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La settimana scorsa ero a un corso a Lucca, sul rapporto tra “terzo settore” e immobili. In un gran convento che prima che l’Italia cercasse (invano) di abolire gli italiani, era delle Clarisse, con all’ingresso invece del portaombrelli, una ruota per lasciare anche due bambini alla volta. Gira ancora oggi benissimo, anche se non ci metti un bambino dentro.

Che ti lascia con quel senso spaventoso di cosa sia il destino sfuggente di ciascuno di noi piccoli umani, che stiamo vivendo adesso la fine di un istante di pacchia dove “queste cose non succedono più”, ma sappiamo solo che la ruota sta girando, e ci stiamo mettendo sopra i nostri figlioli, che lo vogliamo o no.
Parlare di immobili in Italia vuol dire parlare di una quantità sterminata di luoghi chiusi, di cui spesso si ignora la storia; e parlare di terzo settore vuol dire parlare di quello strano mondo dai mille aspetti che non è né privato né pubblico, quando si pensa in grande, diventa piccolo; ma quando si pensa in piccolo, diventa immenso.
Sant’Andrea di Compito è una frazione di Capannori, non lontano da Lucca; e ospita il Camelietum, un luogo che sogna di raccogliere tutti i cultivar esistenti di camelie. Al corso, uno dei relatori è proprio il giovane presidente del Centro Culturale Compitese, che ogni anno organizza un evento dedicato alle Antiche camelie della Lucchesia.

Ora, il nostro Giardino, in Via d’Ardiglione, è il luogo da cui prende il nome la più elusiva di tutte le camelie, la Bella d’Ardiglione.
E così scopro un possibile, affascinante legame, tra il nostro micromondo e il suo. L’intensità con cui lavora con la sua piccola frazione incontra l’intensità con cui lavoriamo con il nostro piccolo rione; e magari potremmo incontrare allo stesso modo chi fa comunità nel Ladakh ai confini del Tibet.
Francesco, al corso, conclude il suo intervento leggendo un testo che mi ha colpito profondamente, perché racconta con una metafora non solo il senso di tutto ciò per cui io mi impegno nella vita, ma anche di quello che sta succedendo nel mondo.
Uno scritto di qualcuno di cui ignoravo l’esistenza: Franco Arminio, paesologo. Ritrovo il testo intero pubblicato anni fa su Comune-info.net (grazie ancora di esistere), e ve lo propongo qui.
Il mondo ha bisogno di paesi
Vivere nel luogo in cui sei nato, nella casa in cui sei nato, è una cosa rischiosa. È come giocare in fondo al pozzo. Si nasce per uscire, per vagare nel mondo. Il paese ti porta alla ripetizione. In paese è facile essere infelici. I progetti di sviluppo locale devono tenere conto di questo fatto: non li possono fare da soli i rimanenti, perché in paese non c’è progetto, c’è ripetizione. In un certo senso il paese ti mette nello schema dell’oltranza e non in quello della brevità. È difficile essere concisi. È difficile essere innovatori. In genere ognuno fa quello che ha sempre fatto, giusto o sbagliato che sia. Se nella pasta ci vogliono due uova piuttosto che una, comunque tutti continueranno a usarne due. E chi beve non troverà nessun incentivo a smettere. E chi si guasta lo stomaco mangiando troppo continuerà a mangiare troppo. Ci sono due abitanti tipici, il ripetente e lo scoraggiatore militante. Spesso le due figure sono congiunte, nel senso che lo scoraggiatore è per mestiere abitudinario, non cambia passo, continua a scoraggiare, è appunto un militante. Più difficile essere militanti della gratitudine, della letizia. È come se la natura umana in paese fosse più contratta, non riuscisse a diluirsi. E si rimane dentro un utero marcito. Il paese è pericoloso, bisogna saperlo, è un toro con molte corna. Allora se da una parte la città è disumana, il paese è troppo umano, non ti libera mai dall’umano e dunque dal senso della morte e dal senso della ripetizione. Alla fine nel suo senso più profondo la vita è quella cosa che può finire in qualsiasi momento, ma che intanto prosegue più o meno allo stesso modo. E questo in paese è più chiaro. In città è come se agisse un principio diversivo, come se ci fossero altre possibilità. In realtà non ci sono, ma è come se avessi l’illusione che ci siano.
