La falsa utopia di Ventotene: il manifesto Ue della nostra prigione

La falsa utopia di Ventotene: il manifesto Ue della nostra prigione

La polemica recente sul Manifesto di Ventotene tra la Presidente del Consiglio Meloni e il Pd riporta quel documento al centro dell’attenzione. Sebbene molta parte della sinistra abbia sempre esaltato il Manifesto come espressione di una posizione progressiva e di sinistra, è invece importante chiarire come il Manifesto rappresenti una posizione regressiva e anti-democratica, che prefigura tutti i problemi da cui è afflitta la Ue odierna. Per questa ragione proponiamo la lettura di ampi estratti dei primi paragrafi del libro di Domenico Moro, “Eurosovranità o democrazia? Perché uscire dall’euro è necessario”, edito da Meltemi.

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IL MANIFESTO DI VENTOTENE E LE RAGIONI CULTURALI DEL RIFIUTO DELL’USCITA DALLA UE E DALL’EURO

Di Domenico Moro

Oggi, in tutti i paesi europei, le politiche economiche e sociali e gli stessi meccanismi della democrazia rappresentativa sono ingabbiati dai vincoli dei trattati europei e dall’euro. Dinanzi alla peggiore crisi economica dal 1929, i vincoli europei hanno drasticamente ridotto gli investimenti pubblici, impedendo di compensare il crollo degli investimenti privati, come si faceva nelle crisi precedenti.

Tuttavia, i dati statistici non ci restituiscono completamente il quadro europeo. Mai, prima d’ora, si era visto in Europa un tale distacco tra cittadini e sistema politico, con un astensionismo che arriva fino alla metà dell’elettorato. La tradizionale alternanza tra centro-destra e centro-sinistra è venuta meno, facendo saltare i meccanismi della democrazia rappresentativa. Partiti che hanno fatto la storia dei loro Paesi e dell’Europa, come i partiti socialisti francese, tedesco, spagnolo, olandese e greco, si sono ridotti ai minimi storici e in qualche caso sono scomparsi dalla scena politica. Alle ultime presidenziali francesi, per la prima volta dal dopoguerra, nessuno dei due tradizionali partiti principali, il socialista e il repubblicano, è riuscito ad accedere al ballottaggio. Invece, partiti critici verso l’Ue e l’euro, sono nati o, se già esistenti, sono cresciuti un po’ dappertutto, raccogliendo una quantità di consensi fino ad ora impensabile al di fuori dei classici centro-sinistra e centro-destra.

Appare evidente che il rilancio economico, sociale e democratico dell’Italia e dell’Europa richiede la rimozione del trasferimento a organismi sovranazionali di importanti funzioni statali, in particolare il controllo sul bilancio pubblico e sulla moneta[1].

Inoltre, è possibile ricostruire una linea politica internazionalista – di solidarietà e unità tra i lavoratori europei e tra lavoratori autoctoni e immigrati – soltanto mettendo al centro il tema dello scardinamento della gabbia dell’euro. Questo può avvenire, secondo le condizioni concrete, in varie modalità, tra le quali non possono certo essere escluse a priori l’uscita negoziale e finanche unilaterale dall’euro. Eppure, molti continuano a rifiutarsi di prendere persino in considerazione una qualche via di superamento o di uscita dall’euro, ignorando la centralità della questione dell’integrazione economica e valutaria europea.

Quali sono le ragioni di un tale rifiuto? Le motivazioni sono di due tipi, economiche e politico-ideologiche. Sebbene le motivazioni economiche siano certamente importanti, ritengo che a incidere maggiormente sulla riluttanza persino a prendere in considerazione l’ipotesi di uscire dall’euro, fra la sinistra e più in generale nella società italiana ed europea, siano le motivazioni politico-ideologiche. Da una parte, queste sono percepite come meno “tecniche” e quindi maggiormente comprensibili. Dall’altra, soprattutto, fanno riferimento a un senso comune profondamente radicato in Italia, ma presente anche in altri Paesi dell’Europa occidentale. In effetti, bisogna dire che la questione dell’euro e dei trattati non è una questione soltanto tecnica, cioè di meccanismi economici, che in genere sono tutt’altro che neutrali. A maggior ragione, la questione dell’euro e dei trattati è anche e soprattutto una questione politica, cioè di scelte basate su interessi di classe e tese a modificare i rapporti di forza fra classi e settori di classi sociali.

Tra le motivazioni politico-ideologiche la principale è quella che ritiene l’uscita dall’euro politicamente e storicamente regressiva, perché rappresenterebbe il ritorno alla nazione. Il concetto di nazione, per ragioni che spiegheremo poi, viene identificato con quello di nazionalismo. Di conseguenza, il rifiuto dell’euro e con esso dell’unità europea significherebbe di per sé il ritorno al nazionalismo e di conseguenza l’assunzione di una posizione di destra, con la quale ci si allineerebbe implicitamente alle posizioni espresse da partiti di destra o estrema destra come il Front National in Francia, Alternative für Deutschland in Germania, e la Lega in Italia. Una variante di questa posizione ritiene che il ritorno alla nazione, oltre che di destra, sia inadeguato allo svolgimento di lotte efficaci e sia persino anti-storico, a causa della dimensione ormai globale raggiunta dal capitale. Tali posizioni si intrecciano in chi, come Toni Negri, pensa che la globalizzazione «è stata l’effetto di un secolo di lotte ed ha rappresentato una grande vittoria proletaria».[2] In particolare, sempre secondo Negri, per i lavoratori dei Paesi avanzati il globale sarebbe una modalità di vita per rompere con «la barbara identità nazionale».[3] A questa posizione, si può facilmente obiettare che la globalizzazione è stata una risposta del capitale per risolvere la sua crisi (l’eccesso di capacità produttiva e il calo dei profitti), mediante le delocalizzazioni e la riduzione dei salari e del welfare. Del resto, è una ben strana vittoria quella che modifica i rapporti di forza a proprio sfavore, nella fattispecie ai danni del lavoro salariato, ad esempio permettendo di ricattare i lavoratori con la minaccia delle delocalizzazioni.

