A cura da Nik , riflessioni e saggi indipendenti per ComeDonChisciotte.org
C'è un momento, nella storia delle civiltà, in cui un ordine internazionale smette lentamente di corrispondere alla realtà che lo aveva prodotto. Le istituzioni rimangono in piedi, le alleanze continuano formalmente a esistere, le vecchie potenze conservano eserciti, basi militari, banche, valute e influenza diplomatica, ma qualcosa di fondamentale è già cambiato. Il rapporto tra le forze che sostengono quell'ordine non è più quello di prima.
È possibile che ci troviamo esattamente in uno di questi passaggi.
L'espansione dei BRICS, la crescita economica della Cina, l'ascesa dell'India, il rafforzamento delle relazioni tra le economie del cosiddetto Sud globale e la crescente richiesta di riforma delle istituzioni internazionali non sono fenomeni separati. Possono essere letti come manifestazioni differenti di una stessa trasformazione: il progressivo passaggio da un sistema internazionale dominato dall'Occidente a un sistema nel quale il potere economico, demografico e politico è distribuito tra un numero maggiore di grandi centri.
È questa la prospettiva proposta dall'economista Jeffrey D. Sachs in una recente intervista dedicata al significato storico dei BRICS. Sachs invita a non osservare gli avvenimenti contemporanei come se fossero iniziati ieri. Per comprenderli, sostiene, occorre allargare lo sguardo fino alla metà del Settecento e seguire la lunga parabola attraverso la quale l'Europa conquistò una posizione di predominio mondiale, prima di essere progressivamente sostituita dagli Stati Uniti come principale centro della potenza occidentale.
La sua interpretazione contiene una provocazione importante: ciò che oggi viene frequentemente descritto come "ascesa" dell'Asia potrebbe essere interpretato, da una prospettiva storica più ampia, non come l'emergere improvviso di qualcosa di nuovo, ma come il ritorno di una parte del mondo che per millenni aveva rappresentato il principale centro demografico ed economico dell'umanità.
Per gran parte della storia conosciuta, infatti, Cina e India hanno costituito due delle maggiori concentrazioni di popolazione, produzione e attività economica del pianeta. L'idea di un mondo naturalmente centrato sull'Europa o sull'Atlantico è quindi relativamente recente. È il prodotto di una parentesi storica di straordinaria intensità che ebbe inizio tra il XVI e il XVIII secolo e raggiunse il suo apogeo nell'Ottocento.
L'ascesa europea non fu il risultato di una singola causa. Fu il prodotto di una combinazione di fattori che si rafforzarono reciprocamente: l'espansione marittima, la conquista delle Americhe, l'accumulazione di ricchezze, lo sviluppo delle istituzioni finanziarie, la rivoluzione scientifica, la crescita degli Stati moderni, l'innovazione militare e, soprattutto, la rivoluzione industriale.
La conquista delle Americhe ebbe conseguenze gigantesche. L'arrivo degli europei provocò un collasso demografico delle popolazioni indigene, determinato in larga misura dalla diffusione di patogeni provenienti dal Vecchio Mondo, a cui si aggiunsero guerre, deportazioni, espropriazioni e sistemi di sfruttamento coloniale. Le conseguenze economiche e geopolitiche di questo processo furono enormi. Le potenze europee poterono disporre di territori, risorse naturali, metalli preziosi e nuove reti commerciali su una scala fino ad allora sconosciuta.
Ma fu soprattutto la successiva rivoluzione scientifica e tecnologica a trasformare il vantaggio europeo in una vera superiorità sistemica.
Nel XVII secolo Francis Bacon formulò una concezione destinata ad avere un'enorme influenza sulla modernità: la conoscenza scientifica, attraverso l'osservazione e la sperimentazione, poteva essere trasformata in tecnologia e utilizzata per modificare concretamente le condizioni della vita umana. La scienza cessava progressivamente di essere soltanto contemplazione della natura e diventava anche strumento organizzato di trasformazione economica.
Con Newton e con la rivoluzione scientifica questa concezione acquisì una nuova profondità. Nel XVIII secolo essa si incontrò con la meccanizzazione, l'utilizzazione sistematica dell'energia, l'espansione del commercio e l'accumulazione di capitale. La Gran Bretagna divenne il laboratorio della rivoluzione industriale.
