La Repubblica Coloniale e la Soppressione Sistemica della Sicilia

La Repubblica Coloniale e la Soppressione Sistemica della Sicilia

Riceviamo e pubblichiamo.

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La data del 2 giugno 1946 segna l’istituzione della Repubblica Italiana, ma per la Sicilia non rappresenta una conquista democratica. Al contrario, è il sigillo di un nuovo ordinamento politico fondato sull’annientamento della sua autonomia reale e sulla sua riduzione a colonia interna.

Il tradimento dello Statuto Siciliano

Lo Statuto Speciale per la Sicilia, approvato il 15 maggio 1946 — prima della nascita della Repubblica — fu frutto di una negoziazione politica tesa a evitare la sollevazione armata dell’isola e a riconoscere l’aspirazione siciliana all’autodeterminazione. Esso prevedeva:

• Autonomia legislativa primaria;
• Autonomia finanziaria attraverso la gestione indipendente delle imposte;
• Potere esclusivo su istruzione, beni culturali, infrastrutture, energia.

Tuttavia, a partire dalla promulgazione della Costituzione Repubblicana, il contenuto statutario è stato sistematicamente disatteso attraverso leggi ordinarie e prassi amministrative centralistiche che hanno svuotato l’autonomia di ogni effettività. Il comma 4 dell’art. 116 della Costituzione stabilisce che le Regioni a Statuto Speciale godano di “forme e condizioni particolari di autonomia”, ma in realtà si è verificata una progressiva riduzione del margine di autogoverno siciliano, violando il patto originario.

Colonialismo economico: dati oggettivi

1. Spesa pubblica pro-capite: secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato (2022), la Sicilia riceve meno di 2.900 euro pro-capite in investimenti pubblici, contro i 4.300 euro delle regioni del Nord-Ovest. In particolare, gli investimenti infrastrutturali sono inferiori del 42% rispetto alla media nazionale.
2. Gap infrastrutturale: meno di 18% delle ferrovie siciliane sono elettrificate, contro una media nazionale superiore al 70%. L’alta velocità si ferma a Salerno. Le autostrade siciliane sono in stato di degrado cronico, e l’assenza di continuità territoriale marittima e aerea impone ai siciliani costi di mobilità superiori del 60% rispetto alla media italiana.
3. Migrazione forzata: il rapporto ISTAT 2023 registra una fuga annua di circa 30.000 giovani siciliani verso il Nord e l’estero. Dal 2001 al 2023, oltre 750.000 siciliani hanno abbandonato l’isola, pari al 15% della popolazione residente. È una vera deportazione economica.
4. Fisco predatorio: la Sicilia genera attraverso l’ENI, l’energia elettrica, i porti commerciali e il turismo un gettito stimato in oltre 45 miliardi di euro l’anno. Tuttavia, il ritorno diretto in termini di investimenti e servizi è inferiore al 28%. Il residuo fiscale negativo della Sicilia supera ogni anno i 10 miliardi: una cifra che viene sottratta allo sviluppo dell’isola per finanziare le aree industriali del Nord.
5. Colonialismo culturale: la lingua siciliana non è riconosciuta come patrimonio nazionale. I programmi scolastici nazionali ignorano la storia siciliana, relegandola a nota marginale della “Storia d’Italia”. Il sistema mediatico nazionale descrive la Sicilia secondo stereotipi criminalizzanti e folkloristici, impedendo una rappresentazione seria e dignitosa.

Una Repubblica mai nata per la Sicilia

La Repubblica Italiana si presenta come democratica e unitaria. In realtà, essa ha applicato alla Sicilia le stesse logiche estrattive e predatrici che caratterizzano i rapporti centro-periferia tipici delle dinamiche coloniali:
• Sfruttamento delle risorse naturali senza compensazione adeguata;
• Mancata redistribuzione fiscale;
• Degrado infrastrutturale pianificato;
• Emarginazione culturale;
• Induzione alla migrazione forzata.

La Sicilia, di fatto, è una colonia fiscale ed energetica.

Conclusioni: il colonialismo interno come regime permanente

Celebrare il 2 giugno in Sicilia significa chiedere ai Siciliani di festeggiare la loro stessa subordinazione. La Sicilia è stata trasformata in una periferia economica, una zona di estrazione e di consumo passivo, privata di strumenti di sviluppo, di autodeterminazione e di dignità nazionale.

Una Repubblica che mantiene il proprio equilibrio politico ed economico sullo sfruttamento di una parte della popolazione non è una Repubblica: è un’oligarchia territoriale travestita da democrazia.

La soppressione sistematica dell’autonomia siciliana, la marginalizzazione socio-economica e l’umiliazione culturale non possono più essere taciute. È giunta l’ora di rompere il silenzio.

La Sicilia non ha bisogno di una “festa” che celebra la sua schiavitù.

Ha bisogno di liberarsi.

Mirko Stefio, Movimento Siciliano d’Azione

Commenti (3)

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Mostra commenti 3 caricati
    1. Giacomo 7 giugno 2025

      c'è sempre da considerare che le statistiche possono essere lette in vari modi.
      credo che i siciliani come gli abitanti di ogni regione italiana siano sfruttati dai propri politici e dagli amici degli amici, dove c'è emergenza e degrado campa il politico o chi detiene il potere, i soldi spariscono in mille rivoli, a mio parere la repubblica non esiste, esiste una classe di governanti che gestisce i beni altrui a modo suo e difficilmente sarà diverso il futuro

    1. nicolcass 5 giugno 2025

      ma pulitevi le strade, il percorso Punta Raisi Palermo è una discarica...soliti piagnistei...

    1. maghi 5 giugno 2025

      mah, mi ricordo che un tempo i forestali erano 40.000. Non facevano nulla come le poche migliaia, che erano in Toscana, che appena spruzzolava un mm di neve, si mettevano in cassa integrazione. E allora gli inverni erano nevosi da fine ottobre ad aprile. Un vero esercito pagato dalla stato italiano. Chissà cosa succederà non appena finirà l'abbondanza petrolifera. Mi diceva un collega siculo, che suo padre, agricoltore, partiva all'alba e tornava a buio, perchè il terreno era lontano dal paesello. Ora invece ad agosto tutti i migranti, cioè tutti i nati dal '60 in poi, che sono andati a fare i dipendenti pubblici al nord, si riuniscono a festeggiare nella piazza del paese, mangiando e brindando a spese pagate cogli stipendi statali per le splendide carriere regalate loro, sempre dallo stato italiano. Bisognerebbe essere meno coccodrilli, che piangono, mentre divorano la preda e più esseri umani dotati di canoscenza e virtute, come diceva il mio antenato Alighieri, ma non è mai stato e mai sarà. Quasi tutti chiagne e fotte, come dicono a Napule.

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