Nei primi anni duemila Negri riteneva si fosse realizzata la «costruzione di un impero capitalista» unificato, deducendone, quindi, – in compagnia di una parte notevole dell’intellettualità di vari orientamenti ideologici e politici – che gli Stati e le nazioni non avessero più alcuna ragione di esistere o che fossero ormai organismi che non contavano più molto. In un tale contesto, l’Europa unita non solo avrebbe sancito il superamento dell’obsoleto Stato-nazione, ma la possibilità di «costruire una democrazia assoluta a livello di impero […] come contro-Impero».[4] Anche qui la realtà si è incaricata di smentire elaborazioni teoriche troppo astratte, che non tenevano conto delle caratteristiche e delle finalità della costruzione europea. In Europa non è emerso un impero unitario, ma, al contrario, la competizione tra Stati e tra imperialismi si è manifestata più volte: dal contrasto all’epoca della guerra in Iraq tra Francia e Germania, da una parte, e Usa, dall’altra, fino al contrasto franco-italiano in Libia, per non parlare dei conflitti sul commercio e sulla politica internazionale che dividono Usa ed Europa (e da cui nasce l’elezione di Trump) e sempre più spesso l’Europa al suo interno. Soprattutto, la possibilità che le “moltitudini” europee realizzassero un soggetto politico democratico («un contropotere rispetto all’egemonia capitalistica dell’impero»[5]) è naufragata sullo scoglio dei movimenti xenofobi e nazionalistici che l’Europa stessa ha contribuito a promuovere, a causa dell’aumento della povertà e dell’allargamento dei divari tra Paesi europei.

Ad ogni modo, le motivazioni politiche contro l’uscita dall’euro si basano su false premesse, anche se il tema del rapporto tra nazione, democrazia e lotta di classe è complesso. Proprio per questo il principio da cui partire è che la questione della nazione va affrontata non in astratto ma in concreto, cioè partendo dall’analisi dei rapporti di produzione per come si manifestano nella fase attuale del capitalismo. Il timore di ricadere nel nazionalismo affonda le sue radici nella storia del Novecento, quando i nazionalismi furono alla base dei fascismi e a essi si attribuì la causa dello scoppio della Prima e della Seconda guerra mondiale. Altiero Spinelli e gli altri autori del Manifesto di Ventotene (Ursula Hirschmann, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi), fino ad oggi punto di riferimento ideale della sinistra europeista, estesero la loro avversione dal nazionalismo allo Stato nazionale. Per eliminare per sempre la possibilità di una guerra e della rinascita del fascismo, scrivono, bisogna eliminare la «sovranità assoluta» degli Stati europei, subordinandoli all’Europa unita. Il Manifesto di Ventotene è influenzato dalle tesi di Albert O. Hirschman, fratello di Ursula e cognato di Eugenio Colorni. Hirschman era un economista tedesco che, dopo aver completato i suoi studi a Berkeley, si era arruolato nell’esercito statunitense. Dopo la guerra, divenne alto dirigente della Banca centrale statunitense per i Paesi del Commonwealth e fu candidato al premio Nobel. Le sue riflessioni sono funzionali alla ricostruzione del mercato mondiale controllato da istituzioni internazionali sotto l’egemonia statunitense. In Potenza nazionale e commercio estero (1945) Hirschman scrive che la politica di potenza statale, che portò allo scoppio della Seconda guerra mondiale, può essere superata solo privando gli Stati dell’autonomia sulle scelte economiche, cioè della sovranità nazionale, subordinandoli alle regole di organismi sovranazionali: «[il superamento della politica di potenza] può esser fatto solo con un attacco frontale contro l’istituzione che sta alla radice del possibile impiego delle relazioni economiche internazionali per obiettivi di potenza nazionale, cioè contro l’istituzione della sovranità nazionale».[6]

Proprio l’eliminazione della sovranità economica nazionale è uno dei pochi obiettivi realizzati, mediante l’euro, dal movimento europeista. Però, realizzando una sorta di eterogenesi dei fini, è curiosamente proprio la limitazione della sovranità economica nazionale che ha portato di nuovo in Europa all’egemonia della Germania, vale a dire il Paese da cui muoveva la critica di Hirschman alla politica di potenza mediante il commercio estero. E, per giunta, si tratta di una egemonia basata sul commercio estero, che ha condotto la Germania ad accumulare un surplus della bilancia commerciale superiore persino a quello della Cina.

Il concetto di nazione acquisisce un significato così negativo che, secondo il Manifesto di Ventotene, la linea di demarcazione tra progressisti e reazionari non sarebbe dovuta più passare per la maggiore o minore democrazia o per la forma dei rapporti di produzione, cioè tra capitalismo e socialismo, ma tra l’essere o per lo Stato nazionale o per lo Stato sovranazionale. Essi vedevano nello sviluppo di un’Europa unita e nel superamento del capitalismo autarchico, tipico della fase degli anni Trenta, verso il libero commercio non solo un antidoto alla guerra ma anche il migliore mezzo di contrasto all’influenza dei partiti comunisti in Europa. Del resto, nel Manifesto di Ventotene la socializzazione dei mezzi di produzione viene vista come un’utopia e come una «erronea deduzione» dai principi del socialismo, che porterebbe automaticamente alla dittatura burocratica. All’epoca l’Urss stava combattendo una lotta senza quartiere contro il nazismo a fianco degli angloamericani, che le sarebbe costata circa ventitré milioni di morti, mentre i comunisti in Italia e in Francia erano parte fondamentale della Resistenza. Ciononostante, gli autori del Manifesto di Ventotene sembravano preoccupati soprattutto di individuare le contromisure nei confronti degli scomodi alleati in vista della ridefinizione degli assetti politici del dopoguerra: «Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo in senso rivoluzionario ma già il fallimento del rinnovamento europeo».[7]