Il significato storico di questo passaggio fu enorme. Una società capace di utilizzare sistematicamente la scienza per aumentare la produttività poteva produrre più beni, accumulare più capitale, finanziare eserciti più potenti, costruire flotte più grandi e sviluppare infrastrutture che, a loro volta, aumentavano ulteriormente la capacità produttiva.
La potenza economica si trasformava in potenza militare e la potenza militare consentiva nuove conquiste economiche.
Nell'Ottocento questo meccanismo raggiunse una scala globale. La Gran Bretagna divenne il centro di un impero che si estendeva su tutti i continenti. L'India rappresentò una delle principali colonne della struttura imperiale britannica. Parallelamente, altre potenze europee si lanciarono nella conquista dell'Africa e nell'espansione coloniale in Asia.
Alla fine del XIX secolo, il mondo era stato radicalmente trasformato. Una regione relativamente piccola del pianeta, l'Europa occidentale, aveva acquisito una capacità economica e militare sproporzionata rispetto alla propria popolazione.
Poi entrò in scena una nuova potenza: gli Stati Uniti.
La fine dell'espansione territoriale americana sul continente nordamericano coincise con una crescente proiezione verso l'esterno. Nel 1898 la guerra ispano-americana segnò una svolta. Gli Stati Uniti ottennero il controllo di Puerto Rico e Guam e acquisirono le Filippine dalla Spagna; nello stesso periodo venne completata l'annessione delle Hawaii. La guerra filippino-americana mostrò quindi che Washington non intendeva più limitare la propria politica alla dimensione continentale.
Il passaggio di consegne tra l'egemonia britannica e quella americana non avvenne tuttavia in modo lineare. Fu la catastrofe delle due guerre mondiali a distruggere progressivamente la centralità europea.
Tra il 1914 e il 1918 l'Europa si immerse nella Prima guerra mondiale. Vent'anni dopo arrivò la Seconda. Nel mezzo ci furono la Grande Depressione, la disoccupazione di massa, l'ascesa dei totalitarismi e la radicalizzazione politica.
Nel 1945 il continente che aveva dominato il mondo era esausto.
Gran Bretagna e Francia conservarono ancora vasti imperi e una posizione privilegiata nel sistema internazionale, ma la loro capacità economica era profondamente indebolita. Al contrario, gli Stati Uniti erano usciti dalle guerre con una capacità produttiva gigantesca e con una posizione finanziaria dominante.
Anche l'Unione Sovietica emerse dalla guerra come grande potenza. Aveva pagato un prezzo umano spaventoso: circa 27 milioni di morti secondo le stime generalmente utilizzate dagli storici. Ma aveva sconfitto la Germania nazista sul fronte orientale, possedeva un enorme apparato militare e nel 1949 avrebbe acquisito la bomba atomica.
Il mondo del dopoguerra divenne così bipolare.
Da una parte gli Stati Uniti e il sistema di alleanze occidentale, dall'altra l'Unione Sovietica e i suoi alleati. Al di fuori dei due blocchi si trovava la maggioranza dell'umanità: Paesi che stavano uscendo dal colonialismo, economie povere e società che cercavano di costruire una propria sovranità.
Il sistema internazionale che nacque dopo il 1945 fu costruito anche attraverso nuove istituzioni. Nel 1945 nacquero le Nazioni Unite; nel 1944 erano state gettate a Bretton Woods le basi del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale; il sistema commerciale multilaterale sarebbe stato successivamente organizzato attraverso il GATT e, dal 1995, attraverso l'Organizzazione Mondiale del Commercio.
Queste istituzioni erano formalmente multilaterali, ma riflettevano inevitabilmente la distribuzione della potenza del dopoguerra. Gli Stati Uniti disponevano di un'influenza eccezionale e la loro valuta sarebbe diventata il principale riferimento del sistema monetario internazionale.
È importante, però, evitare una semplificazione. Il sistema del dopoguerra non era semplicemente un governo americano del pianeta. Era un sistema istituzionale nel quale Washington possedeva un peso straordinario, ma nel quale operavano regole, procedure e numerosi altri Stati.
La particolarità americana consisteva soprattutto nella combinazione di diversi strumenti di potere: economia, finanza, tecnologia, industria, diplomazia e forza militare.
La rete di alleanze costruita dagli Stati Uniti, con la NATO come principale pilastro europeo, contribuì a consolidare questo sistema.
Per decenni la superiorità americana apparve quindi come una condizione strutturale del mondo contemporaneo.
Poi arrivò il 1991.
