La pace è donna?

LA PACE È DONNA?

Riceviamo e pubblichiamo questo contributo con l’auspicio di contribuire al dibattito sui tumultuosi tempi che viviamo, nel solco della migliore tradizione tracciata da ComeDonChisciotte.org: uno spazio di pluralismo e liberta’ di espressione, dialogo e confronto aperto e leale.

Buona lettura.

Di Anna De Nardis

"E quelle che non accettarono la sconfitta, e che non si rinnegarono vendendosi ai guerrieri o cadendo nell'apatia e nella rinuncia, sparirono nel grembo oscuro del mondo contadino, dove segretamente si coltivavano le memorie inventate di una società che non c'era mai stata ma che avrebbe potuto esserci, se il bastone e la spada non avessero prevalso; e se le donne avessero potuto continuare a sviluppare la pacifica sapienza della difesa della vita e della salute contro la fame, le malattie, le calamità, la violenza." Joyce Lussu.

Nel 1988, dal 21 al 29 agosto, ho partecipato a Gerusalemme a un «campo di pace» promosso da pacifiste italiane per favorire l'incontro e il confronto tra 68 donne italiane, rappresentanti di associazioni femminili palestinesi e un gruppo di israeliane provenienti da realtà politiche diverse.

L'iniziativa era stata avviata, nel 1987, da esponenti della Casa delle donne di Torino, del Centro di documentazione delle donne di Bologna e dalle donne dell'Associazione per la pace, per costruire un percorso autonomo di dialogo, oltre l'ostilità tra i popoli, a partire dal vissuto comune delle donne in una società militarizzata. Si intendeva, da una parte, «sperimentare la nostra diversità» e, dall'altra, «rafforzare la capacità di mettere in discussione la preminenza delle armi».1

Perché ricordare un evento di 35 anni fa?

Per due ragioni: la prima, per sottolineare la “disattenzione” dei governi e dei media occidentali verso la condizione della popolazione palestinese che vive sotto occupazione israeliana da decenni, in una situazione di oppressione, umiliazione, violenza.
Uno dei più autorevoli sostenitori dei diritti di quella comunità, il professore Jeff Halper, antropologo israeliano, dichiara:

“la storia che vedo io [...] è che il 7 ottobre è stato il sintomo di una colonizzazione continua, di uno stato di apartheid e della sofferenza continua del popolo palestinese. [...] Questa ormai è una seconda nakba, e i palestinesi rischiano di essere distribuiti e ricollocati qua e là nel mondo, per poi lentamente sparire.”2
La seconda ragione di questo richiamo è ricordare le esperienze autonome realizzate dal movimento femminista di quegli anni e le pratiche adottate che, sia pure nella diversità dei gruppi protagonisti, comportavano anche un radicale cambiamento di prospettiva nel modo di leggere la realtà.

Durante gli incontri a Gerusalemme, incentrati principalmente sui temi della salute e del lavoro delle donne, abbiamo conosciuto, dal racconto diretto, la condizione delle donne arabe, sia di Israele, sia dei Territori occupati, e il loro impegno a unire gli obiettivi di emancipazione con la lotta nazionale contro l’occupazione. Le palestinesi hanno denunciato gli aspetti di violenza specifica contro le donne, dalla discriminazione delle lavoratrici arabe, all'uso di gas lacrimogeni - lanciati anche in ambienti chiusi - di cui si sono riscontrate conseguenze negative sulla gravidanza fino all'aborto, e di cui si sospettava che inducessero delle mutazioni genetiche.

Dal canto loro, le partecipanti ebree hanno analizzato i riflessi della guerra sulla loro vita e raccontato l'emarginazione subita dalle femministe che praticavano l'antimilitarismo.
Le attiviste dei diversi gruppi hanno parlato di iniziative comuni - spesso nate da contatti personali per la difficoltà a rapportarsi con le strutture organizzate palestinesi - come i centri contro la violenza sessuale, e delle attività di volontariato, come l'assistenza alle detenute, le visite di solidarietà, la raccolta di medicine, cibo, denaro da inviare a Gaza.
Tra le varie manifestazioni contro la guerra, una particolare importanza aveva assunto, anche per la risonanza che aveva avuto in Europa, l'iniziativa delle Donne in nero, un gruppo di cento donne "diverse per opinioni politiche e definizione di se stesse", che, vestite di nero, si riunivano ogni venerdì in una piazza di Gerusalemme, per protestare in silenzio, spesso sottoposte ad aggressioni di tipo sessista.

Oltre agli incontri di discussione, si sono realizzate altre forme di vicinanza alle due parti, con le visite ai villaggi della Cisgiordania, durante le quali venivano mostrate le conseguenze dell'occupazione militare e le attività di resistenza; con la presenza nella piazza delle Donne in Nero; con la manifestazione con le donne palestinesi, nei pressi del carcere Ansar 3, nel deserto del Negev, per esprimere solidarietà con i detenuti politici - azione brutalmente repressa dall'esercito israeliano.

Tali esperienze mi appaiono in continuità, per il loro significato profondo, con l'intensa attività di studio e di riflessione collettiva scaturita dalla lotta delle donne italiane contro l'uso dell'energia nucleare, a seguito dell'esplosione della centrale di Chernobyl, che ha rappresentato un momento alto del movimento femminista e ha contribuito alla vittoria nel referendum del novembre 1987.

Nel riportare alla memoria quegli eventi, mi chiedo: oggi, queste esperienze di autonomia culturale delle donne sono state dimenticate? O volutamente rimosse? Non trovo più nei nuovi movimenti - almeno in Europa - l'aspirazione a un cambiamento radicale della società, che quelle lotte portavano con sé; la tensione verso il ribaltamento di “valori” che ci opprimono; la volontà di liberarsi di una vita incasellata da regole dettate da altri, soprattutto a livello collettivo. - Più avanti mi spiegherò meglio.

Elisabetta Donini, una delle promotrici del Campo di pace a Gerusalemme, scriveva in quel periodo:
"Occorre «fare la pace» nella pratica concreta dell'esistenza quotidiana, tanto sul piano individuale che collettivo; il che significa che vanno smontati i meccanismi strutturali e mentali su cui si fondano i rapporti di dominio: in primo luogo quello della disparità tra i sessi."3

Come dire che l'impegno per la pace - per le femministe dell'epoca - richiede percorsi autonomi sia nell'elaborazione culturale che nell'organizzazione di pratiche politiche, in quanto il valore di riferimento si trova nella prospettiva della liberazione e non in quella dell'emancipazione o, peggio, delle «pari opportunità» (concesse dal potere patriarcale) a cui il neoliberismo l'ha ridotto:

“... il movimento di liberazione delle donne, ovunque è sorto, è sempre stato trasgressivo e sovversivo: rispetto a tutto l'ordine sociale, alla tranquillità dei rapporti di potere consolidati nelle famiglie, all'accettazione dei valori dati per ovvi..."4

Tra questi, si intendono sovvertire le basi ideologiche della struttura militaristica propria degli Stati moderni.
Birgit Brock Utne, nel saggio La pace è donna, documenta come, dall'opposizione alla guerra dei primi del Novecento alla lotta contro il nucleare in tutte le sue articolazioni, le donne spesso sono state avanguardie, e hanno inserito tale impegno in un progetto generale di cambiamento della società e dei suoi paradigmi culturali, come, ad esempio:

“Susan Koen e Nina Swaim, che considerano la sete di potere manifestata da un arsenale nucleare sufficiente a spazzare via l'intero globo più volte “espressione della mentalità nucleare ", da esse intesa "come un sistema di fede, un’ideologia che incoraggia l'uso della tecnologia distruttiva per sostenere l'espansione e il dominio insiti nella società patriarcale capitalista. Considerando la società patriarcale come una società caratterizzata dalla violenza, dallo sfruttamento, dalla reverenza per tutto quanto è scientifico come fosse un assoluto, da una profanazione sistematica della natura per la soddisfazione dell' uomo."5

E ancora, come Winona La Duke, appartenente alla tribù indiana dei Chippewa che "spiega come le donne indiane americane vedano la lotta per le miniere di uranio: «… noi ci consideriamo come parte integrante, quasi una rappresentanza della terra. La terra è nostra madre. Una donna. Le donne sono sfruttate e così pure la nostra madre terra. E noi dobbiamo lottare per entrambe.» Come donna indigena, la Duke si preoccupa dello sfruttamento storico dei popoli indigeni, della colonizzazione delle terre indiane, e degli attuali pericoli che gli indigeni si trovano a dover affrontare a causa degli impianti per l'estrazione dell'uranio…"6

Anche per la Brock Utne è chiara la distinzione tra uguaglianza e liberazione delle donne:
“Vogliamo l'uguaglianza ma le premesse debbono essere le nostre. [...] Non vogliamo diventare come gli uomini, né copiare il loro comportamento. Noi cerchiamo di costruire altri modelli di comunicazione, altri modi di stabilire rapporti, di organizzare il lavoro. [...] Ci opponiamo alle gerarchie. Cerchiamo di cooperare e di abbattere la competitività. Miriamo a una formazione che renda le donne capaci di far valere i propri diritti di diventare indipendenti, critiche, ma vogliamo anche mantenere gli aspetti della nostra educazione che ci permettono di prenderci cura degli esseri viventi, bambini e adulti, delle piante e degli animali, e della madre terra, ed insegnare tutto ciò agli uomini.”7

Quindi:

"Come femministe siamo più interessate al concetto di liberazione che al concetto di uguaglianza. [...] Invece di chiederci quante donne ci sono nelle varie istituzioni maschili, ci chiediamo quali possibilità le donne hanno o hanno avuto, di influenzare queste istituzioni con i loro valori, la loro cultura [...] Nel nuovo movimento femminista, ci siamo occupate della liberazione dalle strutture oppressive. Queste strutture sono un prodotto tanto del capitalismo (sia privato che di stato) quanto del patriarcato."8

L'autrice, il cui impegno è educare alla pace, ritiene sia necessario a tal fine ripensare i valori e cambiare le strutture che sono a fondamento delle relazioni sociali. Per lei, le principali strutture a cui opporsi sono certamente gli apparati militari ma anche l'attuale assetto della scienza (che “è diventata un dogma, come la cristianità. Si considera la scienza come colei che tiene i segreti dell'universo e ne ha la responsabilità. [...] Gli scienziati sono diventati i nuovi padroni della società e della natura.”)9 e la tecnologia ("C'è molta verità nell'affermazione che la tecnologia detta leggi alla politica, che le nuove armi non provengono da richieste militari o di sicurezza, ma sono il frutto dello slancio insito nel processo tecnologico.")10

Riguardo a questa problematica, "c'è da discutere come [le conoscenze] vengono prodotte, quali rapporti di potere incorporano, a quali finalità rispondono." - afferma Elisabetta Donini.11

Tale dibattito è avvenuto soprattutto in seguito al disastro nella centrale nucleare di Chernobyl:

"Attraverso la critica dell'idea meccanicistica del progresso, sia sul versante dello sviluppo industriale, sia su quello scientifico e tecnologico; ed attraverso l'elaborazione della coscienza del limite e del rifiuto dell'ideologia del rischio, proprio le donne sono state al centro di un rapido quanto profondo ribaltamento delle categorie correntemente condivise, tanto da rendere manifesto che l'argomento della sicurezza deve essere socialmente più forte di quello della crescita quantitativa. Il successo nel referendum sul nucleare del 1987 ne è stato uno dei risultati concreti più evidenti ed ha avuto molto a che vedere proprio con un mutamento radicale dei criteri di giudizio e con la volontà di uscire dalla logica dell'industrialismo e del produttivismo, in nome del diritto degli individui a vivere innanzitutto rapporti sereni con il loro contesto ambientale."12

In un seminario sul tema «La scienza e la guerra nell'opera di Christa Wolf», svolto presso il Liceo Classico di Siena nel 1991, in concomitanza con la guerra del Golfo, Elisabetta Donini sosteneva la necessità di "uscire dalla convinzione, di cui la scienza è struttura portante, che ci sia uno sviluppo di necessità degli eventi che approda allo scontro, al conflitto, alla riduzione degli opposti, alla guerra."13

Metteva quindi in luce il legame culturale tra guerra e scienza, entrambe basate sull'impostazione deterministica dell'analisi della realtà. Occorre quindi riflettere sulla categoria del "necessario", supportata dai principi della logica aristotelica, su cui sono basate le dicotomie che hanno caratterizzato il pensiero occidentale: uomo/donna, cultura/natura, amico/nemico; espressioni di una razionalità lineare che porta alla riduzione degli opposti, cioè all'annientamento del nemico, così come alla sottomissione delle donne, al dominio della natura, alla distruzione di intere comunità che vivevano (vivono) su territori da colonizzare.

«Tra uccidere e morire c'è una terza via: vivere», ha scritto Christa Wolf,14 indicando, in tal modo, il “rifiuto del concetto di necessità."

«Vivere» è il messaggio della comunità delle donne dello Scamandro, "le donne cioè che avevano un loro spazio di autonomia e di libertà che pescava nella profondità della storia, in quella fase della storia che non c'è stata tramandata dai filoni di pensiero che sono diventati dominanti, nella fase in cui il femminile era principio organizzativo [della struttura sociale]."

