Di Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org
Ogni giorno, chi alza gli occhi al cielo sopra Grosseto assiste a un rituale rumoroso e imponente: lo sfrecciare degli Eurofighter Typhoon della Base Aerea della Maremma, sede del 4° Stormo Caccia dell'Aeronautica Militare. Un rombo assordante che squarcia la quiete della pianura e della costa, ricordandoci la costante presenza e l'operatività della difesa aerea nazionale.
Ma dietro questo spettacolo tecnologico si cela un dispendio di carburante avio enorme: un caccia militare di questo tipo consuma migliaia di litri di cherosene all'ora, generando costi di gestione stratosferici a carico dei contribuenti e un immediato, pesante impatto in termini di emissioni. A quale prezzo economico, strategico ed ecologico manteniamo attiva questa gigantesca macchina bellica alimentata a idrocarburi? La risposta non vola solo nei cieli della Maremma, ma si annida nei gangli strategici del Paese. L'assurda ironia risiede nel fatto che il rifornimento di cherosene avio necessario a far decollare gli Eurofighter e l'intera flotta aerea militare italiana dipende, oggi, da infrastrutture logistiche e raffinerie controllate direttamente da una dittatura straniera.
L'acquisizione del 99,82% di Italiana Petroli (IP) da parte di Socar, la compagnia petrolifera di Stato dell’Azerbaigian, svela le profonde contraddizioni di una politica energetica che, nei fatti, premia i giganti delle fonti fossili e consegna asset infrastrutturali cruciali – comprese le catene logistiche di raffinazione e stoccaggio del carburante avio militare e civile – a un regime autoritario extra-UE. Un asse economico che si giustifica dietro la perenne retorica dell'emergenza energetica permanente, sacrificando il territorio, l'agricoltura e la sovranità nazionale in nome del profitto.
I dettagli della vendita di IP: l'ombra di Baku sulla logistica nazionale
L'operazione finanziaria, formalizzata l'8 maggio 2026, ha visto la compagnia statale azera Socar completare l'acquisizione del 99,82% di Italiana Petroli (IP) da Api Holding, per un controvalore stimato di circa 3 miliardi di euro. Con questo storico passaggio di proprietà, l'Azerbaigian ha messo le mani su un patrimonio industriale strategico precedentemente controllato da capitali italiani:
• Una rete capillare di oltre 4.500 stazioni di servizio diffuse su tutto il territorio nazionale.
• 2 grandi raffinerie attive in Italia.
• L'intera infrastruttura logistica connessa, che include i depositi di stoccaggio strategici per i carburanti della mobilità civile e i contratti di fornitura per i cheroseni avio utilizzati negli scali aeroportuali e nelle basi dell'aeronautica militare. Il fatto che il governo italiano abbia concesso tutte le autorizzazioni regolamentari, scegliendo espressamente di non esercitare i poteri speciali del Golden Power per tutelare la sovranità di questi asset, dimostra una preoccupante miopia strategica.
La sponda politica: i ringraziamenti di Giorgia Meloni a Baku
Questo legame a doppio filo gode della massima copertura politica ai vertici dello Stato. Nel corso del 2026, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ringraziato pubblicamente l'Azerbaigian in due momenti emblematici:
• Maggio 2026: Durante la sua visita di Stato a Baku, Meloni ha espresso profonda gratitudine al presidente azero Ilham Aliyev per il supporto logistico fondamentale fornito durante le operazioni di evacuazione dei cittadini italiani dall'Iran e per aver consentito il trasferimento temporaneo dell'ambasciata italiana da Teheran a Baku.
• Settembre 2026: Meloni ha rivolto un ulteriore ringraziamento formale ad Aliyev e ai vertici di Socar. La compagnia azera, per mitigare il malcontento popolare sul caro-vita, ha infatti accolto l'appello del governo decidendo di porre un tetto massimo ai prezzi dei carburanti sulla propria rete IP a partire dal 28 settembre. Un plauso politico che somiglia a un'operazione di peace-washing e greenwashing, utile a mascherare come la mobilità nazionale e la logistica delle forze armate siano ormai subordinate alle decisioni economiche di un'autocrazia caucasica.
Che tipo di governo guida l'Azerbaigian?
Per comprendere la gravità geopolitica di questi accordi, è necessario analizzare la natura del partner a cui l'Italia ha spalancato le porte. L'Azerbaigian, governato dal 2003 dal presidente Ilham Aliyev, è classificato dagli osservatori internazionali come una dittatura ereditaria e un regime fortemente autoritario.
• Concentrazione assoluta del potere: Il clan familiare degli Aliyev detiene il controllo totale sulla magistratura, sull'economia e sui media dello Stato.