La dissoluzione dell'Unione Sovietica rappresentò un momento di discontinuità paragonabile, per importanza, al 1945. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti non avevano più un concorrente geopolitico di scala comparabile.
La Russia attraversò una drammatica crisi economica e politica. L'Europa non possedeva una capacità militare autonoma paragonabile a quella americana. La Cina era ancora nelle prime fasi del processo che l'avrebbe trasformata nella seconda grande potenza economica mondiale.
Washington sembrò trovarsi in una posizione senza precedenti.
Fu l'epoca dell'unipolarità.
Negli Stati Uniti si diffuse l'idea che la vittoria nella Guerra fredda avesse dimostrato la superiorità definitiva del modello politico ed economico occidentale. Il celebre libro di Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, divenne il simbolo intellettuale di quella fase.
La questione decisiva, però, era già contenuta nella struttura stessa del sistema: cosa sarebbe successo quando la distribuzione della potenza mondiale fosse cambiata?
Perché la distribuzione sarebbe cambiata.
Ed è qui che bisogna introdurre il fenomeno più importante degli ultimi settant'anni: la rinascita dell'Asia.
L'indipendenza politica di India, Indonesia, Cina e di numerosi altri Paesi asiatici e africani produsse una conseguenza fondamentale. Gli Stati che per secoli erano stati inseriti in sistemi coloniali potevano finalmente utilizzare la propria sovranità per costruire industrie, infrastrutture, sistemi educativi e capacità tecnologiche orientate ai propri interessi nazionali.
Non tutti riuscirono allo stesso modo. Molti furono ostacolati da guerre, instabilità politica, povertà, debiti e dipendenze economiche. Ma il processo generale era ormai iniziato.
Il Giappone fu il primo grande caso asiatico di industrializzazione moderna. Successivamente arrivarono Corea del Sud, Taiwan, Singapore e altre economie dell'Asia orientale. Ma il fenomeno destinato a modificare in maniera decisiva gli equilibri mondiali fu la trasformazione della Cina.
A partire dalle riforme avviate alla fine degli anni Settanta, la Cina combinò apertura economica, pianificazione strategica, investimenti infrastrutturali, elevati livelli di risparmio, sviluppo industriale, integrazione nel commercio mondiale e costruzione progressiva di capacità tecnologiche nazionali.
Il risultato fu una delle più grandi trasformazioni economiche della storia.
Centinaia di milioni di persone passarono dalla povertà rurale a condizioni di vita molto più elevate. Le città crebbero rapidamente. Vennero costruite reti ferroviarie, porti, autostrade, centrali energetiche e infrastrutture digitali. La Cina divenne il principale centro manifatturiero mondiale per un numero enorme di categorie di prodotti.
Questa trasformazione modificò anche la geografia della tecnologia.
Per lungo tempo l'Occidente aveva mantenuto una superiorità quasi indiscussa nei settori industriali più avanzati. Oggi la situazione è molto più articolata. Gli Stati Uniti conservano leadership decisive in numerosi settori, soprattutto nella ricerca scientifica, nell'industria aerospaziale, nei semiconduttori avanzati, nel software e in alcune tecnologie di frontiera. Ma la Cina ha raggiunto posizioni di primo piano nelle infrastrutture, nelle telecomunicazioni, nelle batterie, nei veicoli elettrici, nelle energie rinnovabili, nella manifattura avanzata e in numerose applicazioni dell'intelligenza artificiale.
Il punto non è stabilire quale Paese sia "più avanzato" in assoluto. È riconoscere che la distanza tecnologica che un tempo separava nettamente alcune economie occidentali dall'Asia si è ridotta in maniera considerevole.
È questa convergenza a costituire la vera trasformazione geopolitica.
Secondo le stime economiche basate sulla parità di potere d'acquisto, la Cina ha già superato gli Stati Uniti in termini di dimensione complessiva dell'economia. Ma anche questo dato deve essere interpretato con cautela. Il PIL a parità di potere d'acquisto serve a confrontare la capacità produttiva interna dei Paesi utilizzando prezzi comparabili; non equivale al reddito pro capite e non implica che il cittadino cinese medio sia più ricco del cittadino americano.
La distinzione è essenziale.
Gli Stati Uniti rimangono una delle economie più ricche e tecnologicamente avanzate del mondo. La Cina, però, possiede una scala demografica e industriale tale da rendere impossibile continuare a descrivere il sistema internazionale come se fosse ancora quello del 1991.