«Vivere» indica pertanto la loro "volontà irriducibile alla logica della guerra".15

Mentre i Greci seguono la via dell'«apprendere attraverso il soffrire».16 Con questa citazione Christa Wolf "sintetizza una analisi storica della scienza moderna che molte riflessioni femministe hanno elaborato ripercorrendo quale transizione di metafore, quale enorme trasformazione dell'immaginario, cioè del complesso profondo delle culture, è avvenuto tra il Cinquecento e il Seicento, quando la Natura ha cessato di essere madre o meglio, quando i protagonisti, gli inventori della scienza moderna hanno voluto non guardare più alla natura come madre, cioè corpo vivente, insieme dinamico di processi con una sua catena interna di cambiamenti, per trasformarlo in insieme inanimato di oggetti, su cui imporre la volontà di cambiamento dall'esterno. Il ridurre a oggetto: non è questa la forma principale della violenza?"17

La definizione di «pace» proposta da Birgit Brock Utne è la seguente:

“Per pace si intende l'assenza, in una determinata società, di violenza interna ed esterna diretta e indiretta. Inoltre si intendono i risultati non violenti derivanti dall'applicazione dell'uguaglianza dei diritti, per cui ogni membro di quella società, attraverso metodi non violenti, partecipa nella stessa misura al potere decisionale che la governa e alla distribuzione delle risorse che la sostengono."18

A mio parere, in questa definizione occorre aggiungere (o esplicitare) il principio di autodeterminazione delle donne, che vuol dire anche azione ed elaborazione culturale autonome.

Tale presupposto, soprattutto sul piano della ricerca teorica sul militarismo e sulla scienza, si rende necessario perché - come sostiene la stessa Brock-Utne - "Chi detiene il potere ha anche l'autorità per stabilire le conoscenze da privilegiare, ha il potere di definire concetti, di imporre il proprio modo di pensare come l'unico razionale ed oggettivo, e di etichettare come «politico» e «irrazionale» un modo di pensare diverso dal proprio. [...] Come ha sottolineato Basil Bernstein il modo in cui una società seleziona, classifica, distribuisce e valuta il sapere «riflette sia la distribuzione del potere che i principi di controllo sociale»." Pertanto, l'autrice sottolinea che:
"Negli ultimi anni la critica femminista sulle discipline accademiche ha fornito un contributo significativo al dibattito sulla politica del sapere mettendo in dubbio la validità del cosiddetto «sapere oggettivo».

Nel suo articolo sulla falsa ideologia della scienza [Adrienne Rich] mette in luce come i principi secondo cui «la scienza è oggettiva e razionale» e «la scienza è neutrale» sono miti che servono ai potenti, e sottolinea che
«per far sì che le loro scoperte possano essere accettate preliminarmente, gli scienziati adottano uno stile di razionalità formale, insistendo sul fatto che le conclusioni a cui pervengono sono logicamente conseguenti».
[...]

La dottrina che la conoscenza scientifica è «oggettiva» e «neutrale», come anche quella per cui la scienza può stare separata dalla politica, possono essere usate per nascondere lo stretto collegamento tra ricerca e politica, tra pensiero e azione. Queste dottrine impediscono anche l'esercizio della responsabilità collettiva attraverso le organizzazioni scientifiche formali come le società professionali."19
Parallelamente, come abbiamo visto nell'opera di Christa Wolf, sono stati destrutturati alcuni miti su cui si poggia l'ideologia militarista.

Particolarmente lucida e profonda è la testimonianza di Lydia Franceschi,20 madre di Roberto. ("Il 23 gennaio 1973 mio figlio Roberto veniva colpito mortalmente alla nuca da un reparto della 3ª Celere, schierato davanti all'Università Bocconi, per impedire una assemblea di studenti e operai, autorizzata dapprima dallo stesso Rettore, ed improvvisamente revocata, mezz'ora prima del suo inizio, con l'intervento della polizia.")

Lydia, che si ribella al ruolo di «madre di un eroe-martire», “cosciente che tale accettazione avrebbe annullato la mia identità e il mio modo di essere donna e madre", afferma tra l'altro:
"Negare il mito dell'eroe vuol dire non accettare l'attuale cultura di guerra, la filosofia del deterrente, la logica dei più perfezionati eserciti del mondo che si contrappongono alla forza morale e politica dei popoli che difendono la loro identità e il diritto di autodeterminazione.

Negare l'eroe significa non accettare l’attuale meccanismo del profitto portato a forme di illecito tale da determinare aree di sottosviluppo, di fame, di disoccupazione, di disperata impotenza, e l'uso della scienza quando diventa strumento per nuove forme di oppressione, di sfruttamento collettivo ed individuale."

***

Se mi sono dilungata su alcuni aspetti delle riflessioni e delle iniziative condotte dal movimento femminista degli anni '80, è per sottolineare la sostanziale assenza di attività pratica e di elaborazione teorica dell'attuale movimento - soprattutto in Italia - riguardo ai temi trattati in questo articolo.

Il filone di analisi introdotto dalle studiose Joyce Lussu e Maria Ludovica Lenzi21, ad esempio, risulta ignorato o abbandonato, al contempo la critica della scienza moderna, che oggi richiederebbe un notevole sforzo di approfondimento, a parte alcune eccezioni illustri (Vandana Shiva, Isabelle Stengers) non è più presente nel dibattito delle donne.

Forse perché, come scrive Silvia Federici, "Negli ultimi vent'anni le femministe si sono impegnate a ottenere spazi per le donne all'interno delle istituzioni, dai governi nazionali alle Nazioni Unite."?22
In ogni caso, non appare una volontà di mettere in discussione le strutture che sono all'origine della guerra e della violenza e sembra che si sia persa la capacità di essere protagoniste di azioni "trasgressive e sovversive".
Nel periodo della cosiddetta pandemia (più corretto sarebbe usare il termine «sindemia»), a parte voci isolate di donne storicamente appartenenti al movimento, le attuali aggregazioni femministe hanno accettato acriticamente o comunque subito, da parte degli apparati statali - forze di polizia comprese - una gestione autoritaria, violenta e lesiva dei nostri diritti e della nostra salute, ignorando analisi e contenuti delle lotte delle generazioni precedenti.
Hanno accettato che un potere patriarcale le relegasse in casa - talora in ambienti violenti - e scaricasse su di esse gran parte delle azioni, decise dall’alto, volte a ‘contrastare’ il virus, dalla sorveglianza dei minori all'accudimento dei conviventi malati: costrizioni contro cui quelle della mia età hanno combattuto e che hanno origine nel disciplinamento operato dalla borghesia nascente - contemporaneo all'imposizione di modelli meccanicisti nella scienza e nella medicina - per il controllo della sessualità e della procreazione23.

Come spiega Silvia Federici, nell'ultima parte del XVII secolo, con l’intervento dello stato, “il corpo femminile fu trasformato in un mezzo di riproduzione e accrescimento della forza lavoro, [...] funzionante secondo ritmi che sarebbero sfuggiti al controllo delle donne”, privandole, cioè, “della condizione più fondamentale per la loro integrità fisica e psicologica."24

La partecipazione di medici e scienziati a questo processo fu rilevante, dal contributo alla persecuzione delle streghe25, alla teorizzazione dell’inferiorità biologica e intellettuale delle donne26.
(Oggi, in occasione della pandemia, la ‘reclusione’ ha avuto soprattutto una funzione di controllo psicologico).

È in quel periodo che si elabora la figura della casalinga e il lavoro domestico "fu definito una risorsa naturale esistente al di fuori della sfera dei rapporti di mercato."27

Lavoro che, nel caso della Covid 19, ha dovuto fornire l’assistenza e la cura domiciliare dei malati, che sono spesso mancate da parte dell'organizzazione sanitaria pubblica. "Nel complesso - scrive ancora la Federici - le donne sperimentarono, insieme alla svalutazione economica e sociale, un processo di infantilizzazione legale."28

E un nuovo processo di infantilizzazione hanno subito le donne a causa delle strategie anti-covid19, quando si sono assoggettate, ora per ora, giorno per giorno, a norme spesso contraddittorie e di dubbia validità, che piovevano dall'alto delle stanze ministeriali e regolavano la loro vita quotidiana.

Tale processo ha indotto nuove forme di aggressività e di emarginazione, nei confronti di quelle persone che non volevano o non potevano sottostare alle prescrizioni imposte.

(Ma su questi aspetti della violenza non mi sembra che le ‘femministe’ abbiano riflettuto)

Subalterne alla visione meccanicistica della medicina, sostenuta da un governo che ha rifiutato qualunque confronto sulle strategie di cura e sul funzionamento delle strutture sanitarie, le donne dei vari movimenti hanno rinunciato a incontrarsi, e a discutere. Hanno in tal modo rinunciato a quella pratica femminista attraverso cui, mettendo in comune emozioni, paure, problemi, le donne in passato avevano delineato nuove analisi della propria condizione:
"molto rapidamente le donne furono in grado di identificare la loro oppressione come un fenomeno che, se pure ha delle motivazioni ed anche delle conseguenze molto materiali, si mantiene però in piedi così efficacemente soprattutto mediante una complessa struttura culturale, che agisce in modo molto diffuso sia nel tempo sia nello spazio..."29

Da questa pratica, che condusse a una rivalutazione della corporeità, e rifacendosi all'esperienza del self-help, praticato dal Movimento per la salute della donna degli Stati Uniti, sorsero e si diffusero molti gruppi che affrontarono il tema fondamentale della medicina, sia nella riflessione teorica, sia con l'organizzazione di consultori autogestiti: "La presa di coscienza ha il suo centro nella sessualità e nel corpo segnati dal dominio maschile, che è patriarcale e capitalistico. Cercare se stesse, anche nella storia, è prima di tutto riappropriarsi del corpo: salute e medicina diventano per tante donne il crocevia in cui si affrontano tutte le componenti materiali e ideologiche dell'oppressione e in cui la coscienza di sé può crescere attraverso nuove forme di resistenza ai condizionamenti sociali. Ritrovarsi è recuperare, con l’aiuto reciproco, la capacità di decidere e sapere che sono state negate sia nella gestione degli eventi biologici che nella cura delle patologie piccole e grandi."30

In un documento del 1974 si legge:

"Abbiamo sempre lasciato la gestione di aspetti fondamentali della nostra vita di donne ai medici. Ora pensiamo di dover cambiare [...] L'angoscia è anche conseguenza dell'ignoranza e del proprio corpo e delle sue potenzialità."31
La consapevolezza della funzione di controllo che ha assunto la medicina nell'era moderna, acquisita dalle donne che hanno messo in gioco la totalità del proprio essere nei gruppi di autocoscienza, è invece mancata nella posizione espressa in generale dalle femministe nei confronti della gestione politica della pandemia.

Si è riscontrato un atteggiamento di delega acritica agli ‘esperti’ e agli apparati istituzionali, nella ricerca di soluzioni puramente tecnologiche, di fronte a una crisi che ha evidenziato problematiche sociali e i limiti di un metodo riduzionista della cura. Si è avallato in tal modo la svalutazione di ogni altra fonte di sapere e di esperienza.
Si è abbandonato il principio di precauzione, accettando la ‘vaccinazione’ mediante l'uso di prodotti genici, non sottoposti alla sperimentazione che le stesse norme correnti avrebbero richiesto ("come si era pronunciata anni fa da FDA, è necessario aspettare decenni per conoscerne a fondo gli effetti collaterali'.")32

Si è, in altre parole, rinunciato al protagonismo politico che aveva arricchito altre fasi del movimento femminista.

I pochi esempi che ho riportato - anche se insufficienti a mostrare la ricchezza di idee e prassi espressa dal movimento degli anni ’70-’80 - spero che riescano tuttavia a testimoniare la complessità delle analisi compiute all'epoca, mediante le quali le donne che lottavano per la propria liberazione hanno messo in luce i legami tra la violenza subita privatamente, individualmente, e la violenza delle strutture dello stato: nel Campo di pace in Palestina, affrontando il problema della guerra, si discuteva anche di lavoro, scuola, salute, nella ricerca delle radici comuni da cui nascono sia l'oppressione quotidiana, sia l'aggressività militarista. Questa ricerca si è oggi interrotta.

Eppure a me sembra opportuno, non solo per la vicinanza temporale delle due crisi che sono sorte negli ultimi anni, approfondire ciò che l'esperienza della pandemia ha fatto emergere: la gestione della 'salute' da parte delle istituzioni nazionali e internazionali - dall'OMS alle ASL - e la gestione dei conflitti militari presentano aspetti comuni, che vanno oltre il livello operativo e mediatico. Non solo, cioè, per il linguaggio usato da scienziati e politici nella 'lotta' al virus; per la militarizzazione del territorio durante il lockdown; per la repressione di ogni voce critica, come in uno stato di guerra; per l'esaltazione del sentimento nazionalista (mentre venivano di fatto impedite reali forme di solidarietà e di pietà umana); per l’affidamento a un’autorità militare della ‘campagna’ di vaccinazione.

Tutto ciò consegue dal fatto che il sistema sanitario e gli apparati bellici presentano similitudini soprattutto negli aspetti strutturali.

Primo fra tutti, il metodo scientifico riduzionista e finalizzato al dominio su cui sono basate le tecnologie che si vanno diffondendo sempre più per sostituire l’‘arte’ medica. Molto spesso la stessa tecnologia passa da un settore all'altro, come l'uso delle radiazioni nucleari in medicina o le ricerche di biologia molecolare e di epidemiologia che trovano applicazione nelle armi batteriologiche. Il sistema sanitario, inoltre, condivide con gli apparati bellici la caratteristica di 'corpo separato', indipendente dai bisogni sociali. Nel senso che nei fatti ignora le origini complesse della malattia e del disagio e riporta tutto nell'ambito asettico delle ricerche di laboratorio, sostituendo la tecnologia alla ‘cura’. Ad esempio, quali azioni sono promosse per prevenire realmente malattie da inquinamento, da cattiva alimentazione o per impedire le morti sul lavoro?

Ciò richiederebbe una riconversione delle produzioni pericolose, nocive o inquinanti, contraria agli interessi della classe padronale.

