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Postato il Domenica, 24 aprile @ 07:30:00 CDT di davide
 
 
  Economia Parla l'economista "eterodosso" francese , fondatore del Movimento antiutilitarista Latouche: "Lo sviluppo è sempre insostenibile"

DI BENETTA ALEDDA

Sin dagli anni Settanta l'economista "eterodosso" Serge Latouche constata il fallimento del progetto occidentale di sviluppo in Africa. Nel 1981 fonda con Alain Caillé il "Mauss" (Movimento Antiutilitarista nelle Scienze Sociali). Oggi non risparmia le sue critiche a chi vorrebbe aggiungere una dimensione etica all'economia senza metterne in discussione i fondamenti. E loda l'Argentina per aver ripudiato il debito. Il suo ultimo appello consiste nel "decolonizzare l'immaginario" - come recita il titolo del nuovo libro pubblicato in italiano da Emi - da concetti come "progresso" e "sviluppo", compreso lo "sviluppo sostenibile".



Il rifiuto del progresso è per forza un ritorno all'antico?

Rifiutare il progresso non vuol dire accettare un antiprogresso. Se guardiamo al progresso come a una fede, dovremmo cercare di essere atei. Il fatto che si tratti di una forma di religione, si dimostra da come se ne parla, senza specificazioni e senza limiti: avrebbe senso parlare di progresso della qualità dell'aria, dell'acqua, o del progresso della quantità di cibo. Ma il progresso per il progresso non ha senso, salvo osservare che il nostro sistema economico funziona sulla crescita: bisogna consumare sempre di più, perché se non c'è abbastanza crescita, allora ci sarà disoccupazione. La crescita, però, distrugge l'ambiente. È un sistema completamente pazzo. Dobbiamo uscire dalla religione del progresso, della crescita, dello sviluppo economico, dall'economicismo.

I temi della decrescita e dello sviluppo sostenibile sono entrati nel dibattito economico?

Nel dibattito economico non lo so, ma di sicuro sono entrati in quello sociale. Gli operai, i contadini hanno capito che qualcosa non va: le irregolarità del clima sono sotto gli occhi di tutti. Non ha senso una crescita infinita su un pianeta finito. Ma il mondo economico vuole continuare a produrre, perché ha bisogno di fare profitti. Si tratta di un sistema perverso. Il capitalismo è diventato sempre più finanziario: per rispondere alle attese degli azionisti, le imprese producono sempre di più, si indebitano, distruggono l'ambiente sfruttando le materie prime.

Pensa che prima o poi la questione di porre limiti alla crescita dello sviluppo entrerà nell'agenda dei governi?

Nei discorsi sono già presenti. Chirac, a Johannesburg [al vertice ONU del settembre 2002, N. d. R. ], ha detto che la casa brucia e noi guardiamo altrove. Per continuare a consumare al ritmo attuale ci vorrebbero tre pianeti. Anche le grandi imprese transnazionali lo sanno, e si sono riunite nel "World Business Council for Sustainable Development".

Lei ha collegato "decrescita" e "sviluppo sostenibile", ma sono due cose completamente diverse.

Lo sviluppo sostenibile è una mistificazione, un ossimoro, perché lo sviluppo non è sostenibile! Perciò si deve cercare di costruire una società della decrescita, una società di a-crescita, che non segua più la logica diabolica della crescita per la crescita. Ci sarà sempre bisogno di far crescere la felicità della gente, ma senza esaurire le risorse naturali. I governi non sono abbastanza forti per passare dal discorso alla realtà: hanno rinunciato al loro potere in favore del sistema economico. Sono le lobbies, oggi, a fare le leggi, non i governi, e ancora meno i popoli. Questo è il grande problema: la società deve riappropriarsi del potere. E sarà difficile.

Già, perché le istituzioni nazionali sembrano essere in una crisi irreversibile.

Sono diventate le ancelle delle prime due, trecento grandi imprese transnazionali: Novartis, Monsanto, Microsoft, Total… Si può dire che oggi non c'è più conflitto: i poteri economici hanno vinto, i governi sono quasi tutti sottomessi. Nel mio paese questo è accaduto quando i socialisti francesi hanno rinunciato a fare una politica sociale e ne hanno applicata una liberista; lo stesso è accaduto in Inghilterra e in Germania.

