Di Alceste De Ambris
Il tramonto della civiltà
“Civiltà occidentale – un’apologia contro la barbarie che viene” intende esaminare il concetto di civiltà occidentale e le ragioni della sua crisi.
Gli autori distinguono tra “Occidente” e “civiltà occidentale”: il primo è uno spazio geografico, che nel corso dei secoli ha ospitato varie civiltà, diverse tra loro (es. la civiltà greca, da cui quella occidentale ha ereditato alcuni elementi fondanti, o l’Europa medioevale, nata con Carlo Magno, che esprimeva valori completamente differenti).
La civiltà occidentale è una forza civilizzatrice specifica che si è sviluppata in Occidente, a partire dalla Modernità – intesa come emancipazione del soggetto dai vincoli della tradizione e della trascendenza - ossia con l’Illuminismo e la Rivoluzione francese.
Gli autori individuano i “cinque pilastri” della civiltà occidentale, che la distinguono da ogni altra:
- i diritti umani, concepiti come naturali e universali, enunciati per la prima volta dalla Dichiarazione del 1789, in particolare la sicurezza personale e la libertà di pensiero.
- la libertà individuale, come forza promotrice di sviluppo sociale e storico.
- lo Stato-nazione, cioè l’idea che ogni popolo costituisca una nazione, e che ogni nazione abbia diritto ad essere espressa da un proprio Stato.
- la razionalità: poiché la ragione si manifesta in molteplici forme, va chiarito che qui si tratta della razionalità dialogica: si ritiene razionale ciò che è argomentato in forma pubblica per sottoporsi al controllo altrui; gli intellettuali propongono idee che vengono discusse dall’opinione pubblica.
- il progresso, ossia la convinzione che lo sviluppo storico conduca necessariamente a un miglioramento.
La contemporaneità, secondo gli autori, segna l’epoca della dissoluzione della civiltà occidentale, in quanto i ceti dominanti - e proprio nei paesi più avanzati - stanno via via cancellando i suoi principi fondamentali, senza che ciò susciti opposizioni significative.
I diritti umani sono contraddetti dalle misure securitarie implementate dopo gli attentati dell’11 settembre, che legittimano detenzioni arbitrarie tribunali speciali e tortura, e dall’introduzione dei reati di opinione.
La libertà individuale è minata dalla diffusione di razzismo e deumanizzazione dell’altro (es. l’islamofobia) che, come nel passato colonialismo, rompono l’unità del genere umano.
Lo Stato-nazione è minacciato sia dalla globalizzazione, che gli sottrae il controllo dell’economia e la capacità di attuare riforme socialdemocratiche, sia dalla potenza degli Usa, definito come “Stato-impero” che ha ridotto tutti gli altri a “Stati amministrativi” privi di autonomia.
La razionalità è compressa tra gli estremi di una cultura scientifica, iper-specialistica e non-comunicante, e una cultura di massa dominata dalla chiacchiera e priva di pensiero critico.
Il progresso è negato dalla constatazione che il mercato non è più in grado di assicurare una crescita del benessere, e che lo sviluppo tecnologico si scontra con i limiti ecologici del pianeta.
La causa ultima della crisi è individuata nell’avvento del “capitalismo assoluto”, ossia l’estensione del rapporto sociale capitalistico a tutte le sfere sociali: la società è diventata un mercato e ogni bene è convertito in merce. Il capitalismo, nel perseguire la propria logica di accumulazione, si rende autonomo da ogni ulteriore istanza, e quindi infine dai valori stessi della civiltà occidentale. Ciò che sta dissolvendo la civiltà occidentale è un suo stesso prodotto: l’Occidente sta liquidando la civiltà occidentale.
15 anni dopo
Bontempelli e Badiale, intellettuali militanti e marginali, marxisti eretici, appartengono all’esigua schiera di intellettuali italiani che non hanno accettato la contro-rivoluzione liberale degli anni 90, e l’involuzione della sinistra. Mentre i più festeggiavano le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione e del modello Usa, i due intravedevano semmai l’avvento di una nuova era di barbarie.
La civiltà occidentale viene distrutta non da una forza esterna, ma dall’interno, attraverso l’adozione del modello del “capitalismo assoluto” (espressione di cui si contendono la primogenitura con Costanzo Preve). Questa la tesi di fondo…. a mio parere attuale e condivisibile.
