Di Maria Morigi
L'archeologia sta diventando un nuovo terreno di scontro politico e territoriale nella Cisgiordania occupata. Alla fine dello scorso luglio 2026, nel corso della 48ma sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, riunito a Busan, Corea del Sud, l'UNESCO ha assunto alcune decisioni strettamente legate ai conflitti in corso, iscrivendo con procedura d'urgenza nuovi siti nella "Lista del Patrimonio Mondiale" e, contemporaneamente, nella "Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo": tra questi il complesso dei cinque Castelli del Monte Amel nel Libano meridionale e il sito archeologico di Sebastia, nei pressi di Nablus, dove le autorità israeliane hanno disposto l'esproprio di circa 200 ettari.
L'ordine di esproprio, attualmente congelato dalla Corte suprema israeliana dopo il ricorso dei residenti, coinvolge i terreni di circa 560 famiglie palestinesi e più di 6.000 ulivi coltivati da generazioni. La perdita della terra non è soltanto un danno economico, ma è rottura di un legame familiare e identitario con il territorio. Le autorità israeliane hanno accusato la candidatura del sito da parte palestinese e libanese di trasformare il patrimonio culturale in un'arma politica e di oscurare i legami ebraici con Sebastia, perciò hanno contestato la decisione dell'Unesco attraverso il Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar, secondo cui l'Unesco mirerebbe a negare il legame storico del popolo ebraico con il territorio. Inoltre le autorità israeliane sostengono che l'esproprio, definito "temporaneo", è necessario per preservare, restaurare e salvaguardare il patrimonio archeologico e accusano l'Autorità palestinese di aver trascurato il sito.
Nella tragica attualità della devastazione di Gaza, dell'occupazione della Cisgiordania e delle operazioni militari israeliane in Libano, il riconoscimento Unesco diventa strumento di protezione di luoghi esposti alla distruzione, all'espropriazione e alla progressiva separazione dalle comunità che li hanno custoditi.


Ma non solo: l'Unesco riafferma con forza che il Patrimonio è sedimento e testimone di Storia, appunto per questo appartiene all'Umanità e non può essere rivendicato come proprietà privata di un singolo Stato.
Se la decisione UNESCO è stata approvata nonostante le proteste di Israele (che comunque continuerà a fare quello che si è prefissa senza che nessuno riesca a fermare l'infame distruzione della Palestina) bisogna segnalare che archeologi e organizzazioni israeliane critiche verso la politica governativa contestano la posizione israeliana e parlano di strumentalizzazione del patrimonio e dell'archeologia, visto che gli interventi vanno ben oltre le necessità di conservazione e sono parte della progressiva estensione del controllo israeliano.
Il caso di Sebastia non è isolato. Dal 2022 Israele ha acquisito terreni anche presso altri siti archeologici della Cisgiordania, tra cui Herodium e Nabi Samwil, mentre all'unità archeologica dell'Amministrazione civile israeliana sono stati attribuiti poteri d'intervento anche in aree nominalmente amministrate dall'Autorità palestinese. Appena in agosto scorso il governo israeliano ha stanziato 113 milioni di shekel, circa 37 milioni di dollari, per lo sviluppo di 70 siti archeologici nel territorio.
E siamo davvero allo sbando se succederà di nuovo quello che già è successo per tutta l'area di Gerusalemme Est (quartieri di Silwan e Wadi Hilweh), dove espropri forzati dagli anni '90 e totale impreparazione scientifica hanno prodotto da un lato il disastro dei profughi da casa loro dei palestinesi residenti, dall'altro hanno costruito i mostruosi parchi archeologici gestiti da ignorantissimi imprenditori privati e associazioni di coloni senza alcun titolo di competenza scientifica (El Ir David "Verso la Città di Davide") cui il Governo israeliano ha affidato in blocco scavi, sviluppo turistico, programmi educativi e "rivitalizzazione residenziale"(sic!). Gli incriminati sono il parco archeologico City of David, il sito archeologico Givati Parking Lot (circa 3.500 mq.) con centro commerciale incluso nel molto discutibile Parco nazionale Jerusalem Wall, dove si spaccia per archeologia il delirio di potenza identitaria ebraica.
Comunque, tornando a Sebastia, che sorge sul sito dell'antica Samaria centro amministrativo del regno israelita del Nord per 160 anni e testimoniato dal palazzo di Omri e Acab, antica residenza dei re d'Israele fondata dal re Omri intorno all'880 a.C, informiamo i lettori che la Samaria NON fu proprio conquistata dagli ebrei, visto che prese il nome da Shemer, l'uomo che VENDETTE la collina a Omri (Fontie biblica 1 Re 16:24-28). Per di più l'intero sito di Sebastia - Samaria conserva testimonianze appartenenti anche alle epoche dei Fenici, dell'Età del Ferro, di età ellenistica, romana, bizantina e islamica ... in una straordinaria stratificazione di civiltà, popoli diversi, autorità statali diverse e soprattutto opera di ingegni umani che è nostro dovere riconoscere per il loro apporto al progredire dell'Umanità.
Quello che vediamo oggi è solo il punto più alto dell'Acropoli: il Tempio di Augusto, costruito da Erode il Grande nel 25 a.C., e preceduto da una monumentale gradinata d'accesso. Il resto è tutto sepolto ... e il compito dell'archeologia - di cercare e far rivivere senza inventare favole - non può mettersi a servizio della propaganda politica di qualcuno che vuole emergere come esclusivo produttore di civiltà
Di Maria Morigi
03.10.2026
Maria Morigi. Nata a Ravenna, laureata in archeologia e Storia dell’arte greca e romana presso l’Università di Trieste, è stata docente in Istituti e Licei artistici a Udine e a Trieste. Si è dedicata allo studio di storia delle religioni orientali, ricerca archeologica, tutela di beni culturali e patrimonio, specie per l’Afghanistan e per le regioni autonome cinesi del Tibet e dello Xinjiang, con attenzione ai caratteri storici, politici, culturali ed etnico-sociali di quelle aree. Ha svolto catalogazione presso il Museo Archeologico di Aquileja e seguito missioni di scavo in vari paesi (Turchia, Pakistan, Iran, Cina e regione dello Xinjiang).
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