Il nazionalismo della prima metà del Novecento, in realtà, più che la causa primaria fu l’effetto di un determinato contesto storico e di specifiche condizioni socio-economiche. Esso ha rappresentato la forma ideologica adeguata a una specifica fase storica dei rapporti di produzione capitalistici, che alcuni, come l’economista Pietro Grifone, hanno definito capitalismo monopolistico di Stato.[8] Durante quel periodo storico, tra la fine dell’Ottocento e la Seconda guerra mondiale, l’accumulazione capitalistica avveniva soprattutto su base nazionale, mentre il suo espansionismo estero avveniva nella forma dell’imperialismo nazionale e territoriale. La tendenza si accentuò negli anni Trenta con l’economia cosiddetta autarchica. Le economie nazionali erano allora ripiegate al loro interno e gli scambi con l’estero di merci e di capitali avvenivano soprattutto all’interno degli imperi nazionali, tra la metropoli, cioè la potenza imperialista, e le sue colonie. Nel 1937 l’Italia dirigeva verso le sue colonie quasi il 25% delle sue esportazioni totali, ma riceveva appena il 3% delle importazioni.[9] Solamente grazie ai surplus commerciali con le colonie molti Paesi europei riuscivano a ridurre o annullare i deficit della loro bilancia complessiva degli scambi con l’estero. La City di Londra mantenne per decenni il suo ruolo di centro finanziario mondiale grazie ai surplus dell’interscambio con le sue colonie e al trasferimento di oro tra il Regno Unito e l’India, all’epoca il suo dominio principale. In quel periodo, infatti, il Regno Unito aveva una bilancia commerciale con l’estero cronicamente in deficit, e su export e produzione industriale perdeva continuamente posizioni a favore della Germania.[10]

È ovvio che, in un tale contesto di scambi più circoscritti, lo Stato avesse un ruolo nell’economia più interventista e più diretto, che determinava una tendenza al capitalismo di Stato, affermatasi pienamente dopo la crisi del 1929. La causa scatenante delle due guerre mondiali fu la crisi capitalistica, prima quella del 1905-1913 e poi quella del 1929, e il conseguente acutizzarsi delle contraddizioni inter-imperialistiche. Gli imperialismi britannico, tedesco, francese e italiano erano impegnati nella competizione per il controllo di aree periferiche allo scopo di garantirsi uno sbocco all’eccedenza di merci e capitali e la fornitura di materie prime a basso costo. Le ideologie nazionalistiche furono lo strumento per la mobilitazione delle masse verso la Prima guerra mondiale. In seguito, l’affermazione del fascismo, come forma estrema e specifica di nazionalismo, fu funzionale all’espansionismo del grande capitale monopolistico uscito sconfitto dalla Prima guerra mondiale, come nel caso della Germania, o frustrato nelle sue aspirazioni territoriali, come nei casi dell’Italia e del Giappone. Del resto, il fascismo, dopo la prima fase movimentistica e piccolo borghese, mutuò il suo programma e una parte dei suoi quadri dirigenti dall’Associazione nazionalista italiana, di piccole dimensioni ma espressione organica dell’imperialismo industriale del grande capitale italiano.[11]

Quando si parla di fatti e idee sociali, come nel caso del concetto di nazione e del nazionalismo, bisognerebbe inquadrarli nel contesto storico. Quindi, la prima domanda che ci si dovrebbe fare è: qual è il periodo storico che attraversiamo? Quali ne sono le specificità concrete in riferimento al problema che discutiamo? Per rispondere a queste domande la prima cosa da dire è che oggi la forma del modo di produzione capitalistico è molto diversa da quella degli anni tra le due guerre mondiali, perché l’accumulazione, cioè la realizzazione di profitto, non avviene che in minima parte su base nazionale. Il mercato principale della Volkswagen non è la Germania ma la Cina e quello della Fiat, prima dell’acquisizione di Chrysler, non era l’Italia ma il Brasile e oggi il Nord America. La Fiat, oggi divenuta Fca, realizza il 60% dei ricavi e il 75% dei profitti nell’area Nafta (Usa, Canada, Messico), oltre ad aver spostato la sede legale in Olanda e quella fiscale nel Regno Unito.[12] Del resto, non sono poche le grandi imprese “italiane” che hanno sede all’estero, ad esempio Ferrero in Lussemburgo e STMicroelectronics in Olanda. Dunque, dalla forma di capitalismo monopolistico di Stato si è passati alla forma di capitalismo globalizzato.[13] In quest’ultima il capitale realizza i suoi profitti soprattutto su base internazionale, mediante investimenti all’estero sia di portafoglio sia diretti (IDE).[14] L’obiettivo è realizzare economie di scala a livello internazionale, basate sullo spostamento di quote di produzione dai Paesi avanzati a quelli periferici, a basso costo del lavoro, e su operazioni di fusione tra imprese e integrazione tra capitali del centro a livello sovrastatale. Le imprese che contano sono multinazionali o transnazionali e l’imperialismo non si basa più su imperi territoriali, ma sulla capacità di comando mediante il controllo dei movimenti internazionali di capitale, di merci, di materie prime, di tecnologia. Questo, però, non significa che non si ricorra anche allo strumento militare, che però non tende al controllo diretto di aree periferiche, quanto a determinare assetti favorevoli o a eliminare governi e stati scomodi, attraverso la capacità d’intervento militare “fuori area” e l’uso di guerre per procura.