• Repressione del dissenso: Giornalisti indipendenti, attivisti per i diritti umani e oppositori politici subiscono sistematicamente arresti arbitrari e censure.
• La "diplomazia del caviale": Il regime utilizza i proventi miliardari del fossile come strumento di soft power all'estero, proponendosi all'Occidente come partner "affidabile" per sostituire le forniture russe e lavando la propria immagine tramite sponsorizzazioni internazionali, come quella appena siglata con la FIGC fino al 2030.
Dagli ulivi sradicati al raddoppio: i veri costi del TAP
Il legame di dipendenza strategica tra Roma e Baku ha un simbolo ben preciso: il TAP (Trans Adriatic Pipeline), l'infrastruttura terminale che trasporta il metano azero fino alle coste pugliesi. La sua costruzione ha rappresentato uno dei capitoli più dolorosi per l'agricoltura italiana. Per fare spazio al cantiere di Melendugno, si è proceduto allo sradicamento di centinaia di ulivi secolari, piante simbolo dell'identità paesaggistica del Salento, causando una perdita secca alla biodiversità e alla produzione olearia locale.
Oggi, il cortocircuito si fa ancora più marcato. La strategia del governo italiano punta a un drastico ampliamento della conduttura. I piani bilaterali prevedono il raddoppio della capacità del TAP, con l'obiettivo di portare i flussi a 20 miliardi di metri cubi annui entro il 2027. Una scelta che allontana ulteriormente l'Italia dagli obiettivi di decarbonizzazione, infrastrutturando il Paese per i decenni a venire attorno al gas di un'autocrazia.
L'analisi storica: mossa strategica o inganno commerciale?
Prima dello scoppio della guerra in Ucraina, la Russia ha rifornito l'Italia e l'Europa di gas naturale a basso costo tramite reti di condutture stabili. La decisione politica di azzerare questi flussi è stata presentata dai governi come una scelta di indipendenza e sicurezza nazionale, volta a eliminare la vulnerabilità derivante dall'avvalersi di un singolo fornitore monopolista (Mosca copriva il 40% del fabbisogno italiano). Nei fatti, però, l'analisi dimostra che l'operazione si è tradotta in una gigantesca manovra commerciale che ha arricchito altri Paesi e scatenato extra-profitti miliardari per le multinazionali, senza produrre alcuna reale autonomia energetica.
La sostituzione del gas russo è avvenuta seguendo due direttrici fortemente speculative:
1. La dipendenza dal GNL americano: L'Italia ha sostituito il gas da metanodotto con il Gas Naturale Liquefatto (GNL) trasportato via nave, principalmente dagli Stati Uniti. Il GNL statunitense, estratto prevalentemente tramite la devastante tecnica del fracking (frantumazione idraulica del sottosuolo), costa all'origine molto di più e richiede enormi spese energetiche e ambientali di liquefazione, trasporto transatlantico e rigassificazione. Gli Stati Uniti sono così diventati i primi esportatori globali, traendo un enorme vantaggio economico dalla crisi energetica europea.
2. Il trasferimento della dipendenza ad altre dittature: Invece di investire i fondi pubblici per emanciparsi dalle fonti fossili, lo Stato italiano ha firmato contratti a lungo termine con altri partner autoritari o instabili, spostando l'asse degli approvvigionamenti geopolitici ma mantenendo intatta la sottomissione al carbonio.
La mappa attuale della dipendenza fossile
Oggi, l'Italia continua a importare oltre il 90% del greggio e del gas di cui ha bisogno. Il paniere energetico nazionale fotografa una diversificazione che arricchisce nuovi petrostati:
I fornitori di GAS
• Algeria (~32%): Primo fornitore assoluto tramite il gasdotto Transmed.
• Azerbaigian (~15%): Trasportato tramite il TAP, quota destinata a salire vistosamente col raddoppio.
• Nord Europa (~13%): Principalmente gas importato via tubo dalla Norvegia.
• Libia (~12%): Tramite il gasdotto Greenstream.
• Gas Naturale Liquefatto (GNL) (~32%): Arriva via nave, principalmente dagli Stati Uniti e dal Qatar.
I fornitori di PETROLIO (Greggio)
• Libia (~24%): Primo fornitore per le raffinerie italiane.
• Azerbaigian (~18%): Secondo fornitore, la cui influenza crescerà ulteriormente con il controllo della rete IP.
• Kazakistan (~12%), Stati Uniti (~9%), e quote minori da Medio Oriente e Africa (~14% complessivo).