Gli autori indicano alcuni indizi della crisi di civiltà, ma il libro è del 2009… non avevano ancora visto nulla! A distanza di una quindicina d’anni, gli indizi si sono fatti prove schiaccianti.
Non avevano ancora assistito a una serie di eventi e assetti, che mostrano come i valori occidentali non sono stati semplicemente indeboliti, ma del tutto abbandonati e capovolti.
Una concentrazione della ricchezza mai vista nella storia. Al sicuro, e non tassata, nei paradisi fiscali.
Tre fondi di investimento che di fatto controllano l’intera economia occidentale. La finanza sostituisce la produzione come fonte di profitto. Oligopoli e monopoli prendono il posto del mercato.
Il sostegno ai gruppi fondamentalisti (Libia, Siria ecc.), contro cui in teoria si era dichiarata la “guerra al terrorismo”.
Un’epidemia affrontata diffondendo il massimo panico, negando il dibattito pubblico, costringendo i sani agli arresti domiciliari senza potenziare le cure per i malati, e infine introducendo l’apartheid di stato contro chi rifiutava un farmaco sperimentale.
La trasformazione del giornalismo in propaganda, ridotto a cane da guardia del potere contro il popolo. La nascita dei concetti di “disinformazione” e “complottismo”, e la censura dei contenuti scomodi sulle piattaforme sociali.
Politici grotteschi che sembrano attori di un film di serie B, e partecipazione al voto ai minimi.
Impoverimento e disoccupazione generalizzati. Deindustrializzazione autoindotta. Misure classiste introdotte con pretesti ecologici.
Il sostegno al neonazismo in Ucraina. Il sostegno al genocidio in Palestina.
Insomma la barbarie alla fine è arrivata.
Non era possibile prevedere il futuro, ma già nel 2009 alcuni elementi erano evidenti… È questo il mio unico appunto al testo: nell’analisi di Bontempelli e Badiale mancano due fattori essenziali.
Anzitutto il ruolo dei media: chi controlla i mezzi di produzione materiale controlla anche i mezzi di produzione intellettuale… gli autori invece sembrano pensare che la cultura sia l’ambito della spontaneità, che l’opinione pubblica si orienti in modo autonomo.
In secondo luogo il ruolo dell’Unione europea, senza la quale l’adozione generalizzata e permanente delle politiche liberiste e austeritarie, in tutti i paesi europei, sarebbe stata impossibile. Qui sta il paradosso: che l’istituzione politica che più dovrebbe esprimere i valori della civiltà occidentale è una causa della sua dissoluzione.
Di Alceste De Ambris
20.12.2025
A.P. 22 dicembre 2025
Perché qualcuno crede che la ue non sia neoliberista? Praticamente gli aiuti della ue ai paesi più arretrati favoriscono gli interessi degli imprenditori privati che a loro volta spostano i loro profitti nei grandi fondi finanziari americani e alla gente non restano che briciole.
Il fatto poi che i paesi latini debbano tornare ad essere sovrani è una questione ideologica più che politica. Italia, spagna, francia, grecia, portogallo etc non hanno forse deciso loro di entrare in europa? Non hanno deciso loro di distruggere la cortina di ferro, di abbattere il muro? avevano a cuore la libertà dei paesi socialisti? Non facciamo ridere: i paesi latini sono stati colonialisti e schiavisti fin dalle prime ore del capitalismo e adesso che volevano ricolonizzare i paesi ex socialisti si ritrovano con una grana economica-politica colossale, oltretutto dipendenti dai fondi finanziari usa. A mio avviso fino a quando si tolgono gli occhiali ideologici di suprematismo di parte non si caverà un ragno dal buco. La lettura di Marx è ancora dirimente alle spinose questioni odierne, ma si preferisce caricarlo sul relitto del fallimento del socialismo reale e precipitarlo negli abissi. Ah certo, forse dobbiamo seguire le ricette di von hayek o milton friedman, i chicago boys etc etc.
Faccio presente che quest'ultima opzione ha consentito la nascita dello stato di cose presenti: cioè il neoliberismo e la fine dell'individuo come soggetto politico attivo.