Naturalmente anche l’ideologia si è adeguata a tali trasformazioni abbandonando il nazionalismo, divenuto ormai obsoleto, e abbracciando il cosmopolitismo, che ha varie declinazioni. Ad esempio in campo militare, come ha ben documentato Vladimiro Giacché, assume la veste di interventismo “umanitario” o per esportare la “democrazia”. In questo modo, il vecchio imperialismo nazionalista diventa, secondo l’espressione di Ignatieff, «imperialismo dei diritti umani».[15] In una fase storica in cui i margini di profitto derivano dalle economie di scala e dalla integrazione della produzione a livello internazionale l’andamento delle economie nazionali europee ha molta meno importanza. Di conseguenza, decade la necessità che lo Stato sostenga l’economia e il Pil domestico mediante il debito pubblico. Anzi, come vedremo più avanti, il debito pubblico diventa un ostacolo alla creazione del mercato finanziario che fornisce alle grandi imprese i capitali per operare a livello mondiale.[16]

Nella misura in cui l’integrazione europea (specie monetaria) favorisce i suddetti processi del capitale, l’ideologia europeista è articolazione diretta, in Europa, dell’ideologia cosmopolita, che non va confusa nel modo più assoluto con quella internazionalista. L’internazionalismo, come parte del pensiero socialista del XIX e del XX secolo, non prescinde dall’esistenza delle nazioni e dagli Stati e ha un carattere collettivo e di classe. Infatti, si propone di superare le differenze e le rivalità nazionali e statali mediante la costruzione di una solidarietà e di una unità di intenti economici e politici tra classi subalterne e lavoratori salariati appartenenti a nazionalità differenti, nei confronti del capitale. L’internazionalismo tiene conto dell’esistenza delle nazionalità e sostiene il principio dell’autodeterminazione dei popoli, cioè il diritto alla separazione, come strumento di lotta contro l’oppressione dell’imperialismo e dei regimi autoritari e arretrati. Ma inquadra l’intera questione nazionale all’interno della difesa degli interessi generali del lavoro salariato e delle classi subalterne e lotta contro tutto quanto divida e metta in concorrenza i lavoratori, comprese le differenze nazionali.

Il cosmopolitismo, invece, prescinde dalle nazioni e ha un carattere individualistico. L’individuo si sente cittadino del mondo, invece che legato a una determinata comunità territoriale. Sul piano economico, il cosmopolitismo esprime l’aspetto della mobilità, una delle caratteristiche vitali del capitale, che richiede sia l’esistenza dello Stato territoriale, per le garanzie e le regole che questo può offrire, sia una ampia libertà di movimento al di sopra e attraverso i confini statali.

Di Domenico Moro

Domenico Moro si occupa di globalizzazione e di economia politica internazionale. E’ autore di Globalizzazione e decadenza industriale e Nuovo compendio del Capitale; Eurosovranità o democrazia? Perché uscire dall’euro è necessario, Meltemi, Milano 2020.

NOTE

[1] Le responsabilità dell’integrazione economica e monetaria nella crisi europea e italiana e le tematiche del suo superamento sono state approfondite, sebbene con accenti diversi, da diversi economisti italiani, tra i quali citiamo Alberto Bagnai, che ha svolto un ruolo pionieristico, Sergio Cesaratto, Emiliano Brancaccio, Ernesto Screpanti, Vladimiro Giacché, Massimo d’Antoni, Riccardo Realfonzo, Guglielmo Forges Davanzati. I testi di alcuni di questi autori sono citati in bibliografia.

[2] Toni Negri, Chi sono i comunisti. Relazione al convegno C17, 18-22 gennaio 2017

[3] Toni Negri, Ibidem.

[4] Antonio Negri, “Strategie politiche per l’Europa. Europa necessaria, ma possibile?” (settembre 2001) In L’Europa e l’impero, manifestolibri, Roma 2009, p. 118.

[5] Ibidem, p. 119.

[6] Albert O. Hirschman, Potenza nazionale e commercio estero, il Mulino, Bologna 1987, p. 61. Il corsivo è nostro.

[7] Altiero Spinelli, Ursula Hirschmann, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, Il manifesto di Ventotene. Per una Europa libera e unita, Ventotene 1941-1944.

[8] Pietro Grifone, Il capitale finanziario in Italia, Einaudi, Milano 1972. P. Grifone, Capitalismo di Stato e imperialismo fascista, La città del sole, Napoli 2006.

[9] Istituto centrale di statistica del Regno d’Italia, Supplemento all’Annuario Statistico Italiano, Supplemento n. 4 Commercio estero, ottobre 1944.

[10] Marcello De Cecco, Moneta e Impero, Donzelli Editore, Roma 2017.

[11] Maurizio Ridolfi, Storia dei partiti politici, Bruno Mondadori, Milano 2008.

[12] Fca, Relazione finanziaria, 30 settembre 2017. Il dato si riferisce ai primi nove mesi del 2017.

[13] Domenico Moro, Globalizzazione e decadenza industriale, Imprimatur, Reggio Emilia 2015.

[14] Gli IDE sono investimenti di capitale in una impresa estera, già esistente o realizzata ex novo. Gli IDE si distinguono dagli investimenti di portafoglio in quanto hanno un orizzonte temporale lungo e devono raggiungere almeno il 10% del capitale con diritto di voto nel consiglio d’amministrazione.

[15] Cit. in Vladimiro Giacché, La fabbrica del falso, DeriveApprodi, Roma 2008, p. 51.