Ed è qui che entrano in scena i BRICS.
Originariamente il termine BRIC indicava Brasile, Russia, India e Cina. Il Sudafrica si aggiunse nel 2010, trasformando l'acronimo in BRICS. Negli anni successivi il gruppo ha avviato un processo di espansione che ha coinvolto importanti economie del Medio Oriente, dell'Africa e dell'Asia.
Il significato dei BRICS non può essere compreso semplicemente come nascita di un nuovo blocco contrapposto all'Occidente.
I BRICS non sono la nuova NATO. Non dispongono di un comando militare comune, non hanno un esercito integrato e non possiedono un governo centrale. I loro membri hanno interessi nazionali differenti e, in alcuni casi, anche rapporti conflittuali.
India e Cina, per esempio, mantengono dispute territoriali e competizione strategica. Brasile e India non hanno gli stessi interessi della Russia. Gli Stati del Golfo mantengono contemporaneamente relazioni con Washington, Pechino e altri centri di potere.
Questa diversità non è necessariamente una debolezza.
Può essere precisamente la caratteristica fondamentale del nuovo sistema.
I BRICS non hanno bisogno di diventare un unico blocco politico per produrre un cambiamento nell'ordine internazionale. È sufficiente che permettano ai loro membri di coordinarsi su alcune questioni fondamentali: commercio, finanza, infrastrutture, energia, tecnologia, sviluppo e riforma delle istituzioni internazionali.
La loro forza deriva quindi non dall'omogeneità, ma dalla convergenza di un interesse: ottenere maggiore autonomia e maggiore rappresentanza nel sistema internazionale.
È soprattutto sul terreno finanziario che questa trasformazione potrebbe produrre conseguenze di lungo periodo.
Il dollaro rimane la principale valuta internazionale e non vi sono elementi sufficienti per sostenere che questa posizione verrà improvvisamente cancellata. Ma il processo più interessante non è necessariamente la sostituzione del dollaro. È la diversificazione.
Se sempre più Stati utilizzano valute nazionali negli scambi bilaterali, sviluppano sistemi di pagamento alternativi, costruiscono istituzioni finanziarie proprie e dispongono di fonti di finanziamento differenti, diminuisce la dipendenza da un singolo centro finanziario.
Questa è una trasformazione molto diversa da una "guerra contro il dollaro".
È la ricerca di una maggiore autonomia.
La stessa logica riguarda il commercio. Le grandi potenze stanno costruendo corridoi logistici, reti energetiche e catene di approvvigionamento che non dipendono esclusivamente dai vecchi centri occidentali.
La Cina ha investito enormemente nelle infrastrutture continentali ed eurasiatiche attraverso la Belt and Road Initiative. L'India sta sviluppando nuove connessioni marittime e terrestri. I Paesi del Golfo stanno assumendo un ruolo crescente come snodi energetici, finanziari e logistici. La Russia continua a essere una grande potenza energetica e mineraria. Il Brasile rappresenta una delle maggiori economie agricole e una potenza rilevante nel settore delle risorse naturali.
Il risultato è la progressiva costruzione di un sistema nel quale esistono più centri di produzione, commercio, finanziamento e innovazione.
Questa è la sostanza economica della multipolarità.
Ma la multipolarità economica non produce automaticamente una multipolarità politica pacifica.
Ed è qui che emerge il rischio più grande.
Una fase di transizione tra due ordini internazionali può essere pericolosa proprio perché le vecchie regole non sono più sufficientemente forti e le nuove non sono ancora consolidate.
Una potenza dominante può interpretare la crescita di un concorrente come una minaccia. Una potenza emergente può percepire il tentativo di contenerla come un'aggressione. Gli Stati intermedi possono cercare di sfruttare la competizione tra grandi potenze per aumentare il proprio spazio di manovra.
La competizione economica può allora trasformarsi in guerra commerciale. La guerra commerciale può trasformarsi in guerra tecnologica. La guerra tecnologica può alimentare la corsa agli armamenti. E la militarizzazione delle relazioni internazionali può rendere sempre più difficile la cooperazione.
È questa la differenza tra multipolarità e blocchizzazione.
Un mondo multipolare è un mondo nel quale più grandi potenze convivono e negoziano.
Un mondo diviso in blocchi è un mondo nel quale le potenze cercano di impedire agli altri di accedere alle tecnologie, ai mercati, alle risorse e alle infrastrutture strategiche.