Sono ancora attuali le denunce che, in altri tempi, faceva Giulio Maccacaro, pur partendo dalla condizione delle fabbriche - quando parlava di "razionalità asservita quanto più si dichiara oggettiva" che recupera "da questa sanità modi e strumenti per dare una risposta preformata e normalizzante, quindi contenitiva e infine repressiva a una
domanda che nasce da un malessere classificato patologico ma autenticamente esistenziale (sociale)."
E progettava "la nascita e lo sviluppo di forme di governo popolare e di democrazia diretta con particolare riguardo allo specifico socio-sanitario." Puntualizzando che: “l'autorità cui opponiamo la partecipazione è identificata come quella che [...] si pone di fatto quale esecutrice dei comandi di un potere che la sovrasta e che, pagatala con ruoli e privilegi, ne fa lo strumento più insidioso ed efficace del controllo sociale nella forma della medicalizzazione. Per tutto ciò essa pretende: il diritto di un sapere separato, la consegna di un uomo oggettivato, l'esercizio di un insindacabile potere."

Maccacaro individuava la funzione repressiva delle strutture sanitarie. "[nell’] avanzante tecnicizzazione dell’atto medico fino alla estinzione dei suoi contenuti di rapporto interpersonale;
[nella] diffusione di false o inefficaci pratiche di prevenzione secondaria per deviare la domanda di conversione del modo di produzione; [nell’] attribuzione al medico di nuovi compiti repressivi nei confronti del comportamento infantile, se è un pediatra, del diritto di aborto se è un ostetrico, del rifiuto del lavoro se è un fiscale [...], della rivolta alla nocività se è un medico del lavoro, e così via."

Attraverso cui viene negata "l’affermazione di sé non solo come soggetto di salute ma come soggetto di sanità capace di appropriazione e autogestione della medesima."33

In tal modo la medicina istituzionale può assumere il controllo dei corpi, attuare la spersonalizzazione dei soggetti assistiti e la privazione della loro autonomia, gerarchizzare le procedure mediche, come avviene nelle strutture militari. Tutto ciò ha radici storiche, come ricorda Joyce Lussu: dall'epoca in cui appaiono gli eserciti di stato, l'istituzione militare “diventa così il modello delle altre istituzioni: la fabbrica come la caserma, la scuola come la caserma, l'ospedale come la caserma..."34

Tale opinione è condivisa dalla giornalista Mona Chollet, in un'opera più recente:
"Come l'esercito, la medicina è un ambito professionale in cui sembrano regnare un’ostilità innata nei confronti delle donne, un culto delle attività virili e un vero e proprio orrore per i comportamenti da femminucce. [...]

In modo singolare ancora oggi ritroviamo nella medicina tutti gli aspetti della scienza nata nell'era della caccia alle streghe: lo spirito aggressivo della conquista e l'odio per le donne; la credenza nell’onnipotenza della scienza e di chi la esercita, ma anche nella separazione del corpo e dello spirito e in una fredda razionalità libera da ogni emozione."35

L'ultimo elemento strutturale che vorrei rilevare (ma questi temi andrebbero approfonditi ed arricchiti) è la filosofia del rischio che, negli ultimi decenni, si è allargata dall'ambito militare ad altri campi di ricerca, compresa la medicina.

Elisabetta Donini sottolinea che:
"Tra le componenti emotive che emergono con maggior forza dai racconti degli scienziati [che avevano partecipato alla realizzazione degli ordigni nucleari del progetto Manhattan] c’è l'esaltazione provata per l'enormità della sfida in cui si sentivano impegnati [...] È l'epopea del gusto per il cimento e per il rischio che tante volte è stato celebrato come un atteggiamento distintivo del maschile, dispiegatosi nella storia della nostra specie; strutturandosi in una scansione gerarchica, esso ha portato a privilegiare l'audacia associata alla capacità degli uomini di dare la morte, rispetto e al di sopra della capacità delle donne di dare la vita."36

La categoria del rischio è entrata a far parte del linguaggio scientifico, nella forma di 'probabilità', quando si formularono nuove strutture conoscitive, nell'ambito degli studi dei fenomeni nucleari: in tal caso si operò “una svolta epistemologica che ha portato i primi studiosi di radioattività a sostituire la prospettiva causale con quella statistica. [...] Credo infatti - scrive Donini - che in tale reticenza ad andare a fondo nel tentativo di interpretazione dei fenomeni si annidasse un problema molto complesso, di ridefinizione degli spazi delle scelte e delle responsabilità…”

Riferendosi al dibattito, successivo al disastro di Chernobyl, sull'uso del nucleare 'civile', l'autrice annota:
"la categoria del caso, costitutiva delle strutture scientifiche che hanno prevalso nella meccanica quantistica su cui quella tecnologia si innesta, è stata trasferita dalle centrali all'intero corpo sociale, portando a descrivere i possibili pericoli in termini di «soglia di rischio» o di «rischio accettabile»."

“La categoria del rischio è stata posta a fondamento di una «filosofia»”; il problema è che “in generale i valori di riferimento rimangono impliciti e si pretende invece di disporre di metodi oggettivi capaci a priori di tenere conto in modo imparziale di qualsiasi fattore."37

La filosofia del rischio e il metodo statistico sono stati assunti dalla medicina contemporanea (ad esempio nelle analisi «costi/benefici») e sono stati presentati come criteri 'scientifici' (e pertanto 'oggettivi'), per giustificare la somministrazione di 'vaccini' che tanti dubbi stanno sollevando per le ricadute a breve e a lunga scadenza sulla salute delle persone.

Anche da parte di scienziati, finora molto cauti, “si comincia a porre attenzione sull'eccesso di morti di quest'anno (no Covid), rispetto agli anni pre-pandemia."38

Inoltre, la riduzione delle persone a elementi del calcolo statistico produce la perdita di identità delle stesse (non più soggetti di salute e di sanità, come direbbe Maccacaro) con il conseguente scadimento della loro dignità, umana e sociale. È il processo con cui si è voluto dare giustificazione politica e morale all'introduzione del green-pass, uno dei recenti sistemi di controllo adottato dal potere.

Ma un'analisi attenta avrebbe dovuto, già da tempo, far comprendere le interconnessioni tra le varie strutture preposte al controllo e al dominio adottate dalla ‘civiltà moderna’.

Robert Manoff, nell'articolo "I media: sicurezza nucleare contro democrazia”, pubblicato nel gennaio 1984 dal Bulletin of the Atomic Scientist e nel giugno 1984 sulla rivista Scienza Esperienza, scriveva: “[Il regime nucleare] È un sistema che mantiene la «dissuasione» mobilitando la scienza, la tecnologia, l'industria e la politica. [...] Il regime nucleare, in altre parole, ha la sua propria struttura epistemologica, il suo proprio dispositivo per acquisire e distribuire conoscenze. Una simile struttura fu delineata dal Progetto Manhattan, rafforzata al tempo del bombardamento di Hiroshima e, da allora in poi, ribadita un anno dopo l'altro.

Il dispositivo di conoscenza strutturato dal regime nucleare ha stabilito che cosa può essere conosciuto e da chi; ha stabilito una definizione della segretezza e dell'accessibilità; ha stabilito una politica dell'informazione e dei media; ha stabilito concettualmente ciò che sono e ciò che non sono la competenza, la conoscenza tecnica, la conoscenza generale [...] Questa struttura epistemologica definisce i campi di ricerca e fissa i rapporti tra questi campi e il resto. Stabilisce l'agenda della ricerca scientifica e medica. [...] Stabilisce perfino i criteri che debbono servire a definire ciò che può essere considerato un fatto, un'opinione, l'essenza stessa della conoscenza. [...] la struttura epistemologica del regime nucleare è incompatibile con la struttura epistemologica della stessa democrazia."39

Ed è proprio sul piano epistemologico che sono state espresse le più importanti critiche alla scienza e al militarismo da parte del movimento femminista degli anni '80. Tra le riflessioni, prodotte soprattutto dopo Chernobyl, c’è la denuncia di come "il progresso tecnico si insinua nei tentativi di recupero del corpo, estendendo in modo spregiudicato la sorveglianza e le interferenze su tutta la vita biologica." Pertanto le donne iniziavano “ad affrontare la cultura dell’onnipotenza, del dominio e del rischio che presiede ai laboratori scientifici e agli impianti ad alta tecnologia, parla[va]no della necessità di scelte etiche, di limiti e di valori diversi da quelli che hanno connotato il progresso tecnico-scientifico, come impresa di genere maschile dal preteso carattere di universalità.”40

Parallelamente, si svolgevano le ricerche sugli effetti dei sistemi bellici sull'ambiente e sulla salute umana della scienziata femminista Rosalie Bertell, ignorate per lungo tempo in Italia.

La Bertell, laureata in matematica, studiosa di biometria, con una "vasta conoscenza nei settori della salute ambientale e occupazionale", e una intensa attività presso Istituti internazionali, ha, tra le sue attività la guida della ricerca/inchiesta da parte della International Medical Commission - Bhopal e [ha] organizzato l'International Medical Commission - Chernobyl a Vienna nel mese di aprile 1996.

Nel 1996 la Bertell si è impegnata ad aiutare la popolazione delle Filippine che stava cercando di gestire i rifiuti tossici lasciati da US Navy e Air Force nelle basi militari abbandonate.
[...]
Bertell rivela fatti e antefatti circa la guerra del Kosovo e in Iraq: le strette relazioni tra la politica di potenza, specialmente statunitense e gli interessi economici.
[...]
Ha lavorato con preferenza per conto delle popolazioni indigene e dei cittadini colpiti dal militarismo e dall'inquinamento.
[Essa sostiene che:] Inquinamento, disastri ambientali e contributi stanziati per la ricerca militare sono frutto di una visione di valori distorta, in nome della 'sicurezza'."41

Quanto sia falsa e ipocrita l'idea di ‘sicurezza’ propagandata da governanti e media che sostengono, in nome di essa, l'attuale corsa al riarmo – unita al pericolo incombente di un conflitto nucleare – lo dimostrano gli studi di Rosalie Bertell su nuove e vecchie tecnologie usate a scopo bellico e non solo. Si pensi, ad esempio, agli stravolgimenti prodotti alla ionosfera per utilizzare le radiazioni elettromagnetiche a fini militari, con conseguenze sulla nostra salute e su quella del pianeta che non è possibile prevedere.

In una intervista del 2010, la scienziata afferma:

"[I militari] hanno apportato tutte le modifiche possibili in tutti gli strati dell’atmosfera sopra la Terra, per vedere che tipo di dinamiche avevano luogo, e così facendo si sono intromessi nell’equilibrio naturale di base della Terra. Questo è ciò che ha influenzato in svariati modi il tempo e il clima, ed è ciò che chiamiamo cambiamento climatico, per il quale diamo la colpa al CO2."42

Un altro caso considerato dalla Bertell è il sistema HAARP (High-Frequency Active Auroral Research Program), un potente trasmettitore sincronizzato composto da serie di numerose antenne trasmittenti, “finanziato e diretto dal Laboratorio di ricerca dell'Aeronautica USA [...] e dall'Ente ufficiale di ricerca della Marina USA [...] i cui scopi dichiarati sono: generare onde a frequenza estremamente bassa [...]
effettuare sondaggi di tipo geofisico [...]
generare lenti ionosferiche per focalizzare grandi quantità di energia ad alte frequenze (HF), in modo tale da avere uno strumento per scatenare processi ionosferici che potenzialmente siano utilizzabili per scopi del Dipartimento di Difesa; indurre un'accelerazione elettronica per emissioni infrarosse (IR) e altre emissioni ottiche, che potrebbero essere utilizzate per controllare il modo in cui avviene la propagazione delle onde radio.”43

Spiega la Bertell:

"E quando si ha una quantità sufficiente di queste torri in un luogo, si può indirizzare energia pulsata verso la Terra e indurla a vibrare e generare in questo modo terremoti."44
Il tipo di radiazione utilizzata per 'sondare' la Terra, a bassa o bassissima frequenza (ELF), è lo stesso che penetra negli esseri umani:

"Il corpo umano reagisce all'energia fra 1 e 10 Hertz, cioè bassissima frequenza (la stessa del Pianeta). Sì, queste radiazioni penetrano i corpi e questo ha degli effetti.”45

Pertanto, ipotizza:

"... nella ricerca medica si pensa che l'atomo non si modifichi mai. Tuttavia dentro gli atomi ci sono i quark e nei quark ci sono movimenti provocati dalla forza di gravità. Abbiamo quindi un sistema elettrico molto attivo, non un sistema chimico. È un sistema elettrico all'interno dell'atomo. Quindi se si modifica la struttura dell'atomo o la sua dinamica interna, questo atomo invierà un messaggio diverso dal normale. [...] Da qui abbiamo tutte quelle malattie infettive che non rispondono più ai nostri medicinali."46

La portata degli studi di Rosalie Bertell, si può comprendere da alcune sue considerazioni conclusive:
"È mia opinione che i principali problemi causati al nostro Pianeta siano dovuti al nostro imperterrito affidamento all'attività militare. [...] E non è solo la guerra di per sé che mina la nostra sopravvivenza, ma anche la ricerca e lo sviluppo, le esercitazioni militari e le preparazioni per il combattimento che sono svolte quotidianamente in varie parti del mondo..."47

Concordando con Rosalie Bertell, torno a chiedermi: perché, da parte delle femministe, non si presta attenzione a questo tipo di studi?

Le risposte che mi sono data sono state diverse, ma mi è difficile fare un'analisi precisa e gli interrogativi restano:
Tendenza a rifiutare tematiche che sconvolgono la dimensione quotidiana dei problemi che le donne devono affrontare? Carenza di analisi? Incapacità di affrontare la complessità che queste tematiche presentano? Incapacità di progettare un modello di vita alternativo?

Mi sembra che i movimenti si siano rifugiati in tematiche settoriali - benché importanti - quali i femminicidi - senza allargare lo sguardo al contesto generale, che, ad esempio, Silvia Federici partendo dall'escalation di violenza contro le donne, soprattutto in Africa subsahariana, America Latina, Sud-Est asiatico, sintetizza così: “Questo avviene perché la classe capitalista è determinata a mettere a soqquadro il mondo pur di consolidare il proprio potere, indebolito negli anni Sessanta e Settanta dalle lotte anticoloniali, femministe e anti-apartheid. E lo fa attaccando i mezzi di riproduzione delle persone e istituendo un regime di guerra permanente."48

Con questo "regime di guerra permanente" e con tutti i suoi aspetti di violenza civile e distruzione degli ecosistemi, siamo chiamate a confrontarci.