[16] Riccardo Parboni, “Il materialismo storico e la crisi mondiale”, in R. Parboni (a cura di), Dinamiche della crisi mondiale, Editori Riuniti, Roma 1988.

Commenti (48)

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Mostra commenti 48 caricati
    1. Giulio Bona 22 marzo 2025

      La invitiamo a rispettare le regole del sito e a non offendere il suo interlocutore. La ringraziamo della collaborazione

    1. Achille 21 marzo 2025

      E chi te lo vieta!!!

    1. ndr60 21 marzo 2025

      Concordo col testo dell'articolo; sulle dicotomie nazione/nazionalismo e internazionalismo/globalismo si giocherà il destino di tutti. E attualmente è a livello nazionale che la gente comune ha la possibilità (sempre più piccola e in graduale diminuzione) di fare valere ciò che rimane dei suoi diritti.

    1. Achille 21 marzo 2025

      Posso dissentire da quello che dice Borghi, se è quello che tu hai riportato (perché non ho ascoltato il video)... oppure devo acconsentire perché piace a Te??
      Io ti ho detto a cosa serve per me la campagna per un esercito europeo.... questa è la mia opinione. Sei libero di accettare quella di Borghi.... ma non di rivolgerti in questo modo.
      Per me un video di un'ora riassunto in quella conclusione che tu hai tratto.... è fuori strada!!!!

    2. ric 21 marzo 2025

      non rivolgerti in questo modo....ma chi ti credi di essere?

    3. Achille 21 marzo 2025

      Ancora??? sei tu che ti rivolgi in modo sgarbato e minaccioso..... se per me quello che riporti di Borghi è una scemenza, avrò il diritto di pensarlo e dirlo....
      Incredibile....

    4. Moderatore 22 marzo 2025

      La invitiamo a mantenere toni consoni nei confronti del suo interlocutore.
      Ciascuno è libero di esprimere il proprio pensiero.
      La ringraziamo della collaborazione.

    5. Moderatore 22 marzo 2025

      La invitiamo a mantenere toni consoni nei confronti del suo interlocutore.
      La ringraziamo della collaborazione.

    1. BrunoWald 21 marzo 2025

      "In seguito, l’affermazione del fascismo, come forma estrema e specifica di nazionalismo, fu funzionale all’espansionismo del grande capitale monopolistico..."

      Non la finiremo mai con i luoghi comuni: Inghilterra, Francia e Stati Uniti sono stati e rimangono estremamente nazionalisti, senza aver mai conosciuto fascismo alcuno.

      Ciò che il fascismo ebbe di specifico, semmai, fu di essere un socialismo nazionale che provò a estromettere dal potere elementi apolidi e cricche massoniche. Siccome non si è dimostrato all'altezza di una simile missione storica, le conseguenze le scontiamo noi, e temo che continueremo a scontarle ancora a lungo.

    2. Giudice Holden 22 marzo 2025

      Il fascismo rivoluzionario originale e quello tardivo della RSI, sarebbero stati all'altezza. Il "mussolinismo" degli anni del potere, purtroppo no. Molti nostalgici di oggi, a mio parere, rimpiangono proprio quest'ultimo, non capendo che del "petrolio" amano ricordare la nafta e non la benzina. Ed il motivo è perchè l'italiano nell'anima è consevatore e non rivoluzionario. Ma il fascismo primigenio era tutt'altro che un movimento conservatore. E sono sicurissimo che tanti che si dicono di destra, oggi lo odierebbero.

    3. BrunoWald 22 marzo 2025

      Condivido integralmente il tuo commento.

      Infatti il MSI era, in essenza, un partito di tromboni reazionari per il quale i giovani rivoluzionari, sinceramente fascisti, transitavano brevemente prima di essere espulsi, o se ne andavano spontaneamente per il disgusto.

      Tra gli uni e gli altri esisteva un abisso, ideologico ed umano, e l'unico "collante" (peraltro relativo) era costituito dal nemico comunista che ci superava di dieci a uno e non faceva distinzioni, al momento di spaccare teste.

      Circa i miei sentimenti personali, basti dire che ho l'onore di custodire la bandiera da guerra della Repubblica Sociale Italiana: ricordo sempre i suoi Caduti, compresi i prigionieri e le ragazze trucidate, quando sento calunniare gli italiani in generale come un popolo di codardi e di voltagabbana.

    4. Giudice Holden 23 marzo 2025

      Uno di quei giovanissimi fascisti che se ne andarono disgustati quasi subito fu mio padre, uno dei primi tesserati romani del MSI. Fu uno dei firmatari, assieme a tanti nomi alcuni dei quali divennero poi tristemente famosi, di una famosa lettera nel quale denunciarono proprio l'allontanamento del nuovo partito dallo spirito del fascismo repubblicano. L'anticomunismo per lui e per tanti altri, non poteva essere l'elemento distintivo e di coesione principale, ma solo uno dei corollari (e nemmeno dei più importanti), di un'idea principale, che non trovava invece riscontro in quel partito.

    1. BrunoWald 21 marzo 2025

      "Il timore di ricadere nel nazionalismo affonda le sue radici nella storia del Novecento, quando i nazionalismi furono alla base dei fascismi e a essi si attribuì la causa dello scoppio della Prima e della Seconda guerra mondiale."

      Sì, questa è la favola per i gonzi. In realtà, tanto la Prima come la Seconda guerra mondiale furono pianificate e scatenate dalla mafia apolide e dalla massoneria anglosassone. E va riconosciuto, a testimonianza dell'abilità di quei bastardi, che tutti i loro obiettivi furono centrati in pieno.