La prima condizione può essere gestita attraverso istituzioni multilaterali.
La seconda tende verso la contrapposizione.
È per questo che la questione dei BRICS non riguarda soltanto Cina, Russia, India o Brasile. Riguarda il futuro delle istituzioni internazionali.
Le Nazioni Unite, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l'Organizzazione Mondiale del Commercio furono costruiti in un'epoca nella quale la distribuzione del potere mondiale era molto diversa.
La domanda contemporanea è se queste istituzioni possano essere riformate per rappresentare il mondo del XXI secolo.
Qui si trova una delle richieste più significative dei BRICS: maggiore rappresentanza dei Paesi emergenti negli organismi internazionali.
Il problema è reale.
Le economie che hanno acquisito un peso enorme negli ultimi decenni non dispongono sempre di una rappresentanza istituzionale proporzionata alla loro nuova dimensione.
Il Fondo Monetario Internazionale costituisce un esempio evidente. Il sistema delle quote attribuisce agli Stati Uniti una posizione privilegiata. Per alcune decisioni fondamentali è richiesta una maggioranza dell'85% dei voti, e Washington possiede una quota sufficiente per impedire unilateralmente il raggiungimento di tale soglia.
Non si tratta di un "veto americano" su tutte le decisioni dell'FMI, come talvolta viene affermato, ma di un potere di blocco su specifiche decisioni che richiedono la supermaggioranza.
La differenza tecnica non modifica il problema politico: la struttura istituzionale del dopoguerra continua a riflettere, almeno in parte, la distribuzione della potenza di un'epoca precedente.
La stessa questione riguarda il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. I cinque membri permanenti - Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito - conservano il diritto di veto, mentre India, Brasile, Africa e altre grandi realtà demografiche ed economiche non dispongono di un seggio permanente.
È quindi comprensibile che i Paesi emergenti chiedano una riforma.
Ma è proprio qui che la transizione diventa difficile.
Riformare un sistema internazionale significa modificare privilegi consolidati.
E gli Stati raramente rinunciano spontaneamente ai propri privilegi.
Per questo la trasformazione potrebbe richiedere decenni.
L'Europa si trova in una posizione particolarmente delicata all'interno di questo processo. Il continente rimane una grande potenza economica e tecnologica, ma la sua capacità strategica è fortemente intrecciata con il rapporto transatlantico.
Per decenni gli Stati Uniti hanno fornito il principale ombrello di sicurezza europeo, mentre l'Europa ha sviluppato un'enorme integrazione economica con il resto del mondo, compresa l'Asia.
Il problema del futuro europeo sarà quindi anche quello di decidere come collocarsi in un mondo nel quale il rapporto privilegiato con Washington continuerà a essere importante, ma non potrà cancellare il fatto che Cina, India, Medio Oriente e altre regioni avranno un peso crescente.
L'Europa potrebbe trovarsi davanti a una scelta storica: considerarsi esclusivamente parte di un blocco occidentale oppure cercare di essere anche uno dei poli autonomi di un sistema multipolare.
La questione non è ideologica.
È strutturale.
Un mondo nel quale l'Asia rappresenta una parte enorme della popolazione e una quota crescente della produzione mondiale non può essere governato utilizzando esclusivamente categorie geopolitiche costruite nel XX secolo.
È questo, in ultima analisi, il significato più profondo della tesi di Sachs.
Il ritorno dell'Asia non sarebbe un evento eccezionale, ma il risultato naturale della convergenza economica.
Per quasi due secoli una parte relativamente piccola dell'umanità ha posseduto una quota sproporzionata della ricchezza e della capacità industriale mondiale. Il processo di industrializzazione del resto del pianeta ha inevitabilmente ridotto questa sproporzione.
La vera anomalia non è che l'Asia stia tornando al centro.
La vera anomalia, osservata dalla prospettiva di millenni di storia, è che per circa due secoli l'Europa e successivamente il Nord Atlantico abbiano concentrato una parte così grande della potenza economica mondiale.
Questa prospettiva modifica completamente il significato della competizione contemporanea.
Se la crescita cinese e indiana viene interpretata esclusivamente come una minaccia, la risposta naturale sarà il contenimento.
Se viene interpretata come un processo di convergenza, la risposta possibile diventa la negoziazione.
Non significa ignorare i problemi reali. Significa distinguere tra competizione e conflitto.
