente irrazionale.

Nessuno deve necessariamente aver progettato il risultato: il sistema può degradarsi attraverso l'adattamento perfettamente razionale dei suoi componenti.


Questo è il vero contagio.


Una delle sue espressioni compare quando il lavoro si riduce a costo: l'attività umana cessa di essere considerata anche come produzione e riproduzione di capacità e viene contabilizzata prioritariamente come una variabile da minimizzare.

Il sistema comincia così a risparmiare proprio su alcune delle capacità umane di cui avrà successivamente bisogno.


La moltitudine

La società di massa temeva di perdere l'individuo nella moltitudine; la società algoritmica può conservare l'individuo mentre ne erode l'autonomia.


Lo zombie raramente appare da solo. La sua vera forza visiva nasce dalla moltitudine: migliaia di corpi che avanzano nella stessa direzione producono un'immagine nella quale scompaiono differenze, biografie e decisioni individuali.

Nel XX secolo questa rappresentazione poteva essere associata alle paure proprie della società di massa: uniformazione, propaganda, totalitarismo, burocratizzazione.

Il XXI secolo introduce una variazione: ora non è necessario che tutti ricevano lo stesso messaggio. La personalizzazione algoritmica permette a milioni di persone di ricevere contenuti differenti e, tuttavia, di partecipare a una stessa architettura del comportamento.

L'omogeneità non richiede più uniformità.

Possiamo essere straordinariamente diversi nei nostri gusti e straordinariamente simili nei nostri modelli di consumo, attenzione e reazione.

La moltitudine zombie contemporanea potrebbe essere composta, paradossalmente, da individui personalizzati. Compare un'altra conversione dello Spodoceno: la cittadinanza in pubblico.

Il soggetto politico rischia di cessare di partecipare a una comunità di decisione per diventare soprattutto parte di un flusso di eventi di fronte ai quali reagisce. Non scompare: rimane connesso.

È questa la paradossalità.


La politica zombie

Quando diminuisce la capacità di produrre futuro, aumenta la necessità di rappresentare la capacità di farlo.


Neppure la politica rimane fuori da questo processo. I sistemi politici possono conservare i propri rituali molto tempo dopo aver cominciato a perdere alcune delle capacità che quei rituali dovrebbero mobilitare: campagne, elezioni, dibattiti, parlamenti, vertici, discorsi, programmi, sondaggi, dichiarazioni.

L'attività politica può essere intensissima mentre diminuisce la capacità collettiva di intervenire su problemi strutturali che richiedono anni o decenni. Nasce la politica-teatro.

Non necessariamente perché gli attori fingano consapevolmente. Il fenomeno è più profondo. Quando un'architettura possiede sempre meno capacità di modificare determinate condizioni, la rappresentazione dell'azione può acquisire un'importanza crescente.

  • Il gesto sostituisce parzialmente il risultato.

  • La dichiarazione, il processo.

  • L'identità, il progetto.

  • L'indignazione, la costruzione.

La politica continua, ma comincia ad assomigliare inquietantemente allo zombie: conserva il movimento mentre perde capacità di biforcazione.

E questa perdita non si manifesta soltanto sulla superficie dei rituali. Trasforma anche il rapporto di una società con il passato, con la memoria e con ciò che decide di considerare proprio.


Il passato che non finisce di morire

Quando una società perde la capacità di immaginare il futuro, comincia ad amministrare identità ereditate dal passato.


Per questo le società zombificate hanno un rapporto particolare con la nostalgia: il passato fornisce qualcosa che il presente fatica a produrre: senso.

I movimenti politici cercano di ricostruire momenti fondativi. Le industrie culturali riciclano franchise. Le imprese resuscitano marchi. Le società reinterpretano conflitti attuali attraverso categorie ereditate. Le generazioni cercano rifugio simbolico in decenni che non hanno vissuto.

Nulla di tutto questo dimostra, da solo, una decadenza. Ogni cultura rielabora il proprio passato. Il problema compare quando la memoria smette di servire a produrre possibilità nuove e comincia a funzionare come sostituto dell'immaginazione storica.

Allora il futuro cessa di essere un territorio di costruzione e diventa una promessa di restaurazione:

  • fare di nuovo;

  • tornare a essere;

  • recuperare ciò che era;

  • ritornare.

La società smette di chiedersi che cosa debba costruire e comincia a chiedersi quale passato dovrebbe recuperare.

In questo processo anche l'identità può trasformarsi in merce: ciò che un tempo costituiva appartenenza, memoria o esperienza storica viene confezionato, rappresentato, consumato ed esibito.

Il passato cessa allora di funzionare come radice dalla quale produrre qualcosa di nuovo e comincia a circolare come prodotto destinato a essere riciclato indefinitamente.


Perché immaginiamo zombie

Le società producono mostri con i materiali delle proprie paure.


Torniamo alla domanda iniziale: quale esperienza del presente trova nello zombie una forma particolarmente efficace di rappresentazione?

Non è necessario supporre una causa unica né trasformare ogni narrazione in un'allegoria consapevole. I prodotti culturali possiedono storie proprie, convenzioni di genere, mercati, mode e meccanismi industriali di ripetizione.

Ma proprio perché determinate immagini ricompaiono e continuano a trovare un pubblico possiamo chiederci quali esperienze storiche siano in grado di rappresentare.