Allora risultano utili alcune sollecitazioni di Birgit Brock-Utne:
"Abbiamo dei territori da difendere? Perché dovremmo aiutare gli uomini a difendere i loro territori?
Stiamo forse difendendo un modo di vita? Daremmo le nostre vite per perpetuare l'esistenza dello stato patriarcale? [...] Se aiutiamo gli uomini a vincere qualche oppressore, abbiamo qualche garanzia che noi e le nostre figlie saremo meno oppresse in futuro di quanto lo siamo ora?"49

È uno sguardo trasgressivo che ci occorre per smontare i meccanismi subdoli, ma non meno reali, dell'attuale sistema patriarcale.

Di Anna De Nardis

(Le opinioni espresse nel presente articolo non rispecchiano necessariamente quelle di ComeDonChisciotte.org)

Anna De Nardis, saggista, già insegnante di fisica, ha unito la ricerca di modalità di indagine della natura allo studio del simbolismo religioso. È una delle maggiori conoscitrici di Momolina Marconi e della sua vasta produzione.

BIBLIOGRAFIA

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Ortona, Carla. 1988. “Tornate e raccontate.” Reti, n. 5, pp. 29-32.
Percovich, Luciana. 1987. “Corpo a corpo.” Memoria. Rivista storica delle donne, nn.
19-20.
Plassa, Margherita. 1986. “La rivalutazione femminista del quotidiano.” I Quaderni dell’associazione culturale Livia Laverani Donini II, n. 3 (Gennaio-Giugno), pp. 43-48.
Siccardi, Marisa. 2020. Viaggio nella notte di S. Giovanni. Alle origini del prendersi cura. Milano: CEA.
Tozzi, Silvia. 1987. “Molecolare, creativa, materiale: la vicenda dei gruppi per la salute.” Memoria. Rivista storica delle donne. Rosenberg & Sellier, nn. 19-20.
Wolf, Christa. 1990. Cassandra. Traduzione di Anita Raja. Roma: E/O. Wolf, Christa. 2022. Premesse a Cassandra. A cura di Anita Raja. Roma: E/O.

NOTE

1 I più importanti resoconti dell’esperienza si trovano in: Codrignani, Giancarla. 1988. “Il coraggio delle donne in nero.” Rinascita, n. 33, p. 27. Donini, Elisabetta. 1988. “Dialoghi a triangolo. Riflessioni su un viaggio a Gerusalemme.” Reti, n. 5, pp. 23-25.
Ortona, Carla. 1988. “Tornate e raccontate.” Reti, n. 5, pp. 29-32.
Calciati, Giovanna (a cura di). 1989. Donne a Gerusalemme: incontri tra italiane, palestinesi, israeliane. Torino: Rosenberg & Sellier.

2 Cassina, Beatrice. 2023. “Intervista.” Alias - inserto settimanale de "il manifesto", (novembre), p. 4.

3 Donini, Elisabetta. 1989. In La pace è donna. Torino: Gruppo Abele, p. 9.
4 Donini, Elisabetta. 1989. In La pace è donna. Torino: Gruppo Abele, p. 14.

5 Brock-Utne, Birgit. 1989. La pace è donna. Torino: Gruppo Abele, p. 44.
6 Brock-Utne, Birgit. 1989. La pace è donna. Torino: Gruppo Abele, p. 46.
7 Brock-Utne, Birgit. 1989. La pace è donna. Torino: Gruppo Abele, p. 56.

8 Brock-Utne, Birgit. 1989. La pace è donna. Torino: Gruppo Abele, p. 159.
9 Brock-Utne, Birgit. 1989. La pace è donna. Torino: Gruppo Abele, p. 139.
10 Brock-Utne, Birgit. 1989. La pace è donna. Torino: Gruppo Abele, p. 140.

Tale verità è oggi ancora valida. Questo si può desumere da un articolo di Evgueny Morozov (pubblicato su Le Monde Diplomatique - il manifesto del maggio 2023) che esamina come: “Per molte aziende della Silicon Valley [la battaglia degli algoritmi tra gli Stati Uniti e la Cina] è un'occasione d'oro per fare man bassa di centinaia di miliardi di dollari in sovvenzioni pubbliche, al prezzo di esacerbare il braccio di ferro con Pechino."
11 Brock-Utne, Birgit. 1989. La pace è donna. Torino: Gruppo Abele, p. 7.
12 Donini, Elisabetta. 1989. In La pace è donna.Torino: Gruppo Abele, p. 15.

13 Donini, Elisabetta. 1991. La scienza e la guerra nell’opera di Christa Wolf, Relazione in seminario. Liceo Classico Enea Silvio Piccolomini, Siena. Registrazione.
14 Wolf, Christa. 1990. Cassandra. Roma: E/O, p. 146.
15 Donini, Elisabetta. 1991. La scienza e la guerra nell’opera di Christa Wolf, Relazione in seminario. Liceo Classico Enea Silvio Piccolomini, Siena. Registrazione.
16 Wolf, Christa. 2022. Premesse a Cassandra. A cura di A. Raja. Roma: E/O.

17 Donini, Elisabetta. 1991. La scienza e la guerra nell’opera di Christa Wolf, Relazione in seminario. Liceo Classico Enea Silvio Piccolomini, Siena. Registrazione.
18 Brock-Utne, Birgit. 1989. La pace è donna. Torino: Gruppo Abele, p. 26.

19 Brock-Utne, Birgit. 1989. La pace è donna. Torino: Gruppo Abele, pp. 146-147.
20 Franceschi, Lydia. 1982. “Accettazione o rifiuto del mito dell'eroe?” In Donne, guerra e società, a cura di Joyce Lussu. Ancona: Il lavoro editoriale, pp. 89, 97, 98.
21 Si vedano, ad esempio: Lenzi, Maria Ludovica. 1982. “Appunti per una storia dell'istituzione militare.” In Donne, guerra e società, a cura di Joyce Lussu. Ancona: Il lavoro editoriale, pp. 45 ss. e Lussu, Joyce. 1982. “Appunti sull'esercito nazional popolare.” In Donne, guerra e società, a cura di Joyce Lussu. Ancona: Il lavoro editoriale, pp. 79 ss.

22 Federici, Silvia. 2020. Caccia alle streghe, guerra alle donne. Roma: Produzioni Nero, p. 119; si vedano anche le pagine 92-93.
23 Merchant, Carolyn. 1988. La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica. Milano: Garzanti, p. 199.
24 Federici, Silvia. 2004. Calibano e la strega: Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria. Milano: Mimesis Edizioni, pp. 129, 133.
25 Siccardi, Marisa. 2020. Viaggio nella notte di s. Giovanni. Alle origini del prendersi cura. Milano: CEA, pp. 55-56.
26 Merchant, Carolyn. 1988. La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica. Milano: Garzanti, p. 141.

27 Federici, Silvia. 2004. Calibano e la strega: Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria. Milano: Mimesis Edizioni, p.141.
28 Federici, Silvia. 2004. Calibano e la strega: Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria. Milano: Mimesis Edizioni, p.146.
29 Plassa, Margherita. 1986. “La rivalutazione femminista del quotidiano.” I Quaderni dell’associazione culturale Livia Laverani Donini II, n. 3 (Gennaio-Giugno), pp. 43-48.

30 Tozzi, Silvia. 1987. “Molecolare, creativa, materiale: la vicenda dei gruppi per la salute.” Memoria. Rivista storica delle donne. Torino: Rosenberg & Sellier (19-20).
31 Gruppo femminista per una medicina delle donne, “Per un centro di medicina delle donne”, Milano, marzo 1974 citato in Percovich, Luciana. 1987. “Corpo a corpo.” Memoria. Rivista storica delle donne. Torino: Rosenberg & Sellier (19-20).
32 Gismondo, Maria Rita. 2023. Il fatto quotidiano,18 aprile 2023.

33 Maccacaro, Giulio. 2021. “Relazione introduttiva al convegno costitutivo di Medicina Democratica, Bologna, 15-16 maggio 1976.” In Profezie verdi: le origini del pensiero e dell'azione ecologista, a cura di Gianfranco Bettin. Milano: Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, pp. 45 ss.
34 Lussu, Joyce. 1990. Il libro delle streghe. Ancona: Transeuropa, pp. 33-34.

35 Chollet, Mona. 2019. Streghe. Storie di donne indomabili dai roghi medievali a #MeToo. Torino: UTET, pp. 188-189.
36 Donini, Elisabetta. 1990. La nube e il limite: donne, scienza, percorsi nel tempo. Torino: Rosenberg & Sellier, p. 185.

37 Donini, Elisabetta. 1990. La nube e il limite: donne, scienza, percorsi nel tempo. Torino: Rosenberg & Sellier, pp. 186-188.
38 Gismondo, Maria Rita. 2023. Il fatto quotidiano,18 aprile 2023.

39Manoff, Robert. 1984. “I media: sicurezza nucleare contro democrazia.” ScienzaEsperienza (SE), no. 15 (giugno), pp. 21 ss.
40 Tozzi, Silvia. 1987. “Molecolare, creativa, materiale: la vicenda dei gruppi per la salute.” Memoria. Rivista storica delle donne. Torino: Rosenberg & Sellier (19-20), p. 178.
41 Dalla biografia pubblicata in Bertell, Rosalie. 2018. Pianeta Terra. L'ultima arma di guerra. A cura di Maria Heibel. Trieste: Asterios, pp. 247 ss.

42 Bertell, Rosalie. 2018. Pianeta Terra. L'ultima arma di guerra. A cura di Maria Heibel. Trieste: Asterios, p. 241.
43 Bertell, Rosalie. 2018. Pianeta Terra. L'ultima arma di guerra. A cura di Maria Heibel. Trieste: Asterios, pp. 154-155.
44 Bertell, Rosalie. 2018. Pianeta Terra. L'ultima arma di guerra. A cura di Maria Heibel. Trieste: Asterios, p. 238.
45 Bertell, Rosalie. 2018. Pianeta Terra. L'ultima arma di guerra. A cura di Maria Heibel. Trieste: Asterios, p. 240.
46 Bertell, Rosalie. 2018. Pianeta Terra. L'ultima arma di guerra. A cura di Maria Heibel. Trieste: Asterios, p. 242.
47 Bertell, Rosalie. 2018. Pianeta Terra. L'ultima arma di guerra. A cura di Maria Heibel. Trieste: Asterios, p. 249.

48 Federici, Silvia. 2020. Caccia alle streghe, guerra alle donne. Roma: Produzioni Nero, p. 76.
49 Brock-Utne, Birgit. 1989. La pace è donna. Torino: Gruppo Abele, p. 171.

Commenti (74)

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    1. absitiniuriaverbis 22 gennaio 2024

      Forse è stato un errore leggere prima i commenti e poi l'articolo. Ma, visto il titolo, ho considerato l'articolo solo un pretesto per confrontare opinioni. Per litigare in fondo basta una persona mentre per fare pace ne servono almeno due. Senza considerare che ognuno ed ognuna potrebbe anche litigare con stesso e se stessa. (mi viene in mente l'insuperabile Brian di Nazareth).

      E quindi scherzo:
      La pace e ' femminile.
      La guerra è femminile.

      Il lavoro è maschile.
      L' ozio è maschile.

      Mi fermo qui, giusto per scherzare un poco.

      Un articolo che presenta una valanga di parole e concetti ed astrazioni. Sono arrivato stremato alla fine.
      Si, certamente bisogna discutere, capirsi, ma anche mettere da parte egoismi e preconcetti.
      E resta un fatto, per generare discendenza sono necessari entrambi gli umani e le umane con ruoli complementari ed integrati.

      Nel frattempo, tutto quanto ci circonda, ovvero ponti strade ferrovie aereoporti ospedali case etc etc etc è stato progettato e costruito e viene manutenuto con menti e braccia umane prevalentemente maschili. Sarebbe stato tutto ciò diverso se fossero state menti e mani femminili, mentre i maschi erano impegnati in guerre di vario genere?

      Si può e si deve discutere di tutto ma alla fine si deve costruire ed essere costruttivi.
      Che cosa le donne vogliano fare e dove vogliano andare è una riflessione legittima, un diritto che, come tutti i diritti, comporta anche doveri.
      Lo stesso per gli uomini.

      Il futuro della discendenza è affidato ad entrambi e si, ci sono differenze insormontabili a meno di un futuro fatto di incubatrici e robots dove ogni umano ed ogni umana, potrà sperimentare i propri diritti in santa pace ed in perfetta solitudine.
      Perché no?
      E così sarà l'ultimo e definitivo divide et impera.