Fatte queste premesse, come si fa a fare progetti di sviluppo locale? La chiave è dare forza a nuove forme di residenza. Il paese deve essere scelto e non subito. Chi arriva da lontano ha un piglio, una disponibilità che non trovi in chi è affossato nel suo paese. Il residente a oltranza anche quando è animato da buona volontà tende a impigliarsi nelle proprie nevrosi. Il paese tende a essere nevrotico. Il paese non sta bene, questo è il punto. E non ha voglia di curarsi. Lo sviluppo locale si può fare partendo da queste premesse. Allora bisogna aprire porte che non ci sono, bisogna esercitarsi nell’impensato, bisogna essere rivoluzionari se si vuole riformare anche pochissimo. I paesi non moriranno, anche grazie ai loro difetti, grazie al loro essere luoghi che tutelano le malattie di chi li abita. In paese si fallisce, ma in un certo senso non si fallisce mai perché si fallisce a oltranza. È come dormire sempre nelle stesse lenzuola. Bisogna arieggiare il paese portando gente nuova, il paese deve essere un continuo impasto di intimità e distanza, di nativi e di residenti provvisori. Questo produce una dinamica emotiva ed anche economica. E la dinamica è sempre contrario allo spopolamento: bisogna agitare le acque, ci vuole una comunità ruscello e non una comunità pozzanghera.
Bisognava aprire emotivamente i paesi, dilatare la loro anima e invece la modernità incivile degli ultimi decenni li ha aperti solo dal punto di vista urbanistico, si sono sparpagliati nel paesaggio, a imitazione della città, ma è rimasta la contrazione emotiva. Il paese va aperto tenendolo raccolto. Lo sviluppo locale si fa ridando al paese una sua forma, ricomponendolo, rimettendolo nel suo centro, ma nello stesso tempo c’è bisogno di apertura. Lo sviluppo lo può fare chi lo attraversa il paese con affetto, non chi ci vive dentro come se fosse una cisti, un’aderenza, un cancro.
Il mondo ha bisogno di paesi, ma non come luoghi obbligati, come prigioni per ergastolani condannati a vivere sempre nello stesso luogo. Il paese deve essere organizzato come se fosse un premio, non come una condanna. Lo sviluppo locale si fa pensando a un luogo dove si premia un’esistenza, si dà una possibile intensità, quella che viene dall’essere in pochi, quella che viene dall’avere tanto paesaggio a disposizione. Allora non si dà sviluppo locale facendo ragionamenti quantitativi, mettendo il pensiero economico metropolitano nell’imbuto del paese. Ci vuole un pensiero costruito sul posto, ma non solamente dagli abitanti del posto. Il segreto è l’intreccio e deve essere un intreccio reale, non il prodotto di un’assemblea, di un incontro estemporaneo. Chi vuole salvare i paesi deve entrarci dentro e in un certo senso deve buttare fuori chi ci vive dentro. Si deve realizzare uno scambio continuo, qualcosa di simile al meccanismo del sangue venoso e di quello arterioso. Lo sviluppo locale deve imitare la circolazione del sangue. In un certo senso si tratta di mettere mano agli organi interni. Spesso i paesi più belli sono quelli vuoti, come se fossero uccelli svuotati dello loro viscere. È come se la parte viscerale del paese fosse quella più malata, quella più accanita a tutelare la sua malattia. Un’azione di sviluppo locale allora deve essere delicata ma anche dura, deve togliere al paese i suoi alibi, i suoi equilibri fossilizzati, deve cambiare i ruoli: magari le comparse possono essere scelte come attori principali e gli attori principali devono essere ridotti a comparse. E allora non si fa sviluppo locale senza conflitto. Se non si arrabbia nessuno vuole dire che stiamo facendo calligrafia, vuol dire che stiamo stuccando la realtà, non la stiamo trasformando.
kelebeklerblog.com
20.09.2026
Fonte:
https://kelebeklerblog.com/2026/09/20/la-comunita-tra-pozzanghera-e-ruscello/
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