      "Il Manifesto di Ventotene è influenzato dalle tesi di Albert O. Hirschman, fratello di Ursula e cognato di Eugenio Colorni. Hirschman era un economista tedesco che..."

      "Tedesco", come no... Non a caso era ebreo, al pari di Colorni. Quest'ultimo riuscì a fuggire dal confino e fu ucciso per puro caso nel 1944, mentre Spinelli e Rossi tornarono indenni dal confino e sopravvissero alla guerra, a dimostrazione dell'incredibile inefficienza del fascismo mentre era in gioco la sopravvivenza della nazione.

    2. ric 21 marzo 2025

      sante parole ! I nazionalismi sono un grande ostacolo per le mafie internazionali camuffate da democrazie al servizio delle multinazionali.

      .

    3. Giudice Holden 22 marzo 2025

      Direi soprattutto la seconda. La prima a mio parere sarebbe scoppiata comunque. A prescindere, è verissimo che dietro le guerre del '900 (fino a quelle recentissime come quella del '91 nel Golfo). ci sia dietro Kosher Nostra.

    1. sbregaverse 21 marzo 2025

      Indo^vina
      indo^vinello
      Indo^ve vanno i nostri privati* risp^armi ¿?
      *Si chiamano così perchè ne saremo privati.

    2. sbregaverse 21 marzo 2025

      E fu , che l'altissimo, motu proprio , sua sponte, mi fece sedere alla sua sinistra.
      La destra è occupata dalla mamma*.
      *Non la sua , la mia.

    3. Giudice Holden 21 marzo 2025

      Non preoccuparti, le suore li odiavano, ma i migliori sono mancini...

    1. esca 21 marzo 2025

      Il cancro va depotenziato e quindi rimosso prima che muoia l'organismo, non c'e' storia. Ma bisogna volerlo. Come possa un organismo malato che sta andando incontro a morte certa rifiutare ideologicamente di separarsi dal cancro che lo affligge senza tregua non lo capiro' mai.

    1. alduccio 21 marzo 2025

      Ho udito Fusaro leggere alcuni brani di questo manifesto,
      questi brani mi sono sembrati il tipico argomentare di massoneria medio alta.

    2. ric 21 marzo 2025

      A DIEGO F. manca solo la grinta necessaria per la comunicazione alle masse .

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      DIEGO FUSARO: Roberto Benigni, discorso choc in Rai: celebra la UE! - YouTube

    3. sbregaverse 21 marzo 2025

      La grinta ce l'ha, quello che manca, ancora, a Diego, è la leva mediatica

    4. ric 21 marzo 2025

      che mai nessuno glie la dara' ---

    1. gix 21 marzo 2025

      Molti esimi intellettuali hanno scritto e argomentato i loro autorevoli pareri in materia, per cui si può certamente prendere atto delle innumerevoli implicazioni di questo processo di eliminazione delle differenze e delle sovranità nazionali, che va avanti già da un bel pò. Ma forse non si dovrebbe perdere di vista lo scopo principale di questi processi di globalizzazione e di prevalenza delle autorità sovranazionali. Lo scopo principale, alla fine, è quello della massima centralizzazione del potere, in tutti i suoi aspetti, politici, economici, culturali ecc. Con la centralizzazione del potere è possibile comandare con pochi burocrati esecutori di direttive, vaste aree di popolazione nonchè centri economici ed industriali (più forze militari) che non avrebbero altrimenti nulla in comune tra loro. E' così che il wef di Davos ha potuto colonizzare i governi di mezzo mondo con pochi infimi personaggi che hanno studiato i loro programmini tutti uguali in aule tuttosommato ristrette; poche decine di persone, facilmente manovrabili, che eseguovo direttive tuttosommato semplici e ripetitive. Una Kallas che, senza avere alcun potere riconosciuto, viene a dirci che dovremo fare la guerra a oltranza non si sa bene nemmeno a chi e perchè, è un esempio concreto ma ne abbiamo visti molti altri. Dal loro punto di vista sicuramente la centralizzazione del potere rende più efficente il governo del mondo, per quanto riguarda gli aspetti pratici, anche perchè è difficile dalle periferie controllare,e soprattutto contrastare quello che fanno i burocrati delle entità sovranazionali. Se costoro ce li hai a portata di mano, e soprattutto puoi valutarli direttamente con il voto, c'è la scocciatura di dover controllare ogni singola realtà nazionale. Ma in ballo non c'è solo il potere globale economico, politico, indistriale, culturale ecc, (quello in gran parte le elite sovranazionali già ce l'hanno), c'è qualcosa di più, che diventa sempre più evidente, ovvero il controllo della razza umana, della sua coscienza e del suo sviluppo interiore, che costoro ritengono di aver il diritto (non si sa concesso da chi) di poter gestire a piacimento.

    2. Giudice Holden 21 marzo 2025

      c’è qualcosa di più, che diventa sempre più evidente, ovvero il controllo della razza umana, della sua coscienza e del suo sviluppo interiore, che costoro ritengono di aver il diritto (non si sa concesso da chi) di poter gestire a piacimento.

      Sono ottimista, per me ha ragione Smith quando, nonostante le torture, risponde ad O'Brien che non ci riusciranno.