    1. emilyever 21 gennaio 2024

      Ringrazio Anna De Nardis per questo articolo che tocca un argomento per me doloroso, perchè mi ricorda la solitudine come donna e femminista (ma forse farei meglio a precisare ex femminista) durante il lockdown, in cui mi chiedevo perchè non leggessi da parte delle due "scuole di pensiero femminista " in cui mi sono formata a Milano, una lettura critica , magari simile a quella che facevamo qui, della pandemia. Mi chiedevo, cioè, perchè da quelle che negli anni '90 erano state le mie maestre di pensiero non ci si ribellasse contro la manifestazione più autoritaria del patriarcato, cioè i dcpm notturni, il chiuderci in casa, il governare con la paura, 24 ore di televisione su persone sotto i respiratori, i medici come Massimo Galli che dicevano che la signora della falce viene a far visita tutte le notti in terapia intensiva ecc. Era proprio con queste persone che qualche anno fa avevo scritto un libro sulla cura? e avevamo ragionato tanto insieme sulla pace ai tempi della guerra in Serbia? è da loro che avevo sentito che la guerra è nata dal genere maschile e se il mondo fosse stato governato più dalle donne sarebbe stato diverso? è da loro, che quando capii che una delle mie maestre stava male durante il lockdown mi permisi di telefonare e consigliare le terapie precoci, mi sentii rispondere che la dottoressa che la curava, molto gentile e premurosa, continuava a prescrivere tachipirina e vigile attesa e di che cosa stessi parlando? ma già, avrei dovuto sospettarlo, io ero quella che da tempo si era permesso di dire che no, farsi un selfie oggi non equivale ad una seduta di autocoscienza, e che no, non sarei scesa in piazza per colpevolizzare le olgettine ecc.
      Non una parola si è levata dalle femministe storiche contro i provvedimenti contro i no vax, perchè le minoranze di cui si occupano sono le LGBT ecc, il transfemminismo, e le tematiche negli incontri via zoom durante il lockdown, erano sempre in difesa del diritto di aborto, dell'educazione al gender nelle scuole, della volenza sulle donne. Evidentemente si sentivano tutelate e protette dallo Stato. Eil fascismo continua ad essere il saluto romano.

    2. Tetade 21 gennaio 2024

      Ho l'impressione che a pensarla così siamo solo in 3...

    3. Astronauta 21 gennaio 2024

      Nessuno cheabbia fatto notare come la donna sia stata massacrata da questa pseudo pandemia.
      Tutti in casa, con disabili bambini e vecchi che doveva accudire. Oltre a lavare e cucinare.
      Le femministe quali donne vedono? Dove guardano? Che disagio sociale che non porta a nulla dibuono.

    4. emilyever 21 gennaio 2024

      Certo, durante la pandemia pensavo anch'io a questo, e non solo, ma anche alle donne che subiscono maltrattamenti, come avrebbero potuto anche fare una telefonata alla polizia o ai centri di violenza? però, a fronte, leggere certe dichiarazioni di infermiere che dicevano che avrebbero fatto finta di non trovare le vene di un no vax per farlo soffrire , o che avremmo dovuto metterci in fondo alla coda per farci curare, mi sento ancora male.

    5. emilyever 21 gennaio 2024

      Non sono così pessimista, è vero che ho perso persone solo perchè non condividevano le mie scelte, ma ne ho trovato altre proprio per queste. E' vero, però, e triste, che mi pare che il femminismo abbia abbracciato completamente le politiche del pd, o è il contrario? non so

    6. LuxIgnis 21 gennaio 2024

      Perché, l'ho detto in un altro commento, le donne, non tutte chiaramente, si sono emancipate imitando il maschio. Anzi come diceva il fondatore di psicoanalisi contro che frequentavo un po' quando ero ragazzo hanno imitato la parte malata del maschio.

      Maschio e femmina non sono legati alla biologia. Non considerare questo porta spesso a molta confusione.

    7. emilyever 21 gennaio 2024

      Ti riferisci a Sandro Gindro? avevo letto delle cose di lui, lo ammiravo anch'io

    8. Tetade 21 gennaio 2024

      Io sono arrivata a conclusioni diverse: secondo me le femministe "storiche", dotate di senso critico e memoria storica, sono decedute o troppo anziane (e perciò spaventate dalla psico-pandemia). Le giovani (per la maggior parte) non hanno a sufficienza le doti di cui sopra.
      Oltretutto, risultava destabilizzante osservare che le persone più sveglie e attive nel contestare le scelte governative erano spinte da valori tradizionali (che una volta avremmo definito reazionari). C'era una gran paura di essere definite "di destra": a me, per esempio, un'amica (ex femminista) disse "Parli come Salvini"... Mentre aveva capito subito "l'inganno" una mia collega/amica radicalmente cattolica.
      In più è doloroso ammettere che le nostre (antiche) battaglie sono state manipolate fino a farle diventare difesa delle LGBT e del gender (direi "a nostra insaputa"...).

    9. LuxIgnis 21 gennaio 2024

      Si lui. A quei tempi c'era un mio amico che lo conosceva personalmente e mi portava spesso ai suoi seminari, tra l'altro gratuiti.
      Non sempre mi trovavo d'accordo, ma consideriamo anche che avevo sui 25 anni e molte cose ancora non le avevo capite. Ma era molto interessante quello che diceva. Mi sembrava una persona acuta nel "vedere" le cose. Vedere tra virgolette perché era cieco.

    10. BrunoWald 24 gennaio 2024

      "risultava destabilizzante osservare che le persone più sveglie e attive nel contestare le scelte governative erano spinte da valori tradizionali."

      Si tratta di un dettaglio importante, forse bisognerebbe chiedersi il perché.

      "C’era una gran paura di essere definite “di destra”.

      A me hanno dato del fascista per tutta la vita e non me ne può fregare meno, ma capisco il problema, che è un'altra spia importante, un aspetto essenziale: lasciarsi imporre i valori, i termini del discorso, dal sistema.

      "In più è doloroso ammettere che le nostre (antiche) battaglie sono state manipolate".

      Forse perché non erano le "vostre" battaglie, ma una grande manipolazione messa in atto dal '68, se non prima, da gente molto più intelligente di noi, per sfasciare la società col nostro aiuto.
      E ci siamo cascati quasi tutti: erano gli anni in cui i ragazzi si sprangavano e si ammazzavano tra loro. Io ho vissuto gli ultimissimi scampoli di quelle atmosfere, ma le ricordo bene. L'odio si respirava nell'aria. Cambiava solo il nemico (per voi i "maschi", per noi i "rossi", per loro i "fasci" e così via), ma l'elemento comune era che si trattava di odio tra subalterni, perciò stesso perdenti.

    11. absitiniuriaverbis 24 gennaio 2024

      ciò che non dipende da te.>
      Epitteto

    12. sbregaverse 24 gennaio 2024

      Epitteto:"Filosofia è vita"
      Corrige:"Filosofia evita"

    13. Fantine 24 gennaio 2024

      Bentornato, Sbrega!!
      Bentornato!!

    14. absitiniuriaverbis 25 gennaio 2024

      Allora, se cerco di capire cosa hai inteso usando il tuo 'schema consolidato' non approdo a nulla.
      Come devo intendere il tuo commento?
      La domanda non è inutile perché, dal mio punto di vista, l'intelligenza (qualunque cosa sia) da sola non basta per vivere. E qui entra in campo tutto il resto, filosofia compresa...

    15. sbregaverse 25 gennaio 2024

      E' una semplice chiosa al tuo ottimo Epitteto
      (filosofo che mi piace assai).
      Lo sberleffo è solo rimembranza:
      § di tutto quel necessario resto( per vivere)§
      al quale tu giustamente fai riferimento.

    1. LuxIgnis 21 gennaio 2024

      Sapevate che una volta era il rosa associato ai maschietti e il blu associato alle femminucce?

      Eh, vediamo chi la capisce questa!

    1. uomospeciale 21 gennaio 2024

      No, la pace non è affatto donna, anzi le donne sono ormai diventate solo uno dei tanti strumenti che le guerre le agevolano spingendo sempre alla competizione tra loro gli uomini sia in pace che in guerra, e accorrendo poi regolarmente in soccorso del vincitore.
      il resto dell'articolo è il solito piagnisteo femminista delle donne da sempre "oppresse represse soppresse e compresse" ma che regolarmente vengono salvate, tutelate e protette da quasi ogni situazione di pericolo sia in guerra che in pace, lasciandole poi a godersi rilassatamente pensioni risarcimenti ed eredità di noi poveri fessi morti a decine di migliaia in guerra, o sul lavoro.

      Come disse il grande Rino della vecchia, in questo articolo da incorniciare per le verità incontestabili che riporta:

      https://www.lafionda.com/la-tragedia-di-brandizzo-e-i-privilegi-del-patriarcato/

    1. gianB 21 gennaio 2024

      Il concetto di "emancipazione della donna" e conseguentemente il suo ruolo all'interno delle dinamiche sociali, non ultimo appunto anche quello della pace nel mondo (volendo quindi comprendere anche quale sia stato il ruolo del femminismo, senza volerlo riportare quasi come una reazione indotta nell'ambito del "dividi et impera" della ben conosciuta logica del potere),sta nella necessità di ben definire origini e contesti di una ben conosciuta struttura sociale, divenuta ultimamente oggetto di giornalistica discussione: Il Patriarcalismo.
      Le origini del patriarcalismo sono contestuali alle origini dei problemi che hanno portato la nostra società Occidentale a trovarsi nel vicolo cieco esistenziale nella quale è. Il patriarcalismo è alla base della civiltà giudaico-cristiana, checché ne dicano i cultori della "Madonna Immacolata".
      Il patriarcalismo nasce con l'artefatta costruzione di una visione monoteistica dell'Origine o della Verità, o come si voglia chiamarla, in cui per effettuare tale operazione i famosi "patriarchi" giudei hanno avuto il bisogno di eliminare dal panteon divino, non solo tutte le altre divinità, maschili e femminili, ma anche la stessa compagna di Yahweh, Asherah.
      Ecco che allora la necessità di superare il patriarcalismo si presenta come necessità di liberazione dalla falsità storica che ci opprime e condiziona tutti, uomini e donne, e non come sterile visione di uno scontro tra gli uni e gli altri.
      Ecco che allora chi ha veramente voglia di comprendere le radici della menzogna, capirà quanto profonde siano tali radici e quanto il questi millenni abbiano potuto dare linfa tossica all'albero della civiltà giudaico-cristiana.
      Ora tale albero mostra gli effetti di tale tossicità, l'unica speranza è che uno o più dei suoi rami si rivolgano verso la terra e, generando nuove radici, ricrescano a nuova vita.
      La pace é uomo e donna insieme, nella loro complementare unità.

    2. LuxIgnis 21 gennaio 2024

      Secondo me il patriarcato di cui giustamente identifichi le origini è stato un danno, e lo è ancora in parte, sia verso il femminile e sia verso il maschile.
      Perché da una parte ha bloccato il femminile relegandolo a una funzione esclusivamente riproduttiva, checché ne dicano alcuni prima le donne non contavano nulla e non avevano diritti, ma ha alterato anche il maschile dandogli un'immagine che non corrisponde alla realtà.
      Questo è ancora evidente a oggi in quanto le femmine spesso cercano di emanciparsi imitando il maschio, e i maschi rifuggono da una propria natura giudicandola esclusivamente femminile. E in più non ci stanno capendo nulla. In quanto il maschile stereotipato e falso non esiste più ma non sono ancora in grado di raggiungere un vero maschile. Per colpa loro non delle femmine.

    3. Dico no 21 gennaio 2024

      Lux, grazie, hai spiegato la poetica del mio femminismo.

    4. uomospeciale 21 gennaio 2024

      il patriarcato in Europa non esiste più da un pezzo.
      Anche se le sue ceneri intossicano ancora la società e fanno vivere molto male sopratutto gli uomini .
      Uomini che avendo ormai perso ogni diritto
      (visto da troppi come insopportabile privilegio)
      hanno ormai da perdere solo i doveri e gli obblighi.
      Che li perdano dunque.
      Obblighi doveri e responsabilità sono un pesante sacco sulle spalle, basta scaricarseli dal groppone, e pace.
      Parecchi lo stanno facendo, sta già accadendo, se ci fai caso.

    5. Nonso bannato 21 gennaio 2024

      Giuda.

    6. Astronauta 21 gennaio 2024

      Il femminismo non ha alcuna poetica.
      il maschile e femminile se non vanno di pari passo non hanno alcun senso.
      Il patriarcato esisteva quando imaschi dovevano sostenere tutta la famiglia, e parenti, e la donna non lavorava se non acasa.
      Ora parlare di patriarcato non ha senso perche non si rapporta ad un periodo in cui il patriarcato era necessario.
      Le cose devono essere inserite nel contesto non sparate a caso come si usa ora.
      Nessun maschile relega donne.Sono loro che si relegano.Lo starnazzamento delle femministe da fastidio.

    7. LuxIgnis 21 gennaio 2024

      Dipende che intendi tu con il termine patriarcato. Se intendi la struttura sociale probabilmente no anche se come hai giustamente detto le sue ceneri ancora intossicano e non poco.
      Ma se intendi in un'accezione più ampia la visione maschilista della società allora è ancora vivo e vegeto. E questa visione è portata avanti da ambo i sessi.
      È quello che ho detto prima:

      Questo è ancora evidente a oggi in quanto le femmine spesso cercano di emanciparsi imitando il maschio, e i maschi rifuggono da una propria natura giudicandola esclusivamente femminile.

      Finché non faranno pace con sé stessi e riconosceranno il maschile e femminile presenti in ambedue i sessi, le cose non potranno che peggiorare.

    8. Tetade 21 gennaio 2024

      Dipende anche da cosa intendi per Europa. In Albania vige ancora l'usanza di lasciare tutti gli averi della famiglia (foss'anche l'orto o la mucca) ai figli maschi. E, sebbene le leggi attuali lo vietino, alle figlie viene richiesto più o meno forzatamente di firmare una rinuncia a favore dei fratelli. (Testimonianza raccolta personalmente da due sorelle che di recente, alla morte del padre, hanno "firmato" a favore del fratello "per quieto vivere". La madre, oltre a non aver fatto nulla per impedirlo, ne è orgogliosa davanti al parentado e ai compaesani "perché così si fa". NB: le due sorelle lavorano in Italia, hanno cittadinanza italiana e ne hanno assorbito abbastanza la mentalità.)

    9. absitiniuriaverbis 21 gennaio 2024

      Aggiungo una considerazione al tuo scritto che condivido nella conclusione che dice 'Finché non faranno pace con sé stessi e riconosceranno il maschile e femminile presenti in ambedue i sessi, le cose non potranno che peggiorare.'