Ogni mostro ha permesso di elaborare differenti forme di inquietudine culturale. Lo zombie contemporaneo sembra particolarmente adatto a formularne una:

che cosa accade se continuiamo a essere qui, ma diventiamo progressivamente incapaci di produrre il nostro futuro?

Non abbiamo bisogno di morire.

Possiamo continuare.

Ed è precisamente questo l'orrore.


Lo zombie come figura dello Spodoceno

La morte di un sistema non consiste necessariamente nel fatto che smetta di funzionare, ma nel fatto che il suo funzionamento smetta di produrre futuro.


Possiamo infine comprendere la potenza culturale dello zombie all'interno dello Spodoceno.

Lo zombie conserva una forma mentre perde una capacità; un'istituzione esaurita può fare lo stesso:

  • Risponde automaticamente agli stimoli: il sistema degradato può riprodurre procedure la cui finalità originaria comincia a scomparire.

  • Consuma senza ricostruire: la società esaurita può consumare capacità accumulate senza riprodurle a sufficienza.

  • Contagia: il sistema trasmette incentivi che inducono gli attori a riprodurre comportamenti che possono essere individualmente razionali e collettivamente degradanti.

  • Continua a muoversi: la società continua a funzionare.

Per questo la zombificazione costituisce una figura culturale particolarmente precisa dello Spodoceno. Non rappresenta semplicemente un mondo distrutto; rappresenta qualcosa di forse più inquietante:

un mondo che funziona ancora dopo aver cominciato a perdere le capacità che rendevano possibile e significativo il suo funzionamento.

Nella sua forma estrema, un mondo il cui stesso funzionamento contribuisce a trasformare quelle capacità in residuo.


Il vero collasso

Il collasso può cominciare molto prima che qualcosa crolli.


La nostra immaginazione è abituata a rappresentare il collasso come un evento: una guerra, un'epidemia, un blackout, una crisi finanziaria, una rivoluzione, un disastro climatico.

Esiste un prima e un dopo.

Ma i sistemi complessi possono degradarsi in un altro modo.

Perdono lentamente capacità mentre conservano strutture, procedure e risultati accumulati. Non esiste necessariamente un momento spettacolare nel quale tutto finisce. Esiste una lunga zona intermedia nella quale:

  • i treni continuano a circolare;

  • le università continuano a insegnare;

  • gli ospedali continuano a curare;

  • le elezioni continuano a svolgersi;

  • le imprese continuano a produrre;

  • le persone continuano a lavorare.

Gli schermi continuano a brillare.

Eppure, sotto questa continuità, comincia a modificarsi qualcosa di fondamentale:

diminuisce la capacità di riprodurre le condizioni che rendono possibile quella normalità.

Il collasso cessa allora di essere soltanto ciò che accade quando il sistema si ferma. Comincia quando il sistema deve consumare una quantità crescente delle proprie condizioni di riproduzione per continuare a funzionare.

Questo è il territorio dello Spodoceno: il punto nel quale il residuo cessa di comparire soltanto alla fine del processo e comincia a penetrare nella logica stessa attraverso la quale il sistema si riproduce.


La prova del futuro

Una società conserva sovranità finché conserva la capacità di costruire alternative alla propria traiettoria.


Come distinguere, allora, una società semplicemente attraversata da difficoltà da una società che comincia a zombificarsi?

Non osservando soltanto quanto produce, quanto consuma o persino quanto cresce.

Occorre formulare un'altra domanda:

quali capacità sta riproducendo?

Vale a dire:

  • forma le persone di cui avrà bisogno?

  • mantiene le proprie infrastrutture ed è capace di trasformarle?

  • produce conoscenza strategica?

  • garantisce energia sufficiente?

  • sa coordinare interessi divergenti?

  • è capace di realizzare investimenti i cui risultati appariranno tra vent'anni?

  • sa modificare istituzioni che hanno cessato di corrispondere al proprio ambiente?

  • sa immaginare alternative e costruirle?

In altre parole:

conserva capacità di biforcazione?

Questa è la vera prova.

Perché una società viva non è semplicemente quella che continua a funzionare.

È quella che può ancora trasformare le condizioni del proprio funzionamento.


Epilogo: restare vivi

Il contrario dello zombie non è il sopravvissuto, ma chi può ancora scegliere dove andare.


Forse è per questo che i nostri schermi sono popolati da morti che camminano.

Non necessariamente perché temiamo che i morti ritornino, ma perché cominciamo a riconoscere una possibilità molto più vicina:

  • che le istituzioni continuino a funzionare;

  • che le economie continuino a produrre;

  • che la politica continui a parlare;

  • che le piattaforme continuino a intrattenere;

  • che noi continuiamo a lavorare, consumare, comunicare e spostarci;

e che, tuttavia, diminuisca lentamente la nostra capacità collettiva di decidere quale mondo vogliamo produrre attraverso tutta questa attività.

La paura profonda dello zombie contemporaneo non è allora la morte.


È la continuità senza futuro.


Perché il vero contrario di una società zombie non è una società che semplicemente sopravvive. È una società capace di interrompere i propri automatismi, riconoscere le capacità che sta perdendo e ricostruirle prima di consumare completamente i risultati accumulati.

Una società capace di ristabilire la corrispondenza tra le proprie istituzioni e il mondo che deve abitare.

Una società che conserva capacità di biforcazione.

Perché essere viva, per una società, non significa soltanto continuare.


Significa conservare la capacità di produrre futuro.


Di Hakan Illatiksi


11.10.2026


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