    1. Achille 21 marzo 2025

      Dato per assodato che ogni paese ha il suo “sistema” di potere interno, l’Italia nello SME prima e nell’Euro poi (sistemi di cambi fissi), non ci è finita per caso…. ma per scelta politica. Una scelta politica gradita appunto al suo sistema di potere interno. Il “sistema euro” ovvero inserire economie diverse dentro la finzione del cambio fisso (valuta unica), e’ sempre stato il sistema migliore per le classe elitaria, da quando è nato il mondo, per colonizzare i popoli e saccheggiare i paesi, facendolo credere necessario ai popoli stessi.
      Per chi usa la stessa valuta e quindi a maggior ragione per un paese, il cambio è fisso. Quindi, tornare alla Lira, senza rimuovere il “sistema di potere” che ha interesse a tenerci nell’euro…. potrebbe servirci a poco. In poche parole, il Draghi sostenitore dell’ austerità per 30 anni, che oggi è in favore del deficit, e’ poco credibile se non ci dice a chi e cosa e’ destinato quel deficit. E questo ve lo dice chi uscirebbe dall’Euro…. domani mattina. E per favore lasciamo stare le utopie come il manifesto di Ventotene alla propaganda di regime di Benigni….e pensiamo al concreto….. qui ci stanno portando dentro gli Stati Uniti d’Europa…. se non capiamo velocemente che siamo ancora sovrani.

    1. Giudice Holden 21 marzo 2025

      A me pare che la spinta attuale sia verso la disarticolazione dell'Europa, altro che stato federale. E viste le premesse di quest'ultimo che abbiamo visto realizzare in questi anni, direi anche: per fortuna. L'idea di un esercito comune poi è aberrante. E comunque, se davvero ci si dovrà rafforzare a livello nazionale, sarà per una deterrenza non certo verso la Russia (con cui, escludendo la parentesi di Cavour, mai abbiamo avuto a che fare se non per una scellerata avventura intrapresa da mal armati e mal comandati) ma semmai verso qualche vicino con cui storicamente più volte ci si è presi a fucilate. Il sangue sparso e certe reminiscenze nei popoli non si cancellano con qualche tartina al salmone e certi falsi sorrisi con cui si firmano vaghi accordi su qualche pezzo di carta.

    2. Achille 21 marzo 2025

      La paura di una Russia di Putin imperialista…. è l’ennesima paura paventata per farci fare gli ennesimi, probabilmente, gli ultimi passi avanti per arrivare agli Stati Uniti d’Europa. Dopo la moneta comune, se aggiungi debito ed esercito comune, il gioco è fatto…. anche senza l’intervento democratico dei popoli sovrani

    3. Giudice Holden 21 marzo 2025

      Prima di arrivare ad un debito comune e un esercito comune, dovrebbero arrivare necessariamente ad un'unione politica vera, che nessuno stato vuole davvero. Davvero vedi tedeschi e francesi disposti a cedere la loro sovranità statale? Io sono convinto che non si arriverà mai agli Stati Uniti di Europa. Questi personaggi vogliono soprattutto un insieme di soffocanti rigide regole burocratiche sui vari dominii (economici, sociali, culturali) decise dall'alto, che senza alcuna parvenza democratica, possano decidere sopra la testa di noi cittadini.

    4. ric 21 marzo 2025

      il vero augurio e' che non ci ci arrivi mai agli stati uniti della NEURO-PA: i popoli non ne hanno assolutamente bisogno. .a differenza delle apolidi multinazionali. ..

      Meglio una guerra fra gli stati europei che un GUERRA FRA I CONTNENTI ..

      Ma la storia si ripete ....quel becero pezzo di me....figlio di una prost....chiamato giuseppe mazzini che fondò la " giovine italia" e' solo il nonno di una porcheria sepolta a Ventotene , ma entrambi erano al servizio di losche figure straniere.
      .

    5. Achille 21 marzo 2025

      Noi prima di pensare a cosa voglio gli altri, dovremmo preoccuparci di cosa vogliono i nostri governanti. E sul fatto che tutto l'arco partitico, sia allineato ai voleri di Draghi e chi lo ordina in Italia, per esercito e debito comune, non esiste il ben che minimo dubbio.
      Detto questo, con moneta, debito ed esercito comune.... e privi di unanimità nelle decisioni.... gli Stati Uniti d'Europa sono già di fatto costituiti, anche senza l'intervento democratico del popolo sovrano. Di questo dobbiamo avere contezza.... se vogliamo fare in modo che non avvenga!!!
      E il fatto che gli altri non lo vogliono o che venga fatto (come è disposto a fare Draghi), solo da alcuni paesi.... non ci toglie queste preoccupazioni.
      Tanto per essere chiari, in una unione monetaria, se la Germania fa 1000 miliardi di deficit e noi zero.... i tedeschi stanno bene e gli italiani fanno la fame... anche questo deve essere chiaro!!!

    6. Giudice Holden 21 marzo 2025

      Non sono d'accordo. Gli Stati Uniti d'Europa, fortunatamente non ci sono ancora. Non c'è una politica comune, nè interna nè estera, non c'è difesa comune, non c'è fiscalità comune e nemmeno economia comune. C'è solo (purtroppo) una moneta comune ed una seria di legacci burocratici che impongono una serie assurda di regole.

    7. Giudice Holden 21 marzo 2025

      Tranquillo, non ci si arriverà mai. Sono solo proclami dei nostri apparati politici mediatici, con condimento di pseudo intellettuali.

    8. Achille 21 marzo 2025

      Ma tu leggi quello che scrivo? non mi pare.... non Ti ho detto che gli Stati Uniti d'Europa esistono già. Ti ho detto che stanno lavorando (il nostro governo in primis), per arrivare velocemente a debito comune e esercito comune, ovvero a quelle cessioni di sovranità necessarie a rendere la Ue uno stato federale. Quando avrai debito comune ed esercito comune (la moneta comune ce l'hai già)... di fatto gli Stati Uniti d'Europa sono già costituiti. Certo non hanno la legittimità democratica dei popoli.... ma in termini di sovranità avranno tutto.
      Per questo, dobbiamo capire che le sovranità (a partire da quella monetaria), ad oggi sono ancora nelle nostre mani e dobbiamo tornare ad esercitarle, prima che ce le tolgano. Se la Germania fa 1000 mld di deficit, significa che sta esercitando la propria sovranità..... se noi, invece siamo tornati all'avanzo primario, significa che non la stiamo esercitando... chiaro!!! e se non la esercitiamo è perché la volontà politica è per farla esercitare ad altri.... chiaro!!!!