La Cina continuerà a difendere i propri interessi. Gli Stati Uniti continueranno a difendere i propri. L'India cercherà di aumentare la propria autonomia. La Russia cercherà di mantenere la propria influenza. L'Europa cercherà di difendere la propria posizione.
È normale.
La questione decisiva è se questi interessi possano essere gestiti all'interno di istituzioni comuni.
Perché il vero pericolo non è la fine dell'egemonia americana in sé.
Il vero pericolo sarebbe che la fine dell'unipolarità venisse trasformata in una guerra per decidere chi debba sostituirla.
Se la Cina dovesse semplicemente diventare la nuova potenza dominante, il problema storico non sarebbe realmente risolto. Sarebbe cambiato soltanto il protagonista.
La sfida del XXI secolo è molto più ambiziosa: costruire un ordine nel quale nessuna singola potenza abbia la possibilità o la necessità di governare il sistema mondiale.
Questa è la differenza tra un cambio di egemone e un vero cambiamento dell'ordine internazionale.
La prima possibilità produce una nuova gerarchia.
La seconda produce una nuova architettura.
I BRICS, con tutte le loro contraddizioni, sembrano muoversi nella seconda direzione quando chiedono riforme delle istituzioni finanziarie, maggiore rappresentanza del Sud globale, rafforzamento del multilateralismo, cooperazione economica e diversificazione dei sistemi finanziari.
Resta da vedere se saranno realmente in grado di trasformare queste dichiarazioni in istituzioni efficienti.
È questa la loro principale sfida.
La Cina, in particolare, dovrà dimostrare di essere capace di esercitare una leadership senza trasformare i BRICS in uno strumento esclusivamente cinese. L'India dovrà conciliare il proprio rapporto con gli Stati Uniti con la partecipazione a un'organizzazione nella quale Cina e Russia hanno un peso enorme. Il Brasile dovrà continuare a sostenere una politica estera autonoma. Gli Stati africani e mediorientali dovranno utilizzare il nuovo spazio geopolitico senza diventare semplicemente terreno di competizione tra grandi potenze.
La multipolarità, in altre parole, non è ancora un sistema compiuto.
È un processo.
E come tutti i processi di trasformazione, può produrre risultati molto diversi.
Può portare a un sistema internazionale più equilibrato, nel quale le grandi potenze siano costrette a negoziare e nel quale le istituzioni globali vengano progressivamente adattate alla nuova distribuzione della ricchezza e della popolazione.
Oppure può produrre una nuova divisione del mondo, con blocchi economici e tecnologici sempre più separati, guerre commerciali permanenti e crescente militarizzazione.
La differenza dipenderà soprattutto dalla capacità delle grandi potenze di accettare una realtà che la storia sembra ormai rendere difficile da ignorare: nessuna di esse può controllare da sola il XXI secolo.
Gli Stati Uniti non sono "finiti". La Cina non ha "conquistato il mondo". L'Europa non è scomparsa. L'India non è ancora una superpotenza paragonabile a Stati Uniti e Cina. La Russia conserva una notevole capacità militare ed energetica ma dispone di una dimensione economica molto inferiore rispetto ai due principali giganti. I BRICS non sono un governo mondiale.
Il punto è proprio questo.
Il mondo non sta semplicemente passando da un padrone a un altro.
Sta diventando troppo complesso per avere un solo padrone.
Questa potrebbe essere la vera trasformazione storica del nostro tempo.
Per circa duecentocinquanta anni l'ordine mondiale è stato profondamente condizionato prima dall'Europa e poi dagli Stati Uniti. Quel periodo ha prodotto enormi innovazioni, ma anche colonialismo, guerre imperiali, sfruttamento, conflitti mondiali e una concentrazione straordinaria del potere.
Ora una parte considerevole di quel potere si sta redistribuendo.
Il problema non è impedire che questo accada.
È gestire il cambiamento.
La storia dimostra che le grandi potenze possono perdere il primato senza necessariamente perdere la propria importanza. La Gran Bretagna non cessò di esistere quando gli Stati Uniti divennero più potenti. La Francia non scomparve con la fine dell'impero. La Russia rimase una grande potenza dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica.
Allo stesso modo, un futuro mondo multipolare non richiede necessariamente un'America debole. Richiede un'America capace di vivere in un sistema nel quale non è più l'unico centro.
E richiede una Cina capace di convivere con altri centri di potere senza pretendere di sostituire un'egemonia con un'altra.