Le critiche altermondialiste hanno conosciuto una grande popolarità, ma è possibile deviare il sistema economico, innescare una trasformazione prima che "la casa bruci"?

Non solo è possibile, ma necessario, perché il sistema va verso la sua distruzione. Il lavoro del movimento è preparare le alternative per domani o dopodomani. Non si sa se la crisi sarà prima ambientale, economica, finanziaria o sociale, ma di certo le disfunzioni ci sono su ogni fronte. Per esempio, si parla spesso della crescita della Cina. Nei prossimi anni, quattrocento-cinquecento milioni di contadini saranno cacciati dalla terra, e ciò non è paragonabile a quanto accadde nell'Inghilterra della rivoluzione industriale, le dimensioni sono tali che l'impatto ambientale della trasformazione sarà enorme. E che dire della finanza? Gli Stati Uniti hanno tre o quattro anni di credito. Un giorno una crisi finanziaria destabilizzerà l'intero sistema. Tutte queste crisi all'orizzonte possono trovare diverse forme di influenzarsi a vicenda, e allora le condizioni per cambiare rotta saranno più favorevoli di oggi.

Le Ong, il microcredito, il volontariato possono innescare una trasformazione?

Le cose hanno una doppia faccia: molte Ong sono strumentalizzate dai poteri economici e governativi. Ma alcune esperienze hanno alcune caratteristiche di laboratorio di alternative: i sistemi di scambio locale, il commercio equo e solidale, per esempio. Recentemente, in Francia sono nate le Amap, associazioni per il mantenimento di un'agricoltura contadina, che collegano i consumatori e i contadini per l'acquisto di prodotti biologici. Sono esperienze interessanti e, se le condizioni sono favorevoli, possono trovare enormi spazi di crescita.

Quali sono i protagonisti di questo altro mondo?

Noi! Dobbiamo riappropriarci della nostra vita, del potere sulla nostra vita, perché il modo di funzionare della società nella quale viviamo è alienante. L'organizzazione della nostra vita non sarà più economicista. Ci saranno produzione, consumo ecc., non, però, per far funzionare il sistema, ma per soddisfare i nostri bisogni.

A suo modo di vedere, come dobbiamo guardare alla crisi delle istituzioni democratiche?

Oggi la democrazia rappresentativa è più una barzelletta che una realtà. Dobbiamo reinventare, ricostruire la democrazia. Da questo punto di vista la ricostruzione del territorio, del tessuto locale è molto importante, perché la democrazia ha senso soltanto radicata nei territori. Una democrazia mondiale, universale non ha senso. Anche questo è un ossimoro: non si attua la democrazia con 5 o 10 miliardi di persone, ma con la gente del vicinato, perché la democrazia è prima di tutto un dibattito, e per dibattere bisogna trovarsi uno di fronte all'altro. Fino a un certo punto è concepibile anche un dibattito virtuale, ma non con 10 miliardi di persone.

Quindi i media non posso supplire a questo deficit di partecipazione?

Certamente no. I media fanno parte del problema, non della soluzione. Sono mezzi di propaganda dei grandi potentati economici, che ne sono proprietari. Come ha detto Patrick Le Lay, presidente generale di Tf1, la prima rete televisiva francese: siamo al servizio della pubblicità, tutte le nostre trasmissioni devono divertire la gente dato che vendiamo tempo di cervello disponibile perché la gente sia capace di assorbire la pubblicità. Parlando dell'Africa, continente vergine su questo terreno, lì non c'è la minima critica dei media o della onnipresente pubblicità, non sono ancora allo stadio di prendere coscienza, sono completamente manipolati.

Come fanno i paesi che aspirano al nostro modello di sviluppo a costruirsi i mezzi per criticarlo, quando non hanno nemmeno un sistema scolastico?

Le cose sono più complesse, perché il nostro sistema di educazione, come ha detto Ivan Illich, è molto perverso. Allora, paradossalmente, l'assenza di un sistema di istruzione, diventa un bene, specie se assomiglia ai nostri. Il problema è che hanno pressoché distrutto il loro. Penso che la critica possa essere elaborata meno a partire da un sistema di educazione e più dall'esperienza della vita. Questa esperienza, naturalmente, ce l'abbiamo tutti.

Benedetta Aledda
Fonte:www.liberazione.it
24.04.05

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