      C'è un proverbio cinese antico antico che dice 'nell' acqua assolutamente limpida non nuotano pesci'.
      Ovvero ci vuole 'contaminazione' per generare vita.
      O, se preferisci, il senso originario (i cinesi sono gente pratica specie quando si parla di economia) solo quando c'è da guadagnare (il torbido) c'è partecipazione attiva degli interessati che, quindi, contribuiscono alla crescita collettiva.

    10. natascia 21 gennaio 2024

      “Non lavorava se non a casa”: visione moderna. La donna era un componente fondamentale nella società patriarcale. La condizione femminile durante i secoli del patriarcato dipendeva dalla posizione sociale della famiglia del marito e della famiglia di origine. Oggi conta anche il lavoro fuori casa, il livello culturale. Nel tempo potrebbe tornare ad instaurarsi il matriarcato per la tutale dei più deboli.

    11. Dico no 22 gennaio 2024

      Tutti questi discorsi vanno contestualizzati anche culturalmente, non solo storicamente. Paese che vai...
      Comunque, ai tempi, una mamma tirava su dai 5 ai 10 figli, non era semplicemente addetta alle pulizie. E questo non significa che fosse relegata al ruolo riproduttivo, serviva fare tanti figli per una serie di ragioni. Innegabilmente.

      Però, lasciami dire, oggi la confusione è tanta.
      Non per quanto riguarda i ruoli sociali, che quelli mutano con il passare del tempo in maniera fisiologica, ma per quanto riguarda i ruoli familiari, che per me non sono assolutamente riducibili a "chi lava i piatti?" o "chi va a lavorare?", ma sono più sottili e profondi. Hanno a che fare con quello che diceva Lux, e cioè con una natura complementare irrinunciabile.

      Il mio femminismo non prevede di generare mostri indefiniti, come vediamo nella manifestazione odierna anacronistica della lotta al patriarcato ("no all'uomo, sì alla donna" - no all'uomo significa no alla donna, secondo me), ma prevede un rispetto reciproco ed un riconoscimento delle oggettive differenze.
      Si vedono certe femministe in giro... soprattutto over 50, che hanno assorbito il rapido mutamento con delle convinzioni che, da un lato hanno distorto quanto di buono c'era nelle lotte del passato, e dall'altro hanno ammazzato le speranze per un buono sviluppo attuale. Una distorsione atroce.
      Alla fine, il risultato è che il femminismo va contro le donne al 100% e danno fastidio a me più che a te, puoi credermi.
      Io non starnazzo, tranquillo.

      PS: @Nonso-bannato che mi fa la virtuale avance, sapendo che sono sposata, mi urta enormemente, non dovrebbe permettersi. Ma non per me, o per mio marito, ma per il suo valore di uomo.
      Invece la distruzione della natura del maschile e del femminile porta anche ad una mancanza di stile di approccio reciproco e si finisce in aia.

    12. Dico no 22 gennaio 2024

      Giuda sei tu, tradisci te stesso.

    13. Moderatore 22 gennaio 2024

      Giuda è un nome di persona, ma non solo. Condivido che, per consentire che il figlio del dio compisse la sua missione, qualcuno doveva pur tradire e lui, consapevolmente o no, si è fatto carico del lavoro sporco.
      Quindi, come sosteneva un frate missionario che conoscevo da adolescente, il 'porco Giuda' era assolutamente errato e concettualmente perverso.

      Leggerlo lì in solitaria, nella sua risposta a Dico no mi rende difficile capirne la finalità. Non che tutto debba essere semplice ed io sono sicuramente uno sprovveduto.

      Potrebbe però anche essere un giudizio su Dico no, e questo non solo non è accettabile per chi lo riceve ma, anche disdicevole.

      Lei sa, assumo, perché si esprime in questo modo. È solo lei può valutare se ha senso e se contribuisce alla discussione ed alla convivenza civile.

      Come Moderatore, se Giuda fosse rivolto a Dico no, devo riprenderla.
      Non è accettabile.

    14. Nonso bannato 22 gennaio 2024

      La mia ironia tagliente piace, ma solo a determinate condizioni.

      Può mai essere che io abbia intenzione di insultare qualcuno che non conosco sul piano personale? E sulla base di cosa? Dicerie? Immaginazione? Valuto l'altro e pubblicamente denuncio ciò che di lui non si adatta al mio metro personale? Voglio cambiarlo? Giustiziere della notte? Non so voi, io non lo faccio nemmeno nella vita quotidiana, né con le persone che mi sono care e vicine, tanto meno con chi non ritengo meriti i miei intimi suggerimenti: se penso qualcosa di qualcuno e ritengo utile dirglielo per il suo bene, al massimo glielo comunico personalmente, non imbastisco gogne ai danni di nessuno, né palesi, né subliminali. Sarei un essere umano da rifare da zero, come ce ne sono tanti.

      Ma di cosa stiamo parlando?

      Che interesse avrebbe ciascuno di noi: 1 ad insultare o giudicare e 2 a leggere insulti o giudizi personali basati su non si sa cosa? La esprimo a parole mie: chi se ne frega? Mi pare assurdo anche parlarne.

      Qui ci incontriamo esclusivamente sul piano delle idee e cerchiamo di esporre dei punti vista. Ecco perché ha senso anche utilizzare nomi di fantasia, per disinfettare la comunicazione da pregiudizi personali. Non certo per nascondersi.

      Purtroppo però si innescano comunque, i pregiudizi, perché siamo tendenti alla guerra, e cerchiamo la nostra misura della guerra, quella che possiamo combattere, quella che ci possiamo permettere. Quella guerra che il potere ci concede di organizzare, cioè quella tra noi. La stessa frustrazione che si genera dalla "lotta contro i mulini a vento" - per chi è più debole - si traduce in zappa sui piedi, ed è quello che il potere desidera più di ogni altra cosa: la nostra disunione.
      Dobbiamo provare a liberarci da questa famelica voglia di prevaricare sull'altro.

      L'insulto, chiamiamolo così, di un Nonso qualsiasi ad un Dico no qualsiasi, che valore può mai avere se non puramente ideale ed astratto, o ironico, satirico? Si può rispondere con altrettanto, si può ignorarlo, può essere motivo di sfoggio dei migliori moralismi, tanto per esporli, ci si può fare una risata...etc
      In tutti i casi io ho ottenuto quello che volevo: ho provocato una reazione e ho conosciuto meglio l'essere umano. L'interlocutore farà le sue valutazioni su cosa preferisce ottenere da un tale niente.

      [Ho apprezzato che Dico no abbia espresso concetti interessanti sulla base degli scambi con me, ne sono veramente felice, senza ironia, stavolta.]

      Siamo, in questo, in generale, esseri deboli (lo ripeto perché la ritengo la cosa più importante), non capaci di autocritica, paurosi dell'autocritica, paurosi del giudizio degli altri, anche quando questo arriva da un signor nessuno, siamo fragili... esseri fragili. Ma non emotivamente, purtroppo, bensì nella nostra capacità spirituale di ricavare il buono, ed anzi, proprio da questa incapacità, la poesia della nostra fragilità emotiva viene miseramente schiacciata e diventiamo qualcosa di brutto, arcigno e impenetrabile. Diventiamo irrimediabilmente soli.

      Gli epiteti potranno sembrare offensivi a qualcuno, ma da parte mia sono sempre riferiti alle idee espresse, alle opinioni formulate, alle posizioni dichiarate e, nel caso degli articoli, anche allo stile, alla potenza comunicativa, all'efficacia
      (e qui aggiungo che una critica negativa, e provocatoria, sullo stile, la si fa davanti ad un presunto valore di base, altrimenti non si perde nemmeno tempo - ma anche su questo ci si può ricredere in un secondo - capita). Inoltre, sono spesso ironico, così lo chiariamo, ma ormai l'ho chiarito ed ora non riderà più nessuno.

      Giuda perché ha parlato di questo pseudo-me che ho chiamato Nonso, in mia "assenza", riferendosi al ban e giustificandolo.
      Se @Dico-no volesse, sono aperto al dialogo sul tema, ma non mi pare possa risultare interessante a nessuno.
      Cara Dico no, le avances...!!! Io non so nemmeno chi tu sia, ammiro il tuo modo di sfruttare l'occasione per esprimere quello che pensi, ma se invece ti dovessi sentire offesa, mi scuso, ma ti chiedo anche: non ti pare che tu stia lottando contro il nulla cosmico? Non ci sono manco i mulini.
      E' chiaramente un gioco stupido che metto in scena, e non dovresti cascarci.

      Caro Moderatore, tutto ciò che accade tra i commenti, peraltro spesso anonimi, è una costruzione astratta, in un rapporto con le idee e, per la maggior parte del tempo, con le proprie: la comunicazione virtuale, digitalizzata, quando non è accompagnata da altro genere di scambi reali, è mediata da troppe cose, per pretendere che sia qualcosa di più che non un dialogo con sé stessi.

      Ovvio che se mi viene detto "cercati una fidanzata" in risposta ad un commento sullo stile di un articolo (si scredita dunque la mia ipotetica vita privata), ed anziché concentrarsi sul difendere il proprio lavoro, smontando il mio commento insulso, ci si lascia distrarre dal fastidio che prova l'ego, mi permetto di rispondere a tono, e spero di averne diritto. Soprattuttto perché in quel momento mi viene dimostrata la famosa debolezza e il mio obiettivo, in questa vita, è di debellare le debolezze di spirito per restituirci alle fragilità animiche ed emozionali.
      Avrò diritto alla mia personale lotta contro i mulini a vento, o no?

      Se poi su CDC questo costa 3 giorni di silenzio, lo accetto (a modo mio), ma mi dica lei se sbaglio.

    15. Nonso bannato 22 gennaio 2024

      Salvo incontrare perfetti idioti.

    16. Moderatore 22 gennaio 2024

      È semplice, il sito ha delle regole per consentire un livello civile di comunicazione che non prevede giudizi ed opinioni sulle persone ma solo sulle considerazioni esposte.
      Basta rispettarle.

    17. Nonso bannato 22 gennaio 2024

      Se non sono stato chiaro stavolta, non so come altro potrei.

      Addio CDC, è stato brutto.

    18. Fantine 22 gennaio 2024

      Dai, Nonso.
      Sei stato chiaro.
      Il Moderatore ha fatto il suo.
      Non prenderla sul personale.
      Riflettici.
      Ha interloquito con te “Nonso bannato”.
      Intelligenti pauca.

      Ps: di certo non ha colto l'ironia.
      Ma siamo tutti umani.
      Io l'ho colta, ma la ritenevo riferita alla poetica del femminismo.
      Vedi ;)

    19. REmaggiore 22 gennaio 2024

      Eh no, Fantine.
      Mi dispiace, ma no.

      Il @Moderatore, lo stesso di oggi o un altro con lo stesso ruolo, due giorni fa ha smesso di rispondermi, davanti alla mia esplicita richiesta di chiarimento sul funzionamento della moderazione e sul possibile conflitto di interessi degli autori, che potrebbero decidere di bannare un commentatore per motivi diversi dall'insulto personale gratuito (che poi è esattamente quello che è successo), così come potrebbero godere di una immunità speciale che gli consente di intimidire gli utenti, impedendo una libera espressione su temi, opinioni, etc.
      Credevo di avere i miei buoni motivi per fare questa domanda, ora sono palesi.

      Se sto qui, sto alle regole, ma le voglio conoscere bene per poterle accettare. Fosse anche solo una: decidiamo noi arbitrariamente.
      Alla Redazione costa poco cucirmi la bocca, eliminano un post, smettendo di rispondere, mi passano qualcun'altro, ci scriva un'email, il suo account è stato bannato, senza fornire spiegazioni.
      Se così fosse, però, questo è uno spazio pubblico e per gli utenti, quanto io sono il presidente degli Stati Uniti d'America.

      Per quanto riguarda il povero Nonso, con questo papiro aveva già formalmente detto addio a CDC, sicuro di ricevere una risposta quanto più vaga, e non nel merito. Lo sapeva, credo io, perché ha distrutto completamente il suo personaggio.

      Inoltre, sono spesso ironico, così lo chiariamo, ma ormai l’ho chiarito ed ora non riderà più nessuno.

      Per quanto "disturbante" e provocatorio, lo trovavo fondamentale: era l'unico davvero divertente, da quando Sbregaverse ha fatto voto di silenzio.

    20. Fantine 22 gennaio 2024

      Remaggiore, cosa posso dirti.
      Sul caso @Nonso, @Nonso bannato, sfondi una porta aperta.
      Il mio ultimo commento era volto proprio a sdrammatizzare e ad abbassare le luci sul caso @Nonso.
      Il che non significa che le questioni di fondo che in qualche modo lo hanno determinato non esigano una quadratura (che non può essere quella del cerchio), ma perché a mio avviso tornare sullo specifico equivale a tenerlo lì in una sorta di gogna dove lui, non ciò che ha scritto, come e perché, si trova esposto. E sinceramente questo non mi pare nè giusto, nè opportuno.
      Naturalmente parlo per me, è un mio modo di vedere, Remaggiore.
      Sullo scambio con la Moderazione, a cui accenni, e che ho letto, prenderanno certamente in considerazione quanto hai scritto.
      Ciò che ha ricordato @Danone, a proposito della lunghezza dei commenti, puo' dartene conferma, ove ce ne fosse bisogno.
      Per il resto, ho apprezzato quanto hai scritto e come lo hai scritto, Remaggiore.
      Auguriamoci che Nonso non ci lasci.
      E auguriamoci anche che non segua il cattivo esempio di @Sbregaverse, che gioca a nascondino!
      In talune occasioni un po' di leggerezza non guasta, caro Remaggiore.
      Prova a considerarlo.

    21. Moderatore 22 gennaio 2024

      Si, non le ho risposto.

      La ridposta della Redazione in proposito arriverà non appena il dibattito interno in proposito sarà completato. Non posso risponderle come Moderatore perché è un ruolo diverso da quello della Redazione e perché le regole sono ancora in via di definizione.
      Certamente c'è scambio di opinioni in corso tra tutti coloro che partecipano al progetto
      e bisogna fare attenzione.
      La sua domanda è ovviamente più che legittima.