Il tradimento del PNIEC: la finta transizione che svuota le nostre tavole
Quale transizione ecologica stiamo attuando se non esiste un serio piano basato su dati scientifici di salvaguardia, ma solo logiche finalizzate all'utile finanziario? Il contrasto più profondo risiede nei documenti programmatici dello Stato stesso. Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) fissa l'ambizioso obiettivo di installare 131 GW di fonti rinnovabili entro il 2030, di cui circa 80 GW legati al solare fotovoltaico. Il piano teorico dichiara di voler privilegiare i capannoni industriali e le aree già urbanizzate. Nei fatti, l'assenza di un programma concreto che vincoli la produzione ai soli tetti sta lasciando campo libero a una speculazione agraria selvaggia.
L'approccio attuale tratta la terra come un mero campo di produzione di energia e corridoio di transito forzato per idrocarburi. I dati ufficiali del Rapporto Consumo di Suolo ISPRA-SNPA mostrano un quadro drammatico a livello nazionale:
• L'emorragia complessiva: In Italia il consumo di suolo viaggia alla velocità di quasi 2 metri quadri al secondo, registrando la scomparsa di oltre 84 chilometri quadrati di superfici naturali in un solo anno.
• Il boom del fotovoltaico a terra: Il consumo di suolo dovuto ai nuovi pannelli fotovoltaici posizionati a terra è quadruplicato in un solo anno, passando da 420 ettari a oltre 1.700 ettari.
• Il sacrificio dei campi: Di questi 1.700 ettari svaniti sotto le distese di silicio, l'80% insisteva su aree precedentemente utilizzate ai fini agricoli. Complessivamente, in Italia sono ormai quasi 19.000 gli ettari di terreno occupati da specchi solari a terra.
• L'impatto regionale: In regioni come il Lazio, oltre il 56% di tutto il suolo consumato è attribuibile esclusivamente all'installazione di impianti fotovoltaici a terra. Valori percentuali altissimi si registrano anche in Sardegna (43,3%), Molise (41,3%), Basilicata e Sicilia, trasformando i granai e i pascoli storici d'Italia in distese industriali.
Questo depauperamento sistematico innesca una grave emergenza alimentare e turistica. Sradicare le coltivazioni e la biodiversità per far spazio al silicio significa che l'Italia cessa di produrre ed esportare le proprie eccellenze agroalimentari, venendo costretta a importare dall'estero cibo di qualità inferiore per soddisfare il fabbisogno nazionale. Parallelamente, l'industrializzazione selvaggia delle campagne infligge un danno permanente al patrimonio paesaggistico, distruggendo l'attrattività estetica e culturale del territorio e colpendo al cuore il settore turistico ricettivo locale.
Il territorio ridotto a "campo di produzione" e l'allarme consumo di suolo
In nome della "sicurezza degli approvvigionamenti", lo Stato è disposto pertanto ciecamente a sacrificare progressivamente il territorio nazionale, piegandolo a un'unica funzione intensiva. Questo approccio genera chiaramente una ulteriore emergenza ambientale, agricola ed ecologica. La terra cessa di essere un ecosistema da preservare; viene degradata a mero campo di produzione di energia e corridoio di transito forzato per idrocarburi. E il resto viene cancellato.
Non è un caso solo italiano: la deriva speculativa in Europa
Questo conflitto antropologico e geografico non è un'esclusiva italiana, ma lacera l'intera Unione Europea, dove la transizione energetica è stata delegata alle speculazioni dei mercati finanziari:
• Spagna: Nella regione di Murcia (l'orto d'Europa), i fondi d'investimento stanno acquistando terreni irrigati storici per trasformarli in parchi solari industriali a terra, scatenando durissimi scontri con le comunità agricole locali che denunciano la desertificazione economica e del paesaggio.
• Germania: Il piano nazionale di sviluppo accelera gli incentivi legati al solare a terra, determinando una spaventosa bolla finanziaria sui prezzi dei terreni. I fondi d'investimento offrono canoni di locazione fuori mercato per accaparrarsi i campi, espellendo i giovani agricoltori e concentrando la proprietà terriera in mano a colossi finanziari.
• Francia: Per aggirare le parziali tutele introdotte dal Parlamento, le multinazionali attuano l'escamotage dei finti pascoli estensivi. Recintano centinaia di ettari di pannelli a terra inserendo pochissimi capi di bestiame per far figurare burocraticamente il sito come "agricolo", degradando i pastori al ruolo di "manutentori del verde" delle grandi utility.
Il paradosso dei tetti vuoti e la truffa dell'Agrivoltaico industriale da 80 Megawatt
Il potenziale alternativo esiste ed è concreto: studi condotti dall'ENEA e dal JRC della Commissione Europea svelano che la superficie dei soli tetti residenziali idonei in Italia è di circa 450 chilometri quadrati. Coprendo questi tetti si potrebbero installare 72 Gigawatt (GW) di potenza, generando oltre 79 Terawattora (TWh) di elettricità all'anno. Significa coprire l'intero fabbisogno elettrico delle case italiane senza toccare un solo metro quadro di campagna. Se si aggiungessero i capannoni industriali e la logistica, potremmo triplicare la produzione elettrica nazionale a consumo di suolo zero.