    9. ric 21 marzo 2025

      io non starei tranquillo sotto dei apparati politici mediatici , sono pagati per ubbidire , e se faranno un esercito comune , stai pur certo che sara' a giuda yankee

    10. Giudice Holden 21 marzo 2025

      Ma tu leggi quello che scrivo? non mi pare…. non Ti ho detto che gli Stati Uniti d’Europa esistono già.

      peccato che più su avevi appena scritto:

      gli Stati Uniti d’Europa sono già di fatto costituiti

      Ma si che ti leggo, stai calmo dai... niente ira funesta. Mi sa che sei tu a dimenticarti di quello che scrivi.

    11. Giudice Holden 21 marzo 2025

      Non lo faranno. Soprattutto perchè tedeschi e francesi (ma non solo) non lo accetteranno mai. Ci sono forze che agiscono in profondità, molto più difficili da piegare di quanto questi pupari pensino.

    12. ric 21 marzo 2025

      non abbiamo una costituzione europea , regole fatta e disfatte a piacimento dalla commissione , e vogliamo avere un unico esercito ma dare in mano a chi ????

    13. Achille 21 marzo 2025

      NO TU non leggi quello che scrivo e continui a non leggere..... non ho scritto che gli Stati Uniti d'Europa sono già costituiti.... ecco cosa ho scritto:
      "Detto questo, con moneta, debito ed esercito comune…. e privi di unanimità nelle decisioni…. gli Stati Uniti d’Europa sono già di fatto costituiti"
      Faccio riferimento all'ipotesi che si arrivi anche ad unire totalmente il debito comune e dotarsi di un esercito comune... a quel punto "di fatto" sarebbero costituiti.

      Mentre Tu hai scritto:
      "Non sono d’accordo. Gli Stati Uniti d’Europa, fortunatamente non ci sono ancora"
      Non sei d'accordo su cosa? se io non ho mai scritto che sono costituiti.... come riportato anche sopra!!!!
      Non è difficile.. basta seguire il filo logico del lo scambio.....

    14. Achille 21 marzo 2025

      Sono d'accordo con te che l'esercito comune è una follia..... ma questo è quello che vogliono i nostri governanti!!! e se non li fermiamo lo otterranno

    15. ric 21 marzo 2025

      ecco a cosa servirà tanto per cominciare...

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    16. Giudice Holden 21 marzo 2025

      Ed io continuo a dirti che non sono d'accordo su questo che dici:

      Detto questo, con moneta, debito ed esercito comune…. e privi di unanimità nelle decisioni…. gli Stati Uniti d’Europa sono già di fatto costituiti”

      E cioè che no, gli USE non sono di fatto costituiti. Non è difficile. Comunque direi di chiuderla qui.

    17. Achille 21 marzo 2025

      Ad ogni commento sposti il tiro per vedere se hai ragione in qualcosa.
      Tu, sei libero di pensarla come vuoi.... ma, una Europa che usa la stessa moneta, mette in comune la cassa unendo il debito e quindi unita fiscalmente e difesa dallo stesso esercito.... è un'Europa federata. Anche se ripeto, il tutto non passa dalla volontà del popolo sovrano.
      Altrimenti dimmi Tu, cosa manca per esserlo?!

    18. Achille 21 marzo 2025

      Ora, per dirmi a cosa serve l'esercito europeo, che tu mi faccia ascoltare un video di un'ora di Borghi. Anche NO!
      Certo che l'esercito comune non serve a fare la guerra alla Russia, ma è l'ennesimo passo avanti per accettare debito comune e cessioni definitive di sovranità alla Ue, per arrivare agli Use.

    19. ric 21 marzo 2025

      puoi anche destinare un ora per altro . questo non togli che borhi ha specificato non solo a parole ma anche con documentazione a cosa mira l' esercito europeo. A far tacere tutti i loro sudditi .

    20. Achille 21 marzo 2025

      Un ora solo per dire questa scemenza!

    21. Giudice Holden 22 marzo 2025

      Ma no, non sposto il tiro, e francamente non mi interessa nemmeno di aver ragione. Ti dico quello che penso.
      Comunque, per risponderti... intanto il debito europeo oggi non è unito proprio per niente, ogni stato ha il suo. Figurati se una Germania vorrebbe avere debito pubblico comune con noi. Non è difesa dallo stesso esercito, e non è federata (che implicherebbe una cessione importante dei poteri nazionali, cosa che in realtà nessuno stato vuole).
      Dici bene sul fatto che il popolo sovrano non conta nulla. Ma mica solo a livello europeo, anche a livello delle singole nazioni. E direi anche a livello delle nostre singole regioni.

    22. Achille 22 marzo 2025

      Infatti, ho detto che stanno tendando con ogni mezzo (Italia in primis con Draghi sostenuto dai partiti), di arrivare al debito comune e un esercito comune. Ho detto che ancora siamo sovrani e quindi dobbiamo svegliarci e fare in modo che queste cessioni di sovranità non avvengano. Ma se aspettiamo che a non cederle siano gli altri paese, finirà, come vuole Draghi, ovvero gli Stati Uniti d'Europa si faranno con chi ci sta..... e noi (intesi come classe politica ed élite), purtroppo per il popolo, già ci stanno!!!!
      Dobbiamo svegliarci!!!! se vogliamo che questo non accada

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