      Grazie per la pazienza.
      A rileggerla.

    22. REmaggiore 23 gennaio 2024

      In questo, devo dirti, sono completamente d'accordo con Nonso: la gogna è a Nonso, o a ciò che Nonso esprime, non all'uomo/donna che pensa e decide di scrivere.
      Così come ora tu parli con REmaggiore, non con me, io parlo con Fantine, non con te.

      Diciamo che è un luogo di esercizio del pensiero, ma non certo un luogo di incontri. Certo, qualcuno si sarà incontrato anche di persona, ed infatti è lì che si gioca tutta la faccenda: finché ce ne stiamo dietro uno schermo, siamo davanti allo specchio. Mancano troppe cose importanti che la comunicazione reale prevede in maniera spontanea, automatica e vera: uno sguardo, una leggera fossetta all'angolo del labbro, un sopracciglio che si muove, il suono della voce...! Tutte cose delle quali qui non c'è nemmeno la lontana minima parvenza, capisci?

      Ma vi vedo confusa, comunque, Fantine.

      In talune occasioni la leggerezza non guasta, ma non in occasioni come questa.

    23. REmaggiore 23 gennaio 2024

      Grazie a voi

    24. Fantine 23 gennaio 2024

      Io, invece, credo che CdC sia un luogo di incontro e di confronto.
      Ne avevo già scritto in passato, meglio di quanto potrò fare ora, con il poco tempo a disposizione, ma cercherò ugualmente di esporti ciò che intendo, che poi è la ragione per la quale resto su CdC.
      Tutti noi tendiamo a coltivare amicizie e condividere il nostro cammino con persone che sono sulle nostre onde di frequenza, passami l'espressione. È naturale ed è anche benefico, sotto tanti punti di vista. Il che non significa chiusura o alzare muri, al contrario. È solo una constatazione di qualcosa che non è affatto casuale.
      Ed infatti, per esempio, sotto la pandemenza e quel che ne è seguito molte (pressoché tutte o quasi) delle persone a me care in famiglia e nelle amicizie hanno affrontato e vissuto la cosa come me. Nessuno si è vaccinato, nessuno ha ceduto e nessuno ha odiato, posto che l'odio è stato trasversale.
      Tornando a noi, sono arrivata a scrivere su CdC perché consente di interloquire anche con persone diverse dal proprio modo di pensare e di sentire. Non così diverse, in fondo, a ben vedere, almeno quanto a me, poiché tendo a dialogare con chi ha voglia di dialogare. O almeno con chi mi sembra disposto a farlo.
      E mi è possibile senza "l'ingombro" della mia persona.
      Anche se chi sono non resta fuori da questo spazio, certamente.
      E trovo CdC una opportunità importante di confronto.
      E ti assicuro che per il lavoro che faccio e la vita che conduco tesi, antitesi e sintesi sono il pane quotidiano.
      Ma qui posso ascoltare e leggere persone che hanno un altro punto di vista e posso dialogare con loro, senza che la mia persona possa esercitare una influenza ulteriore rispetto a quella delle mie idee (E a scanso di equivoci, mi riferisco ad amore e rispetto).
      Per me questa è ricchezza.
      Non ho Facebook o altri social, che non amo, e sono consapevole si tratti di un mio pregiudizio, ma CdC è altro.
      Non si tratta di parlare con se stessi, non lo credo affatto, come non credo si tratti di espressioni narcisistiche dell'ego, è uno spazio di confronto.
      E se avrò piacere di conoscere di persona altri commentatori con i quali si è instaurato un dialogo, pur nelle differenze di ciascuno o nelle affinità che ci accomunano, ne sarò felice.
      Su questa strada il discorso va oltre la questione da cui siamo partiti, caro Remaggiore.
      Infine, sulla leggerezza, per come la intendo - e magari ci torneremo - credo sia una risorsa.
      E non la intendo certo come quella della cicala.
      È un atteggiamento positivo e conciliante, a cui si aggiunge la gioia.
      E fa bene a chi la pratica e a chi la riceve.
      Questo almeno è il mio punto di vista, Remaggiore.
      In amicizia.

    25. Dico no 23 gennaio 2024

      Non so a cosa possa servire la mia risposta, ma, se torna utile a qualcuno, posso garantire pubblicamente che non mi sono realmente offesa, e non voterei a favore del ban di nessuno, credo ci sia anche il diritto a rendersi ridicoli.

      Semplicemente ho trovato la tua ironia di cattivo gusto. Tutto qui.
      Come me, anche mio marito non ha gradito.
      Tuttavia siamo entrambi persone adulte e capaci di attribuire il giusto valore alle cose.

      Dopo questa tua spiegazione esaustiva, devo ammettere che non avevo considerato l'ipotesi che fosse tutto un grande giochetto teatrale, ho pensato potessi essere semplicemente così. Io, per esempio, scrivo come parlo.

      Ora spero si possa andare oltre.
      Un saluto, e a risentirci

    26. REmaggiore 23 gennaio 2024

      Luogo di incontro, ma non luogo di incontri.
      Luogo di confronto, non di confronti.

      Non arricchisce i rapporti umani, un dialogo privo di comunicazione non verbale, li limita al puro esercizio mentale.
      Saper condividere il silenzio, comprendersi in quel silenzio, e comprendere il silenzio stesso, è la più alta espressione di complicità.

      Quando possibile torneremo sul discorso della leggerezza che mi interessa.
      Veramente grazie

    27. Fantine 24 gennaio 2024

      Certamente, Remaggiore.
      Molto volentieri.
      Torneremo a parlarne.

    28. absitiniuriaverbis 25 gennaio 2024

      Se capisco bene, scrivi che hai costruito un personaggio con caratteristiche specifiche che vanno dal modo di pensare al modo di comunicare al linguaggio da utilizzare, alle figure retoriche alle quali ricorrere.
      Ovvero un tuo algoritmo che gli altri devono, secondo te, non solo individuare ma, anche decodificare e fare proprio per poterti comprendere od almeno provarci.
      Improbabile in pratica perché anche gli altri, in un modo o nell'altro, hanno il loro algoritmo e, soprattutto, la loro sensibilità ai tuoi scritti. E questa loro sensibilità può ed è diversa o molto diversa dalla tua.
      Io posso non cogliere la tua ironia, quando scrivi Giuda e reagire in un modo diverso da chi la coglie e ci ride sopra.
      Perché siamo diversi e non per stupidità, ma per origini, cultura, tradizioni, valori.
      Questo penso sia il motivo per il quale, soprattutto in mancanza di parlarsi dal vivo che consente di notare comportamenti e mimiche ed espressioni non verbali che facilitano l'interpretazione delle parole, nella comunicazione scritta si debba cercare di essere semplici e diretti. Nella comunicazione scritta l'equivoco è sempre dietro l'angolo, tanto più quanto meno immediata la forma.

      Immagina se ogni autore ed ogni commentatore si dedicasse ad illustrare il proprio algoritmo di interfaccia con gli altri. Per comprendersi ci vorrebbe un computer quantistico che già non ha una soluzione analitica, ma solo di iterazione numerica, per il vecchio problema delle interazioni di 3 (tre) corpi.
      Il linguaggio scritto dovrebbe necessariamente essere semplice, o almeno provarci.

      Come vedi ho impiegato qualche giorno a chiarirmi le idee per commentare il tuo scritto che apprezzo nella sostanza ma che trovo difficile se non impossibile da utilizzare nella pratica a meno di non dare nessuna importanza a come gli altri possano reagire al tuo esprimersi.

      A rileggerti, se cambi idea.

      P. S. io potrei benissimo essere il perfetto idiota, secondo una tua definizione indubbiamente personale.
      A parte che la perfezione non esiste...😁, atteggiarsi, come sembra tu faccia, a giudice e manifestare certezze assolute nel valutare i commentatori lo trovo inappropriato anche se, personalmente, io sono per la, completa libertà di espressione, insulti compresi.
      Come ogni tanto scrivo, se questo mio difetto (perfetto idiota) non ti piace, non ti preoccupare, ne ho molti altri.

    29. REmaggiore 28 gennaio 2024

      [all'insulto] si può rispondere con altrettanto, si può ignorarlo, può essere motivo di sfoggio dei migliori moralismi, tanto per esporli, ci si può fare una risata…etc

      In tutti i casi io ho ottenuto quello che volevo: ho provocato una reazione e ho conosciuto meglio l’essere umano. L’interlocutore farà le sue valutazioni su cosa preferisce ottenere da un tale niente.
    30. absitiniuriaverbis 29 gennaio 2024

      Non so cosa intendi sottolineare, vado a intuito.
      Sugli insulti sfondi una porta, aperta, per me la gente può esprimersi come meglio crede. In fondo 'il come meglio crede e' anche una fotografia (senza dubbio sfuocata) di chi scrive.
      Su come reagisco personalmente agli insulti (effettivi o supposti) ho scritto in passato e mi ripeto: mi lasciano assolutamente indifferente se arrivano da persone che non conosco direttamente e di persona. Loro non conoscono me né io conosco loro, quindi l'insulto lo ignoro. Se, invece, l'insulto dovesse arrivare da chi mi conosce allora sarebbe diverso, meriterebbe attenzione e varrebbe la pena approfondire.

      Sulla seconda parte concordo, anche se è un modo che personalmente rifuggo, questione di carattere.
      Potresti anche considerare che in alcune culture mangiare il cuore dell'avversario è un modo per conoscerlo e magari anche di appropriarsi dei sui valori (chesso, forza, coraggio...), perfino la, tortura in alcune tribù aveva lo stesso scopo.
      È questione di scelte personali.
      In chiusura, se ti ho risposto bene, altrimenti se cerchi di chiarire meglio ci riprovo.
      In fondo non si tratta di convincere l'altro delle proprie posizioni, solo di cercare di capirsi.
      Ognuno la propria strada.

    31. REmaggiore 29 gennaio 2024

      Nel messaggio precedente stavi ricamando, a mio parere, un po' troppo.

      Nonso ci ha detto addio perché non è stato capito il suo modo provocatorio di stimolare le reazioni degli altri utenti.
      Ha scritto cose anche molto interessanti, e non ha mai insultato nessuno, il suo era solo un atteggiamento politicamente scorretto.

      Ha osato fare satirə. Ognuno la propria risatə.

    32. absitiniuriaverbis 29 gennaio 2024

      Scrivi che 'non è stato capito'. ovvero sono gli altri i responsabili, offesi che siano o meno o per niente, ma Nonso, bannata o meno, che cosa poteva ragionevolmente aspettarsi e che cosa ha fatto per spiegarsi o per proporsi in quella veste se non approfittare del solo messaggio di commiato per farlo? D'altronde mica poteva scoprire il suo gioco...
      Ovvero, Non so parte con un esperimento (i cui fini non sono deleteri in sé, come molti degli esperimenti anche peggiori...) dove chi si interfaccia è la cavia a sua insaputa e poi si rammarica se qualcuno protesta?
      In ogni modo, sua scelta. Peccato.

      Concordo che ha scritto cose molto interessanti al punto che, secondo me, meritavano un articolo specifico. Ma ha preferito ritirarsi.

      Sul 'politicamente scorretto' non so che dirti: la redazione CDC ha le sue regole (nella sezione specifica le puoi trovare, per quanto valgano) e chiede di rispettarle.
      Che le regole siano applicate a tutti indistintamente è cosa che non mi è evidente, come ho scritto in passato. Personalmente avrei capito molto meglio un richiamo a quella autrice (non ricordo il nome) che ne aveva chiesto l'allontanamento e l'oscuramento. Trovo questo comportamento dell'autrice assolutamente riprovevole. Tu e Nonso lo trovano altrettanto discutibile. In 3 o giù di lì, su tutti. Da rifletterci.
      Però, siamo tutti ospiti in casa altrui e quello che possiamo fare è dissentire quando lo riteniamo opportuno.

    1. rossinimauro 21 gennaio 2024

      Sarò qualunquista, ma qui in UE la maggioranza dei ministri della (sic) Difesa è donna...e sono le più sovreccitate per andare a combattere di qui e di là. Ve la ricordate Truss, l'inglese? Quindi direi che almeno in UE NO, la pace NON E' DONNA!

    2. Brule 21 gennaio 2024

      È semplice. La fame a pancia piena non si capisce. C'è da prendersi una coltellata per questioni di precedenza? Sicuro finisce con: "non pensavo quell'uomo ci avrebbe aggredito". Non pensavo...
      Forse deriva dalla mancanza di esperienze in risse giovanili, e dalla generica mancanza di vissuti come esperienze militari magari in unità di Fanteria, dove la summa del discorso è: muoversi a piedi, a lungo, su terreno disagevole, con grosso carico sulle spalle, con poche calorie, con imprecise istruzioni su cosa fare arrivati sull'obiettivo, per il quale si è ovviamente in ritardo, con aggiornamenti incoerenti uno con l'altro.
      Mancanza di igiene al di là della capacità di immaginazione, la paura che sale dai piedi, le allucinazioni da deprivazione di sonno.

    3. uomospeciale 21 gennaio 2024

      CIT:

      - qui in UE la maggioranza dei ministri della (sic) Difesa è donna…e sono le più sovreccitate per andare a combattere di qui e di là -

      Per forza!....Mica ci devono andare loro a combattere:
      Se fossero loro, le loro figlie e consorelle a finire a pezzi, distrutte da un drone o a dover marcire nelle trincee in mezzo a cadaveri e topi, vedi come cambia subito il discorso.

      Già mi fa ribrezzo un uomo che parli di guerra e poi non ci va, ma una donna che lo fa sapendo con certezza che a morire o a restare mutilati e invalidi a vita saranno sempre e solo i pene muniti, mentre quasi tutti i vantaggi diritti e privilegi del dopo guerra come pure le pensioni l'eredità e risarcimenti andranno praticamente sempre e solo alle donne, mi suscita un disgusto tale che non trovo neanche le parole per desciverlo.