La stessa responsabilità riguarda l'Europa, l'India, la Russia e tutte le potenze emergenti.
La vera domanda del XXI secolo non sarà dunque "chi dominerà il mondo?", ma "come sarà possibile governare un mondo che nessuno può più dominare?".
È probabilmente qui che si decide il significato storico dei BRICS.
Non nella loro eventuale capacità di sconfiggere l'Occidente, ma nella loro capacità di contribuire alla costruzione di un sistema nel quale il potere sia sufficientemente distribuito da rendere necessaria la cooperazione.
La fine dell'ordine unipolare non dovrebbe essere necessariamente la fine dell'ordine internazionale ma potrebbe essere l'occasione per costruirne uno nuovo.
Un ordine nel quale la sovranità non significhi isolamento, la multipolarità non significhi guerra e la cooperazione non richieda la subordinazione.
La grande transizione storica che abbiamo davanti potrebbe allora non essere il passaggio dall'egemonia americana all'egemonia cinese.
Potrebbe essere qualcosa di molto più radicale: il passaggio dall'idea stessa di un centro del mondo all'idea di un mondo composto da molti centri.
E questa volta la sfida non sarà conquistare il pianeta.
Sarà imparare a convivere su di esso.
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16.09.2026
ALTRE FONTI
Jeffrey D. Sachs, Asia’s Reemergence, con Steven Radelet, Foreign Affairs, 1997.
Jeffrey D. Sachs, Common Wealth: Economics for a Crowded Planet, Penguin Press, 2008.
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Jeffrey D. Sachs è un economista statunitense, professore alla Columbia University e direttore del Center for Sustainable Development. È noto per i suoi studi sullo sviluppo economico, sulla povertà, sulla globalizzazione, sulla sostenibilità e sulle trasformazioni dell'economia mondiale. Ha svolto attività di consulenza per governi, organizzazioni internazionali e Nazioni Unite. È autore di numerosi libri e studi sull'economia dello sviluppo e sulla cooperazione internazionale.
Steven Radelet è un economista statunitense specializzato in sviluppo economico e politiche pubbliche. Ha svolto attività di ricerca e consulenza internazionale e ha collaborato con Jeffrey Sachs negli studi dedicati alla crescita delle economie asiatiche negli anni Novanta.
Francis Fukuyama è un politologo statunitense noto soprattutto per il saggio The End of History?, pubblicato nel 1989, e per il successivo libro The End of History and the Last Man. La sua riflessione sulla fine della Guerra fredda è diventata uno dei riferimenti più discussi nel dibattito sul futuro dell'ordine liberale.
L'Asian Development Bank (ADB) è una banca multilaterale di sviluppo fondata nel 1966 con sede a Manila. Il suo obiettivo è sostenere lo sviluppo economico e sociale dell'area Asia-Pacifico attraverso finanziamenti, ricerca e cooperazione internazionale.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) è un'organizzazione finanziaria internazionale fondata nel quadro di Bretton Woods nel 1944. Il suo mandato comprende la cooperazione monetaria internazionale, la stabilità finanziaria, la sorveglianza economica e l'assistenza finanziaria ai Paesi membri.
La Banca Mondiale è un gruppo di istituzioni finanziarie internazionali nato nel sistema di Bretton Woods. Il suo obiettivo principale è sostenere lo sviluppo economico, la riduzione della povertà e il finanziamento di infrastrutture e programmi di sviluppo.
Il New Development Bank (NDB) è la banca multilaterale istituita dai Paesi BRICS nel 2015. Ha sede a Shanghai e finanzia progetti infrastrutturali e di sviluppo sostenibile nei Paesi membri e in altre economie emergenti.
Primadellesabbie 20 settembre 2026
Dopo aver fatto parte della task force di economisti che ha affamato la Russia e di quella che ha tentato di ripetere l'operazione con la Cina (vedi l'articolo di Cynthia Chung di qualche giorno fa:
..La natura e le strutture delle istituzioni prevalenti che avrebbero costituito la nuova economia di mercato non ricevettero molta attenzione da parte dei sostenitori della terapia d'urto. Il pacchetto raccomandato da [David] Lipton, [Jeffrey] Sachs e molti altri, ...)
questo professore dall'eloquio impeccabile e di grande esperienza (in passato ho ascoltato molte delle sue conversazioni su YT) si sta evidentemente riposizionando, anche se con una prudenza che mi fa sospettare sia ancora legato ai vecchi padroni.