Invece i tetti restano vuoti e la transizione speculativa ha trovato la sua nuova gallina dalle uova d'oro nel finto "agrivoltaico". Concepito nei laboratori scientifici come un sistema sperimentale, prototipale e di precisione per piccoli impianti – volti a proteggere colture specifiche dagli effetti della siccità erigendo pannelli alti – questo modello è stato violentemente snaturato dal mercato finanziario.
Oggi assistiamo alla proliferazione di progetti mostruosi da 80 Megawatt (MW). Centrali industriali da oltre 100 ettari di estensione mascherate da progetti agricoli al solo scopo di aggirare i vincoli di legge e intascare i miliardari incentivi statali del PNRR e del GSE. Sotto queste distese di silicio l'agricoltura reale muore, sostituita da pascoli fittizi e greggi di facciata utili solo a livello burocratico. Il suolo agricolo viene compattato dai mezzi pesanti e perde per sempre la sua fertilità microbiologica, mentre il paesaggio rurale viene industrializzato con chilometri di recinzioni, cavidotti sotterranei e monumentali cabine di trasformazione
Cosa possiamo fare noi cittadini per cambiare la situazione?
Finché la politica interpreterà la transizione energetica solo come un cambio di fornitori fossili e i territori come zone di sacrificio, i cittadini saranno ridotti a consumatori passivi. Per imporre un programma realmente rispettoso dell'ecosistema, l'azione deve muoversi dal basso attraverso pratiche di democrazia partecipativa e boicottaggio strategico:
Smettiamo di essere clienti passivi delle emergenze e sudditi di una finta sovranità che svende le nostre reti energetiche alle dittature straniere, come nel caso di IP. Diveniamo i custodi della nostra terra: per difenderla dai mega-impianti speculativi e dalle dipendenze fossili dobbiamo smettere di delegare, mappare i nostri tetti e unirci in comunità energetiche davvero locali, pubbliche e senza scopo di lucro. Perché la vera transizione energetica parte dalle esigenze specifiche di ogni territorio."
Di Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org
02.10.2026
FONTI
• [ISPRA - SNPA] Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - Sistema Nazionale per la Protezione dell'Ambiente, "Rapporto sul Consumo di Suolo, Dinamiche Territoriali e Servizi Ecosistemici" (Dati statistici nazionali sulle perdite di ettari di terreno agricolo legati ad impianti a terra e tassi di cementificazione al secondo) [ISPRA - SNPA].
• [ENEA] Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile e [JRC] Joint Research Centre della Commissione Europea (Studi scientifici e calcoli analitici sul potenziale fotovoltaico delle superfici edificate e dei tetti residenziali/commerciali).
• [GSE SpA] Gestore dei Servizi Energetici, "Monitoraggio statistico delle configurazioni di autoconsumo collettivo e database delle cabine primarie regionali".
• [Regione Toscana - Canale Notizie] Giunta Regionale della Toscana, "Bilanci Energetici Ufficiali, Relazioni sugli Stati Generali dell'Ambiente e Testo della Proposta di Legge sulla Regolamentazione delle Aree Idonee per Impianti Rinnovabili" [Regione Toscana - Canale Notizie].
• [MASE - Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica] Governo Italiano, "Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima (PNIEC)" e "Relazione Annuale sulla Situazione Energetica Nazionale" (Quote percentuali degli approvvigionamenti fossili, contratti downstream e passaggi societari di Italiana Petroli) [MASE - Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica].
• [Human Rights Watch] & [Freedom House] "Report annuale sullo stato della democrazia, libertà di stampa e diritti civili nella Repubblica dell'Azerbaigian".
• [SolarPower Europe] "Land Use, Agriculture and Agrivoltaics European Guidelines" (Studio sulle legislazioni comparate e le distorsioni di mercato in Spagna, Germania e Francia).
GiovanniST 2 ottobre 2026
Beh, direi che la vendita di IP alla Socar è una splendida notizia, e per l'Italia è una ottima mossa, poichè gli interessi saranno covergenti.
Con la vendita della rete IP alla Socar, tale società non sarà più solo fornitore ma anche distributore, certo guadagnerà di più ma avrà un interese PERMANENTE per esportare combustibili in Italia, quindi arriverà sempre del carburante qui da noi, inoltre essendo presente su altri mercati europei potrà raffinare qui il suo greggio, ulteriore legame con il territorio e la logistica e l'indotto che ne segue.
Quindi alla fine ci guadagnano tutti, e questo è il migliore modo per evitare guerre e tensioni internazionali.