DI DIEGO FUSARO
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V’è un antico e forse non rincuorante adagio che dice che quando si è toccato il fondo non resta altro da fare che scavare. E così quasi sempre avviene. Ed è anche avvenuto in questi giorni di fine agosto. In questa luce propongo di leggere la vicenda – che tanto ha fatto discutere nella nuova agorà alienata delle reti sociali – del cosiddetto Fertility Day. Si tratta, a quanto pare, di una giornata consacrata alla sensibilizzazione sulla natalità e sull’esigenza di fare figli, “per richiamare l’attenzione di tutta l’opinione pubblica sul tema della fertilità e della sua protezione” (sic).
L’istituzione di questa giornata – così leggiamo sulle pagine del sito del ministero della Salute – “è prevista dal Piano Nazionale della Fertilità per mettere a fuoco con grande enfasi il pericolo della denatalità nel nostro Paese, la bellezza della maternità e della paternità, il rischio delle malattie che impediscono di diventare genitori”. E così sul finire dell’estate, tra un attacco terroristico e l’altro, ti accorgi dell’invenzione di ipocrite campagne pubblicitarie sulla fertilità delle donne. Le chiamano #fertilityday, ovviamente con l’usuale subalternità culturale e linguistica rispetto alla lingua dell’impero. La sovranità nazionale è perduta anche a livello linguistico: e, con essa, la dignità del Paese.
Occorre essere diretti ed evitare di ricadere nell’ipocrisia ovunque imperante: in un Paese in cui grazie ai salari risibili, al precariato dilagante e all’ormai inesistente stato sociale fare figli è praticamente impossibile, il #fertilityday suona, e non obliquamente, come una solenne presa in giro. Una vergognosa presa in giro, se consideriamo che le donne che oggi hanno venti o trenta anni non possono materialmente fare figli: e non per ragioni biologiche, ovviamente. Bensì per quelle prosaiche ragioni economiche e sociali di cui pare nessuno voglia ormai ricordarsi, ma che chi ha frequentato i testi di Marx e Gramsci (dunque non Renzi e i piddini) non può omettere. Oltre al danno, la beffa: ci vogliono fare credere che se gli italiani non procreano, ciò dipende dalla mancanza di informazione e di sensibilizzazione, e non dalle condizioni materiali oscene in cui versano.
L’Italia messa in ginocchio dell’euro e dalle abominevoli politiche dell’austerità, dalle tanto magnificate “rivoluzioni liberiste” e dai taumaturghi del mondialismo, non è più in grado di permettere materialmente ai suoi cittadini di procreare: e anziché agire come dovrebbe, cioè facendo politiche sociali necessitanti la riconquista della sovranità e la valorizzazione della comunità umana, fa risibili, inutili, ipocriti e – è il caso di dirlo – sterili politiche di propaganda in stile fertility day.
Diego Fusaro
Fonte: www.facebook.com
Link: https://www.facebook.com/fusaro.diego/posts/10210764554615912?pnref=story
1.09.2016
Tonguessy 3 settembre 2016
Intanto lascia che ti dica che questo scambio di idee mi è piaciuto. Sicuramente non sarà stato utile a farci cambiare opinione, ma una chiaccherata che non faccia uso dei soliti sofismi per me è già qualcosa di interessante.
La differenza tra le nostre due posizioni è essenzialmente determinata dall'approccio: materialista il mio e metafisico il tuo. Ad un certo punto ho anche temuto che andassi a finire nella new age.
Torniamo alla discussione. Se hai avuto modo di guardare i dati di federconsumatori avrai notato quanto sia reale la spesa di 900€/mese. E' esagerata? A giudicare dai dati internazionali che parlano di cifre oscillanti attorno ai 170.000€ per i primi 18 anni sembra di no.
Le conclusioni dell'ente sono lapidarie: si parla del 25-35% di spese in più per figlio. "Ne consegue che per le famiglie gli attuali oneri economici si possono definire quantomeno scoraggianti la natalità" (grassetto loro).
Non venire poi a fare paragoni assurdi. Sappiamo che i cacciatori-raccoglitori non spendono un euro per i loro figli, dato che non fanno uso di moneta. Viceversa in tutti i paesi di simile "spessore" culturale ed economico i dati sembrano abbastanza allineati. E non è neanche il caso di tirare in ballo l'Italia del dopoguerra, dato che non esiste paragone con quella attuale in termini di occupazione nei vari settori, di reddito medio, di social welfare e di istruzione.
Puoi chiamare queste differenze "condizionamento culturale" ma poco cambia: i fatti dicono che a parità di situazioni (vedi poco sopra) i risultati sono analoghi se non assolutamente identici.
O, per dirla in altri termini e sperando che tu mi possa perdonare se uso scenari impossibili, se i tuoi genitori avessero avuto l'istruzione, il reddito, il tipo di occupazione, il tipo di intrattenimento che hai tu e tua moglie molto probabilmente io e te non staremmo qui a scambiarci pixel.
Sull'ultimo punto, ovvero amare sè stessi: non credo che un anacoreta possa essere definito una persona che si odia solo perchè non trasmette qualcosa alle nuove generazioni. Questa tua definizione è semplicemente inaccettabile (o meglio, posso accettarla se la rendi tua personale senza generalizzazioni di sorta). Non ho nulla contro chi ama circondarsi di pargoli (o ama mangiare vegano, trova irresistibili le discussioni al bar etc..). Mi basta che questa sua regola non deva diventare una linea guida per l'umanità. Questo, ripeto, lo trovo inaccettabile.
Parafrasandoti: " Non riesco a concepire una maggiore
manifestazione di odio verso se stessi che il desiderio di scomparire
definitivamente, qui e ora, dopo aver lasciato inciso nel sangue altrui la traccia del
proprio percorso". Questa incapacità di vivere lasciando vivere rimane, a mio parere, il segno più evidente di un'anima in pena che non riesce a trovare un proprio equilibrio e forza gli altri ad assoggettarsi alle proprie esigenze. L'anacoreta avrà anche il deprecabile vizio di non figliare, ma almeno non rompe le palle a nessuno. Quindi nessuno lo odia.