    4. Nonso bannato 21 gennaio 2024

      Se non trovi le parole, è un problema tuo.
      Uomospeciale, sono mancato un giorno e vi ritrovo completamente impazziti.

      In europa la faccia ce la mettono le donne, ma ci sono uomini al comando delle famiglie che rappresentano.

      Vogliamo parlare delle madri morte di figli morti in Palestina?

      No, forse vuoi parlare delle donne ucraine arruolate.

      Diverse interpretazioni del femminismo: già fatico a trovare una donna, se poi me le ammazzano in questo modo...

    5. uomospeciale 21 gennaio 2024

      La Palestina non fa testo perché non è un conflitto tradizionale ma il genocidio di un intero popolo infatti non a caso il massacro indiscriminato di civili viene ovunque definito come crimine di guerra.
      Nelle guerre tradizionali come quella Ucraina invece, le donne la scampano quasi sempre e questo accade dall'alba dei tempi.
      Ciò non toglie che solo di recente visto il carnaio sul fronte russo/ucraino e la difficoltà a trovare altra carne da macello, Alcune ( pochissime ) donne ucraine si siano arruolate ma quasi sempre volontariamente per essere usate nelle retrovie e più che altro a supporto della retorica e propaganda militarista e anti maschile, con frasi del tipo:

      " Persino tua sorella o la tua donna hanno più coraggio di te vigliacco! Arruolati subito!...Che figura ci fai?"

      Inutile dire poi che in Ucraina ancora adesso, a dover crepare al fronte nel 99% dei casi sono sempre gli uomini.
      Uomini a cui guarda caso era vietatissimo uscire dall'Ucraina* ancora molti mesi prima dello scoppio della guerra, mentre le donne hanno sempre potuto andare dove gli pare e piace, sia prima dello scoppio della guerra che durante la stessa.

      *Coscrizione obbligatoria sia in Russia che in Ucraina per GLI UOMINI, con botte torture e carcere duro per chi si rifiuta, e non è detto che un giorno non ci si arrivi anche qui da noi, se la guerra si allargherà fino a comprendere il teatro asiatico e del pacifico

      Hai mica letto il link che ho postato?
      Dai una buona occhiata a certi siti, favorisci la tua cultura.

      PS:
      Sta tranquillo che di donne ce ne saranno sempre in grande abbondanza.
      Non solo sono molto più tutelate e protette di noi dalle leggi e dal "sentire comune" ma anche portate in braccio tutta la vita da un esercito di uomini, sotto forma di padri, mariti, fratelli e fidanzati.
      Ti basta guardare quello che accade in natura al maschio di quasi tutte le specie, per capire come stiano davvero le cose.

    6. emilyever 21 gennaio 2024

      Esatto, se considero poi le donne che erano al governo durante la pandemia, e che ne hanno indirizzato la gestione, mi vengono i brividi. Penso alla von der Leyen, ai contratti segreti sui vaccini ai miliardi spesi per l'antivirale remdesivir comprato, anche quando l'Oms ne aveva decretato l'inefficacia e la pericolosità. Penso alla leader neozelandese che puniva con migliaia di euro di multa i medici che somministravano le cure precoci, e da ultimo aggiunse anche la prigione, e rimane senza risposta la domanda che mi faccio da sempre: ma noi donne siamo portatrici di valori diversi proprio perchè siamo madri, da sempre, anche se non abbiamo figli nostri? ed è solo una cosa mia, legata alla mia storia personale, la paura dell'aggressività femminile dalla quale non so difendermi?

    7. Nonso bannato 21 gennaio 2024

      Guarda, non me la sento di contraddire queste riflessioni. L'uomo sopporta pesi e responsabilità immani, ma continuo a preferire questo alle gioie del parto.

      Io lego sempre le cose che postano gli altri utenti, per amore del sapere e per potermi fare idee quanto più strutturate. Il tuo me lo sono perso però

      PS: questa abbondanza di cui parli, condinvidila!

    8. Astronauta 21 gennaio 2024

      Ma il potere ce lhanno le donne…o vuoi dire che non possono esercitarlo?
      Se parli di impazziti senza di te, ti cerchi altri ban.

    9. natascia 21 gennaio 2024

      Ha molto senso la paura dell’aggressività femminile. Infatti una femmina che difende i suoi piccoli è generalmente invincibile. Questo dato di fatto la rende, nella gerarchia del potere un pedone ingombrante, seminatore di zizzania. Prima o poi sacrificabile.

    10. emilyever 21 gennaio 2024

      Non credo di capire bene: l'origine dell'aggressività femminile anche verso un'altra donna, per esempio, la collochi nell'innata difesa dei piccoli?
      Saltando ad un esempio più banale, mi colpisce un fatto dell'amato mondo tennistico. Ai professionisti di questo sport non è permesso scommettere nè su se stessi nè sui colleghi, ma ci sono parecchi casi di giocatori che si sono lasciati corrompere dagli scommettitori con i quali hanno concordato di perdere apposta. Ebbene, con le giocatrici, chi dirige questo sottobosco di scommettitori ci hanno provato, ma non hanno trovato nessuna. La domanda è: la donna, quindi, è più etica o più competitiva?Inquadriamola nell'ambiente: durante l'anno i tennisti maschi giramondo per i tornei si allenano spesso insieme, ridono, scherzano, stringono amicizie. Le donne no, sono state rarissime le amiche, e non si allenano mai fra loro, ma preferiscono chiamare sparring partner magari fra i ragazzi del club dove disputano il torneo. Mai, durante un match, ho visto una donna che applaudiva un colpo dell'avversaria, mentre si nota spesso fra gli uomini. Le donne sono più competitive, allora, sono più "cattive", o solo più sincere?

    11. natascia 21 gennaio 2024

      L’anima femminile è molto complessa, molto più di quella maschile. Da madre di maschi e femmine te lo posso confermare. Sono mondi diversi che si completano. Io non conosco la sorellanza perché ho fratelli maschi, ma l’ho ereditata da mia madre e mia suocera. Gelosie, invidie ma grande difesa e protezione. La sorellanza potrebbe essere una grande forza nella società. Penso alle madri dei desaparesidos, o alle rivolte guidate nella storia da femmine per le più varie ragioni. La lotta tra i sessi non ha senso perché entrambi hanno tutto quello che manca all’altro.

    12. natascia 21 gennaio 2024

      La lotta di una donna contro un’altra donna è la stessa della rivalità tra maschi. Lotte che possono avere sfumature di rispetto o di meschinità’.

    13. absitiniuriaverbis 21 gennaio 2024

      La complementarieta' è un concetto appropriato e trascurato. Quando vige la contrapposizione, la competizione, il leggere per rispondere e non per capire, la complementarieta' sparisce.

      Mi sembra opportuno però sottolineare che occorre scegliere e decidere cosa fare della propria vita (trascurando il discorso libero arbitrio si o no che ci porta in altre direzioni) o della vita del gruppo/popolo/nazione che sono rappresentati da chi è lì per fare scelte ed assumere decisioni.
      A quel punto, scegliere e decidere, la complementarieta' dovrebbe poter mitigare gli istinti.
      E ritorno al concetto di misura.

    14. Nonso bannato 21 gennaio 2024

      Non parliamo più di ban, per favore. Sto cercando di frenare la voglia di mandare un'email alla redazione per lamentarmi dell'abuso e della violenza subita. Non apriamo l'argomento che è meglio.

      Il potere ce l'hanno le donne? Quali? Forse ignoro di un gruppo di donne nascoste chissà dove, ben protette ... Cosa che, come uomo, mi intrigherebbe, lo ammetto.

      Quelle che vediamo non hanno alcun potere, in politica ci finiscono i potentissimi sacrificabili.
      Possiamo denunciare il servilismo, al massimo.

    15. Astronauta 21 gennaio 2024

      Quindi la von der,la Garbatella ecc…non hanno alcun potere?

    16. Nonso bannato 21 gennaio 2024

      Hanno tutto un potere che non esercitano.

    17. Nonso bannato 21 gennaio 2024

      Se ne può parlare.
      Possono sempre scegliere di finire suicidate.

    18. BrunoWald 21 gennaio 2024

      Verissimo, ma in questo caso non si tratta solo di donne, lo stesso discorso vale per tutti gli sporchi parassiti che compongono la classe politica occidentale: lestofanti e pippatori di coca che fanno sempre i famosi "sacrifici" col sedere degli altri.

      Non a caso hanno creato eserciti di soli mercenari: così si rispecchiano gli uni negli altri.

      Per fare un confronto con i nazisti, paradigma del Male: i figli dei principali gerarchi politici e militari del regime erano tutti in prima linea, in Russia (non a prendersela con paesi del terzo mondo...), e infatti diversi di loro ci rimisero le penne. Erano tempi in cui si faceva sul serio.

    19. BrunoWald 22 gennaio 2024

      "L’anima femminile è molto complessa, molto più di quella maschile. "

      Dipende. Se prendiamo lo stereotipo dell'uomo razionale e pragmatico, o peggio ancora gli amici che bevono birra guardando la partita, potrebbe anche essere...

      Ma basta gettare uno sguardo alle figure archetipiche della civiltà occidentale - Ulisse, Parsifal, Faust, per citarne alcuni, il quadro cambia radicalmente.

      Per il resto sono d'accordo con te.

    20. BrunoWald 22 gennaio 2024

      "ma noi donne siamo portatrici di valori diversi proprio perchè siamo madri, da sempre, anche se non abbiamo figli nostri?"

      Ho paura che sia sempre stato un mito. Di quelli falsi, non di quelli che racchiudono delle verità in forma simbolica.
      I valori sono sempre stati quelli del gruppo, perché dal gruppo dipende la sopravvivenza di tutti.
      Per secoli e millenni, uomini e donne hanno pensato ed agito in un certo modo perché da ciò dipendeva la loro sopravvivenza.

      Se arrivava l'inverno e non c'erano abbastanza legna e scorte alimentari, si moriva di freddo e d'inedia. Se non si facevano molti figli, e non li si accudiva a dovere, il gruppo rischiava di estinguersi (e anche così la mortalità infantile era elevata) È chiaro che la prima era una responsabilità maschile, e la seconda femminile: non c'era spazio per i capricci dei singoli.

      Senz'alcun intento polemico, ritengo che il femminismo, al pari di tante altre mode e paturnie anche maschili, sia stato il frutto di un'epoca in cui avevamo tutti il frigo pieno ed il riscaldamento acceso, e bisognava inventare qualcosa per non annoiarsi.
      Ho espresso il concetto in termini un pò esasperati, ma sono sicuro che comprenderai cosa intendo.

    21. absitiniuriaverbis 22 gennaio 2024

      Femminismo, maschilismo, patriarcato, matriarcato, femminicidio, infanticidio, e, giusto per non rinunciare a nulla, aborticidio e maschinicidio e feticidio e lgbtcidio e transgedicidio e gaycidio e lesbicidio e negricidio e rossicidio e giallicidio... a quando?
      E quante altre sigle verranno introdotte per differenziare l'uccisione di un appartenente al genere umano?
      Invece di aggregare, complementare, vige il dividere come se fosse sinonimo di aggravante o alleviante secondo la convenienza del momento

      È il solito divide et impera, né più né meno.

      Non è in discussione che in passato ci siano stati eccessi di tutti i tipi al riguardo, è in discussione il futuro.

    22. emilyever 22 gennaio 2024

      Non sono stata così fortunata, cresciuta in una grande famiglia dove i maschi erano in minoranza, ho sentito la protezione femminile (e maschile), ma anche che le donne, quando colpiscono e vogliono ferirti, lo fanno in modo più sottile forse, ma più cattivo degli uomini, proprio perchè sono donne come me e sanno dove colpire. Ricordo una considerazione di mie studentesse di una classe di liceo linguistico a prevalenza femminile:- Meno male che ci sono questi 2 maschi, altrimenti solo fra noi ci saremmo già scannate.-

    1. Astronauta 21 gennaio 2024

      „“““Abbiamo sempre lasciato la gestione di aspetti fondamentali della nostra vita di donne ai medici. Ora pensiamo di dover cambiare”””
      troppo tardi. Ormai imedici o pseudo tali, hanno preso tutto.
      Giusto dire “abbiamo lasciato”.Infattiloro non potevano prendere se ci fosse stata opposizione.
      Non potevano far diventare la gravidanza una malattia e non potevano fare aborti mettendo in pericolo la donna in primis.
      I danni delle femministe accecate sono troppi.

    1. BrunoWald 21 gennaio 2024

      " il movimento di liberazione delle donne, ovunque è sorto, è sempre stato trasgressivo e sovversivo: rispetto a tutto l’ordine sociale, alla tranquillità dei rapporti di potere consolidati nelle famiglie, all’accettazione dei valori dati per ovvi…”

      Ecco, questa è precisamente la Menzogna Originaria, o più esattamente l'auto-inganno, su cui si fonda tutta intera la narrativa femminista.

      Il movimento femminista è stato voluto, sostenuto, pompato e promosso dal sistema con tutto l'immenso potere mediatico di cui esso dispone, perché funzionale alla vasta opera di ingegneria sociale necessaria per operare la ristrutturazione generalizzata della società "arcaica" contadina e operaria pre 1945, che andava traghettata verso la società liquida nella quale viviamo attualmente, in cui monadi sradicate, intercambiabili fra loro, sono alla completa mercé dell'indottrinamento sistemico e di brutali rapporti di forza economici, essendo stati spazzati via i presupposti culturali e le reti di solidarietà comunitaria e familiare che avrebbero reso possibile una resistenza.

      "Patriarcali" erano il mondo pre-moderno e la civiltà contadina: il capitalismo, essendo qualcosa di inorganico, di patriarcale non ha proprio nulla.

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